Aborto. La 194, una legge tradita?

 

29 Magg- Leggendo l’articolo di Maura Cossutta di sabato scorso, ABORTO. LA LEGGE 194, UNA LEGGE TRADITA (http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=62224), sono rimasto stupito per il tono francamente demagogico dello stesso e per il contenuto che offende l’intelligenza dei lettori, che dovrebbero essere sprovveduti od accecati dall’ideologia per non riconoscere l’assurdità di tante affermazioni in esso contenute.
Analizziamoli una per una a cominciare dalla riduzione drastica del numero degli aborti volontari , definito come il risultato più straordinario della legge: la tanto sbandierata riduzione numerica del numero degli aborti volontari non è legata alla riduzione del fenomeno abortività volontaria, ma ad una sua trasformazione, specialmente nelle donne di età inferiore ai 20 anni che hanno fatto ricorso maggiormente alla pillola del giorno dopo in un primo tempo ed alla pillola dei 5 giorni dopo negli anni successivi. Dall’anno 2010 in poi, da quando il numero totale degli aborti volontari ex legge 194 sono diminuiti di anno in anno, alla riduzione numerica di questi aborti volontari ha contribuito anche la riduzione numerica delle donne in età fertile (da 13.961.645 del 2010 scese ai 12.945.219 del 2016!).
Se questi numeri aggiungiamo quelli dell’abortività dei cosiddetti contraccettivi maggiori il numero delle vittime dell’aborto volontario assume dimensioni catastrofiche!
La seconda affermazione – la legge 194 ha salvato le donne per aborto clandestino – è un patetico strascico di quanto affermato dai fautori della legalizzazione dell’aborto durante gli anni settanta (centinaia di migliaia di donne morte per aborto clandestino) e tuttora ripetuto in tante occasioni, nonostante già allora negli Annali di Statistiche Sanitarie (ISTAT vol. 1 -15) si potesse leggere che ad esempio nell’anno 1969 le donne di 15-45 anni morte per tutte le cause erano 10.760, di queste 550 morte per malattie della gravidanza e solo 43 per aborto. Non merita commento la seconda parte di questa affermazione perché non mi risulta che alcuna donna che ha abortito clandestinamente sia mai stata giudicata per reato contro l’integrità e la sanità della stirpe!
Continuare a scrivere che oggi l’obiezione di coscienza è il vero grimaldello per sabotare la legge dopo che nelle ultime due relazioni ministeriali è stato ampiamente dimostrato il contrario è pura demagogia, facilmente confutabile dando un rapido sguardo alle tabelle pubblicate nell’ultima relazione ministeriale al Parlamento sull’applicazione della legge 194/1978, di seguito riportate.
Anche nella situazione di maggior carico di lavoro settimanale (9ivg/sett.) registrata nel Molise, ciò non è un ostacolo né un carico fisico eccessivo per il ginecologo non obiettore , abituato a ben più gravose fatiche nella sua vita professionale (assistere 5-6 o più parti o fare come mi é capitato più di una volta 3-4 tagli cesarei in una notte!).
Purtroppo la coscienza di molti medici e del personale sanitario, che hanno fatto obiezione di coscienza non è stata
sufficientemente formata ed informata per far loro conoscere quali sono i loro diritti di obiettori di coscienza, che l’art. 9 della legge 194 specifica “L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza,e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento.”
Tra le procedure specificamente e necessariamente dirette a determinare l’ivg c’è il rilascio dell’attestato, per cui un medico obiettore deve rifiutarsi di rilasciarlo se non vuole cooperare alla uccisione di una vita umana innocente ed indifesa. La stessa cosa vale per qualunque analisi di laboratorio, ecg od altro esame o visita specificatamente richiesta ad una donna per poter essere sottoposta all’aborto volontario. E lo stesso vale anche per il farmacista in particolare quello ospedaliero nel dispensare i farmaci specificatamente e necessariamente diretti a provocare l’aborto volontario.
Per quanto riguarda gli aborti tardivi c’è in alcuni ginecologi non obiettori il malcostume di non assicurare la loro presenza in reparto per tutta la durata del travaglio di parto abortivo, ma di iniziare l’induzione del travaglio abortivo e poi andare via. A norma di legge l’aborto è definito come la morte e/o l’espulsione del feto, per cui è compito del medico e del personale sanitario non obiettore assistere il travaglio finché non si verifichino questi eventi.
L’assistenza antecedente e conseguente all’intervento era una norma legata al fatto che nei primi anni le donne venivano ricoverate nei reparti di ostetricia, da anni invece ci sono dei servizi di Day Surgey per l’aborto volontario, nei quali dovrebbe lavorare solo personale non obiettore. Negli aborti tardivi c’è ancora il ricovero nei reparti di ostetricia per cui si può verificare il bisogno di assistenza antecedente e conseguente all’intervento, ma non di partecipazione all’induzione del travaglio abortivo e all’assistenza del travaglio abortivo finchè non avviene la morte e/o l’espulsione del bambino, dovere esclusivo del medico non obiettore e del personale ostetrico ed infermieristico non obiettore. In caso di pericolo per la vita della donna qualsiasi medico sa che è suo dovere intervenire in qualsiasi momento per prestare il suo soccorso alla donna.
Ma la realtà è pesante: solo 390 su 654 strutture dotate di reparti di ostetricia e ginecologia effettuano interruzioni di gravidanza”, che questa frase sia stata scritta da un medico mi fa pensare che non abbia mai frequentato un reparto di ostetricia e ginecologia, altrimenti non l’avrebbe scritta perché saprebbe bene che è ben diverso ed è richiesto un maggior numero di punti nascita per poter assistere i 465.551 nati vivi ed i 61.580 aborti spontanei, che non è possibile programmare e prevedere rispetto agli 84.926 aborti volontari, che nel 94,7% erano programmabili ed eseguibili in D.S!
Che l’aborto farmacologico sia somministrato in pochi ospedali è un bene per le donne, perché – come è già stato sperimentato in Italia nel 2014 con le due morti (1 a Torino e 1 a Nocera Inferiore) – il suo profilo di sicurezza è inferiore rispetto al metodo chirurgico, con
una mortalità almeno dieci volte maggiore, a parità di epoca gestazionale. Alcuni eventi avversi associati all’impiego dell’aborto medico esordiscono a distanza di tempo dalla procedura, insorgendo subdolamente e progredendo rapidamente verso l’exitus. ……”(PROMED GALILEO- Aborto farmacologico mediante
mifepristone e misoprostol – Italian Journal of Gynaecology & Obstretics , Gennaio-Marzo 2008 – vol. 20 n. 1 pagg. 43-68) e perché dal punto di vista psicologico è più traumatico perché l’espulsione del bambino assieme al materiale ovulare può avvenire in qualsiasi momento a casa, anche al cospetto di altri figli o familiari, o al bagno.
Che informazione ed educazione alla contraccezione non sia la strada per prevenire l’aborto lo hanno sperimentato in tutto il mondo e numerosi sono i lavori che lo dimostrano, stupisce che l’autrice dell’articolo continui ad ignorarlo. Cito solo alcuni articoli:
Nella vicina Francia, che fa registrare una diffusione quasi a tappeto della contraccezione (il 91% delle donne in età fertile dichiara di usare contraccettivi) gli Autori dello studio realizzato dallo INED (Agenzia Nazionale Studi Demografici), che correla l’aborto volontario con l’uso della contraccezione (Magali Mazuy, Laurent Toulemon ed Eloidie Baril) affermano: “Dal 1970 la diffusione di efficaci metodi di contraccezione ha permesso la diminuzione di frequenza di gravidanze non desiderate, ma quando si verificavano il ricorso all’aborto aumentava, fino a quando il numero totale di interruzioni di gravidanza non è più sceso”.
Il periodico dell’Alan Guttmacher Institute for Planned Parenthood Federation of America, istituzione statunitense che promuove campagne a favore della contraccezione e dell’aborto, ha riconosciuto che “in sei paesi come Cuba, Danimarca, Paesi Bassi, Stati Uniti, Singapore e Repubblica di Corea il numero degli aborti e l’uso della contraccezione sono aumentati in modo simultaneo” (C. Marston, J. Cleland – Relationships between contaception and abortion: a rewiev of the evidence in “International Family Planning Perspectives” Mar 2003, 29 (1), 6-3).
Da altri studi si evince che l’aborto è un naturale prolungamento della contraccezione:
  1. Su 315 donne nelle quali il metodo contraccettivo ha fallito il 52% ha chiesto l’aborto (V. Rash et al,2002)
  1. Su 3516 donne danesi il 51% che usa metodi contraccettivi rifiutano una gravidanza non pianificata e chiedono l’aborto (Rash et al, 2001)
  1. La contraccezione non evita il ricorso allo aborto chirurgico (L.T. Strauss et al, 2002).
 Anche altri fautori della contraccezione di recente sono stati costretti a riconoscere che la pillola, considerata il più efficace contraccettivo, in effetti ha un’efficacia solo del 91% e che il 24% (circa 15.000) delle 60.952 donne che si sono rivolte per abortire nel 2016 al British Pregnancy Advisory Service (Bpas), che riunisce circa 40 cliniche inglesi e che fornisce informazioni sulla “salute sessuale” e assistenza alle donne che decidono di abortire, usavano contraccettivi ormonali o iud, ritenuti i più efficaci contraccettivi, e che oltre il 51% di queste donne usavano un contraccettivo. (Women cannot control fertility through contraception alone, says British Pregnancy Advisory Service The Farmaceutycal Journal/l11 JUL 2017).
Questi studi sono un’ulteriore conferma di quanto Ch. Tietze affermava nel 1989 «Dato che gli aborti e la contraccezione comportano l’obiettivo comune di evitare le nascite non desiderate e nascite che avrebbero avuto luogo in un momento inopportuno, esiste un’alta correlazione tra esperienza abortiva ed esperienza contraccettiva nelle popolazioni nelle quali si ha accesso tanto alla contraccezione come all’aborto, ed in quelle in cui le coppie hanno tentato di regolare il numero di figli e la distanza tra loro. In queste società le donne che hanno utilizzato contraccettivi si sottopongono più probabilmente ad un aborto rispetto a quelle che non li utilizzano. L’aborto da solo è un metodo inefficace di regolazione della fertilità, ma incrementa la sua efficacia nella misura in cui l’estensione dell’uso di metodi contraccettivi gli consente la funzione di misura di sicurezza».
La cosa che più mi rattrista è che nonostante l’evidenza dei fatti si continui a credere che l’aborto volontario è una conquista delle donne, mentre in effetti per loro continua ad essere un vero dramma di cui si rendono conto a distanza di un tempo più o meno lungo dopo averlo fatto per le conseguenze fisiche ed ancor più psicologiche cui inevitabilmente vanno incontro talora assieme ai loro più stretti familiari e della cui causa spesso non si rendono conto perché i consultori familiari tanto solleciti nel rilasciare gli attestati per abortire non si preoccupano minimamente di indagare sulle conseguenze psichiche dell’aborto, di cui esiste un’ampia letteratura mondiale.
Angelo Francesco Filardo – ginecologo
Foligno, 28 maggio 2018

 

Per andare al sito clicca il seguente link : http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=62297

 

 

Informare le donne è un dovere della Scienza e dello Stato

 

22 APRILE 2018

 

Gentile Direttore,

 

ho letto le affermazioni che l’Associazione Luca Coscioni insieme ad altri hanno fatto sulle asserite bugie dell’Associazione Pro Vita, sui rischi e sui danni che l’aborto volontario può causare alla salute delle donne. Premetto che opero come ginecologo da quasi 40 anni e quindi ho elementi esperienziali diretti sul vissuto fisico e psicologico di donne che hanno scelto l’interruzione volontaria di gravidanza e di donne, di coppie che hanno avuto aborti spontanei ripetuti (più di 500 coppie).

Il supporto psicoterapeutico, dopo aborti spontanei, aumenta il successo con figlio in braccio nelle successive gravidanze dal 32% al 72%. (Noia et al – Restoring gestational capacity in women with recurrent spontaneous miscarriages after clinical psychotherapy treatment – International Journal of Gynecology and Obstetrics (2009).

Per quanto riguarda il primo aspetto (complicazioni fisiche) constato che Gallo, Parachini e Pompili ammettano che anche l’aborto, come qualsiasi procedura medica e chirurgica, sia gravata da possibili complicazioni. Però sarebbe opportuno che alla donna che va a chiedere di abortire, oltre a parlarle in maniera generica di complicanze, qualcuno spiegasse loro queste complicanze, cui possono andare incontro, a partire da quelle più comuni a quelle più rare (la morte), come avviene sul bugiardino di qualsiasi farmaco acquistato in farmacia. E come ProVita ha fatto nel libretto.

Inoltre, nella relazione del 2015 (relativa ai dati del 2013) il Ministro della Salute scrive: “Dal 2013 il modello D12/Istat…Tuttavia, molte Regioni non hanno ancora aggiornato i loro sistemi di raccolta dati per poter riportare l’informazione in maniera completa e non è quindi possibile analizzare i risultati. Si raccomanda le Regioni di procedere alle modifiche necessarie nel più breve tempo possibile”.Questa stessa frase si ritrova anche nell’anno 2017 (4 anni dopo) per cui si può desumere che i numeri dei dati relativi alle complicazioni siano effettivamente sottostimati.

Tuttavia se assumiamo per l’anno 2014 la prevalenza di 7.4 per 1.000 IVG moltiplicando il numero delle complicazioni per il numero totale degli aborti volontari per

quell’anno, otteniamo la cifra considerevole di 721 pazienti con complicazioni da aborto volontario. Sarebbe quindi importante, per la piena consapevolezza della donna, riportare e informarla di questi dati.

Sul piano della capacità gestazionale, la rivista Human Reproduction nel 2012, riferisce che le donne con 3 o più aborti precedenti avevano probabilità 3 volte più alta di partorire un bambino prematuro. Per quanto riguarda le complicazioni relative alla mortalità materna, il Ministero della Salute afferma anche: “Si ricorda che purtroppo l’interruzione volontaria di gravidanza, come tutti gli interventi sanitari e il parto, non è esente da rischio di complicanze, fino al possibile decesso”. (Vedi relazione Ministero Salute, dati 2016 a pag. 44). Ora, visto che anche il Ministero della Salute ammette che l’aborto può provocare il decesso della donna, sarebbe opportuno che questa informazione non sia negata alla donna che chiede di abortire. Vediamo qualche cifra della mortalità materna legata all’aborto volontario nel mondo.

Secondo i dati del World Abortion Policies del 2011, delle Nazioni Unite, nei Paesi dove la legislazione dell’aborto è più restrittiva vi sono prevalenze di mortalità materne molto basse (Mauritius 15 morti su 100.000, Cile 16 morti per 100.000 aborti) mentre nei Paesi dove la legislazione è più liberale (Sud Africa 400 morti su 100.00, Nepal 830 su 100.000) le cifre di mortalità materne legate all’aborto sono molto alte. Per l’aborto farmacologico, poi, il numero delle morti da RU486 segnalate raggiunge la cifra di 27 come hanno pubblicato diversi autori tra cui Khoo et al Journal of Obstetrics and Gynaecology (2013).

Credo che ce ne sia abbastanza per affermare l’obbligo di informazione.

Sul secondo punto (rapporto aborto/maggior prevalenza di tumore al seno) è vero che c’è una certa letteratura che nega questa correlazione ma, è anche vero che ne esiste un’altra abbondante che conferma che la gravidanza a termine protegge dall’incidenza dei tumori al seno. Un lavoro recente pubblicato su Cancer Causes and Control (2013) evidenza che l’aborto indotto è significativamente associato al rischio di cancro al seno. In particolare: un aborto indotto aumenta il rischio di cancro al seno del 44%, due aborti del 76% e tre aborti dell’89%.La popolazione cinese è particolarmente adatta a queste meta analisi sia per l’enorme prevalenza di aborto volontario, sia per la numerosità della popolazione studiata (A meta-analysis of the association between induced abortion and breast cancer risk among Chinese females. Huang Y et Al. Cancer Causes & Control, 2013).

Gli studi della Lanfranchi sulla suscettibilità delle mammelle a istotipo 3 e 4 che maturano dopo 32 settimane in forme protettive dal cancro al seno, sono dati accettati da moltissimi ricercatori e, trovano fondamento scientifico nell’evoluzione istologica e funzionale delle cellule mammarie durante la gravidanza; anzi, aver avuto gravidanze a termine, fa parte dei punteggi di protezione insieme all’allattamento e il menarca dopo 10 anni. Joel Brind, professore di biologia e endocrinologia al Baruch College di New York e co-fondatore del Breast Cancer Prevention Institute, ha evidenziato sul Journal of Epidemiol Community Health una «probabilità del 30% in più di sviluppare cancro al seno» per le donne che hanno avuto aborti indotti.

Il terzo aspetto, che riguarda l’aborto volontario e la salute mentale delle donne ha bisogno di una piccola premessa. Non c’è peggior servizio all’umanità, qualunque sia la fede di appartenenza, o il suo credo politico, o la sua visione filosofica e antropologica di quella pseudo-cultura scientifica che, per far prevalere la sua convinzione, cerca di silenziare e di sminuire l’importanza di tutto il patrimonio di conoscenza sulla verità della persona umana, sull’essere umano, unico e irripetibile che è ciascuno di noi. Ognuno di noi è stato un embrione e la scienza vera, veramente libera da influenze di lobbies e convinzioni anti umane lo ha sancito da molto tempo.

Allora bisognerebbe chiedersi: come è possibile che tutta questa dimensione simbiotica (il feto è addirittura medico della madre!), quando viene interrotta, possa non comportare conseguenze sul piano psicologico e fisico? Noi tutti soffriamo quando perdiamo una persona cara, fisicamente e psicologicamente: come è possibile che non si soffra quando si perde un figlio? Noi tutti sappiamo quanta solitudine del cuore abbiamo, quanta tristezza si verifica dopo un lutto. E perché la natura umana dovrebbe fare un distinguo in base ai centimetri e ai grammi del figlio che si perde? Infatti, la natura non fa questa distinzione: il tempo di elaborare la perdita di un embrione al 2° mese è sovrapponibile al tempo di elaborare la perdita di un uomo adulto. (Noia et al – International Journal of Gynecology and Obstetrics (2009).

Diventa, quindi, poco credibile affermare che la perdita di un figlio, qualunque siano le sue dimensioni sia irrilevante per la salute della donna, soprattutto se questo evento non avviene naturalmente ma come una precisa scelta volontaria della madre verso il figlio. Affermare che, sulla base di studi datati e controversi, non ci siano problematiche sulla salute psicologica delle donne, dopo un aborto volontario, è quanto di più anti scientifico si possa dire. A tal proposito elenco alcuni recentissime pubblicazioni (delle 50 selezionate) che riconoscono questa problematica di forte impatto sulla salute mentale della donna:
• Curley M & Johnston C (2013), The characteristics and severity of psychological distress after abortion among university students, Journal of Behavioral Health Services & Research 40(3):279-293.
• Olsson CA, Horwill E, Moore E, Eisenberg ME, Venn A et al. (2013), Social and emotional adjustment following early pregnancy in young Australian women: a comparison of those who terminate, miscarry, or complete pregnancy, J Adolesc Health 54(6):698-703.
• Sullins DP (2016), Abortion, substance abuse and mental health in early adulthood: Thirteen-year longitudinal evidence from the United States, SAGE Open Med 4:1-11.

Infine in una revisione meta analitica, il Dr Greg Pike, (Founding Director of Adelaide Centre for Bioethics and Culture, Australia, ABORTION AND WOMEN’S HEALTH An evidence-based review for medical professionals of the impact of abortion on women’s physical and mental health, April 2017) concludeva che le donne hanno diritto di essere informate di tutti i rischi associati all’aborto volontario e gli operatori sanitari hanno l’obbligo di fornire tutte le informazioni rilevanti.

In conclusione, prima di affermare che Pro Vita ha riportato dati non scientifici, bisognerebbe essere più prudenti e prima di dare del bugiardo a tantissimi gruppi nel mondo di eminenti scienziati (Pro Vita ha riportato quello che questi ricercatori hanno pubblicato), bisognerebbe essere più rispettosi e onesti intellettualmente. La scienza è veramente libera quando è vera e se vuole fare un servizio alle donne le deve informare per prevenire i danni fisici e psicologici. La salute delle donne è un bene prezioso da salvaguardare così come la capacità di procreare ma, espropriare le donne della verità di informazione equivale a rubare la loro salute, il loro corpo e il loro futuro, e soprattutto la loro dignità. Rubare beni materiali è grave ma, rubare l’anima a la dignità di una persona è un delitto contro l’umanità, tutta l’umanità.

Giuseppe Noia
Direttore Hospice Perinatale – Centro per le Cure Palliative Prenatali Policlinico Gemelli, Roma
Presidente A.I.G.O.C. (Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici) 

A Macomer “L’etica incontra la scienza”

28-10-15

di Giuseppe Manunta

L’Associazione Italiana Ginecologi ed Ostetrici Cattolici organizza a Macomer, il prossimo 7 Novembre, nell’Auditorium delle ex Caserme mura un incontro della Scuola itinerante AIGOC, intitolato “L’etica incontra la scienza. La buona cura per la salute della madre e del nascituro”. Il nostro tempo cavalca vertiginosamente la fretta del “tutto e subito”, e al detto “Un uomo vale tanto quanto pensa” si è sostituito il detto “Un uomo vale tanto quanto appare”.
Anche la scienza ha risentito di questa mutazione antropologica, dove l’uomo virtuale dell’apparenza si è sostituito alla verità dell’uomo, all’uomo reale. Il convegno mira a provocare riflessioni sul “talento del tempo” che abbiamo ricevuto e di cui dobbiamo rendere conto e sul dono inestimabile della vita.
La finalità è quella che, coniugando nel “giardino dei gentili” le ragioni della ragione scientifica, giuridica ed etica si possa riflettere sulla verità della persona umana, sulla sua preziosità e bellezza con onestà intellettuale contro approssimazioni e falsità ideologiche e scientifiche che sono figlie della cecità del cuore. Confluire su percorsi che portano ad invertire questa realtà di decadenza scientifica, culturale ed umana significa aprire gli occhi della mente e del cuore. In tal modo i valori più belli come il dono della vita, la giustizia, la libertà di coscienza, la solidarietà e la verità sull’uomo e su tutto l’uomo diventano raggi di luce che sanano le ferite dell’uomo del nostro tempo e si trasformano in feritoie, attraverso cui la conoscenza ci fa assaporare il servizio alla “grande bellezza”: la persona umana.
Il Corso è rivolto a Specialisti in Ginecologia ed Ostetricia, Medici di Medicina Generale, Ostetriche e Infermieri, Operatori della Pastorale Sanitaria, Famiglie. La quota d’iscrizione al Convegno è di 30,00 euro per i medici e 10,00 euro per le famiglie. L’iscrizione deve essere completata preferibilmente entro il 25 ottobre 2015 compilando il modulo d’iscrizione al corso scaricabile dal sito: www.aigoc.it . La stessa si potrà effettuare anche direttamente in sede, il giorno del convegno.

Per visualizzare la Brochure del convegno CLICCA QUI      MACOMER NOV 15 BROCHURE

Diocesi: San Marino-Montefeltro, venerdì 26 gennaio a Domagnano incontro su “Questo è un uomo. Teniamone conto quando si parla di aborto”

23-01-18

Sarà “Questo è un uomo. Teniamone conto quando si parla di aborto” il tema dell’incontro in programma per venerdì 26 gennaio, a Domegnano, nella Repubblica di San Marino. Alle 20.30, presso la sala Montelupo, interverranno Angelo Francesco Filardo, vicepresidente Associazione italiana ginecologi ostetrici cattolici (Aigoc), Tommaso Scandroglio, docente di etica e bioetica all’Università Europea di Roma, Cinzia Baccaglini, psicologa e psicoterapeuta specialista in disturbi traumatici post aborto, Maristella Paiar, avvocato dell’associazione Giuristi per la vita, e Gabriele Raschi, docente di etica e bioetica. L’incontro – promosso dalla Fondazione Santo Marino e da Giuristi per la vita, in collaborazione con associazioni e aggregazioni laicali della diocesi di San Marino-Montefeltro – si inserisce nell’ambito degli “80 giorni per la vita”, che la diocesi ha pensato per sensibilizzare sulla questione dell’aborto e segue l’incontro con Gianna Jessen, che – si legge in una nota – “ha mostrato che cosa sarebbe potuto accadere con questa giovane stupenda, se solo l’aborto salino avesse fatto il suo corso”. La conferenza del 26 gennaio vuole “fare chiarezza su un argomento – la difesa della vita umana – che non ha bisogno di slogan né di prese di posizione acritiche”. Secondo gli organizzatori, “c’è bisogno di conoscere la realtà dei fatti, sia per quanto riguarda l’aborto sia per le conseguenze nella vita della donna che subisce tale pratica”.

«Una missione possibile», buon risultato per l’incontro del Movimento per la Vita di Rieti

27-10-17

Il Centro di Aiuto alla Vita del Movimento per la Vita di Rieti impegnato  in un percorso di formazione ed approfondimento intorno alle ragioni da sostenere  perché la vita sia accolta sin dal concepimento fino alla sua fine naturale.

“Una missione possibile” il titolo dell’incontro svoltosi il 14 ottobre presso l’accogliente sede del complesso Casa del Buon Pastore in via del Terminillo al quale hanno partecipato gli aderenti alla realtà associativa  che è  presente sul territorio con varie iniziative  anche presso scuole della Provincia,  con spirito di prossimità diffusa e di cooperazione con varie realtà aggregative anche  attraverso il proprio Punto Vita. La vita del concepito, come “Uno di noi”, è stato il tema centrale dell’incontro.

Il Dott. Alberto Virgolino, medico ginecologo, Presidente del Movimento e Centro di Aiuto alla Vita di Terni e Membro A.I.G.O.C.(associazione italiana Ginecologi e ostetrici cattolici), ha sviluppato le problematiche legate all’aborto nascosto in termini di prevenzione trattando il tema: ”Quale prevenzione per l’aborto nascosto e per l’aborto terapeutico”. Il fenomeno della deospedalizzazione dell’aborto chimico con la diffusione della assunzione di prodotti medicinali, ritenuti contraccettivi, ma in realtà abortivi, al di fuori delle strutture ospedaliere e dunque addirittura in contrasto aperto con la stessa legge n. 194/78 introduttiva della IVG e la legge n. 405/1975 istitutiva dei consultori familiari ai quali essa assegna anche il compito di fornire alle gestanti informazione ed assistenza per contribuire a far superare le cause che potrebbero indurre la donna ad abortire. Il valore della vita di ogni essere umano già dal momento del concepimento ed il progresso straordinario della medicina per la possibilità di cura intrauterina del figlio diagnosticato imperfetto.

L’Ing. Roberto Bennati Pres.te della Federazione MPV-CAV del Lazio e Vice presidente nazionale del MPV Italiano ha ricordato nella relazione su “Il Movimento per la Vita da 40 anni per una cultura dell’accoglienza” l’escursus storico della vita del Movimento, le ragioni, le idealità e l’impegno profuso per la diffusione di una sana cultura in difesa della vita dal suo nascere alla sua naturale fine, con le opere concretamente svolte a sostegno di donne in difficoltà per varie ragioni nell’accoglienza di un figlio. Case di accoglienza, centri di aiuto alla vita, servizi SOS Vita per le mamme a rischio di aborto per motivi non legati alla propria volontà a causa anche di difficoltà economiche o per ignoranza. Testimonianza di accoglienza da parte di varie realtà nel Lazio tra cui la Casa di accoglienza  di Viterbo di cui è presidente l’arch. Maria Fanti.

La presenza del vescovo Domenico Pompili  ha onorato la realtà associativa  manifestando nell’intervento introduttivo, apprezzamento per l’impegno che i volontari dispiegano  nel portare avanti una missione prioritaria che è quella di difendere il valore di ogni vita umana a cominciare da quella più indifesa costituita dal bambino non ancora nato. Un incoraggiamento a proseguire nella testimonianza con opere concrete rendendo sempre più visibili e comprensibili le ragioni di questa missione.

In conclusione, un cammino intensificato nel mese missionario, come spiega la presidente del Movimento d.ssa Maria Laura Petrongari Andreani, con momenti di riflessione ed approfondimento sia sotto il profilo scientifico che etico sui temi cari al Movimento nella consapevolezza che la responsabilità individuale e collettiva passa attraverso la conoscenza, lo studio dei problemi e il dialogo tra posizioni anche diverse per poter fare scelte consapevoli: costruire condizioni di speranza per una nuova umanità. Tutelare il bene più prezioso che abbiamo che è la vita.

I lavori del Mpv sono proseguiti nel pomeriggio in seno alla assemblea della Federazione Regionale.

http://www.frontierarieti.com/wordpress/una-missione-possibile/

 

Fallimenti alti e 160mila embrioni sacrificati

di Marco Guerra

15-07-17

Il Ministro della Salute presenta la relazione annuale sulla legge 40. Nessun dato sulle spese sostenute dalle regioni per l’acquisto di ovuli e di seme dall’estero e molti dubbi sulle donatrici estere. Le percentuali di successo sono del 15,92 % mentre c’è un incremento degli embrioni “sacrificati” che sale a 160mila. E’ uno dei frutti della sentenza che ha sdoganato l’eterologa riportando tutto al far west riproduttivo che la legge 40 mirava a cancellare.

Da quando i tribunali italiani hanno smontato la legge 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita l’Italia è ripiombata in un far west in cui le tecniche di fecondazione omologa e eterologa sono regolamentate per molti aspetti dalle singole regioni. Per farsi un idea del fenomeno è quindi necessario prendere in esame la relazione annuale al Parlamento del Ministro della Salute sull’applicazione della legge 40. L’ultima, presentata lo scorso 5 luglio, è stata definita dall’Associazione Italiana Ginecologi e Ostetrici Cattolici (A.I.G.O.C.) un vero e proprio “bollettino di guerra”.

Aigoc ricorda anzitutto che le tecniche di fecondazione extracorporea vengono “praticate in Italia prevalentemente a spese dei contribuenti italiani essendo state inserite nei livelli essenziali di assistenza pur non essendo terapie della sterilità ed infertilità di coppia e pur non avendo un’efficacia tale da giustificare il loro diffuso impiego a spese dei contribuenti (solo il 15,92% delle coppie che si sottopongono a tali tecniche riesce ad avere uno o più figli in braccio dopo uno o più cicli praticati nello stesso anno)”.

A tal proposito vale la pena ricordare che nel 2014 fu emessa la sentenza della Corte Costituzionale che ha reso possibile tentare di avere un bambino con gli ovuli di un’altra donna e il seme di un altro uomo esterni alla coppia. Poi dal gennaio 2016 i nuovi Lea (livelli essenziali di assistenza) hanno previsto che tra le prestazioni sanitarie che il sistema nazionale deve fornire gratuitamente c’è anche la fecondazione eterologa e nel frattempo alcune regioni già avevano provveduto a fornire questo servizio. Un paradosso se si considera che molti farmaci per la cura dell’epatite C non sono mutuabili e che per avviare un’adozione una coppia è costretta a spendere diverse migliaia di euro.

In questa cornice, risulta quanto meno opaco il fatto che la relazione presentata al Palamento non riporti alcun dato sulle spese sostenute dalle regioni per l’acquisto di ovuli e di seme dall’estero; procedimento non eludibile visto e considerato le pressoché inesistenti donazioni (l’articolo 12 della legge 40 vieta la compravendita di gameti) provenienti da uomini e donne italiane che, anche secondo diversi sondaggi sul tema,  sono culturalmente contrari all’idea di spargere in giro le loro cellule riproduttive per dare vita a figli che non conosceranno mai.

Fatto sta che la ricerca di ovuli all’estero è stata condotta anche dalle singole strutture sanitarie, come testimonia un avviso di gara del 29 ottobre 2014 pubblicato sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea dall’Ospedale Careggi di Firenze: «L’azienda ospedaliera universitaria Careggi intende conoscere quali istituti, in possesso dei necessari requisiti, sono interessati a collaborare, all’occorrenza, per l’approvvigionamento di gameti».

Ma se sui costi del servizio il documento presentato alle aule parlamentari è completamente carente, offre invece una discreta panoramica circa le coppie trattate, gli embrioni trasferiti e quelli nati vivi. Gli ultimi dati disponibili sono quelli relativi al 2015, anno in cui per la prima vota sono stati conteggiati anche i primi casi di inseminazione eterologa.

Ebbene le coppie sottoposte ai trattamenti sono poco meno di 60.000, di cui circa 2100 con eterologa;  il numero di embrioni trasferiti ammonta a 98.120 e i nati vivi sono solo 11.029, in termini percentuali appena 15,92 %, ovvero meno di una coppia su sei riesce da avere un bambino alla fine di tutti i trattamenti per la fecondazione extracorporea. Quello che poi fa impressione è il numero degli embrioni che la ricerca definisce “sacrificati”, tra questi gli ovociti inseminati non trasferiti e gli embrioni crioconservati e poi scongelati.

Numeri che sono stati elaborati dal vicepresidente di Aigoc, il dott. Angelo Francesco Filardo, il quale ha evidenziato che sottraendo i nati vivi (11.029) e quelli rimasti crioconservati (34.490) dalla cifra totale degli embrioni prodotti risultata che circa 160.000 di questi sono stati “sacrificati”. Si tratta di un numero in aumento rispetto al 2014 (149.953). Tra altro, in un comunicato ufficiale gli ostetrici e ginecologi cattolici sostegno che “tale cifra non rispecchia la realtà perché i dati offerti sulle fecondazioni eterologhe sono molto carenti e non permettono di risalire al numero totale effettivo di embrioni prodotti per cui è stato preso per buono il numero di 3.924 embrioni trasferiti in utero, che è molto basso rispetto ai 21.476 ovociti ed ai 1.161 embrioni importati dalla Danimarca, Grecia, Rep. Ceca, Spagna, Svizzera (la cifra più verosimile si aggira sui 168.200)!”.

“Ci sorprende e ci lascia perplessi la grande generosità delle “donatrici” straniere, che hanno “offerto” la stragrande maggioranza degli ovociti utilizzati nel 2015 per le fecondazioni eterologhe – si legge ancora nella nota dell’Aigoc – richiedendo la ovodonazione una stimolazione ovarica per far maturare più ovociti (in media 6,9) ed un prelievo degli stessi”.

In effetti la relazione non spiega come avvengono all’estero quelle che per la legge italiana dovrebbero essere delle semplici donazioni. Lo scambio in denaro dovrebbe avvenire solo a titolo di rimborso spese, ma non è mai stata stabilita qual è la consistenza di tale rimborso.

Un altro aspetto allarmante è l’aumento della crioconservazione. Nel 2015 sono stati criopreservati  34.490 embrioni, il 31% dei cosiddetti embrioni prodotti e trasferibili con punte del 55,8% nel Lazio, del 49% nella Provincia autonoma di Bolzano e del 41,2% in Umbria mentre ne sono stati scongelati solo 20.444. Su questo versante le coppie e le strutture ospedaliere che si occupano di procreazione in vitro sono state deresponsabilizzate dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 151/2009, che ha tolto il divieto della produzione al massimo di tre embrioni da trasferire simultaneamente in utero.

Da parte loro, denunciano i ginecologi cattolici, il Parlamento ed il Governo non si sono  preoccupati di arginare questa anarchia riproduttiva, varando nuove linee guida che impediscano  la sovrapproduzione incontrollata di embrioni. In realtà nell’agosto del 2015 queste linee guida sono state elaborate, ma per forza di cose si sono dovute limitare a recepire la sentenza del 2009 che fissa la produzione di embrioni in un numero “strettamente necessario” stabilito dal medico che segue la coppia. Insomma di fatto la politica la politica è stata esautorata dalla magistratura, la quale ha elaborato una dicitura così vaga che ora viene aggirata sia dalle cliniche private sia dagli ospedali pubblici che hanno tutti gli interessi a congelare più embrioni possibili. Va da se che si tratta di vite umane in nuce che non possono essere lasciate sospese a tempo indeterminato nell’azoto liquido come oggetti inutili.

http://www.lanuovabq.it/it/fallimenti-alti-e-160mila-embrioni-sacrificati

 

Sì alla fertilità, ma non con ogni mezzo

Il 22 settembre sarà il Fertility Day. Il parere del dott. Angelo Filardo dell’Associazione ginecologi cattolici

Continua ad aumentare in Italia il numero di embrioni “sacrificati” per consentire la fecondazione “extra-corporea”, fenomeno che va letto in concomitanza con l’aumento di donne ultra-40enni che decidono di avere un figlio. È il dato che risulta dalla recente relazione annuale fatta, di fronte al Parlamento, dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin.

Intanto, per promuovere un’inversione di tendenza rispetto al calo demografico nel nostro Paese, lo stesso Ministero ha lanciato per il 22 settembre il primo Fertility Day. Notizia in sé positiva, ma che – nell’ottica delle attuali tendenze del “mercato” della vita nascente – potrebbe finire per promuovere un modello distorto.
“Ci auguriamo – scrive infatti il dott. Angelo Filardo, vice presidente nazionale dell’Aigoc (Associazione ginecologi e ostetrici cattolici) – che il Fertility Day non diventi una vetrina delle tecniche e dei centri di riproduzione umana, ma che sia un momento di riscoperta della bellezza della fertilità umana e del bisogno improcrastinabile di conoscerla, preservarla dai numerosi rischi presenti nel nostro tempo, rispettare i ritmi in essa presenti, mettendo i giovani in condizioni di poter procreare nell’età migliore, imparare a conoscere e utilizzare le informazioni che essa ci offre secondo i bisogni della coppia (ottenere, rinviare o evitare la gravidanza), valorizzando i metodi naturali di regolazione naturale della famiglia, che oltre a essere molto efficaci, scientificamente provati, ecologici, vengono insegnati gratuitamente”.
Quanto alla relazione del ministro Lorenzin sull’attuazione della legge 40/2004 nell’anno 2014 – osserva ancora Filardo -, si registra “una significativa impennata rispetto agli anni precedenti del numero di embrioni sacrificati, 149.950, e degli embrioni crioconservati, 28.757! Questi 149.950 rappresentano l’altissimo costo in vite umane delle tecniche di fecondazione extracorporea, che le rende umanamente inaccettabili, e che viene ancora poco considerato dai nostri parlamentari, dal ministro della Salute, dal Governo, dai mass media, da tanti medici e dagli educatori”.
E ancora: deve far riflettere “il significativo aumento delle donne con età superiore a 40 anni che si sono sottoposte a queste tecniche; per cui l’età media delle donne nel 2014 è stata 36,7 anni, con un aumento progressivo delle pazienti con più di 40 anni che iniziano un ciclo con le tecniche a fresco (32,9% nel 2014, rispetto al 31,0% nel 2013, e al 20,7% del 2005)”.

E in Umbria? In generale, “i dati relativi alle singole regioni contenuti nella Relazione ministeriale non sono dettagliati e contengono meno informazioni di quelli cumulativi, per cui non è possibile calcolare esattamente il numero totale di embrioni sacrificati in Umbria nel 2014. Infatti i 681 riportati nella tabella 3.4.26 sarebbero solo il 66% di tutti gli ovociti fecondati (tabella 3.4.13), per cui potrebbero essere 1.032. Mancano, inoltre, dati certi sul numero di embrioni trasferiti in utero, in particolare dopo lo scongelamento di embrioni”.
Seppure “apparentemente i dati umbri sembrerebbero più favorevoli rispetto a quelli nazionali, tale dato è negativamente influenzato dal numero delle coppie trattate e dalla carenza dei dati offerti”.
L’età media delle donne che hanno fatto ricorso alla fecondazione in vitro in Umbria è di circa 37 anni. anni. Le coppie che hanno avuto almeno un figlio in braccio sono 67 (il 18,81% delle coppie trattate, il 16,3% dei cicli iniziati)”.

Sì alla fertilità, ma non con ogni mezzo

 

In occasione della 6° Marcia per la Vita di Roma, convegno alla LUMSA

organizzato da Vita Umana Internazionale e il Comitato Verità e Vita,

si terrà il giorno prima della marcia a Roma

Per la Vita senza compromessi” è il titolo del convegno che sabato 7 maggio, a partire dalle 14.30, precederà la 6° Marcia Nazionale per la Vita di Roma – prevista la mattina di domenica 8 maggio – e si svolgerà nell’Aula Magna della Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA), in via di Borgo Sant’Angelo 13.

Promosso da Vita Umana Internazionale (ufficio di Roma di Human Life International) e dal Comitato Verità e Vita, il convegno offrirà ai partecipanti l’opportunità di riflettere sul tema della vita umana innocente e sulla dignità di ogni essere umano dal concepimento alla morte naturale. Il convegno, come affermano gli organizzatori, “è un’occasione per svegliare le coscienze assopite e per mobilitarle in un improcastinabile impegno culturale di ricostruzione della cultura della vita e nella battaglia per contrastare la legalizzazione di altri attentati alla vita umana debole ed indifesa e di distruzione della famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna”.

“Nonostante la chiarezza del Magistero della Chiesa Cattolica, che non ammette compromessi quando si tratta con principi morali fondamentali” – affermano gli organizzatori – “in questi ultimi 50 anni più di una volta il compromesso, la ricerca del male minore, la conservazione del potere e/o di privilegi hanno condotto l’Italia su un piano inclinato etico spaventoso e molto pericoloso perché oltre all’approvazione di leggi ingiuste (divorzio, aborto volontario, fecondazione extracorporea, divorzio breve, indottrinamento gender nelle scuole, …) si registra un’assuefazione della maggior parte dei cittadini a queste leggi ed alle stragi da esse determinate”.

Il convegno, che si svolgerà interamente in lingua italiana, vedrà tra i relatori principali, Angelo Filardo, Ginecologo, Presidente del Comitato Verità e Vita e Segretario Naz. Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici (AIGOC), che tratterà il tema degli Attentati alla vita nascente; Giacomo Rocchi, Magistrato della Corte di Cassazione, che illustrerà le Applicazioni giurisprudenziali in atto sulla vita umana; Maria Pia Baccari, Docente di Diritto Romano presso la LUMSA, che ripercorrerà la Storia e attualità della “Curator Ventris” e Stefano Fontana, Direttore della Rivista Diocesana “Vita Nuova” di Trieste e Direttore dell’Osservatorio Internazionale “Card. Van Thuân”, che terrà la relazione Sull’indisponibilità non si può trattare.

Tra i prelati presenti al convegno da segnalare Mons. Luigi Negri, Arcivescovo della Diocesi di Ferrara Comacchio e Abate di Pomposa, che terrà la relazione su Quale educazione ai principi senza compromessi; Mons. Livio Melina, Preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, che spiegherà Profezia e attualità della Humanae Vitae quasi 50 anni dopo e Don Stefano Tardani, Fondatore del Movimento dell’Amore Familiare, che toccherà il tema La dimensione spirituale della persona. Apriranno il Convegno Don Francesco Giordano, Direttore di Vita Umana Internazionale (ufficio di Roma di Human Life International), e Don Shenan Boquet, Presidente di Human Life International, che darà un respiro internazionale all’evento.

I lavori inizieranno alle 14.30 nell’Aula Magna della Lumsa, per terminare alle 19.30.

PER LA VITA SENZA COMPROMESSI

Prima della prossima Marcia Per la Vita, che si terrà a Roma l’8 maggio, è stato organizzato un Convegno Nazionale dal Comitato Verità e Vita, insieme a Vita Umana Internazionale (VUI )

Il convegno si svolgerà sabato 7 maggio 2016, alle 15:00,  a Roma nell’Aula Magna dell’Università LUMSA.

E’ stato adottato un titolo che è lo stesso slogan della Marcia per la Vita per sottolineare la stretta continuità del Convegno con la Marcia e la ricerca di unità/comunione nel variegato mondo pro life, che secondo noi la Marcia per la Vita deve far crescere anno dopo anno.

Inoltre, “Per la Vita, senza compromessi” è una espressione coniata ed usata dal nostro indimenticabile amico e primo presidente Mario Palmaro, ed è stata un primo motivo ispiratore della nascita del Comitato Verità e Vita, ai tempi della legalizzazione della fecondazione artificiale. Tra l’altro, in suffragio di Mario, sarà celebrata una Santa Messa domenica 8 maggio alle ore 08,00  nella Basilica dei SS. Cosma e Damiano (Via dei Fori Imperiali, 1).

L’impegno per la vita senza compromessi è anche il campo di azione di Vita Umana Internazionale, per cui la scelta di questo titolo – più che mai attuale! – è stata pienamente condivisa.

Il Convegno con  i saluti del Dr. Angelo Francesco Filardo Presidente del Comitato Verità e Vita,  Segretario Naz. Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici (AIGOC), che in seguito parlerà su Gli attentati alla vita nascente; di Don Francesco Giordano Direttore di Vita Umana Internazionale (VUI), di Don Shenan Boquet, Presidente di Human Life International (HLI), e del Dr. Joseph Meaney, Direttore del Coordinamento Internazionale di Human Life International (HLI).
Interverranno la Prof.ssa Maria Pia Baccari, Docente di Diritto Romano presso la “Libera Università Maria Santissima Assunta” di Roma (Storia ed attualità del curator ventris), il Dr. Giacomo Rocchi, Magistrato della Corte di Cassazione (Applicazioni giurisprudenziali in atto sulla vita umana), il Dr. Stefano Fontana, Direttore Rivista Diocesana “Vita Nuova” Trieste, e dell’Osservatorio Internazionale “Card. Van Thuân (Sull’indisponibilità non si può trattare), Don Stefano Tardani, Fondatore del Movimento dell’Amore Familiare (La dimensione spirituale della persona), Prof.ssa Marisa Orecchia, Vice Presidente del Comitato Verità e Vita, Prof. Mons. Livio Melina Preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia (Profezia ed attualità della Humanae Vitae quasi 50 anni dopo) e S. E. Mons. Luigi Negri Arcivescovo della Diocesi di Ferrara Comacchio e Abate di Pomposa (Quale educazione ai principi senza compromessi).

IL MIRACOLO DI UNA NUOVA NASCITA

 

Scienza e coscienza sono un binomio inscindibile. Infatti, quando la scienza è illuminata dalla fede, l’altezza della vocazione medica tocca l’umanità dell’uomo in modo profondo ed esistenziale. È quanto emerso dalla conferenza del Prof. Giuseppe Noia (nostro conterraneo) presso la “Casa del-la Cultura” in Palmi il 27 Ottobre u.s. L’evento, che fa parte del secondo ciclo di incontri dal titolo “scienza e vita”, è stato fortemente voluto dal vescovo Mons. Francesco Milito, che ha confermato, ancora una volta, la sua sensibilità nel veicolare tematiche di bioetica nella diocesi di Oppido M. – Palmi. Da notare che nello stesso luogo, vent’anni fa, è stato ospite il Prof. Mancuso (definito un maestro dal Prof. Noia). Ad aprire i lavori, porgendo i saluti di tutta la cittadinanza palmese, è stato il Sindaco Giovanni Barone. Successivamente, l’introduzione di S.E. Mons. Francesco Milito, che ha definito il luogo “tempio della cultura” a Palmi, ha fatto notare quanto sia necessario per l’uomo capire se stesso. Scoprire la verità che lo abita. Considerare che intorno a tematiche quali la vita nascente, c’è bisogno di interrogare persone appassionate, competenti, e che spendono la loro vita per tutelare la vita nascente. Inoltre, che destino lo stupore per l’affascinante realtà della gravidanza, con tutto ciò che precede e succede tale momento della vita di coppia in particolare, e della donna nello specifico. Il Prof. Noia prendendo successivamente la parola, ha presupposto che nella propria vita, la scienza da un lato e la fede dall’altro, sono state le componenti specifiche che hanno guidato il proprio operato professionale. An-che perché “la scienza senza il faro dell’etica è una scienza che s’incaglia” negli scogli delle difficoltà umane. Ha inoltre fatto notare che intorno alla vita nascente gravitano tante informazioni fuorvianti (alcune decisamente non veritiere) e poca conoscenza. Capace quest’ultima di spostare l’accento dal sapere al sàpere (dal latino “assaporare”). Ha precisato che purtroppo in alcune realtà, intorno alla vita nascente, si registra una deriva sia morale che della ragione. La domanda di partenza è stata: con quali occhi vediamo la vita? Con gli occhi del calcolo matematico o con quelli del cuore? La risposta positiva in un senso o nell’altro porta a conclusioni proprie ed ovviamente diverse. Che la vita umana abbia un senso, tutti lo capiscono, ma quanti la difendono? Proprio per questo oggi necessario riaffermare la “sensatezza” della vita. Quella nel grembo materno, nello speci-fico. La sensatezza di una vita che già, in tale delicato momento, trova difficoltà di identificazione. A tal proposito, la beata Madre Teresa di Calcutta ha avuto a dire che pro-prio loro, i bambini non nati, sono i poveri più poveri. Considerando in particolare che la dignità umana è sempre presente, dal concepimento fino all’ultimo respiro. Dall’alba al tramonto. È stato chiaro che il miracolo di una nuova vita ed il rispetto della vita umana fin dalla sua prima individuazione, non è un sentimento generico, ma l’incontro con una precisa responsabilità: quella di un “vivente” umano la cui dignità non è affidata soltanto ad una nostra benevola considerazione o ad un impulso umanitario, ma ad una chiamata divina. Il concepito, non è solo “me” o “mio” o “dentro di me” ma “davanti a me”. Il fi-glio è presenza che interroga la vita. A noi il dovere di riconoscerlo fin dal principio e di garantirgli il diritto alla vita. Successiva-mente, si è aperto un momento di dibattito, in cui il Prof. Noia ha potuto rispondere alle molteplici domande che il pubblico ha voluto rivolgere. Le conclusioni sono state affidate a S.E. Mons. Francesco Milito che ha approfittato dell’occasione per lanciare un appello al Sindaco Barone ed alla sensibilità comune: “quanto sarebbe bello che anche nella nostra diocesi, magari all’interno del costruendo ospedale, si creasse un perinatal hospice” (un reparto pensato per i “feti terminali”). Lo stesso sarebbe la risposta più concreata ed umana, quando l’unica alternativa prospettata è l’aborto terapeutico. Si tradurrebbe in un accompagnamento per il nascituro, fatto con amore, rispetto e riconoscenza. In conclusione, sembra che il nostro tempo, oltre ad affermare l’esistenza di Dio, abbia bisogno di riaffermare anche l’esistenza dell’uomo, riabilitando antiche domande sulla nostra vocazione originaria e quindi sulla “capienza infinita” della nostra fragilità umana. Dobbiamo sforzarci di rileggere la grammatica della vita, della creazione, della speranza, dell’amore. Tutto questo, restando aperti alla vita, restando aperti all’amore. L’evento, a dir di tutti, ha lasciato il segno. Proprio per questo, incontri di tale spessore, sarebbero l’ideale per tener desta la “sacralità” della vita ed il rispetto della vita nascente.

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