Noia: “Aborto farmacologico? Un attacco gratuito e violento alla maternità”

 

“Nella mia esperienza, in casi di aborto spontaneo, nessuna donna mi ha mai detto di aver perso un embrione. Tutte riferiscono di aver perso un figlio”. A parlare è Giuseppe Noia, docente di Medicina dell’Età Prenatale presso la facoltà di Medicina e Chirurgia, docente dei corsi di Perfezionamento e dei Master in Bioetica. Presidente dell’Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici (A.I.G.O.C.).

 

 

 

 

8 Settembre 2020, di Ida Giangrande

(PuntoFamiglia -www.puntofamiglia.net)

 

Non più tardi dello scorso 8 agosto il Ministro della Salute, Roberto Speranza, ha allungato il limite per l’aborto farmacologico fino a 9 settimane di gestazione senza l’obbligo di ricovero. Professor Noia, la sua esperienza a contatto diretto con le madri quali scenari le permette di prospettare? 

Innanzitutto, c’è una premessa generale da fare: il grande problema antropologico di questo nostro tempo è il rifiuto di usare le ragioni della ragione siano esse scientifiche che giuridiche, filosofiche, etiche e psicosociali nel perseguire la verità sulla persona umana. Rifiutare di ragionare sulle evidenze è il grande “peccato” della cultura moderna. È una forma di accanimento affinché non possa venir fuori la verità sulla persona umana, con un silenziamento studiato a tavolino di tutti quei processi di conoscenza che possano far riflettere e dare consapevolezza e quindi aumentare l’ampiezza della libertà di scelta. Questo vale per ogni campo della vita psicosociale ed è caratterizzato da un atteggiamento improntato all’individualismo e alla chiusura in sé stessi. Le evidenze della ragione invece ci aiutano a guardare fuori da noi e a trovare il senso in un servizio alla persona umana. In questa angolazione, infatti, non vi sono differenze di sesso, di religione o di appartenenza politica perché il valore da perseguire è la verità della persona umana. Custodire, difendere e salvare l’umano, il tesoro incredibile che ogni persona porta nella sua esistenza, dovrebbe essere il fine di ogni scelta, di ogni azione, di ogni progettualità sia sul piano individuale che sullo quello sociale. Quello che è accaduto con le nuove Linee guida del Ministero della Salute, con l’uso della pillola abortiva RU486, è la dimostrazione lampante del rifiuto a ragionare sulle evidenze scientifiche che dimostrano rischi gravi per la salute delle donne correlati alla effettuazione dell’aborto farmacologico senza ricovero e con l’estensione della possibilità di farlo fino alla 9° settimana inclusa.

Quali saranno le ricadute in termini emotivi, affettivi e psicologici sulle donne e qual è il tasso di mortalità femminile per l’aborto farmacologico?

Togliere una pratica abortiva dallo stretto controllo medico, è già di per sé una scelta irrazionale che non va certo verso la salvaguardia della salute delle donne. Come dicevamo precedentemente, le donne che fanno questa terribile scelta vengono relegate in maniera “pilatesca” ad un’autogestione dell’aborto volontario. Questo tipo di proposta appare paradossale sia nel merito che nel metodo sia per le conseguenze più immediate, sia per le conseguenze a distanza. Per quanto riguarda il merito, se il criterio è quello economico e di risparmio della spesa sanitaria (qualcuno ha paragonato questo tipo di scelta a quella fatta per migliorare, senza ospedalizzazione, la correzione dell’ernia inguinale), lascio a chi legge le considerazioni su questa comparazione misera e assolutamente inopportuna: la perdita della vita di un essere umano non può essere paragonata alla miglioria di una tecnica di un intervento chirurgico finalizzato a un minor costo sanitario sociale. Per quanto riguarda il metodo vi sono diverse considerazioni da fare. Innanzitutto, parlano di un “passo importante” nella scelta abortiva e nella libertà delle donne. Su questo qualcuno ha scritto con triste ironia: “Un passo importante che rende libere le donne di abortire tra il tinello e il bagno di casa”. Questa sarebbe la libertà? La seconda considerazione riguarda l’abbandono da parte del mondo medico di una donna che sceglie di abortire con la RU486. Questo ritorno a una clandestinizzazione nel privato aggiunge solitudine a solitudine, essa lo gestisce a casa in una angosciosa attesa dell’agonia espulsiva del proprio bambino e nella paura che un’emorragia grave possa comportare un successivo ricovero sia per un completamento di espulsione del tessuto abortivo rimasto dentro sia per un’eventuale trasfusione (Royal College of Obstetricians and Gynecolgists, Rcog, Guidelines, 2011; Update Guidelines, March 2, 2020). Una terza considerazione riguarda la iper-responsabilizzazione psichica ed emozionale della donna che sceglie, assume la pillola, gestisce la fase abortiva, la paura e l’angoscia, fino alla visualizzazione del proprio bambino con tutte le sue fattezze umane che viene espulso con tutto il suo sacchetto gestazionale e questo avverrebbe nel 56% dei casi (British Medical Journal, 332, 1235, 2006). Come si può vedere vengono aggiunte ferite a ferite per una donna già provata fisicamente e psicologicamente dalla lunga e stressante procedura abortiva. Un ultimo aspetto, che è stato completamente ignorato dalle linee guida del Ministero, e che invece è segnalato dalla FDA statunitense, è relativo alle 24 morti correlate fino al 31 dicembre 2018. In Italia, il Ministero della Sanità riporta l’aborto chirurgico in 40 anni di legge 194. Nei 10 anni in cui è stata utilizzata l’abortività con la RU486 ci sono state 2 morti legate alla procedura. Facendo valutazioni molto semplici si passa dal 2 al 20% nel confronto tra le due procedure. Questo (pericolosità dell’aborto farmacologico 10 volte superiore) è esattamente il dato che ha riportato il New England Journal of Medicine nel 2005.

Perché l’informazione non ne parla?

Perché la cultura dello scarto cerca di silenziare tutto ciò che è il protagonismo dell’embrione in una relazione di simbiosi materno-fetale che è una meraviglia agli occhi del cuore e della mente. Il figlio riceve dalla madre ossigeno e nutrizionali e a sua volta invia alla madre cellule staminali guaritrici come se fosse un vero e proprio medico della madre. Secondo lei, parlare di questa meravigliosa simbiosi porterebbe acqua al mulino di chi vuol vedere il figlio contro la madre? Sicuramente no, per cui vale la pena di non far conoscere questo dato scientifico o comunque di diminuirne la portata culturale. Nella cultura dello scarto, che è cultura della morte, vi sono una serie infinite di strategie perché le evidenze scientifiche e umane non arrivino alle coscienze e questo è il mondo dei sotterfugi menzogneri il cui passo principale è quello di creare confusione valoriale e falsa pietà.

Se l’aborto in sé è un mostruoso attacco al bambino non ancora nato, invisibile agli occhi della società civile, questa modifica alle linee guida per l’aborto farmacologico non le sembra un attacco gratuito e violento alla madre nascosta in ogni donna?

È sicuramente un attacco gratuito e violento alla maternità che è in ogni donna. Io aggiungerei anche che tutto questo avviene in una indifferenza psicosociale perché la legge 194 ha fatto scuola: se c’è una legge dello Stato allora l’abortività volontaria va regolata e quindi l’aspetto giuridico-sociale prende il sopravvento sul diritto prelazionale che ogni vita umana ha diritto ad esistere. Negli ultimi 20 anni abbiamo assistito alla nascita di diritti come funghi ma solo per l’embrione non esiste il diritto. Già questa famosa idea delle pari opportunità viene completamente contraddetta dal fatto che per l’embrione non c’è alcun diritto.

A nove settimane di gestazione la mamma non si accorge che porta un bambino in grembo? Che tipo di relazione c’è tra madre e figlio in questa epoca della gravidanza?

La relazione è iniziata subito dopo il concepimento attraverso il cross-talk. Questo dialogo, che avviene addirittura prima dell’impianto, prepara la scelta del posto più idoneo per formare la placenta, l’organo nutrizionale per eccellenza, il cui normale funzionamento garantisce un normale peso alla nascita. Se però il colloquio biologico, immunologico e ormonale è subottimale si può avere o un aborto spontaneo oppure una gravidanza che prosegue con un apporto ossigenativo non adeguato. Il peso alla nascita sotto i 2 Kg in epoche gestazionali a termine ha ripercussioni patologiche nell’infanzia, nell’adolescenza e nella vita adulta. Se molti scienziati si soffermassero a contemplare la bellezza e la grandezza di questa relazione, forse vedrebbero di più e con più stupore la dignità di ogni vita umana. Se molti scienziati vedessero la continuità relazionale dei primi 8 giorni come fondamento culturale di ogni relazione, l’embrione, oltre che medico della madre, sarebbe visto come un docente universitario.

Parliamo del sistema sanitario, si ha quasi la sensazione che con questa manovra si voglia snellire la procedura abortiva fino a deresponsabilizzare completamente la scienza lasciando tutto a carico della donna…

Non è una sensazione. Come molte donne hanno testimoniato sui giornali, la donna subisce un abbandono terapeutico ed umano per cui la realtà è che sembrerebbe che “l’uomo venga fatto per il sabato e non che il sabato venga fatto per l’uomo”. Oltre all’abbandono terapeutico, prima di questo c’è una informazione non completa sulla procedura abortiva, su come essa si può evolvere nei giorni, sulle complicazioni emorragiche e sui rischi fatali. Rubare l’informazione che crea consapevolezza è un atto molto, molto grave.

Si parla di questa modifica alle Linee guida circa l’aborto farmacologico come una procedura che rispetta la legge 194. Ma è proprio vero? Ricordo bene che la legge in sé all’articolo 1 e 2 chiedeva di provare ad evitare l’aborto e affidava ai consultori l’incarico di “far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza”. Qui si tratta di semplificare la procedura fino a renderla facile come bere un bicchier d’acqua, da questo punto di vista non le sembra che la legge sia stata superata?

La legge è stata superata e completamente disattesa da 40 anni. Io ritengo che questa legge non sia una legge buona perché ha prodotto nel corso dei decenni perdite di vite umane (fino ad oggi 6.300.000 bambini) ha aumentato la prevalenza dell’aborto eugenetico di più di 10 volte (dallo 0,5% del 1981 al 5,8% del 2018) quindi è una legge eugenistica e mentre plaude alla diminuzione del numero degli aborti nel corso degli anni, non tiene conto del diminuito tasso di fecondità della donna e dell’esplosione dell’aborto con la pillola del giorno dopo e dei 5 giorni dopo. Infine, le relazioni che il Ministero fa conoscere, sono molto incomplete e fortemente omissive.

Il racconto mediatico presenta spesso la prassi abortiva come una pratica indolore e senza alcuna implicazione umana… qual è la sua esperienza? Pur non avendo mai effettuato aborti si è mai trovato a raccogliere i cocci di una madre che ha abortito?

Il racconto mediatico propone grandi menzogne esistenziali con la connivenza di una certa scienza che potrebbe parlare e non parla. Assumere una pillola abortiva non è come assumere un’aspirina per il mal di testa perché la banalizzazione dell’atto nasconde, subdolamente, la separazione della madre dal figlio e il lutto che ne consegue, con una devastazione psicologica molto forte. Non è indolore sul piano fisico perché vi sono contrazioni dolorosissime e non è indolore sul piano psichico perché abbiamo visto che iper-responsabilizza la donna. Non è sicuro perché nel caso della RU486 vi sono complicazioni emorragiche (American College of Obstetricians and Gynecologists, Acog, “Practical Bulletin, 143, 2014) tali da portare anche a trasfusioni (Royal College of Obstetricians and Gynecolgists, Rcog, Guidelines, 2011; Update Guidelines, March 2, 2020) fino a 6 volte superiori ad altre pratiche abortive (Chinese Cochrane Center 2004 Jan; 39(1):39-42 ) fino ad esiti letali con decesso della paziente (Istituto Superiore Sanità, Primo Rapporto it OSS: Sorveglianza della mortalità materna, 2019). Un organismo britannico, il National Institute for Health and Care Excellence (Nice), deputato a stabilire le buone pratiche di condotta clinica, riporta che dopo l’assunzione della pillola abortiva la gravidanza potrebbe proseguire non essendo stata efficace nell’azione abortiva (Abortion Care Nice Guidelines – September 25, 2019). Tale probabilità diventa più elevata man mano che aumenta l’epoca gestazionale in cui si assume la pillola abortiva. Il fatto che la gravidanza possa continuare dopo la pratica abortiva, riespone la donna a un ulteriore impatto psicologico devastante poiché dovrebbe di nuovo fare delle scelte. Se la donna rivedesse la sua scelta e volesse portare avanti la gravidanza, si troverebbe dinanzi a un ulteriore problema da affrontare, dato che l’uso della pillola abortiva può causare malformazioni fetali. Se invece, volesse ripetere la pratica abortiva dovrebbe utilizzare farmaci a dosaggi più elevati, con sintomi e rischi ancora più rilevanti. Tutto questo è aggravato da una carente informazione, dalla non attesa dei 7 giorni, come dice la legge 194 e dal fatto che, nel caso specifico delle Linee guida del Ministero della Salute, le conseguenze fisiche e psichiche tra l’aborto farmacologico e quello chirurgico sono state considerate comparabili: il che non è affatto vero. Infine, vogliono tirare dentro i Consultori come luoghi dove può essere effettuato l’aborto farmacologico, stravolgendo completamente le finalità di una struttura che, come dice la legge 194, doveva lavorare per contrastare la diffusione dell’aborto visto oggettivamente da tutti come una tragedia personale, di coppia e familiare. La conseguenza di tutto ciò è esporre tante donne alla devastazione del proprio futuro procreativo. L’esperienza che ho fatto con molte donne con problemi di poliabortività spontanea, è la grande sofferenza di aver perso i figli. È questo il termine che le madri danno agli embrioni. Nessuna donna mai mi ha parlato della perdita di un embrione. Mi ha sempre parlato di aver perso uno o più figli. Ecco perché da molti anni vado dicendo che il concetto di proporzionalità traumatica non esiste. La proporzionalità traumatica è un concetto che vorrebbe dare un significato quantitativo alla sofferenza delle donne affermando che il loro dolore dopo un aborto spontaneo al 2° mese, possa essere inferiore a quello della perdita di un feto al 5° mese: piccolo embrione, piccolo trauma. Tuttavia, la verità esistenziale di questo fenomeno non è così poiché

l’elaborazione della perdita del figlio (e quindi la sofferenza materna) non è proporzionale alle dimensioni dell’embrione e/o del feto in termini di centimetri di lunghezza e/o di grammi di peso ma è proporzionale alla perdita della presenza del figlio, indipendentemente dalle dimensioni. 

La prova sperimentale di questa affermazione proviene dalle stesse donne, le quali, come ho già scritto molte volte, nel colloquio, durante la consulenza clinica, ripetono lo stesso ritornello: “Professore come devo fare per farlo capire ai miei familiari e amici che mi dicono che l’embrione era piccolo? Io soffro come se avessi perso un figlio di 1.60 metri di altezza e 70 Kg di peso”. E io di rimando dico: “Lo dica a me!”. Avendo seguito più di 400 coppie con aborti spontanei ripetuti, questa esperienza è un fatto sperimentale, diretto, registrato dalla mia persona in tantissimi casi. Ho pubblicato più di 10 anni fa che il recupero della capacità gestazionale per queste coppie è possibile con indagini diagnostiche di un protocollo ormai standard in tutto il mondo, a cui si aggiunge la necessità di un supporto psicologico: nel primo gruppo (solo protocollo diagnostico e terapeutico) il tasso di successo clinico è stato del 32% mentre nel secondo gruppo (protocollo più supporto psicoterapeutico) il successo clinico è stato del 72%. Tutto ciò dimostra che la relazione tra il figlio e la madre, fin da subito, comporta un vissuto della donna con una percezione di presenza del proprio figlio del 100% e che per riaprirsi alla ricerca di un figlio successivo è necessario sanare le ferite del lutto precedente. Se tutto questo avviene per l’abortività spontanea, quale impatto peggiorativo ci dobbiamo aspettare quando la madre sceglie volontariamente di togliere la vita al proprio figlio? In conclusione, dico, il dolore delle donne, la salute delle donne, la dignità delle donne in questa cultura dello scarto viene completamente devastata e non c’è più cieco di chi non vuol vedere. La scienza prenatale ha grandi responsabilità perché non fa sentire la sua voce e la sua autorevolezza sulle dinamiche relazionali devastate dalla separazione del figlio dalla madre, minimizzando l’aspetto medico, silenziando l’aspetto di verità scientifica e inchinandosi alla cultura del potere politico e del politically correct. Quando, anni fa, ci fu un incidente al sistema di refrigerazione degli embrioni congelati al San Filippo Neri di Roma, vennero distrutti centinaia di embrioni congelati. Sulle varie testate giornalistiche il grido delle donne era: “Hanno ucciso i nostri figli!”. La conclusione di tutto questo è che anche per blastocisti microscopicamente non evidenti per l’occhio umano, l’aver generato con il proprio ovulo, una vita umana in vitro, aveva generato una relazionalità tra il figlio e la madre già prima dell’impianto. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

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La scienza prenatale ha validato inconfutabilmente che l’embrione è vita umana

Intervista al Prof Giuseppe Noia – Punto Famiglia Dic 18

Ha una serie di titoli che distinguono il suo profilo. Tra le altre cose è direttore della Hospice Perinatale del Policlinico Gemelli di Roma e docente di Medicina prenatale presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia. Soprattutto è un medico cristiano sul modello di San Giuseppe Moscati e Santa Teresa di Gesù Bambino. Intervista al professor Giuseppe Noia.

 

di Ida Giangrande

 

Professor Noia lei è un professionista affermato nel campo della ginecologia. Il suo è un mestiere delicato, a diretto contatto con la vita che sboccia. Vuole raccontarci come ha maturato la sensibilità che oggi la distingue rispetto a molti dei suoi colleghi?

La maturazione di questo approccio relazionale con il mondo della vita nascente si è creata negli anni grazie all’impatto con persone sante che mi hanno guidato spiritualmente ma grazie anche ai miei genitori che hanno istillato in me la tendenza a ricominciare sempre da capo, a risalire la corrente, ad essere ambizioso ma per fare  il bene. Ho sempre avuto il desiderio personale e profondo di fare qualcosa che mi facesse ricordare non per una gloria fondata sull’effimero ma per una fama che facesse riflettere la gente su quanto amore Dio ci ha dato incarnandosi e su quanto amore ha diffuso offrendo la Sua vita per ciascuno di noi. La mia conversione è avvenuta nel maggio 1974, a 23 anni, nella Chiesa dei Martiri Canadesi a Roma, dove il mio cambiamento interiore ebbe il suo epilogo in un lungo pianto dirotto con forti gemiti e lacrime abbondanti. Accadde dopo aver sentito una canzone già conosciuta da me e penso da tutto il popolo cristiano: “Dio si è fatto come noi per farci come Lui”. Pensare che Dio si facesse come noi era un paradosso incredibile per la mia ragione e per il mio vivere di allora. Dissi una serie di “no” ad alta voce ma poi cedetti e mi abbandonai a un fiume di lacrime, mentre una grande sensazione di dolcezza mi invadeva. Dopo questa esperienza incontrai un figlio spirituale di San Pio da Pietrelcina, don Giuseppe De Santis. Divenuto il mio padre spirituale, mi indicava sempre come modello San Giuseppe Moscati e Santa Teresina del Bambino Gesù con la sua piccola via. Il Primo perché sosteneva la fede con la preghiera e il sacrificio (la filosofia delle ginocchia); la seconda perché ci faceva vedere la grandezza di Dio nelle piccole cose quotidiane (l’umiltà di Dio).

Gli strumenti di diagnosi prenatale quanto sono utili in Medicina?

La diagnosi prenatale è una disciplina all’interno dell’ostetricia e della ginecologia che negli ultimi 40 anni è diventata un campo di inda- gini diagnostiche e terapeutiche estremamente importanti. Le tecnologie non invasive (ecografie, ecocardiografia, velocimetria doppler, cardiotocografia) e invasive eco guidate (amniocentesi, villocentesi, cordocentesi, paracentesi, torocentesi, vescicocentesi, amnio infusione e amnio riduzione, trasfusioni intrauterine intravascolari, aspirazioni di cisti ovarica fetali, trattamenti palliativi clinici e analgesici del feto) sono conoscenze incredibili che non mirano a fare accanimento terapeutico ma a supportare le capacità gestazionali compromesse di pazienti con gravi patologie fetali. Come tutte le conoscenze la dia- gnosi prenatale va analizzata nei suoi fini e nei suoi mezzi. Se il fine della diagnosi prenatale, così come si fa con l’adulto, è quello di diagnosticare una problematica per poi curarla, essa si configura come una meravigliosa attuazione della scienza prenatale e della evoluzione della ricerca clinica verso il feto considerato un paziente a tutti gli effetti. Ma se il fine è quello di vedere se il feto è malato o ha qualche anomalia per poi potergli togliere la vita, questo è assolutamente da proscrivere, da rifiutare, perché la scienza prenatale deve dare la vita, deve dare speranza, non morte e disperazione. Madre Teresa diceva: “fai il bene (l’obiettivo) e fallo bene (i mezzi)”.

Un altro esempio è quello della sterilità delle coppie che cercano giustamente di avere un figlio. Desiderare di avere un figlio è una cosa bella, umanamente piena e santa (l’obiettivo) ma se i mezzi  (le tecniche di procreazione artificiale) portano alla perdita del 91% degli embrioni concepiti in vitro (dati del Ministero della Salute), allora questo non è proponibile! Non si può ottenere un bene (il figlio) se i mezzi per ottenerlo (le tecniche) sono occisive. Come si vede  la stessa conoscenza (vedi diagnosi prenatale o tecniche di procreazione artificiale) può essere usata pro o contro la persona umana: ecco che interviene il discernimento etico (la bioetica) che ci aiuta a capire che tutto ciò che è contro la persona umana porta desolazione e morte fisica e spirituale. Non dobbiamo avere paura di Galileo (la scienza) ma come viene usato Galileo!

Alcuni di questi strumenti di diagnosi prenatale esistevano già al tempo della legge 194? Se sì, quali?

L’evoluzione storica degli strumenti di diagnosi prenatale dalla legge 194 in poi, come tutte le tecnologie scientifiche si è molto amplificata. Tuttavia, ha subito un trend sempre più sofisticato finalizzato a individuare feti malati sempre più precocemente con lo scopo di indirizzare le coppie alla interruzione volontaria. Questo trend è solcato dalla falsa idea e dalla falsa compassione che quanto più piccolo e precoce sia l’embrione e l’aborto volontario, tanto più piccolo è il trauma per le donne. C’è una grande menzogna scientifica e umana in questa tesi. Sono proprio le donne, le dirette testimoni di fortissime lacerazioni psicologiche che parlano, si raccontano e dimostrano a sé e al mondo medico che la sofferenza della perdita del figlio non è proporzionale al peso in grammi o in centimetri dell’embrione perduto ma è, in maniera esponenziale correlata alla perdita della presenza del figlio. Per cui si può illudere e ci si può illudere di anticipare l’aborto volontario quanto si vuole ma non si può essere temporalmente più precoci dell’accoglienza che la madre fa del proprio figlio sia sul piano fisico che su quello biologico, psicologico e spirituale. Quante menzogne gravitano intorno all’interruzione volontaria della gravidanza.

Un secondo aspetto è che l’evoluzione delle tecnologie della diagnosi prenatale ha fatto scelte che miravano sempre più alla tutela fisica della madre e questo è senz’altro un aspetto positivo. Infatti abbiamo osservato un aumento esponenziale delle diagnosi non invasive qua- si sempre rappresentate dagli screenings e una riduzione altrettanto grande di quelle invasive ma con una precisa idea di selezione: dia- gnosi prenatali sempre più sicure ma sempre più finalizzate a coglie- re anomalie genetiche strutturali quanto più precoci possibili, senza impegnarsi in uno sforzo scientifico e tecnico, altrettanto importante, per cercare di curare già prenatalmente queste anomalie. Per la verità una serie di approcci di terapie prenatali sono state fatte e altre sono in progress ma per le condizioni che molto precocemente individua- no dei feti, dei bambini che sono incompatibili con la vita, la scienza prenatale si è arresa. In questi casi non si fa una diagnosi ma si dà una sentenza di morte! Si crede che per quella vita fragile non ci  sia più niente da fare! Ma non è così. Da 40 anni il gruppo dell’Hospice Perinatale del Gemelli (una rete di luoghi di assistenza e di un gruppo interdisciplinare di medici altamente specializzati dove si aggrega il Telefono Rosso per la prevenzione delle malformazioni, il Day Hospital Ostetrico per l’esecuzione di terapie fetali invasive e non invasive o trattamenti palliativi prenatali o post-natali quando non è possibile fare cure definitive, il reparto di patologia ostetrica per la ospedalizzazione di casi curabili e non curabili, la sala parto e la neonatologia) dimostra con evidenza numerica e rigore scientifico un elevato successo clinico e che quindi c’è tantissimo da fare. 8.000 interventi di terapie fetali con il 60% di buona evoluzione clinica e figli in braccio, 1.200 trattamenti palliativi prenatali, affiancamento di 1000 famiglie con il proprio figlio incompatibile con la vita, consulenze scientificamente corrette che hanno cambiato il destino, dalla morte alla vita di 3.000 bambini, 73.000 consulenze telefoniche che hanno tranquillizzato il 90% delle coppie. Questi numeri, queste percentuali vengono fatte conoscere non per una esibizione trionfalistica ma per dimostrare che la scienza prenatale, se opportunamente usata, è uno strumento incredibile per dare speranza e certezza procreativa a famiglie gravate da diagnosi prenatali infauste.

Cosa hanno svelato tali strumenti sulla vita intrauterina?

Gli strumenti di conoscenza e gli studi sulla vita prenatale hanno svelato tante cose. Innanzitutto che la relazione figlio madre è precocissima, come già ho detto, è biunivoca, addirittura prima dell’impianto dell’embrione. Durante questi 8 giorni c’è un intenso colloquio tra madre e figlio (Cross Talk) che è fondamentale perché la gravidanza vada avanti e non si abbia un aborto spontaneo, né si configurino   le basi biologiche per la nascita di malattie che poi si manifestano nell’infanzia, nell’adolescenza e nella vita adulta. Quanta gente è a   conoscenza che i primi 8 giorni della nostra vita sono importantissimi per il futuro della persona umana fino all’età adulta? Silenziare o cercare di silenziare l’importanza dei primi 8 giorni è una manipolazione scientifica che tende maldestramente a sdoganare sul piano etico evidenze scientifiche ben consolidate: l’effetto abortivo della pillola del giorno dopo e dei 5 giorni dopo, la diagnosi preimpianto con la perdita del 92% degli embrioni (dati del Ministero della Sanità) e la distruzione di embrioni per l’uso di staminali embrionali ai fini di ricerche sullo stesso. Man mano che passano le settimane la relazione feto madre diventa più intensa e dimostra che il feto non è passivo ma partecipa attivamente allo svolgersi del file genetico, nella strutturazione della sensorialità, della relazione psicodinamica con la madre dalla quale riceve ossigeno e nutrizionali ma diventa esso stesso medico della madre inviando cellule staminali guaritrici di diversi processi patologici moderni come ha dimostrato Diana Bianchi negli ultimi 10 anni. Madre e figlio organizzano l’unità feto placentare che alla base del proseguo della gravidanza, si sviluppano fasi neuro-cerebrali del feto relazionale alla vita quotidiana della madre (abitudini alimentari, viaggi, emozioni, stress) per le cui condizioni tutto lo psichismo fetale ne risente. La madre riceve gratificazione psicologica per la presenza del figlio, conferme sul suo vissuto di donna e di madre mentre il figlio viene aiutato dalla madre nelle fasi del travaglio attivo perché essa produce sostanze che lo difendono da eventuali insulti ipo-ossigenativi. È una vera sinfonia di amore e attenzioni reciproche dove il protagonismo dell’embrione si esalta nel partecipare all’empatia percettiva della madre e questo avviene soprattutto quando vi sono condizioni di patologia “l’embrione è un attivo direttore di orchestra del suo impianto e del suo destino!”(Editoriale del 2000 del British Medical Journal).

Possiamo dire che le conoscenze del mondo scientifico in materia di vita embrionale erano sostanzialmente errate all’epoca della 194?

Le conoscenze sulla simbiosi materno fetale e sul protagonismo dell’embrione 40 anni fa non solo erano sicuramente errate ma soprattutto non si aveva affatto prontezza della traduzione scientifica (fatta nei decenni successivi) di ciò che l’uomo vede e di cui fa esperienza diretta sin da quando è apparso sulla terra. La realtà di figlio nella generazione umana è qualcosa di fantastico che non si basa solo sui legami di sangue ma si disvela dal particolare linguaggio relazionale tra il figlio e la madre. Esso pone le basi nei 9 mesi di gestazione ma non si cancella mai più, neanche tagliando il cordone ombelicale. È un po’ l’esemplificazione dell’indelebile memoria che ci portiamo tutti dentro, un destino all’immortalità legato alla chiamata all’esistenza in un corpo di donna che fa scrivere a Tagore: “Ogni bimbo che nasce ci ricorda che Dio non si è stancato dell’uomo”. Che fa scrivere ad Hannah Arendt: “Gli esseri umani, anche se devono morire non nascono per morire ma per incominciare” e fa scrivere a Chiara Corbella: “Siamo nati e non moriremo mai più”. Tutto questo mostra la tenerezza di Dio, la Sua umiltà: “Dio  si è fatto come noi per farci come lui”, la presenza di Dio nell’esistenza naturale e soprannaturale di ogni creatura vivente che fa dire a S. Ireneo: “La gloria di Dio è l’uomo vivente”.

Possiamo dire che le basi su cui nasceva la legge sull’aborto, oggi, non ci sono più?

Le basi culturali su cui nasceva la legge 194 non ci sono più sicuramente non sul piano scientifico ma dobbiamo ricordare che le motivazioni furono soprattutto psicosociali e politiche gravate da mistificazioni e menzogne, in particolare sui numeri dell’aborto clan- destino, enormemente amplificati per colpire l’opinione pubblica. Il caso dell’esposizione alla diossina a Seveso appesantì il problema con proiezioni su eventuali malformazioni delle donne in gravidanza e posero le basi per una giustificazione sociale della eliminazione dei bambini malformati. La diffusione della pillola contraccettiva doveva essere un freno all’aborto volontario per cui fu lanciato un programma di contraccezione a tappeto su 4 regioni: Liguria, Lazio, Umbria e Puglia

Vediamo le menzogne di questi 3 aspetti:

  1. L’aborto clandestino c’era ma a condizioni inferiori rispetto a quel- lo che si diceva e a 40 anni di distanza continua ad esserci nonostante la legge 194, assumendo contorni e applicazioni camaleontiche soprattutto per la clandestinità delle pillole abortive.
  2. Le malformazioni da diossina furono un flop amplificato dalla non conoscenza della teratologia clinica.
  3. Nelle stesse regioni dove si è lanciata la pianificazione di “più pillola meno aborti”, il tasso di aborto volontario, dopo 40 anni, è tra le più alte tra le regioni italiane.

Lo zoccolo duro, tuttavia, nonostante queste evidenze, rimane la posizione ideologica della autodeterminazione della donna, concetto per il quale la madre vede il figlio come soggetto su cui esercitare una scelta esistenziale. La regola del pollice verso di neroniana me- moria cavalcava l’idea di una frase molto usata: “L’utero è mio e ne faccio quello che voglio”, tuttavia questa affermazione esprime una grande contraddizione. Non si può accettare di equiparare l’utero (sicuramente di pertinenza anatomica della donna) a una gravidanza che esprime l’evoluzione di una presenza di un altro essere umano. Non si può accettare, quindi, che la donna abbia il potere di vita e di morte su un’altra persona che è il figlio, soprattutto quando questa decisione è gravata da motivazioni discriminatorie e eugenistiche sul concetto del diritto al figlio perfetto. Tutto questo è l’apoteosi della cultura dello scarto. Inaccettabile è ancora che l’utero possa essere un contenitore da prestare per una gravidanza in affitto. Anche qui, sotto l’apparente scelta libera c’è un’obiezione di donne che vengono schiavizzate per denaro e per il desiderio di altri. I bambini entrano in una transazione commerciale e aberrante che calpesta ogni forma di dignità della persona umana, cosificando l’uomo nel supermercato dell’esistenza. Aborto volontario e utero in affitto sono le due facce della stessa medaglia.

Possiamo dunque affermare scientificamente che l’embrione è vita umana?

Al Parlamento europeo sono stato chiamato per ben  3  volte  per parlare dei diritti dell’embrione e quindi dell’embrione come vita umana. La scienza prenatale ha validato inconfutabilmente che   l’embrione non solo è vita umana ma come vita umana è medico della madre sia sul piano biologico che psicologico. In effetti  per quanto riguarda il primo aspetto presenta 5 caratteristiche che ne fondano il protagonismo biologico. Le 5 caratteristiche sono: l’identità genetica tipica della specie umana (23 cromosomi di origine materna e 23 cromosomi di origine paterna); le sequenze di minoacidi (ALU) sono uniche e individuali per ciascuno di noi quasi delle impronte genetiche biomolecolari; ha un autonomia biologica che lo fa sopravvivere anche in assenza di ossigeno prima dell’impianto e questo è avvenuto per ciascuno di noi, quando sospesi nella tuba di nostra madre non avevamo contatti con i vasi sanguigni materni; l’embrione partecipa allo svolgersi del proprio programma genomico non in maniera passiva ma profondamente attiva e cooperando con le caratteristiche biologiche della madre; parla con la madre con un linguaggio immunologico, ormonale e genetico per farsi riconoscere, per non farsi rigettare e contribuire, insieme alla madre, al primo abbozzo della placenta.

Perché la comunità scientifica sembra far fatica ad ammetterlo apertamente?

La comunità scientifica fa fatica perché ha la superbia di fondo di non voler vedere le evidenze. Quando c’è questa cecità del pensiero non può essere effettuato il passaggio fondamentale che ogni comunità scientifica deve fare: passare da una sorta di informazione molto datata e superficiale alla conoscenza degli ultimi 30 anni che soprattutto con l’ecografia ha mostrato la meravigliosa motricità, morfologia e bellezza del feto umano e della vita relazionale con la madre che vanno a confermare la sua connotazione di figlio. Soprattutto non vuole accettare che il feto è un paziente a tutti gli effetti e può essere curato in molte condizioni patologiche. Protagonismo, relazione intima e forte con la madre ed essere un paziente come un adulto sono evidenze che la comunità scientifica si rifiuta di accettare. Tuttavia, la forza della verità di questi  3 concetti inchioda inesorabilmente chiunque voglia silenziare la stupenda esistenza prenatale. Madre Teresa diceva: “Il bambino non ancora nato è il più povero tra i poveri, se poi è malformato è ancora più povero e se ha caratteristiche di incompatibilità con la vita extra uterina è il massimo della povertà”. Ma lei al massimo della povertà ha risposto con il massimo dell’amore.

Tra le numerose mamme con cui è entrato in contatto ricorda qualche esperienza particolare che metta in evidenza il profondo, misterioso e insondabile legame tra una donna e il proprio bambino già nei primi mesi di vita?

Questa storia contiene tanti elementi di riflessione ma quello che si evince in maniera poderosa è che una bambina senza reni rifiutata e abortita dalla madre ha convertito il cuore della donna al punto tale da farla riaprire alla vita e accogliere un altro figlio senza la presenza dei reni. Claudia ha avuto due gravidanze di bambini con agenesìa renale, e mi ha pregato di parlare al posto suo.

Siamo nel 1992; una paziente, Claudia, viene da me, e dice: “Ho saputo che qui fate la diagnosi prenatale e mi dite se il bambino ha i reni oppure no”. Confermo la notizia che le è stata data, le spiego come si svolge la procedura, e iniziamo l’intervento necessario. Dopo un’ora le dico: “Signora, mi dispiace, ma ciò che le hanno anticipato sulle condizioni del bambino è vero, il bambino è senza reni”. Le spiego  la storia naturale che hanno di solito questi bambini, e cioè che alcuni muoiono in utero prima della nascita, altri subito dopo essere nati. Lei mi dice: “È una situazione che non riesco ad affrontare, scelgo di abortire”. Le propongo l’accompagnamento per dissuaderla, spiegandole anche i motivi medici, come ad esempio un rischio di tipo depressivo che potrebbe dover affrontare, ma lei è categorica e fa la sua scelta, forte, difficile, devastante.

Dopo 10 anni vedo Claudia ritornare da me. È nuovamente incinta e nuovamente di un bambino con agenesìa renale. Mi dice che 10 anni prima non ha capito il valore della consulenza che gli feci, e soprattutto era vero che le conseguenze psicologiche sarebbero state devastanti. Mi dice che aveva capito sperimentando sulla sua persona, cosa significasse perdere un figlio, e soprattutto perderlo con l’aborto terapeutico. Ci aveva messo nove anni per trovare il coraggio di tentare nuovamente una gravidanza e si trovava nelle stesse condizioni di prima. Ma stavolta aveva deciso di accompagnare questa nuova bambina fino alla fine purché io accompagnassi lei! Era convinta che nulla fosse più terribile di quello che aveva vissuto in quegli anni: il senso di colpa per aver rifiutato la sua bambina.

Così andiamo avanti, Alice nasce, e dopo 4 ore,  muore. Viene  fatto il funerale, e dopo un mese Claudia torna da me, e mi porta un regalo, che tengo sul tavolo del mio studio; è una scultura, che si chiama “L’abbraccio”, di Ottaviani. In genere si regala tra le coppie, in occasione del matrimonio. Lei mi dice: “Io amo mio marito, ma con lei sono sposata da un debito di riconoscenza, perché in nove mesi, aiutandomi, accompagnandomi, mi ha permesso di riscattare nove anni della mia vita”. Vorrei però lasciare la parola direttamente a lei e riporto qui di seguito una sua dichiarazione.

Secondo la sua esperienza di medico pensa che si possa parlare dell’aborto come di un diritto che garantisca l’emancipazione della donna?

Quando tutta questa bellezza relazionale viene distrutta con l’aborto volontario come si può dire che ci sia emancipazione? La donna si emancipa uccidendo se stessa? La donna si emancipa quando le vengono sottaciute tutte le conseguenze fisiche e psichiche che l’aborto volontario comporta? Io credo che la donna possa emanciparsi solo con una corretta informazione del fenomeno aborto. Tanti inganni psicosociali portano regressione personale, familiare, sociale perché la salute delle donne è un bene prezioso da salvaguardare così come la capacità di procreare ma espropriare le donne della verità di informazione è rubare il loro corpo, il loro futuro e, soprattutto, la loro dignità. Rubare beni materiali è grave ma rubare l’anima e la dignità è un delitto contro l’umanità. Tutta l’umanità!

http://www.puntofamiglia.net/puntofamiglia/

SCARICA IL pdf DELL’INTERVISTA Punto Famiglia dic 18 Intervista pdf

“Se questo non è un uomo allora cos’è?”

Da Marina Casini, presidente del Movimento per la Vita a Giuseppe Noia, ginecologo del Policlinico Gemelli: anche questo mese, il dossier mensile di Punto Famiglia, assicura firme esclusive e contenuti eccezionali per un tema di frontiera di massima delicatezza. Cosa ne è della vita dei bambini a distanza di 40 anni dall’approvazione della legge 194?

a cura della Redazione

 

2 gennaio 2019

“Ha dell’incredibile, ma la legge italiana sull’aborto in vigore da quaranta anni e che sembra irremovibile, è nata in gran fretta e sotto il segno della provvisorietà”. È così che inizia l’articolo di Marina Casini per Punto Famiglia Plus di questo mese; un articolo che traccia le linee essenziali del background di una legge che ha trasformato il mondo dell’uomo e che ha posto le premesse per altri e più significativi cambiamenti.

La legge 194 infatti, è nata ben 40 anni fa. Al di là delle stime raccapriccianti che quotidianamente offriamo circa il numero bambini abortiti, c’è da considerare la genesi di questa normativa, nata di fatto, in un contesto storico culturale lontano anni luce dall’attualità. “Oltre 6 milioni sono gli aborti legali eseguiti con il finanziamento e l’incoraggiamento dello Stato che ci separano da quel 22 maggio 1978, giorno in cui la legge fu promulgata con la promessa di una sua revisione”. Prosegue così l’articolo della Casini e la domanda sorge in maniera spontanea: la revisione c’è stata oppure no? E i consultori, si limitano a fare da funzionari oppure verificano, insieme alle madri, le reali e concrete possibilità di non abortire?

Da qui il ruolo del Cav (Centri di aiuto alla vita), che negli anni svolgendo attività di supporto alle donne in difficoltà, hanno dimostrato che il “sì” alla vita è possibile e che nessuna madre abortisce il proprio figlio se ha anche solo una possibilità di non farlo. Lo dice concretamente il Cav della Mangiagalli di Milano, attraverso la voce della sua fondatrice, Paola Bonzi. Ma lo dice anche il professor Giuseppe Noia, medico specialista in ostetricia e ginecologia del Policlinico “Gemelli” nella sua appassionata intervista.

“L’evoluzione storica degli strumenti di diagnosi prenatale dalla legge 194 in poi, come tutte le tecnologie scientifiche si è molto amplificata. Tuttavia, ha subito un trend sempre più sofisticato finalizzato a individuare feti malati sempre più precocemente con lo scopo di indirizzare le coppie alla interruzione volontaria. Questo trend è solcato dalla falsa idea e dalla falsa compassione che quanto più piccolo e precoce sia l’embrione e l’aborto volontario, tanto più piccolo è il trauma per le donne. C’è una grande menzogna scientifica e umana in questa tesi. Sono proprio le donne, le dirette testimoni di fortissime lacerazioni psicologiche che parlano, si raccontano e dimostrano a sé e al mondo medico che la sofferenza della perdita del figlio non è proporzionale al peso in grammi o in centimetri dell’embrione perduto ma è, in maniera esponenziale correlata alla perdita della presenza del figlio”.

Queste alcune delle parole di Noia, che alla domanda su cosa abbiano rivelato i moderni sistemi di diagnosi prenatale, risponde: “Gli strumenti di conoscenza e gli studi sulla vita prenatale hanno svelato tante cose. Innanzitutto che la relazione figlio madre è precocissima, come già ho detto, è biunivoca, addirittura prima dell’impianto dell’embrione. Durante questi 8 giorni c’è un intenso colloquio tra madre e figlio (Cross Talk) che è fondamentale perché la gravidanza vada avanti e non si abbia un aborto spontaneo, né si configurino le basi biologiche per la nascita di malattie che poi si manifestano nell’infanzia, nell’adolescenza e nella vita adulta. Quanta gente è a conoscenza che i primi 8 giorni della nostra vita sono importantissimi per il futuro della persona umana fino all’età adulta?”.

Un’intervista appassionata e appassionante di cui consigliamo vivamente la lettura approfondita, soprattutto in previsione della Giornata per la Vita ormai alle porte.

Se la vita dei bambini è in pericolo, il futuro è definitivamente compromesso. La rivoluzione parte dalla cultura.

Noia: “Il bando per non obiettori discrimina tutti i medici”

di Filippo Passantino

Avvenire Roma Sette

05 MAR 2017

“Il numero dei ginecologi che non esercita il diritto all’obiezione di coscienza è congruo al numero complessivo degli interventi di interruzzione

volontaria di gravidanza”. Il presidente dell’AIGOC (Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici) Giuseppe Noia cita l’ultima relazione

al Parlamento del minestro della Salute Beatrice Lorenzin per commentare l’assunzione a tempo indeterminato di due ginecologi non obiettori al

San Camillo, entrati in servizio il primo marzo, per praticare interruzioni volontarie delle gravidanze.

Un’affermazione che, scorrendo le tabelle redatte dal ministero, si puo tradurre anche in numeri, come indica Noia. Il carico di lavoro medio dei

ginecologi non obiettori nel Lazio è di 3.2 interruzioni volontarie di gravidanza a settimana, mentre la percentuale di ginecologi non obiettori che le

praticano è del 22%. “Sono dati che sottolineano come questi medici non siano soggetti a un sovraccarico di lavoro. Inoltre, è prevista la mobilità.

Quindi, non si può giustificare un bando discriminatorio parlando di depotenziamento e di ostruzione all’applicazione della legge”. Noia, che è anche

docente di Medicina prenatale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, parla di “bando discriminatorio sia per i medici obiettori sia per quelli che obiettori

non sono”, indicando l’impossibilità, prevista dai dirigenti del San Camillo, di recedere dalla decisione di praticare gli aborti. “Così si ingabbia con una

firma la coscienza individuale della persona che potrebbe ripensare la propria scelta, spiega. Si è detto che non si corre il rischio del licenziamento ma

il medico che dovesse rifiutarsi di continuare a praticare le interruzioni di gravidanza verrebbe messo in mobilità o in esubero, perché non più utile

al fine per il quale era stato selezionato. Questo è un ricatto morale, perché la persona, se avesse un ripensamento, verrebbe esposta a una grande

lacerazione: scegliere tra ragioni di coscienza o esigenze economiche”.

Noia pone la questione anche sul piano giuridico. “Il bando è illegale e incostituzionale, La legge 194 del ’78 non riconosce alle donne un diritto all’aborto

volontario, ma consente loro di farlo gratuitamente e legalmente nelle strutture pubbliche a certe condizioni. E’ falso e strumentale affermare che ci siano

due diritti che confliggono, perché c’è solo il diritto costituzionale del medico di obiettare, riconosciuto esplicitamente dall’articolo 9 della stessa legge 194,

che viene dispoticamente calpestato”. Secondo Noia, l’elevato numero di medici obiettori (il 78% nel Lazio) dipende dalle conoscenze scientifiche:”L’alta

percentuale di ginecologi obiettori è motivata proprio dal fatto che tutti i medici sanno bene che a essere eliminato con l’aborto volontario è un bambino.

Negli ultimi 35 anni la scienza ha dimostrato che il rapporto tra figli e madre è molto forte. Il figlio è capace di mandare cellule guaritrici alla madre. Quindi,

nel mondo medico è aumentata la consapevolezza neo confronti dell’aborto. Operazioni come quella del San Camillo invece vogliono ingabbiare la coscienza

e silenziare la conoscenza”.

CLICCA QUI per visualizzare l’Articolo RomaSette intervista 5.3.17

“Gesto di carità, per noi medici obiettori non cambia nulla “

Noia, presidente dei ginecologi e ostetrici cattolici italiani: in mala fede chi strumentalizza

di Fancesco Lo Dico

Il Mattino – 22-11-16

Papa Bergoglio non ha affatto sdoganato l’aborto, né lo ha derubricato a peccato di serie B. La gravità dell’interruzione di gravidanza, sia per chi la pratica che per chi la porta a termine, resta inalterata. Ciò che invece muta, è la misericordia che la Chiesa concede a chi sbaglia: sarà d’ora in poi più estesa ed accessibile  chi si pente, e intende redimersi”,Giuseppe Noia, primario dell’ Hospice perinatale del Policlinico Gemelli e presidente dell’Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici, invita a non strumentalizzare l’apertura di Francesco.

È possibile però che Bergoglio abbia voluto cercare di offrire una via di fuga a quei medici obiettori, che si imbattono in gravidanze difficili, come quelle frutto di violenza?

“Non esiste caso difficile alcuno, che possa giustificare l’annientamento della vita. Ma non si tratta in questo caso di una semplice obiezione religiosa o morale: è un fatto sostenuto da un’amplissima letteratura scientifica, che a bella posta si finge di ignorare”.

Intende sostenere che anche dal punto di vista scientifico, una donna che ha subito violenza fa male ad abortire?

“Non si tratta di dottrina cattolica, lo ripeto. Numerosi studi scientifici hanno chiarito che se una donna ha subito violenza, e decide pertanto di interrompere la gravidanza,

viene assalita da enormi danni psichici che aggiungono un nuovo trauma al trauma subito. Davvero tuteliamo la salute della donna, che pure resta incinta in condizioni

drammatiche, se la priviamo di suo figlio?”.

Alcuni, come i radicali, hanno salutato le parole di Bergoglio come una salutare apertura in tema di aborto. Lo è anche per i medici finora obiettori, che potranno sentirsi più tutelati in coscienza?

“Praticare l’aborto resta un peccato gravissimo contro la vita. Non c’è alcun allentamento, né una qualche forma di via libera. Non c’è alcun allentamento, né una qualche forma di via libera. Nelle parole di Francesco, c’è semmai un incentivo al pentimento. Ora che i sacerdoti hanno la possibilità permanente di assolvere che ha procurato l’aborto, la fede è più prossima e vicina a chi pecca. Non occorre più cercare l’assoluzione del vescovo o dell’alto prelato, ma basta semplicemente andare in Chiesa, motivati da un autentico pentimento. Bergoglio ha sanato un vulnus: meno gerarchie, più orizzontalità”.

Alla luce delle sue valutazioni, non c’è dunque il rischio che le reali intenzioni di Papa Francesco, proprio come accaduto in merito ad altri casi sensibili, possano essere lette come un riconoscimento parziale delle ragioni laiche e del diritto all’aborto?

“Papa Francesco ha introdotto anche in questo caso una chiara distinzione tra errore ed errante. L’errore, e cioè l’aborto, resta grave per chi lo procura, e chi lo conduce a termine. L’errante, e cioè chi pecca, può e dev’essere accolto se pentito, Si tratta di un progetto di misericordia, più ampia che in passato , verso chi sbaglia e vuole redimersi. chi fraintende le parole del Papa, o vuole distorcerle intenzionalmente, non ha gioco facile perché la verità alla fine, si impone sempre”.

Medici non obiettori di coscienza e laicisti, non possono dunque sentirsi incoraggiati nell’ intravedere in Francesco uno alleato per combattere più duramente gli obiettori?

“È un rischio che può configurarsi soltanto in presenza di disonestà intellettuale”.

Per visualizzare l’articolo CLICCA QUI Gesto di carità …il mattino 22 nov 16

MARCO E CIOIA CONTRO LA CULTURA DELLA MORTE

di Alessandra Nachira

novembre 2015

“Abbiamo tenuto il nostro piccolo anche se i medici consigliavano l’aborto”

 

Una storia di fede e amore per la vita quella di Marco, Cioia e i piccoli Giovanni e Martina Uda. Una famiglia in lotta contro la cultura della morte, che con forza si è opposta alla logica del figlio perfetto, accettando la vita nella sua interezza per sé e per il loro bambino anche se malato. Un messaggio di speranza che Marco e Cioia hanno voluto offrire, durante il convegno dell’Associazione italiana ginecologi ostetrici cattolici (AIGOC), svoltosi a Macomer sabato scorso. Tutto era cominciato per Cioia al terzo mese di gravidanza, durante l’esame di translucenza nucale, i medici scoprono una malattia terminale del feto incompatibile con la vita e consigliano alla famiglia di interrompere la gravidanza. “Ricordo la freddezza con cui la genetista propose l’aborto come unica via, racconta Cioia, fu un momento di grande solitudine dolore. Per noi quel figlio era un dono di Dio e decidemmo di proseguire la gravidanza comunque, contattando vari medici in Sardegna,ma la risposta era sempre la stessa: abortire”. Dopo varie ricerche Marco e Cioia incontrano il professor Giuseppe Noia, responsabile del Centro diagnosi e terapia fetale al Gemelli di Roma e presidente AIGOC, al quale si affidano per portare a termine la gravidanza. La diagnosi non era buona: il bambino è affetto da oloprosencefalia alobare, una grave malformazione del sistema nervoso centrale. “Il professor Noia ci accolse come un padre, dice Marco, accompagnandoci in quel difficile percorso, con la consapevolezza che il bimbo sarebbe potuto morire subito dopo la nascita e rassicurandoci che, se solo ci fosse stata una possibilità, l’avrebbe salvato ma senza accanimento terapeutico”, ma il piccolo però aveva altri progetti, voleva nascere aggrappandosi disperatamente alla vita, con quella stessa forza trasmessagli in otto lunghi mesi da mamma, papà e dalla sorella Martina. “Giovanni nacque dopo otto mesi, racconta Cioia, la voce rotta dalla commozione, e, a dispetto di quanti lo consideravano un bimbo terminale, iniziò subito a respirare, da solo”.  Oggi Giovanni ha due anni e mezzo e fa progressi ogni giorno, con gran stupore dei medici del reparto di neurochirurgia infantile del Gemelli che lo hanno in cura. “Non sappiamo quanto vivrà il nostro bambino, concludono i coniugi, nel frattempo faremo di tutto per dargli una vita bella” Marco e Cioia sono membri della Fondazione “Il Cuore in una Goccia” (istituita da Giuseppe e Anna Noia), che sostiene e assiste le donne in gravidanza, intervenendo umanamente con i più alti standard medici, etici e scientifici. “Attraverso la Fondazione, spiega Cioia, vogliamo portare in Sardegna un supporto per le famiglie che affrontano gravidanze a rischio”.

DIAGNOSI SU EMBRIONI, OLTRE LA META’ NON SOPRAVVIVE

 

La selezione del “figlio sano” genera uno scarto di vite allo stadio embrionale ben superiore al 50% di quelle concepite in provetta per evitare la trasmissione di malattie genetiche. Un fallimento censurato.

 

18-06-15

In uno studio pubblicato su Medicina e Morale nel 2004 gli autori sostenevano che gli embrioni “anche se apparentemente selezionati in seguito alla diagnosi genetica preimpianto, si trovano nella stessa situazione di alta precarietà, anzi forse peggiore, degli embrioni prodotti e utilizzati nei processi ordinari nei quali la selezione avviene spontaneamente”. In sostanza, solo circa il 3% di tutti gli embrioni prodotti e sottoposti a diagnosi preimpianto e solo il 6.7% di tutti gli embrioni trasferiti in utero riesce a sopravvivere fino al parto. dati sconfortanti eppure sottaciuti: a distanza di più di dieci anni, la diagnosi preimpianto, che secondo la recente sentenza della Corte Costituzionale diventa accessibile anche alle coppie fertili portatrici di malattie genetiche, continua a rivelarsi una tecnica molto rischiosa e con basse probabilità di successo. “Il tasso di perdita degli embrioni, spiega infatti Giuseppe Noia, presidente AIGOC, si mantiene ancora ben superiore al 50%”. Dato non irrilevante per la buona prassi sanitaria.  “In un atto medico, rimarca Noia, c’è un bilancio fra utilità della diagnosi e il rischio. Per esempio, per l’amniocentesi il rischio è fra lo 0.5 e l’1%, moltissime tecniche invasive possono attestarsi intorno al 2%”. Per la diagnosi pre-impianto il rischio di perdita degli embrioni invece è altissimo.  Leggi l’intera intervista CLICCA QUI intervista Noia Avve_18.6.15_Diagnosi_su_embrioni_oltre_la_meta_non_sopravvive

 

 

Vita e famiglia: il contributo dei ginecologi cattolici

Il professor Giuseppe Noia parla dell’Associazione Italiana Ginecologi e Ostetrici Cattolici, di cui è presidente

Famiglia & Vita

28 dicembre 2014

“Una società che ammicca costantemente al relativismo etico ed è indifferente al destino dell’uomo porta inevitabilmente alla cecità dell’anima”. È la constatazione di questo impietoso scenario che ha spinto un gruppo di medici – impegnati nell’ambito della tutela della salute della donna e della vita nascente – a riunirsi nella Associazione Italiana Ginecologi e Ostetrici Cattolici (Aigoc), al fine di “invertire questa realtà” veicolando “i valori più belli” come “il dono della vita, la giustizia, la libertà di coscienza, la solidarietà e la verità sull’uomo”. Il 12 dicembre scorso presso il Policlinico “Gemelli” l’Aigoc ha tenuto un seminario con l’intento di esprimere “le sinergie per una grande strategia in favore della vita e della famiglia”. Di questo tema, nel giorno in cui la Chiesa invita a contemplare la Sacra Famiglia di Nazareth, ne parla a ZENIT il prof. Giuseppe Noia, presidente dell’Aigoc.

Prof. Noia, come nasce l’idea di costituire una Associazione di Ginecologi Cattolici?

In primo luogo nasce dal dolore e dalla constatazione quotidiana che la vita umana, la persona umana, l’affettività e il grande valore della famiglia sono state e sono devastate dalla cecità degli occhi del cuore. Però è sotto gli occhi di tutti che l’aborto volontario, la fecondazione artificiale, le pillole abortive, l’aborto eugenetico della diagnosi pre-natale e tutto l’eugenismo sulla vita pre-concezionale, le cellule staminali embrionali uccidono la preziosità e la dignità del valore della vita umana. Sono tentacoli di un’unica piovra che opera una fabbrica della morte ed è anche un’agonia culturale della scienza. La scienza è indifferente e neutra dinanzi al destino dell’embrione e della famiglia e “pilatescamente” se ne lava le mani o addirittura contribuisce e  si accanisce con la sua tecnologia contro l’embrione, “il più povero tra i poveri” (Madre Teresa), o contro la fragilità della famiglia. Attraverso una serie di menzogne culturali ha operato e opera la triste manipolazione semantica per cui “il delitto diventa un diritto” (San Giovanni Paolo II). Ha operato e opera una manipolazione scientifica e psicosociale, perché non basata sull’evidenza dei valori, bensì sul narcisismo tecnologico e sull’emozionalismo individualistico. Ma c’è anche un altro motivo, di carattere oggettivo, dietro la nascita di questa Associazione.

Qual è?

L’invito a laici, a ginecologi cattolici, da parte di autorità ecclesiastiche e accademiche, di riappropriarsi della responsabilità e del proprio ruolo testimoniale dinanzi a una deriva etica sulla vita nascente e sulla frammentazione della famiglia, a crescita esponenziale. Un invito pressante a usare tutta la forza del sapere scientifico ma ispirato ai documenti del magistero (Humane Vitae, Evangelium Vitae, Deus Charitas Est, Dignitas Personae) affinché la fede e la ragione possano liberare l’uomo dalle gabbie della non verità. Mi è stato insegnato a non propormi ma “se ti chiamano, vai: dietro quella chiamata ci può esse Qualcuno che chiama”.

Ritiene che queste “gabbie” cui fa riferimento stiano imprigionando i principi morali cattolici in merito alla bioetica medica?

Certo, le difficoltà non sono particolari ma sono ubiquitarie, dappertutto e, spesso, anche nel nostro stesso mondo cattolico. L’analisi di questo andare in salita, contro corrente, è riconducibile, a parer mio a due fattori. Il primo è la perdita del senso più alto di fare scienza come servizio alla persona umana. Il secondo è la perdita del senso della fede e dell’appartenenza alla Chiesa e al Magistero Cattolico come ricchezza e risorsa per tutti, credenti e non credenti. Infatti l’Aigoc non nasce per fare un fondamentalismo etico ma per parlare attraverso la ragione scientifica, giuridica, filosofica e psicosociale a tutti, credenti e non credenti, con un linguaggio e una metodologia basati sul dialogo e sul confronto. Cerca di operare una chiarificazione del pensiero con gli strumenti dell’evidenza scientifica non per una vittoria ideologica ma per tessere ponti di condivisione. A nostro parere è un progetto di pacificazione culturale, e quindi sociale. E tutti noi vediamo quanto bisogno di pace interna e esterna c’è nella nostra società. Il prezzo da pagare è quello simile ai sermoni: vanno contro corrente, depositano le uova e poi muoiono. Nel nostro caso spesso per depositare le uova della verità sulla persona umana si muore nel pregiudizio culturale, nelle ostilità irrazionali, nell’ideologismo e nella malafede.

Tutta la seconda sessione del convegno che si è tenuto lo scorso 12 dicembre è stata dedicata al tema dell’obiezione di coscienza. Avverte un clima ostile intorno ai medici obiettori?

Non l’ho detto io ma è una marea montante che si evince dai fatti e dalle decisioni operate da autorità regionali, nazionali e europee. È una forma di prepotenza giuridica contro un diritto sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, dal Comitato Nazionale di Bioetica e, recentemente, dalla stessa Corte europea. Combattere l’obiezione di coscienza è gravissimo a tutti i livelli perché significa combattere il nucleo intimo della libertà dell’uomo. Questo atteggiamento ci ricorda i totalitarismi culturali e politici che hanno macchiato la storia con delitti e infamie su milioni di esseri umani: hanno ucciso l’umanità dell’uomo! Quale messaggio lasciamo e lanciamo alle giovani generazioni? La storia ha giudicato e ha pesato il pieno fallimento dei totalitarismi.

Umberto Veronesi ha parlato, in una recente intervista, di una sorta di movimento clandestino di medici italiani che praticano già l’eutanasia. Quest’argomentazione potrebbe persuadere l’opinione pubblica, un po’ come accadde per l’aborto nel 1978, verso la legalizzazione di una pratica oggi illecita?

Veronesi non è nuovo a tecniche e a strategie che giocano sull’uso della sua credibilità e il suo nome per fare accettare come fatto ineludibile alcuni atteggiamenti e scelte mediche eticamente e umanamente tristi e misere. Mi chiedo piuttosto come si possano sposare cause che distruggono l’uomo in nome di una falsa libertà e di un falso diritto. Tuttavia credo che il tempo sia galantuomo e la verità sulla preziosità della persona umana può sembrare che perda le battaglie ma vince sempre le guerre.

Battaglia preminente è oggi quella della crescita demografica. Il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ha avviato ad ottobre un’assemblea permanente di esperti per rilanciare la natalità…

È molto ben accetto ogni progetto che miri alla consapevolezza che 30 anni di cultura della morte e di messaggi diseducativi hanno creato una scelta suicida che porta all’invecchiamento della popolazione e suscita gravi conseguenze. Bisogna rilanciare grandi progetti di educazione sociale sull’importanza dei valori dell’affettività, della sessualità, della vita e della famiglia. La laica Francia ha iniziato 20 anni fa qualcosa di simile, migliorandolo ogni 2-3 anni con politiche familiari – pratiche e gratificanti – e ha raggiunto il tasso di natalità più alto d’Europa. La laica Francia investe sulla vita e sulla famiglia e ottiene risultati sul piano sociale in termini di ricchezza economica e di ricchezza umana.

Da dove iniziare per ottenere quegli stessi risultati anche qui in Italia?

Da politiche che mirino ad educare le generazioni ai criteri valoriali. Un po’ di anni fa un certo Platone affermò che non saranno capaci di governare bene un Paese quei politici del tutto privi di conoscenza della verità. Oggi è l’emergenza sulla verità della persona umana e sui valori della vita e della famiglia che devono essere gli strumenti di educazione alla vita sociale. La grande “strategia della vita”, a 360 gradi, in maniera “opportuna e non inopportuna” sono le misure prioritarie per rilanciare una cultura aperta alla vita e incrementare le nascite.

Vita e famiglia: il contributo dei ginecologi cattolici

UNA VITA LUNGA MEZZ’ORA “MA NE È VALSA LA PENA”
11 dicembre 2014

 

Giuseppe Noia, presidente dei ginecologi cattolici, racconta la lezione di Emanuele ai genitori e ai medici

Nella biblioteca del Dipartimento Tutela salute della donna della vita nascente, del bambino e dell’adolescente eravamo in 13: ginecologi, neonatologi,

bioeticisti, ostetriche, specializzandi, responsabili della sala parto, riuniti per parlare di Emanuele, il bimbo con Trisomia 13, che di lì a pochi giorni avrebbe visto la luce.

Tredici persone per un bambino con Trisomia 13, quasi una cabala. Il grembo materno e paterno lo aveva comunque accolto, pur nella sua diversità numerica di cromosomi

e pur nella consapevolezza che la diagnosi connotava una storia naturale infausta, di un bimbo che, purtroppo, sarebbe stato incompatibile con la vita.

Tuttavia, anche se la sentenza della genetica era già stabilita, l’aritmetica del cuore ne aveva cambiato il significato: accompagnare fino all’ultimo il proprio figlio era amarlo nel dolore, sì, ma senza disperazione: era un fidarsi di Dio contro ogni apparente ragionevolezza.

Nessuna vita è inutile: innanzitutto perché è il frutto di un amore che è utilissimo nel vissuto di ogni coppia, di ogni padre e di ogni madre; e poi perchè la dignità di ogni esistenza è indipendente da quanto tempo avrà. Madre Teresa raccogliendo un moribondo sul ciglio della strada a Calcutta lo ripulì, lo dissetò, lo accolse dandogli un’altra mezz’ora, è vero,

ma un tempo sufficiente a cambiare il cuore di quell’uomo: “Sono vissuto come un cane, muoio come un angelo. Grazie!”, e spirò.

Emanuele è nato dopo 10 giorni dalla nostra riunione …

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INTERVISTA

Noia: «Parti cesarei, scelte dettate dalla fretta e dalla paura delle denunce»

di Lorenzo Galliani
sabato 19 gennaio 2013
«L’alleanza tra medico e paziente si è persa, ormai da troppo tempo», e il dato vertiginoso dei parti cesarei è solo una delle conseguenze. Per il professore Giuseppe Noia, presidente dell’Associazione ginecologi e ostetrici cattolici (Aigoc) e responsabile del Centro di diagnosi e terapia fetale del Policlinico Gemelli, bisogna mettere al centro i valori: «alla coscienza della preziosità della vita umana» corrisponde la qualità dell’assistenza sanitaria. Se crolla la prima, cede anche l’altra. Nel 43% dei casi il parto cesareo non è giustificato. Il ministero della Salute parla di «campanello d’allarme». È così?Sono preoccupazioni giustificate. Da una parte, si genera nella popolazione la convinzione – non fondata – che il cesareo sia più sicuro, e nei medici l’idea che si possano avere meno rischi, di altro tipo.In sostanza, si tende ad assecondare molto facilmente il paziente per liberarsi da eventuali guai giudiziari…La conseguenza è però una specie di passaggio di consegne della responsabilità.Con nessun beneficio.Il cesareo è un atto chirurgico, non privo di complicazioni. L’alleanza terapeutica viene disarcionata dalla «medicina difensiva», che però pone altre problematiche, a partire dal rischio infezioni.Come ricostruire il rapporto tra medico e paziente?Il problema è su due livelli: da un lato serve una maggiore tutela dei medici, anche sul piano giuridico. Dall’altro bisogna lavorare sul piano culturale. La scelta del parto cesareo spesso è un prodotto della fretta, una pessima consigliera.Per il ministero gli alti tassi dei parti cesarei in alcune strutture, giustificati dalla posizione anomala del feto, fanno nascere il sospetto «di una utilizzazione opportunistica di questa codifica non basata su reali condizioni cliniche». La questione non è quindi solo culturale…Quando una Nazione si trova a che fare con operatori impreparati o legati solo a convenienze economiche, emerge anche un grande tema etico. La gran parte dei ginecologi italiani non è così, per fortuna. Ma il problema resta. E come si affronta?Ritorna il tema del valore etico della gravidanza. Dobbiamo pensare al piacere di servire la donna nel suo momento più importante, in un gesto di amore. Anche in questo campo, purtroppo, si esprime a volte il relativismo etico.Appellarsi al rispetto dei princìpi non sempre è sufficiente.Bisogna anche verificare le condotte dei medici, i loro percorsi. Oggi nel pubblico c’è un maggiore controllo. In Campania la percentuale dei primi parti cesarei sul totale delle nascite è pari al 49,66%, in Sicilia del 41,28%. Seguono Puglia, Basilicata, Molise e Calabria. Ancora una volta, un’Italia spaccata in due.Purtroppo sì. E aggiungo: all’ansia e alla fretta che portano in alto queste percentuali, corrisponde anche una scarsa attenzione per la prevenzione. Nell’alleanza medico-paziente ciò non può accadere. È questo uno dei temi che affrontiamo nelle «scuole itineranti» dell’Aigoc in cui dialoghiamo con medici, credenti e non, sull’evidenza dei valori condivisi.

 

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/parti-cesarei-intervista-a-noia

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