UNA VITA LUNGA MEZZ’ORA “MA NE È VALSA LA PENA”
11 dicembre 2014

 

Giuseppe Noia, presidente dei ginecologi cattolici, racconta la lezione di Emanuele ai genitori e ai medici

Nella biblioteca del Dipartimento Tutela salute della donna della vita nascente, del bambino e dell’adolescente eravamo in 13: ginecologi, neonatologi,

bioeticisti, ostetriche, specializzandi, responsabili della sala parto, riuniti per parlare di Emanuele, il bimbo con Trisomia 13, che di lì a pochi giorni avrebbe visto la luce.

Tredici persone per un bambino con Trisomia 13, quasi una cabala. Il grembo materno e paterno lo aveva comunque accolto, pur nella sua diversità numerica di cromosomi

e pur nella consapevolezza che la diagnosi connotava una storia naturale infausta, di un bimbo che, purtroppo, sarebbe stato incompatibile con la vita.

Tuttavia, anche se la sentenza della genetica era già stabilita, l’aritmetica del cuore ne aveva cambiato il significato: accompagnare fino all’ultimo il proprio figlio era amarlo nel dolore, sì, ma senza disperazione: era un fidarsi di Dio contro ogni apparente ragionevolezza.

Nessuna vita è inutile: innanzitutto perché è il frutto di un amore che è utilissimo nel vissuto di ogni coppia, di ogni padre e di ogni madre; e poi perchè la dignità di ogni esistenza è indipendente da quanto tempo avrà. Madre Teresa raccogliendo un moribondo sul ciglio della strada a Calcutta lo ripulì, lo dissetò, lo accolse dandogli un’altra mezz’ora, è vero,

ma un tempo sufficiente a cambiare il cuore di quell’uomo: “Sono vissuto come un cane, muoio come un angelo. Grazie!”, e spirò.

Emanuele è nato dopo 10 giorni dalla nostra riunione …

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