FAKE NEWS E DISINFORMAZIONE SULL’ABORTO

di  Francesca Romana Poleggi

 

Sistematicamente la propaganda abortista, da più di 40 anni, propala menzogne per legit-timare moralmente, prima che legalmente, la soppressione della vita nel grembo materno, con grave detrimento anche per la salute della madre.
Per confutare alcune di queste fake news, con il professore Giuseppe Noia (direttore dell’Hospice Perinatale – Centro per le Cure Palliative Prenatali Policlinico Gemelli di Roma e presidente dell’Aigoc) e la dottoressa Marina Bellia (European Biologist del Grup-po Ricerca Biomedi@ presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum) abbiamo inviato alla rivista scientifica internazionale del Campus Biomedico Medic un corposo articolo intitolato Fake news e aborto, che sarà pubblicato nel 2019. Ad esso rimandiamo i Lettori che vorranno approfondire i temi che qui vengono accennati.

 

Nell’era di internet girano notizie di ogni tipo, anche tante bugie e mezze verità. Per difendersi da esse occorre spirito critico e senso di responsabilità. A livello nazionale ed europeo c’è chi vorrebbe istituire una sorta di “Ministero della Verità”, di orwelliana memoria. Invece, fa notare giustamente il Garante per la privacy, Antonello Soro, nella sua ultima relazione annuale: «in democrazia l’esattezza non è conseguibile altrimenti che con il pluralismo dialettico» ed «è illusorio pensare che possano esistere nuove autorità od organi certificatori della verità».

Le fake news vanno contrastate con l’educazione al pensiero critico, con la sistematica verifica delle fonti, con il senso di responsabilità di chi opera in internet e nel settore dell’informazione.

Purtroppo, poi, le notizie false, falsate o le reticenze colpevoli vengono veicolate anche dai grandi mass media e dalla letteratura ufficiale. Un esempio recente ed eclatante – teso a colpire e ad annichilire il diritto all’obiezione di coscienza del personale sanitario – è la favola della donna veneta che ha cercato di abortire in 23 ospedali, prima di riuscirci: la Cgil la ha assistita nella denuncia. La bugia è stata pubblicata anche da grandi quotidiani, come Il Corriere della Sera, ma poi la magistratura ha accertato che era tutta una bugia e che l’aborto si è svolto nei limiti di tempo previsti. Il Corriere, però, ha pubblicato la notizia sulla prima pagina dell’edizione nazionale; due volte, la smentita solo sull’edizione regionale veneta.

Le smentite – magari facili – spesso non ottengono la stessa risonanza mediatica dei falsi, soprattutto quando entra in ballo l’ideologia. Sistematicamente, infatti, da più di quarant’anni la propaganda abortista usa le menzogne per legittimare moralmente, prima che legalmente, la soppressione dell’essere umano nel grembo materno, con grave detrimento anche per la salute della madre. E purtroppo ne soffre anche la comunità scientifica: il dato reale, il dato scientifico, cede dinanzi a impostazioni ideologiche preconcette, con grave detrimento per la salute delle persone e per il benessere della collettività. Vediamo alcuni esempi.

L’embrione è solo un “grumo di cellule”?

 

I nostri Lettori sono bene informati: in diverse occasioni abbiamo illustrato le evidenze sull’umanità del bambino in grembo, sin dal momento del concepimento. Invece, ancora nel 2005, in occasione del referendum sulla legge 40/2004, i genetisti Edoardo Boncinelli e Antonino Forabosco – firmatari del documento «Ricerca e Salute», sottoscritto da più di 120 scienziati italiani tra embriologi, genetisti e biologi, tra i quali Rita Levi Montalcini, Umberto Veronesi, Renato Dulbecco, Lucio Luzzatto, Andrea Ballabio, Giulio Cossu, Alberto Piazza, e Carlo Alberto Redi – sostenevano che l’embrione è un insieme di cellule, e non un individuo: «L’evidenza scientifica è che l’embrione, un insieme di cellule, non è ancora un individuo», scrivevano i giornali (per esempio, l’8 maggio 2005, Il Piccolo di Trieste, nell’articolo La voce dei genetisti: «Un grumo di cellule non è un embrione»). Non vogliamo rischiare di annoiare, non ripeteremo in questa sede tutte le evidenze circa l’umanità del concepito. Ricordiamo solo che lo zigote si sviluppa attraverso la fase embrionale e fetale e poi attraverso l’infanzia, l’adolescenza, l’età adulta e la “terza età” senza soluzione di continuità.

L’embrione unicellulare (lo zigote) è giustamente definito dal British Medical Journal, nell’editoriale del novembre del 2000, come un soggetto autonomo, «un attivo direttore d’orchestra del suo impianto e del suo destino futuro». La “neolingua”, invece, da più di quarant’anni ha provveduto a cancellare parole come “bambino” e “figlio” sostituendole con “materiale abortivo”, “prodotto del concepimento”, o al massimo con aridi termini scientifici come “feto”. È ora di rimettere al centro il bambino. Perché se non si riconosce l’umanità del concepito, qualsiasi riflessione sull’aborto – che uccide un bambino, appunto – viene falsata.

 

L’aborto è espressione della libera scelta della donna?

 

Anche se l’aborto fosse un vero atto di autodeterminazione, l’umanità del concepito pone – a una mente razionale e priva di preconcetti – un problema insormontabile: non è più una auto-determinazione della madre il disporre a piacimento della vita del figlio. È un regresso di civiltà di 2000 anni: nell’antica Roma vigeva lo ius vitae ac necis del pater familias. A parte questo, però, bisogna rimarcare che non è vero che l’aborto è frutto di una “libera scelta” della donna. Nella maggior parte dei casi la donna è costretta dalle circostanze o dalle persone che ha intorno (a cominciare dal padre del concepito): tutte le indagini statistiche lo confermano. Su questa rivista ne abbiamo parlaro in diverse occasioni, quando abbiamo pubblicato, grazie al contributo della Comunità Papa Giovanni XXIII, una serie di testimonianze di donne costrette a “scegliere” per l’aborto.

Ma la cosa più tragica è che le istituzioni, da quarant’anni, offrono alle donne incinte in difficoltà – come unica soluzione l’aborto: solo il volontariato prospetta davvero delle alternative. La società ne risulta totalmente deresponsabilizzata: la donna che abortisce si ritrova con le stesse difficoltà economiche o sociali che aveva prima e in più madre di un figlio morto per causa sua.

Gli obiettori di coscienza impediscono alle donne di esercitare un loro “diritto”?

 

L’obiezione di coscienza è sotto attacco. All’estero, in diversi Paesi sedicenti democratici come quelli del nord Europa o il Canada, il diritto di non uccidere viene fortemente limitato, se non escluso del tutto. Qui in Italia ripetono a ogni piè sospinto che l’alta percentuale di medici obiettori impedisce alle donne di esercitare la loro “libera scelta”.

Invece, la tabella riportata a p. 51 della più recente Relazione ministeriale sull’attuazione della legge 194 (dicembre 2017), dimostra che non è affatto vero.

I ginecologi obiettori sono più del 70% del totale e i cattolici praticanti sono forse il 20% della popolazione: possibile che la percentuale di cattolici tra i ginecologi sia tanto più alta della media nazionale? Non sarà forse la ragione naturale a impedire a un medico di uccidere le persone? Rimandiamo alla suddetta Relazione ministeriale per altri dati: il carico di lavoro dei medici non obiettori è davvero irrisorio. L’11% del personale non obiettore, a livello nazionale, non è assegnato a servizi relativi all’aborto. Ciò vuol dire che i medici non obiettori sono più che sufficienti rispetto alla richiesta di aborti che c’è.

Ricordiamo infine che l’Italia non è mai stata “condannata dall’Europa” – altra bugia ricorrente – a proposito di obiezione di coscienza. Il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa si è espresso definitivamente lo scorso luglio dopo due reclami (della Ippf-En e della Cgil), riguardanti aborto e obiezione di coscienza, dando ragione agli obiettori.

 

20.000 donne morte ogni anno per aborto clandestino?

 

Sull’aborto clandestino le menzogne enormi rientrano in una strategia ben precisa, rivelata da un abortista pentito, il dottor Bernard Nathanson.

Co-fondatore della National Abortion Rights Action League, dopo la sua conversione rivelò che avevano deciso a tavolino di mentire spudoratamente, negli Stati Uniti, per ottenere la legalizzazione dell’aborto nel 1973: inventarono di sana pianta «un milione di aborti clandestini l’anno» e le «centinaia di migliaia» di donne morte in conseguenza ad esso.

In Italia, negli Settanta, chi diceva che ogni anno morivano 20.000 donne per aborto clandestino? Enrico Berlinguer, ne La legge sull’aborto, pubblicato da Editori Riuniti (e poi anche S. Luzzi, Salute e sanità nell’Italia repubblicana, pubblicato dalla Donzelli nel 2004, o G. Scirè, L’aborto in Italia. Storia di una legge per Mondadori nel 2008). Oggi rilancia le stesse menzogne il Dipartimento di storia e cultura dell’Università di Bologna (consultabile a questo link: https://storicamente.org/ perini_aborto_italia_usa_link5). Sul sito dell’Istat, invece, chiunque può controllare che, ad esempio nel 1977 (prima dell’entrata in vigore della legge 194), il totale di donne morte, tra i 15 ai 50 anni, per qualsiasi causa era di 3.348.

 

L’aborto legale è un aborto sicuro?

 

La bugia delle donne morte per aborto clandestino si accompagna a un corollario: l’aborto legale è un aborto sicuro, le conseguenze per la salute fisica e psichica delle donne sono trascurabili. Anzi, accusano noi di propalare fake news poiché chiediamo che alle donne venga fornita un’informazione veritiera e corretta sulle possibili conseguenze dell’aborto procurato.

Anche su questo tema i nostri Lettori conoscono bene la realtà, avendo avuto modo di leggere il libretto di Lorenza Perfori Per la salute delle donne. Inoltre, nelle Relazioni ministeriali degli ultimi anni è ripetuto ogni volta che «molte Regioni non hanno ancora aggiornato i loro sistemi di raccolta dati per poter riportare l’informazione in maniera completa»: ciò vuol dire che dati ufficiali circa l’incidenza reale delle conseguenze fisiche a breve termine dell’aborto sulla salute delle donne sono incompleti. Delle conseguenze a lungo termine, tipo sterilità o problemi relativi a successive gravidanze, invece, la Relazione non parla proprio. Di aborto legale, inoltre, si può anche morire (e si muore), ma non bisogna dirlo. E l’aborto con RU486 comporta un rischio di morte dieci volte maggiore rispetto all’aborto chirurgico, mentre i Radicali ne vogliono la liberalizzazione totale…

 

L’aborto legale riduce la mortalità materna?

 

E’ molto interessante, invece, a proposito di mortalità materna nel mondo, vedere i dati più recenti, del 2015, dell’Organizzazione mondiale della sanità: nei Paesi dove la legislazione dell’aborto è più restrittiva, la mortalità materna è molto bassa. Tra gli Stati “evoluti”, in USA la mortalità materna è di 14 donne su 100.000, nel Regno Unito è di 9 su 100.000, in Francia è di 8 su 100.000: tutti Paesi con legislazioni abortiste estremamente liberali. Ebbene, l’Irlanda, che fino al referendum di fine maggio non aveva l’aborto legale, presenta lo stesso tasso della Francia. Il Canada è a 7, la Norvegia a 5, la Svezia, la Germania e l’Italia a 4. Ma indovinate chi è che batte tutti questi “campioni” di aborto legale a richiesta e gratuito? La Polonia, dove la legge è molto restrittiva, che ha un tasso di mortalità materna di 3 donne su 100.000. Se poi calcoliamo la mortalità delle donne anche nel medio-lungo periodo, alcuni studi finlandesi (2015, 2016) e danesi (2012), basati su registri nazionali, mostrano che l’aborto è associato a maggiore mortalità femminile per cause indirette e che la gravidanza e il parto hanno un effetto protettivo, ad esempio rispetto al rischio di suicidio.

 

La sindrome post aborto non esiste?

 

Un altro leit motiv degli abortisti è che la sindrome post aborto non esiste. In proposito scrive il professor Noia: «Com’è possibile che tutta la dimensione simbiotica (il feto è addirittura medico della madre!), quando viene interrotta, possa non comportare conseguenze sul piano psicologico e fisico? Noi tutti sappiamo quanta solitudine del cuore abbiamo, quanta tristezza si verifica dopo un lutto. E perché la natura umana dovrebbe fare un distinguo in base ai centimetri e ai grammi del figlio che si perde? Diventa, quindi, poco credibile affermare che la perdita di un figlio, qualunque siano le sue dimensioni, sia irrilevante per la salute della donna, soprattutto se questo evento non avviene naturalmente ma come una precisa scelta volontaria della madre verso il figlio. Affermare che, sulla base di studi datati e controversi, non ci siano problematiche sulla salute psicologica delle donne dopo un aborto volontario, è quanto di più anti scientifico si possa dire».

E quando gli abortisti presentano “studi scientifici” che “dimostrano” che la sindrome post aborto non esiste, sappiate che per ognuno dei loro ce ne sono cento che affermano esattamente il contrario. Il vulnus che li accomuna è che ricercano gli stati depressivi, l’ansia, gli istinti suicidi in donne che hanno appena abortito, nel breve periodo. Invece tutti gli psicoterapeuti onesti sanno che la sindrome si manifesta in tutta la sua virulenza anche molto tempo dopo l’aborto: all’inizio molte donne fanno opera di rimozione e non elaborano il lutto. Poi dopo anni, a volte decenni, si chiedono il perché di certi disturbi. E noi ci chiediamo perché le cronache ci raccontino di tante tragedie familiari (figlicidi, omicidi-suicidi, violenze e abusi su bambini) che sembrerebbero immotivate… Un capitolo a parte, infatti, si dovrebbe aprire a proposito delle ripercussioni psicologiche che ha l’aborto sulle altre persone coinvolte, oltre alla madre: dal padre, agli altri familiari, agli operatori sanitari che vi prendono parte.

La disinformazione ha permesso la legalizzazione dell’aborto in Italia e all’estero e, da ultimo, anche in Irlanda, come potrete leggere in queste pagine, dove il professor Bottone scrive che «è impossibile combattere con un’inesorabile e continua disinformazione che per anni, decenni, ha corroso un popolo una volta cristiano». Lo sappiamo bene, perché lo abbiamo vissuto anche sulla nostra pelle. Ma non è “impossibile” cambiare rotta. E’ molto difficile, ma è una sfida che ciascuno di noi, capillarmente, nell’ambito della sua famiglia e delle sue conoscenze, con l’aiuto dei social e della “controinformazione” è chiamato ad accettare. Per salvare delle vite umane, per salvare il nostro futuro e – come dice anche Bottone, e non è poco – per salvarsi l’anima.

https://www.notizieprovita.it/aborto-cat/notizie-provita-di-luglioagosto-fake-news-sullaborto/

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

HUMANAE VITAE: UN’ENCICLICA TUTTA DA SCOPRIRE

Foligno, 22 luglio 2018 – XVI Domenica T.O.

Angelo Francesco Filardo

Direttore Centro “Amore e Vita” e V.Presidente dell’A.I.G.O.C.

L’HUMANAE VITAE è molto di più di un “no” chiaro ed esplicito senza necessità di interpretazioni alla pillola ed alla contraccezione: è prima di tutto un grandissimo “sì” alla difesa dell’amore coniugale, esplicitato molto bene nel n.12 di questa profetica e molto contrastata enciclica “Tale dottrina, più volte esposta dal magistero della chiesa, è fondata sulla connessione inscindibile, che Dio ha voluto e che l’uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due significati dell’atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo. Infatti, per la sua intima struttura, l’atto coniugale, mentre unisce con profondissimo vincolo gli sposi, li rende atti alla generazione di nuove vite, secondo leggi iscritte nell’essere stesso dell’uomo e della donna. Salvaguardando ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l’atto coniugale conserva integralmente il senso di mutuo e vero amore ed il suo ordinamento all’altissima vocazione dell’uomo alla paternità. Noi pensiamo che gli uomini del nostro tempo sono particolarmente in grado di afferrare il carattere profondamente ragionevole e umano di questo fondamentale principio.”
Dopo il diffondersi della banalizzazione della sessualità e della promiscuità tra le giovani generazioni, per celebrare il 10° anniversario dell’H.V. in Inghilterra pensarono bene di far nascere la prima bambina prodotta in provetta, Luise Brown.
Il primo passo era stato “rapporti sessuali con chi vuoi e quando vuoi senza procreazione”, il secondo “produrre la vita umana in laboratorio senza l’unione della coppia genitoriale”. Ma quando si rompe di propria iniziativa la  connessione inscindibile tra il significato unitivo e il significato procreativo dell’atto coniugale il risultato è inevitabilmente drammatico per l’umanità: l’uomo viene degradato ad oggetto e moltissime vittime innocenti vengono immolate sull’altare del piacere e dei propri desideri.
La recente pubblicazione della Relazione annuale del Ministro della Salute al Parlamento sull’applicazione della legge 40/2004 ci consente di prendere coscienza dei danni della fecondazione extracorporea: l’altissimo numero di embrioni sacrificati (nel 2016 in Italia almeno 165.700 per far nascere 11.791 bambini vivi) ed il crescente numero di bambini crioconservati (nel 2016 38.687 riportati nella relazione + almeno 6.577 nei cicli con donazione di gameti di cui non si ha menzione nella relazione), per cui dal 2005 al 2016 essendo stati crioconservati almeno 188.638 embrioni e scongelati 118.504 nei crioconservatori dei diversi centri italiani sono rimasti sospesi nel gelo a tempo indeterminato – forse per sempre! – almeno 70.134 embrioni, di cui non si prendono cura non solo i propri genitori, ma neanche il Governo ed il Parlamento che dopo la liberalizzazione da parte della Corte Costituzionale nel 2009 del numero di embrioni da produrre e da conservare non avvertono il dovere di tutelare la vita di questi microscopici esseri umani, come prevede la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo “il fanciullo, a causa della sua mancanza di maturità fisica ed intellettuale necessita di una protezione e di cure particolari, ivi compresa una protezione legale appropriata, sia prima che dopo la nascita”).
Nessun lettore ha difficoltà a considerare disumano un numero così alto di bambini sacrificati eppure in questi giorni i mezzi di comunicazione di massa non ne hanno parlato affatto! E nessun invito ad indossare magliette viola o color ghiaccio (per fermare le pratiche disumane che producono tali morti o il disumano congelamento di tanti embrioni) abbiamo ricevuto da chi per altri disumani trattamenti si è mobilitato con molta eco mediatica.
L’approvazione della legge 194 sempre nel 1978 e la mentalità contraccettiva – l’anti life mentality – instauratasi per il rifiuto e per l’ignoranza dell’insegnamento contenuto nell’H.V. ha prodotto un numero ancora maggiore di vittime innocenti ed indifese. In Italia nei primi 40 anni sono circa 6 milioni le vittime regolarmente registrate dell’aborto volontario, ma molto più grande è il numero dei cripto aborti – gli aborti occultati, non considerati tali – dovuti all’uso della spirale, della pillola ep, della minopillola e dei progestinici deposito, dedelle pillole del/i giorno/i dopo – che si aggiravano nel solo anno 2016 intorno a 1.330.061.
Ma i danni della contraccezione non si fermano alla loro occisività, ma incidono negativamente sulla salute delle donne provocandone in alcune anche la morte, sull’ecologia ambientale e sul modo di concepire la sessualità nelle giovani generazioni .
Si parla dell’aumento dell’uso di droghe e di alcool nei giovani, ma pochissimi denunciano esplicitamente che l’infelicità dei giovani è legata all’uso del sesso mordi e fuggi, che non può appagare il desiderio di essere amato e di amare che è in ognuno di noi, alla fragilità delle unioni matrimoniali, alla pornografia, alla mancanza di un’educazione affettiva.
Mentre c’è chi si da da fare per rendere accettabile in ambiente cattolico la contraccezione – nonostante la sua potenziale abortività – una sessuologa belga, non credente, che opera in Francia, Therese Hargot, nel libro “Una Gioventù sessualmente liberata (o quasi)” pag.105 oltre a denunciare il fallimento della liberazione sessuale lancia un monito ecologico  «Come posso tollerare che la donna che amo si bombi di ormoni mentre io rifiuto di mangiare un pollo che ne porti la benché minima traccia? Mangiamo bio, facciamo attenzione alla nostra salute, allora prendere la pillola è totalmente incoerente con la nostra filosofia di vita!» mi confidava un ventottenne molto motivato a formarsi, insieme alla propria compagna, ad un’alternativa da loro giudicata «più rispettosa della donna e più responsabilizzante per l’uomo».”
Il Centro “AMORE E VITA” nella ricorrenza del 50° anniversario dell’H.V. ha pubblicato il libretto L’ABORTO VOLONTARIO e la VII edizione dell’opuscolo LA FECONDITÀ UMANA per offrire a tutti le informazioni necessarie per poter fare scelte libere, consapevoli e pienamente umane. Ci auguriamo che in particolare i Giovani ne vogliano fare tesoro in preparazione al prossimo Sinodo.

Il destino degli esseri umani: nel 2016 continua a crescere il numero degli  embrioni sacrificati  e  crioconservati  e delle donne ultraquarantenni che ricorrono alla fecondazione extracorporea

26/07/2018

Segui il link per visualizzare l’articolo di PROVITA:

https://www.notizieprovita.it/filosofia-e-morale/fecondazione-artificiale-sempre-piu-embrioni-sacrificati/

La relazione annuale del Ministro della Salute al Parlamento sull’applicazione della legge 40/2004 relativa all’anno solare 2016, resa pubblica qualche giorno fa, conferma il mortifero trend, che dal 2010 la qualifica come prima causa certificata di morte degli embrioni, che ogni anno vede aumentare sempre di più il numero delle sue vittime, come è facilmente verificabile nella tabella sotto riportata.

Si registra ancora un innalzamento dell’età media delle donne, che accedono alla fecondazione extra corporea (36,8 anni) ed il numero delle ultra quarantenni, che raggiunge il 35,2% (20,7% nel 2005 e 33,7% nel 2015). Di conseguenza aumenta il numero di cicli di trattamento a fresco sospesi prima del prelievo ovocitario (9,6% vs 9,2% del 2015) e dopo il prelievo (23,6% vs 22,1% del 2015). Indici questi dell’inopportunità di sottoporre al trattamentodonne in cui già prima del suo inizio si può prevedere una riserva ovarica molto bassa ed una responsività ovarica ridotta allo stimolo ormonale!

La presenza di un’incidenza significativamente maggiore di esiti negativi della gravidanza nelle donne di età ≥ 40 anni (vedi figura prima riportata) e di una bassissima percentuale di embrioni trasferiti in utero che riescono a sopravvivere fino alla nascita (vedi tab. 3) dovrebbe far riflettere molto sia il Governo che i Parlamentari e i Responsabili Regionali sull’opportunità di continuare a sperperare il poco denaro pubblico disponibile per cicli di trattamento infruttuosi e causa di tanta sofferenza sia fisica che psicologica in queste donne/famiglie.

Anche quest’anno i dati che si riferiscono alla fecondazione extracorporea eterologa sono molto incompleti ed insufficienti per offrire a chi legge un quadro della reale situazione e seguono criteri diversi da quelli utilizzati per la fecondazione extra corporea omologa.

Si nota una notevole discrepanza tra il numero di ovociti importati, che oscilla – come si legge a pag. 7 – tra i 2.727 crioconservatori utilizzati ed i 6.239 crioconservatori importati con le 378 comunicazioni e quello degli embrioni importati, che varia  tra i 1.500 crioconservatori provenienti da banca estera ed i 2.865 crioconservatori importati con le 116 comunicazioni.

Dalla tab. 3.5.12 a pag. 154 e dalla tab. 3.5.8 di pag. 151 risulterebbero trasferiti in utero 8.958 embrioni: se i criocontenitori contengono lo stesso numero di ovociti (6-7 per contenitore) ed embrioni (1-2/contenitore) – come riportato nella relazione dell’anno scorso – dove sono andati a finire i restanti ovociti ed embrioni dal momento che nella relazione non c’è alcun cenno? Per gli embrioni importati dall’estero che si afferma siano stati prodotti con almeno una cellula germinale (nella quasi totalità il liquido seminale) della coppia è previsto il test di paternità (o maternità)?

Nessun cenno c’è nella relazione sulle modalità di acquisizione dei gameti e degli embrioni dai Centri esteri da parte delle Regioni Italiane considerato che non si possono acquistare né barattare sarebbe utile riferire!

Nel 2016 sono stati crioconservati 38.687 embrioni e ne sono stati scongelati 23.169: dalla tab. 3.4.16 pag. 113 si evince che dal 2005 al 2016 sono stati crioconservati 188.638 embrioni e ne sono stati scongelati 118.504. Poiché dal 2009 ogni anno cresce il numero totale degli embrioni crioconservati e negli ultimi tre anni in modo più evidente, ci chiediamo  che cosa pensa di fare il Governo ed il Parlamento per far prendere coscienza al momento del consenso informato che  tutti gli embrioni prodotti – anche quelli temporaneamente crioconservati – essendo loro figli come quelli già nati devono essere considerati e trattati come tali e non abbandonati a tempo indeterminato nell’azoto liquido come oggetti inutili.

Una campagna di informazione e di educazione sulla conoscenza della propria fertilità attraverso i Metodi Naturalipotrebbe portare più risultati senza spese e senza rischi per la salute della donna e della coppia.

 

 

 

 

Aborto. La 194, una legge tradita?

 

29 Magg- Leggendo l’articolo di Maura Cossutta di sabato scorso, ABORTO. LA LEGGE 194, UNA LEGGE TRADITA (http://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=62224), sono rimasto stupito per il tono francamente demagogico dello stesso e per il contenuto che offende l’intelligenza dei lettori, che dovrebbero essere sprovveduti od accecati dall’ideologia per non riconoscere l’assurdità di tante affermazioni in esso contenute.
Analizziamoli una per una a cominciare dalla riduzione drastica del numero degli aborti volontari , definito come il risultato più straordinario della legge: la tanto sbandierata riduzione numerica del numero degli aborti volontari non è legata alla riduzione del fenomeno abortività volontaria, ma ad una sua trasformazione, specialmente nelle donne di età inferiore ai 20 anni che hanno fatto ricorso maggiormente alla pillola del giorno dopo in un primo tempo ed alla pillola dei 5 giorni dopo negli anni successivi. Dall’anno 2010 in poi, da quando il numero totale degli aborti volontari ex legge 194 sono diminuiti di anno in anno, alla riduzione numerica di questi aborti volontari ha contribuito anche la riduzione numerica delle donne in età fertile (da 13.961.645 del 2010 scese ai 12.945.219 del 2016!).
Se questi numeri aggiungiamo quelli dell’abortività dei cosiddetti contraccettivi maggiori il numero delle vittime dell’aborto volontario assume dimensioni catastrofiche!
La seconda affermazione – la legge 194 ha salvato le donne per aborto clandestino – è un patetico strascico di quanto affermato dai fautori della legalizzazione dell’aborto durante gli anni settanta (centinaia di migliaia di donne morte per aborto clandestino) e tuttora ripetuto in tante occasioni, nonostante già allora negli Annali di Statistiche Sanitarie (ISTAT vol. 1 -15) si potesse leggere che ad esempio nell’anno 1969 le donne di 15-45 anni morte per tutte le cause erano 10.760, di queste 550 morte per malattie della gravidanza e solo 43 per aborto. Non merita commento la seconda parte di questa affermazione perché non mi risulta che alcuna donna che ha abortito clandestinamente sia mai stata giudicata per reato contro l’integrità e la sanità della stirpe!
Continuare a scrivere che oggi l’obiezione di coscienza è il vero grimaldello per sabotare la legge dopo che nelle ultime due relazioni ministeriali è stato ampiamente dimostrato il contrario è pura demagogia, facilmente confutabile dando un rapido sguardo alle tabelle pubblicate nell’ultima relazione ministeriale al Parlamento sull’applicazione della legge 194/1978, di seguito riportate.
Anche nella situazione di maggior carico di lavoro settimanale (9ivg/sett.) registrata nel Molise, ciò non è un ostacolo né un carico fisico eccessivo per il ginecologo non obiettore , abituato a ben più gravose fatiche nella sua vita professionale (assistere 5-6 o più parti o fare come mi é capitato più di una volta 3-4 tagli cesarei in una notte!).
Purtroppo la coscienza di molti medici e del personale sanitario, che hanno fatto obiezione di coscienza non è stata
sufficientemente formata ed informata per far loro conoscere quali sono i loro diritti di obiettori di coscienza, che l’art. 9 della legge 194 specifica “L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza,e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento.”
Tra le procedure specificamente e necessariamente dirette a determinare l’ivg c’è il rilascio dell’attestato, per cui un medico obiettore deve rifiutarsi di rilasciarlo se non vuole cooperare alla uccisione di una vita umana innocente ed indifesa. La stessa cosa vale per qualunque analisi di laboratorio, ecg od altro esame o visita specificatamente richiesta ad una donna per poter essere sottoposta all’aborto volontario. E lo stesso vale anche per il farmacista in particolare quello ospedaliero nel dispensare i farmaci specificatamente e necessariamente diretti a provocare l’aborto volontario.
Per quanto riguarda gli aborti tardivi c’è in alcuni ginecologi non obiettori il malcostume di non assicurare la loro presenza in reparto per tutta la durata del travaglio di parto abortivo, ma di iniziare l’induzione del travaglio abortivo e poi andare via. A norma di legge l’aborto è definito come la morte e/o l’espulsione del feto, per cui è compito del medico e del personale sanitario non obiettore assistere il travaglio finché non si verifichino questi eventi.
L’assistenza antecedente e conseguente all’intervento era una norma legata al fatto che nei primi anni le donne venivano ricoverate nei reparti di ostetricia, da anni invece ci sono dei servizi di Day Surgey per l’aborto volontario, nei quali dovrebbe lavorare solo personale non obiettore. Negli aborti tardivi c’è ancora il ricovero nei reparti di ostetricia per cui si può verificare il bisogno di assistenza antecedente e conseguente all’intervento, ma non di partecipazione all’induzione del travaglio abortivo e all’assistenza del travaglio abortivo finchè non avviene la morte e/o l’espulsione del bambino, dovere esclusivo del medico non obiettore e del personale ostetrico ed infermieristico non obiettore. In caso di pericolo per la vita della donna qualsiasi medico sa che è suo dovere intervenire in qualsiasi momento per prestare il suo soccorso alla donna.
Ma la realtà è pesante: solo 390 su 654 strutture dotate di reparti di ostetricia e ginecologia effettuano interruzioni di gravidanza”, che questa frase sia stata scritta da un medico mi fa pensare che non abbia mai frequentato un reparto di ostetricia e ginecologia, altrimenti non l’avrebbe scritta perché saprebbe bene che è ben diverso ed è richiesto un maggior numero di punti nascita per poter assistere i 465.551 nati vivi ed i 61.580 aborti spontanei, che non è possibile programmare e prevedere rispetto agli 84.926 aborti volontari, che nel 94,7% erano programmabili ed eseguibili in D.S!
Che l’aborto farmacologico sia somministrato in pochi ospedali è un bene per le donne, perché – come è già stato sperimentato in Italia nel 2014 con le due morti (1 a Torino e 1 a Nocera Inferiore) – il suo profilo di sicurezza è inferiore rispetto al metodo chirurgico, con
una mortalità almeno dieci volte maggiore, a parità di epoca gestazionale. Alcuni eventi avversi associati all’impiego dell’aborto medico esordiscono a distanza di tempo dalla procedura, insorgendo subdolamente e progredendo rapidamente verso l’exitus. ……”(PROMED GALILEO- Aborto farmacologico mediante
mifepristone e misoprostol – Italian Journal of Gynaecology & Obstretics , Gennaio-Marzo 2008 – vol. 20 n. 1 pagg. 43-68) e perché dal punto di vista psicologico è più traumatico perché l’espulsione del bambino assieme al materiale ovulare può avvenire in qualsiasi momento a casa, anche al cospetto di altri figli o familiari, o al bagno.
Che informazione ed educazione alla contraccezione non sia la strada per prevenire l’aborto lo hanno sperimentato in tutto il mondo e numerosi sono i lavori che lo dimostrano, stupisce che l’autrice dell’articolo continui ad ignorarlo. Cito solo alcuni articoli:
Nella vicina Francia, che fa registrare una diffusione quasi a tappeto della contraccezione (il 91% delle donne in età fertile dichiara di usare contraccettivi) gli Autori dello studio realizzato dallo INED (Agenzia Nazionale Studi Demografici), che correla l’aborto volontario con l’uso della contraccezione (Magali Mazuy, Laurent Toulemon ed Eloidie Baril) affermano: “Dal 1970 la diffusione di efficaci metodi di contraccezione ha permesso la diminuzione di frequenza di gravidanze non desiderate, ma quando si verificavano il ricorso all’aborto aumentava, fino a quando il numero totale di interruzioni di gravidanza non è più sceso”.
Il periodico dell’Alan Guttmacher Institute for Planned Parenthood Federation of America, istituzione statunitense che promuove campagne a favore della contraccezione e dell’aborto, ha riconosciuto che “in sei paesi come Cuba, Danimarca, Paesi Bassi, Stati Uniti, Singapore e Repubblica di Corea il numero degli aborti e l’uso della contraccezione sono aumentati in modo simultaneo” (C. Marston, J. Cleland – Relationships between contaception and abortion: a rewiev of the evidence in “International Family Planning Perspectives” Mar 2003, 29 (1), 6-3).
Da altri studi si evince che l’aborto è un naturale prolungamento della contraccezione:
  1. Su 315 donne nelle quali il metodo contraccettivo ha fallito il 52% ha chiesto l’aborto (V. Rash et al,2002)
  1. Su 3516 donne danesi il 51% che usa metodi contraccettivi rifiutano una gravidanza non pianificata e chiedono l’aborto (Rash et al, 2001)
  1. La contraccezione non evita il ricorso allo aborto chirurgico (L.T. Strauss et al, 2002).
 Anche altri fautori della contraccezione di recente sono stati costretti a riconoscere che la pillola, considerata il più efficace contraccettivo, in effetti ha un’efficacia solo del 91% e che il 24% (circa 15.000) delle 60.952 donne che si sono rivolte per abortire nel 2016 al British Pregnancy Advisory Service (Bpas), che riunisce circa 40 cliniche inglesi e che fornisce informazioni sulla “salute sessuale” e assistenza alle donne che decidono di abortire, usavano contraccettivi ormonali o iud, ritenuti i più efficaci contraccettivi, e che oltre il 51% di queste donne usavano un contraccettivo. (Women cannot control fertility through contraception alone, says British Pregnancy Advisory Service The Farmaceutycal Journal/l11 JUL 2017).
Questi studi sono un’ulteriore conferma di quanto Ch. Tietze affermava nel 1989 «Dato che gli aborti e la contraccezione comportano l’obiettivo comune di evitare le nascite non desiderate e nascite che avrebbero avuto luogo in un momento inopportuno, esiste un’alta correlazione tra esperienza abortiva ed esperienza contraccettiva nelle popolazioni nelle quali si ha accesso tanto alla contraccezione come all’aborto, ed in quelle in cui le coppie hanno tentato di regolare il numero di figli e la distanza tra loro. In queste società le donne che hanno utilizzato contraccettivi si sottopongono più probabilmente ad un aborto rispetto a quelle che non li utilizzano. L’aborto da solo è un metodo inefficace di regolazione della fertilità, ma incrementa la sua efficacia nella misura in cui l’estensione dell’uso di metodi contraccettivi gli consente la funzione di misura di sicurezza».
La cosa che più mi rattrista è che nonostante l’evidenza dei fatti si continui a credere che l’aborto volontario è una conquista delle donne, mentre in effetti per loro continua ad essere un vero dramma di cui si rendono conto a distanza di un tempo più o meno lungo dopo averlo fatto per le conseguenze fisiche ed ancor più psicologiche cui inevitabilmente vanno incontro talora assieme ai loro più stretti familiari e della cui causa spesso non si rendono conto perché i consultori familiari tanto solleciti nel rilasciare gli attestati per abortire non si preoccupano minimamente di indagare sulle conseguenze psichiche dell’aborto, di cui esiste un’ampia letteratura mondiale.
Angelo Francesco Filardo – ginecologo
Foligno, 28 maggio 2018

 

Per andare al sito clicca il seguente link : http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=62297

 

 

Informare le donne è un dovere della Scienza e dello Stato

 

22 APRILE 2018

 

Gentile Direttore,

 

ho letto le affermazioni che l’Associazione Luca Coscioni insieme ad altri hanno fatto sulle asserite bugie dell’Associazione Pro Vita, sui rischi e sui danni che l’aborto volontario può causare alla salute delle donne. Premetto che opero come ginecologo da quasi 40 anni e quindi ho elementi esperienziali diretti sul vissuto fisico e psicologico di donne che hanno scelto l’interruzione volontaria di gravidanza e di donne, di coppie che hanno avuto aborti spontanei ripetuti (più di 500 coppie).

Il supporto psicoterapeutico, dopo aborti spontanei, aumenta il successo con figlio in braccio nelle successive gravidanze dal 32% al 72%. (Noia et al – Restoring gestational capacity in women with recurrent spontaneous miscarriages after clinical psychotherapy treatment – International Journal of Gynecology and Obstetrics (2009).

Per quanto riguarda il primo aspetto (complicazioni fisiche) constato che Gallo, Parachini e Pompili ammettano che anche l’aborto, come qualsiasi procedura medica e chirurgica, sia gravata da possibili complicazioni. Però sarebbe opportuno che alla donna che va a chiedere di abortire, oltre a parlarle in maniera generica di complicanze, qualcuno spiegasse loro queste complicanze, cui possono andare incontro, a partire da quelle più comuni a quelle più rare (la morte), come avviene sul bugiardino di qualsiasi farmaco acquistato in farmacia. E come ProVita ha fatto nel libretto.

Inoltre, nella relazione del 2015 (relativa ai dati del 2013) il Ministro della Salute scrive: “Dal 2013 il modello D12/Istat…Tuttavia, molte Regioni non hanno ancora aggiornato i loro sistemi di raccolta dati per poter riportare l’informazione in maniera completa e non è quindi possibile analizzare i risultati. Si raccomanda le Regioni di procedere alle modifiche necessarie nel più breve tempo possibile”.Questa stessa frase si ritrova anche nell’anno 2017 (4 anni dopo) per cui si può desumere che i numeri dei dati relativi alle complicazioni siano effettivamente sottostimati.

Tuttavia se assumiamo per l’anno 2014 la prevalenza di 7.4 per 1.000 IVG moltiplicando il numero delle complicazioni per il numero totale degli aborti volontari per

quell’anno, otteniamo la cifra considerevole di 721 pazienti con complicazioni da aborto volontario. Sarebbe quindi importante, per la piena consapevolezza della donna, riportare e informarla di questi dati.

Sul piano della capacità gestazionale, la rivista Human Reproduction nel 2012, riferisce che le donne con 3 o più aborti precedenti avevano probabilità 3 volte più alta di partorire un bambino prematuro. Per quanto riguarda le complicazioni relative alla mortalità materna, il Ministero della Salute afferma anche: “Si ricorda che purtroppo l’interruzione volontaria di gravidanza, come tutti gli interventi sanitari e il parto, non è esente da rischio di complicanze, fino al possibile decesso”. (Vedi relazione Ministero Salute, dati 2016 a pag. 44). Ora, visto che anche il Ministero della Salute ammette che l’aborto può provocare il decesso della donna, sarebbe opportuno che questa informazione non sia negata alla donna che chiede di abortire. Vediamo qualche cifra della mortalità materna legata all’aborto volontario nel mondo.

Secondo i dati del World Abortion Policies del 2011, delle Nazioni Unite, nei Paesi dove la legislazione dell’aborto è più restrittiva vi sono prevalenze di mortalità materne molto basse (Mauritius 15 morti su 100.000, Cile 16 morti per 100.000 aborti) mentre nei Paesi dove la legislazione è più liberale (Sud Africa 400 morti su 100.00, Nepal 830 su 100.000) le cifre di mortalità materne legate all’aborto sono molto alte. Per l’aborto farmacologico, poi, il numero delle morti da RU486 segnalate raggiunge la cifra di 27 come hanno pubblicato diversi autori tra cui Khoo et al Journal of Obstetrics and Gynaecology (2013).

Credo che ce ne sia abbastanza per affermare l’obbligo di informazione.

Sul secondo punto (rapporto aborto/maggior prevalenza di tumore al seno) è vero che c’è una certa letteratura che nega questa correlazione ma, è anche vero che ne esiste un’altra abbondante che conferma che la gravidanza a termine protegge dall’incidenza dei tumori al seno. Un lavoro recente pubblicato su Cancer Causes and Control (2013) evidenza che l’aborto indotto è significativamente associato al rischio di cancro al seno. In particolare: un aborto indotto aumenta il rischio di cancro al seno del 44%, due aborti del 76% e tre aborti dell’89%.La popolazione cinese è particolarmente adatta a queste meta analisi sia per l’enorme prevalenza di aborto volontario, sia per la numerosità della popolazione studiata (A meta-analysis of the association between induced abortion and breast cancer risk among Chinese females. Huang Y et Al. Cancer Causes & Control, 2013).

Gli studi della Lanfranchi sulla suscettibilità delle mammelle a istotipo 3 e 4 che maturano dopo 32 settimane in forme protettive dal cancro al seno, sono dati accettati da moltissimi ricercatori e, trovano fondamento scientifico nell’evoluzione istologica e funzionale delle cellule mammarie durante la gravidanza; anzi, aver avuto gravidanze a termine, fa parte dei punteggi di protezione insieme all’allattamento e il menarca dopo 10 anni. Joel Brind, professore di biologia e endocrinologia al Baruch College di New York e co-fondatore del Breast Cancer Prevention Institute, ha evidenziato sul Journal of Epidemiol Community Health una «probabilità del 30% in più di sviluppare cancro al seno» per le donne che hanno avuto aborti indotti.

Il terzo aspetto, che riguarda l’aborto volontario e la salute mentale delle donne ha bisogno di una piccola premessa. Non c’è peggior servizio all’umanità, qualunque sia la fede di appartenenza, o il suo credo politico, o la sua visione filosofica e antropologica di quella pseudo-cultura scientifica che, per far prevalere la sua convinzione, cerca di silenziare e di sminuire l’importanza di tutto il patrimonio di conoscenza sulla verità della persona umana, sull’essere umano, unico e irripetibile che è ciascuno di noi. Ognuno di noi è stato un embrione e la scienza vera, veramente libera da influenze di lobbies e convinzioni anti umane lo ha sancito da molto tempo.

Allora bisognerebbe chiedersi: come è possibile che tutta questa dimensione simbiotica (il feto è addirittura medico della madre!), quando viene interrotta, possa non comportare conseguenze sul piano psicologico e fisico? Noi tutti soffriamo quando perdiamo una persona cara, fisicamente e psicologicamente: come è possibile che non si soffra quando si perde un figlio? Noi tutti sappiamo quanta solitudine del cuore abbiamo, quanta tristezza si verifica dopo un lutto. E perché la natura umana dovrebbe fare un distinguo in base ai centimetri e ai grammi del figlio che si perde? Infatti, la natura non fa questa distinzione: il tempo di elaborare la perdita di un embrione al 2° mese è sovrapponibile al tempo di elaborare la perdita di un uomo adulto. (Noia et al – International Journal of Gynecology and Obstetrics (2009).

Diventa, quindi, poco credibile affermare che la perdita di un figlio, qualunque siano le sue dimensioni sia irrilevante per la salute della donna, soprattutto se questo evento non avviene naturalmente ma come una precisa scelta volontaria della madre verso il figlio. Affermare che, sulla base di studi datati e controversi, non ci siano problematiche sulla salute psicologica delle donne, dopo un aborto volontario, è quanto di più anti scientifico si possa dire. A tal proposito elenco alcuni recentissime pubblicazioni (delle 50 selezionate) che riconoscono questa problematica di forte impatto sulla salute mentale della donna:
• Curley M & Johnston C (2013), The characteristics and severity of psychological distress after abortion among university students, Journal of Behavioral Health Services & Research 40(3):279-293.
• Olsson CA, Horwill E, Moore E, Eisenberg ME, Venn A et al. (2013), Social and emotional adjustment following early pregnancy in young Australian women: a comparison of those who terminate, miscarry, or complete pregnancy, J Adolesc Health 54(6):698-703.
• Sullins DP (2016), Abortion, substance abuse and mental health in early adulthood: Thirteen-year longitudinal evidence from the United States, SAGE Open Med 4:1-11.

Infine in una revisione meta analitica, il Dr Greg Pike, (Founding Director of Adelaide Centre for Bioethics and Culture, Australia, ABORTION AND WOMEN’S HEALTH An evidence-based review for medical professionals of the impact of abortion on women’s physical and mental health, April 2017) concludeva che le donne hanno diritto di essere informate di tutti i rischi associati all’aborto volontario e gli operatori sanitari hanno l’obbligo di fornire tutte le informazioni rilevanti.

In conclusione, prima di affermare che Pro Vita ha riportato dati non scientifici, bisognerebbe essere più prudenti e prima di dare del bugiardo a tantissimi gruppi nel mondo di eminenti scienziati (Pro Vita ha riportato quello che questi ricercatori hanno pubblicato), bisognerebbe essere più rispettosi e onesti intellettualmente. La scienza è veramente libera quando è vera e se vuole fare un servizio alle donne le deve informare per prevenire i danni fisici e psicologici. La salute delle donne è un bene prezioso da salvaguardare così come la capacità di procreare ma, espropriare le donne della verità di informazione equivale a rubare la loro salute, il loro corpo e il loro futuro, e soprattutto la loro dignità. Rubare beni materiali è grave ma, rubare l’anima a la dignità di una persona è un delitto contro l’umanità, tutta l’umanità.

Giuseppe Noia
Direttore Hospice Perinatale – Centro per le Cure Palliative Prenatali Policlinico Gemelli, Roma
Presidente A.I.G.O.C. (Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici) 

A Macomer “L’etica incontra la scienza”

28-10-15

di Giuseppe Manunta

L’Associazione Italiana Ginecologi ed Ostetrici Cattolici organizza a Macomer, il prossimo 7 Novembre, nell’Auditorium delle ex Caserme mura un incontro della Scuola itinerante AIGOC, intitolato “L’etica incontra la scienza. La buona cura per la salute della madre e del nascituro”. Il nostro tempo cavalca vertiginosamente la fretta del “tutto e subito”, e al detto “Un uomo vale tanto quanto pensa” si è sostituito il detto “Un uomo vale tanto quanto appare”.
Anche la scienza ha risentito di questa mutazione antropologica, dove l’uomo virtuale dell’apparenza si è sostituito alla verità dell’uomo, all’uomo reale. Il convegno mira a provocare riflessioni sul “talento del tempo” che abbiamo ricevuto e di cui dobbiamo rendere conto e sul dono inestimabile della vita.
La finalità è quella che, coniugando nel “giardino dei gentili” le ragioni della ragione scientifica, giuridica ed etica si possa riflettere sulla verità della persona umana, sulla sua preziosità e bellezza con onestà intellettuale contro approssimazioni e falsità ideologiche e scientifiche che sono figlie della cecità del cuore. Confluire su percorsi che portano ad invertire questa realtà di decadenza scientifica, culturale ed umana significa aprire gli occhi della mente e del cuore. In tal modo i valori più belli come il dono della vita, la giustizia, la libertà di coscienza, la solidarietà e la verità sull’uomo e su tutto l’uomo diventano raggi di luce che sanano le ferite dell’uomo del nostro tempo e si trasformano in feritoie, attraverso cui la conoscenza ci fa assaporare il servizio alla “grande bellezza”: la persona umana.
Il Corso è rivolto a Specialisti in Ginecologia ed Ostetricia, Medici di Medicina Generale, Ostetriche e Infermieri, Operatori della Pastorale Sanitaria, Famiglie. La quota d’iscrizione al Convegno è di 30,00 euro per i medici e 10,00 euro per le famiglie. L’iscrizione deve essere completata preferibilmente entro il 25 ottobre 2015 compilando il modulo d’iscrizione al corso scaricabile dal sito: www.aigoc.it . La stessa si potrà effettuare anche direttamente in sede, il giorno del convegno.

Per visualizzare la Brochure del convegno CLICCA QUI      MACOMER NOV 15 BROCHURE

Diocesi: San Marino-Montefeltro, venerdì 26 gennaio a Domagnano incontro su “Questo è un uomo. Teniamone conto quando si parla di aborto”

23-01-18

Sarà “Questo è un uomo. Teniamone conto quando si parla di aborto” il tema dell’incontro in programma per venerdì 26 gennaio, a Domegnano, nella Repubblica di San Marino. Alle 20.30, presso la sala Montelupo, interverranno Angelo Francesco Filardo, vicepresidente Associazione italiana ginecologi ostetrici cattolici (Aigoc), Tommaso Scandroglio, docente di etica e bioetica all’Università Europea di Roma, Cinzia Baccaglini, psicologa e psicoterapeuta specialista in disturbi traumatici post aborto, Maristella Paiar, avvocato dell’associazione Giuristi per la vita, e Gabriele Raschi, docente di etica e bioetica. L’incontro – promosso dalla Fondazione Santo Marino e da Giuristi per la vita, in collaborazione con associazioni e aggregazioni laicali della diocesi di San Marino-Montefeltro – si inserisce nell’ambito degli “80 giorni per la vita”, che la diocesi ha pensato per sensibilizzare sulla questione dell’aborto e segue l’incontro con Gianna Jessen, che – si legge in una nota – “ha mostrato che cosa sarebbe potuto accadere con questa giovane stupenda, se solo l’aborto salino avesse fatto il suo corso”. La conferenza del 26 gennaio vuole “fare chiarezza su un argomento – la difesa della vita umana – che non ha bisogno di slogan né di prese di posizione acritiche”. Secondo gli organizzatori, “c’è bisogno di conoscere la realtà dei fatti, sia per quanto riguarda l’aborto sia per le conseguenze nella vita della donna che subisce tale pratica”.

«Una missione possibile», buon risultato per l’incontro del Movimento per la Vita di Rieti

27-10-17

Il Centro di Aiuto alla Vita del Movimento per la Vita di Rieti impegnato  in un percorso di formazione ed approfondimento intorno alle ragioni da sostenere  perché la vita sia accolta sin dal concepimento fino alla sua fine naturale.

“Una missione possibile” il titolo dell’incontro svoltosi il 14 ottobre presso l’accogliente sede del complesso Casa del Buon Pastore in via del Terminillo al quale hanno partecipato gli aderenti alla realtà associativa  che è  presente sul territorio con varie iniziative  anche presso scuole della Provincia,  con spirito di prossimità diffusa e di cooperazione con varie realtà aggregative anche  attraverso il proprio Punto Vita. La vita del concepito, come “Uno di noi”, è stato il tema centrale dell’incontro.

Il Dott. Alberto Virgolino, medico ginecologo, Presidente del Movimento e Centro di Aiuto alla Vita di Terni e Membro A.I.G.O.C.(associazione italiana Ginecologi e ostetrici cattolici), ha sviluppato le problematiche legate all’aborto nascosto in termini di prevenzione trattando il tema: ”Quale prevenzione per l’aborto nascosto e per l’aborto terapeutico”. Il fenomeno della deospedalizzazione dell’aborto chimico con la diffusione della assunzione di prodotti medicinali, ritenuti contraccettivi, ma in realtà abortivi, al di fuori delle strutture ospedaliere e dunque addirittura in contrasto aperto con la stessa legge n. 194/78 introduttiva della IVG e la legge n. 405/1975 istitutiva dei consultori familiari ai quali essa assegna anche il compito di fornire alle gestanti informazione ed assistenza per contribuire a far superare le cause che potrebbero indurre la donna ad abortire. Il valore della vita di ogni essere umano già dal momento del concepimento ed il progresso straordinario della medicina per la possibilità di cura intrauterina del figlio diagnosticato imperfetto.

L’Ing. Roberto Bennati Pres.te della Federazione MPV-CAV del Lazio e Vice presidente nazionale del MPV Italiano ha ricordato nella relazione su “Il Movimento per la Vita da 40 anni per una cultura dell’accoglienza” l’escursus storico della vita del Movimento, le ragioni, le idealità e l’impegno profuso per la diffusione di una sana cultura in difesa della vita dal suo nascere alla sua naturale fine, con le opere concretamente svolte a sostegno di donne in difficoltà per varie ragioni nell’accoglienza di un figlio. Case di accoglienza, centri di aiuto alla vita, servizi SOS Vita per le mamme a rischio di aborto per motivi non legati alla propria volontà a causa anche di difficoltà economiche o per ignoranza. Testimonianza di accoglienza da parte di varie realtà nel Lazio tra cui la Casa di accoglienza  di Viterbo di cui è presidente l’arch. Maria Fanti.

La presenza del vescovo Domenico Pompili  ha onorato la realtà associativa  manifestando nell’intervento introduttivo, apprezzamento per l’impegno che i volontari dispiegano  nel portare avanti una missione prioritaria che è quella di difendere il valore di ogni vita umana a cominciare da quella più indifesa costituita dal bambino non ancora nato. Un incoraggiamento a proseguire nella testimonianza con opere concrete rendendo sempre più visibili e comprensibili le ragioni di questa missione.

In conclusione, un cammino intensificato nel mese missionario, come spiega la presidente del Movimento d.ssa Maria Laura Petrongari Andreani, con momenti di riflessione ed approfondimento sia sotto il profilo scientifico che etico sui temi cari al Movimento nella consapevolezza che la responsabilità individuale e collettiva passa attraverso la conoscenza, lo studio dei problemi e il dialogo tra posizioni anche diverse per poter fare scelte consapevoli: costruire condizioni di speranza per una nuova umanità. Tutelare il bene più prezioso che abbiamo che è la vita.

I lavori del Mpv sono proseguiti nel pomeriggio in seno alla assemblea della Federazione Regionale.

http://www.frontierarieti.com/wordpress/una-missione-possibile/

 

Fallimenti alti e 160mila embrioni sacrificati

di Marco Guerra

15-07-17

Il Ministro della Salute presenta la relazione annuale sulla legge 40. Nessun dato sulle spese sostenute dalle regioni per l’acquisto di ovuli e di seme dall’estero e molti dubbi sulle donatrici estere. Le percentuali di successo sono del 15,92 % mentre c’è un incremento degli embrioni “sacrificati” che sale a 160mila. E’ uno dei frutti della sentenza che ha sdoganato l’eterologa riportando tutto al far west riproduttivo che la legge 40 mirava a cancellare.

Da quando i tribunali italiani hanno smontato la legge 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita l’Italia è ripiombata in un far west in cui le tecniche di fecondazione omologa e eterologa sono regolamentate per molti aspetti dalle singole regioni. Per farsi un idea del fenomeno è quindi necessario prendere in esame la relazione annuale al Parlamento del Ministro della Salute sull’applicazione della legge 40. L’ultima, presentata lo scorso 5 luglio, è stata definita dall’Associazione Italiana Ginecologi e Ostetrici Cattolici (A.I.G.O.C.) un vero e proprio “bollettino di guerra”.

Aigoc ricorda anzitutto che le tecniche di fecondazione extracorporea vengono “praticate in Italia prevalentemente a spese dei contribuenti italiani essendo state inserite nei livelli essenziali di assistenza pur non essendo terapie della sterilità ed infertilità di coppia e pur non avendo un’efficacia tale da giustificare il loro diffuso impiego a spese dei contribuenti (solo il 15,92% delle coppie che si sottopongono a tali tecniche riesce ad avere uno o più figli in braccio dopo uno o più cicli praticati nello stesso anno)”.

A tal proposito vale la pena ricordare che nel 2014 fu emessa la sentenza della Corte Costituzionale che ha reso possibile tentare di avere un bambino con gli ovuli di un’altra donna e il seme di un altro uomo esterni alla coppia. Poi dal gennaio 2016 i nuovi Lea (livelli essenziali di assistenza) hanno previsto che tra le prestazioni sanitarie che il sistema nazionale deve fornire gratuitamente c’è anche la fecondazione eterologa e nel frattempo alcune regioni già avevano provveduto a fornire questo servizio. Un paradosso se si considera che molti farmaci per la cura dell’epatite C non sono mutuabili e che per avviare un’adozione una coppia è costretta a spendere diverse migliaia di euro.

In questa cornice, risulta quanto meno opaco il fatto che la relazione presentata al Palamento non riporti alcun dato sulle spese sostenute dalle regioni per l’acquisto di ovuli e di seme dall’estero; procedimento non eludibile visto e considerato le pressoché inesistenti donazioni (l’articolo 12 della legge 40 vieta la compravendita di gameti) provenienti da uomini e donne italiane che, anche secondo diversi sondaggi sul tema,  sono culturalmente contrari all’idea di spargere in giro le loro cellule riproduttive per dare vita a figli che non conosceranno mai.

Fatto sta che la ricerca di ovuli all’estero è stata condotta anche dalle singole strutture sanitarie, come testimonia un avviso di gara del 29 ottobre 2014 pubblicato sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea dall’Ospedale Careggi di Firenze: «L’azienda ospedaliera universitaria Careggi intende conoscere quali istituti, in possesso dei necessari requisiti, sono interessati a collaborare, all’occorrenza, per l’approvvigionamento di gameti».

Ma se sui costi del servizio il documento presentato alle aule parlamentari è completamente carente, offre invece una discreta panoramica circa le coppie trattate, gli embrioni trasferiti e quelli nati vivi. Gli ultimi dati disponibili sono quelli relativi al 2015, anno in cui per la prima vota sono stati conteggiati anche i primi casi di inseminazione eterologa.

Ebbene le coppie sottoposte ai trattamenti sono poco meno di 60.000, di cui circa 2100 con eterologa;  il numero di embrioni trasferiti ammonta a 98.120 e i nati vivi sono solo 11.029, in termini percentuali appena 15,92 %, ovvero meno di una coppia su sei riesce da avere un bambino alla fine di tutti i trattamenti per la fecondazione extracorporea. Quello che poi fa impressione è il numero degli embrioni che la ricerca definisce “sacrificati”, tra questi gli ovociti inseminati non trasferiti e gli embrioni crioconservati e poi scongelati.

Numeri che sono stati elaborati dal vicepresidente di Aigoc, il dott. Angelo Francesco Filardo, il quale ha evidenziato che sottraendo i nati vivi (11.029) e quelli rimasti crioconservati (34.490) dalla cifra totale degli embrioni prodotti risultata che circa 160.000 di questi sono stati “sacrificati”. Si tratta di un numero in aumento rispetto al 2014 (149.953). Tra altro, in un comunicato ufficiale gli ostetrici e ginecologi cattolici sostegno che “tale cifra non rispecchia la realtà perché i dati offerti sulle fecondazioni eterologhe sono molto carenti e non permettono di risalire al numero totale effettivo di embrioni prodotti per cui è stato preso per buono il numero di 3.924 embrioni trasferiti in utero, che è molto basso rispetto ai 21.476 ovociti ed ai 1.161 embrioni importati dalla Danimarca, Grecia, Rep. Ceca, Spagna, Svizzera (la cifra più verosimile si aggira sui 168.200)!”.

“Ci sorprende e ci lascia perplessi la grande generosità delle “donatrici” straniere, che hanno “offerto” la stragrande maggioranza degli ovociti utilizzati nel 2015 per le fecondazioni eterologhe – si legge ancora nella nota dell’Aigoc – richiedendo la ovodonazione una stimolazione ovarica per far maturare più ovociti (in media 6,9) ed un prelievo degli stessi”.

In effetti la relazione non spiega come avvengono all’estero quelle che per la legge italiana dovrebbero essere delle semplici donazioni. Lo scambio in denaro dovrebbe avvenire solo a titolo di rimborso spese, ma non è mai stata stabilita qual è la consistenza di tale rimborso.

Un altro aspetto allarmante è l’aumento della crioconservazione. Nel 2015 sono stati criopreservati  34.490 embrioni, il 31% dei cosiddetti embrioni prodotti e trasferibili con punte del 55,8% nel Lazio, del 49% nella Provincia autonoma di Bolzano e del 41,2% in Umbria mentre ne sono stati scongelati solo 20.444. Su questo versante le coppie e le strutture ospedaliere che si occupano di procreazione in vitro sono state deresponsabilizzate dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 151/2009, che ha tolto il divieto della produzione al massimo di tre embrioni da trasferire simultaneamente in utero.

Da parte loro, denunciano i ginecologi cattolici, il Parlamento ed il Governo non si sono  preoccupati di arginare questa anarchia riproduttiva, varando nuove linee guida che impediscano  la sovrapproduzione incontrollata di embrioni. In realtà nell’agosto del 2015 queste linee guida sono state elaborate, ma per forza di cose si sono dovute limitare a recepire la sentenza del 2009 che fissa la produzione di embrioni in un numero “strettamente necessario” stabilito dal medico che segue la coppia. Insomma di fatto la politica la politica è stata esautorata dalla magistratura, la quale ha elaborato una dicitura così vaga che ora viene aggirata sia dalle cliniche private sia dagli ospedali pubblici che hanno tutti gli interessi a congelare più embrioni possibili. Va da se che si tratta di vite umane in nuce che non possono essere lasciate sospese a tempo indeterminato nell’azoto liquido come oggetti inutili.

http://www.lanuovabq.it/it/fallimenti-alti-e-160mila-embrioni-sacrificati

 

Sì alla fertilità, ma non con ogni mezzo

Il 22 settembre sarà il Fertility Day. Il parere del dott. Angelo Filardo dell’Associazione ginecologi cattolici

Continua ad aumentare in Italia il numero di embrioni “sacrificati” per consentire la fecondazione “extra-corporea”, fenomeno che va letto in concomitanza con l’aumento di donne ultra-40enni che decidono di avere un figlio. È il dato che risulta dalla recente relazione annuale fatta, di fronte al Parlamento, dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin.

Intanto, per promuovere un’inversione di tendenza rispetto al calo demografico nel nostro Paese, lo stesso Ministero ha lanciato per il 22 settembre il primo Fertility Day. Notizia in sé positiva, ma che – nell’ottica delle attuali tendenze del “mercato” della vita nascente – potrebbe finire per promuovere un modello distorto.
“Ci auguriamo – scrive infatti il dott. Angelo Filardo, vice presidente nazionale dell’Aigoc (Associazione ginecologi e ostetrici cattolici) – che il Fertility Day non diventi una vetrina delle tecniche e dei centri di riproduzione umana, ma che sia un momento di riscoperta della bellezza della fertilità umana e del bisogno improcrastinabile di conoscerla, preservarla dai numerosi rischi presenti nel nostro tempo, rispettare i ritmi in essa presenti, mettendo i giovani in condizioni di poter procreare nell’età migliore, imparare a conoscere e utilizzare le informazioni che essa ci offre secondo i bisogni della coppia (ottenere, rinviare o evitare la gravidanza), valorizzando i metodi naturali di regolazione naturale della famiglia, che oltre a essere molto efficaci, scientificamente provati, ecologici, vengono insegnati gratuitamente”.
Quanto alla relazione del ministro Lorenzin sull’attuazione della legge 40/2004 nell’anno 2014 – osserva ancora Filardo -, si registra “una significativa impennata rispetto agli anni precedenti del numero di embrioni sacrificati, 149.950, e degli embrioni crioconservati, 28.757! Questi 149.950 rappresentano l’altissimo costo in vite umane delle tecniche di fecondazione extracorporea, che le rende umanamente inaccettabili, e che viene ancora poco considerato dai nostri parlamentari, dal ministro della Salute, dal Governo, dai mass media, da tanti medici e dagli educatori”.
E ancora: deve far riflettere “il significativo aumento delle donne con età superiore a 40 anni che si sono sottoposte a queste tecniche; per cui l’età media delle donne nel 2014 è stata 36,7 anni, con un aumento progressivo delle pazienti con più di 40 anni che iniziano un ciclo con le tecniche a fresco (32,9% nel 2014, rispetto al 31,0% nel 2013, e al 20,7% del 2005)”.

E in Umbria? In generale, “i dati relativi alle singole regioni contenuti nella Relazione ministeriale non sono dettagliati e contengono meno informazioni di quelli cumulativi, per cui non è possibile calcolare esattamente il numero totale di embrioni sacrificati in Umbria nel 2014. Infatti i 681 riportati nella tabella 3.4.26 sarebbero solo il 66% di tutti gli ovociti fecondati (tabella 3.4.13), per cui potrebbero essere 1.032. Mancano, inoltre, dati certi sul numero di embrioni trasferiti in utero, in particolare dopo lo scongelamento di embrioni”.
Seppure “apparentemente i dati umbri sembrerebbero più favorevoli rispetto a quelli nazionali, tale dato è negativamente influenzato dal numero delle coppie trattate e dalla carenza dei dati offerti”.
L’età media delle donne che hanno fatto ricorso alla fecondazione in vitro in Umbria è di circa 37 anni. anni. Le coppie che hanno avuto almeno un figlio in braccio sono 67 (il 18,81% delle coppie trattate, il 16,3% dei cicli iniziati)”.

Sì alla fertilità, ma non con ogni mezzo

 

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