LA FECONDAZIONE EXTRACORPORE IN ITALIA CON 171.730 EMBRIONI SACRIFICATI RIMANE LA PRIMA CAUSA DI MORTE CERTIFICATA DEI CONCEPITI IN ITALIA

 

La relazione annuale del Ministro della Salute sulla legge 40/2004 relativa all’anno 2018 si è fatta molto attendere 19 mesi, ma non ha pagato la lunga attesa con l’offerta di dati completi e chiari.

In toto (fecondazione extracorporea omologa+eterologa) il numero è rimasto costante, anche se sono aumentati i cicli omologhi con scongelamento ed il numero di coppie e di cicli di eterologa.

È diminuito il numero degli embrioni trasferiti in utero ed aumentato notevolmente il numero di quelli crioconservati (vedi tabella sotto riportata).

La tabella 1S riporta in sintesi i dati relativi a tutti i cicli di omologa ed evidenzia come pur essendo cresciuto il numero delle coppie trattate con scongela-mento di embrioni/ovociti (+9,8% /2017) e dei cicli con scongelamento (+12,0% / 2017) il numero dei nati vivi rimane inalterato!

 

La tabella 3, che sintetizza i dati dell’omologa con scongelamento di embrioni e/od ovociti, ci fa vedere chiaramente che ad un’età della donna ≥39 anni – nonostante i cicli di trattamento siano superiori al numero di coppie trattate (369 nelle donne di 40-42 anni; 2.319 nelle donne ≥43 anni), congelare gli ovociti non è affatto utile e proficuo per il basso tasso di coppie con figli in braccio (0,06% nelle donne ≥43 trattate con ovuli scongelati)!

 

Anche i dati offerti dalla fecondazione eterologa con donazione di liquido seminale confermano la difficoltà a concepire delle donne di età ≥43 anni, in cui la percentuale di gravidanze non supera il 3,85%, mentre la media nello stesso gruppo è del 23,17%.

Chi ha la pazienza e la perseveranza di leggere attentamente e di verificare quanto legge si accorgerà, che ad un certo punto si afferma nella tabella 3.4.26 di pagina 127 che gli embrioni formati sono 98.673, mentre nella tabella 3.4.13 ci vengono offerti dati completamente diversi, che si possono leggere nella tabella 4 a fianco riportata.

Nella relazione leggiamo che nell’omologa i trasferimenti in utero con 1-2 embrioni sono l’88,5%, cui si aggiunge un 10,9% di trasferimenti con 3 embrioni, mentre i trasferimenti con 4 o più embrioni sono lo 0,6% e rappresentano l’1,1% dei trasferimenti nelle donne di 40-42 anni e l’1,2% nelle donne di età ≥43 anni.

Sorge spontanea una domanda: perché continuare a bombardare le donne con alte dosi di gonadotropine per far maturare un gran numero di ovociti – esponendo le donne a severe sindromi da iperstimolazione ovarica (306 cicli sospesi prima del prelievo; in 221 cicli è stato richiesto il congelamento di tutti gli ovociti ed in altri 1.551 la sospensione del trasferimento  in utero per rischio OHSS ed il congelamento di tutti gli embrioni) – quando gran parte (88.158) di questi  ovociti prelevati non sono stati utilizzati e 13.740 sono stati crioconservati?

L’annuale relazione del Ministro della Salute sull’applicazione della legge 40/2004 è indirizzata al Parlamento, che nella nostra Costituzione è l’organo deputato a legiferare, in modo che tenendo conto dei risultati offerti dalle relazioni annuali valuti se occorre intervenire per modificare la legge in base agli effetti verificati. Sorge, dunque un primo problema: il Ministro della Salute e chi collabora con lui per stilare queste relazioni hanno presente questo obiettivo primario o pensano che sia una pura formalità?

Noi propendiamo per la seconda ipotesi, perché le relazioni anno dopo anno si arricchiscono di immagini fumose e si impoveriscono di dati molto importanti oltre a tollerare che ci siano centri che non forniscono i dati necessari per una completa e corretta visione della situazione.

Il 13 maggio 2009 è stata pubblicata sulla G.U. la sentenza della Corte Costituzionale n.151, che dichiarava l’illegittimità dell’art. 14 comma 2 della legge 40, che stabiliva in 3 il numero massimo di embrioni da fecondare e da impiantare in utero in un unico e contemporaneo impianto.

Sono passati quasi 12 anni ed il Parlamento non si è accorto che in questo periodo nei crioconservatori italiani stanno sospesi nell’azoto liquido almeno 63.740 embrioni, che continuano a crescere ogni anno, cui si aggiungono i crioconservatori per l’eterologa importati dall’estero e non utilizzati!

Un Parlamentare attento alla salute delle donne e alle casse dello Stato, che ha inserito nel frattempo queste tecniche nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), non dovrebbe dormire sonni tranquilli se ha letto con attenzione queste relazioni.

Nella relazione viene omessa la notizia riportata nel Primo Rapporto ItOSS. Sorveglianza della Mortalità Materna negli anni 2013-2017, pubblicato nel 2019 dall’Istituto Superiore della Sanitò, nel quale a pagina 19 si legge  “Oltre all’obesità un’altra condizione frequente tra le donne decedute è il ricorso alle tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA). L’11,3% delle morti materne (12/106) riguarda donne che hanno concepito mediante tecniche di PMA (6 ICSI, 5 FIVET e 1 tecnica non nota). La percentuale di morti materne associate a PMA rilevata dal Sistema di sorveglianza del Regno Unito è pari al 4%, molto più bassa di quella italiana. La proporzione di gravidanze ottenute mediante tecniche di PMA è invece analoga nei due Paesi, pari a circa il 2% (5, 7, 8) e pertanto non giustifica la diversità nella frequenza degli esiti. L’unica differenza che sembra associabile alla minore proporzione di morti materne nel Regno Unito riguarda la norma vigente in quel Paese in base alla quale il Servizio sanitario pubblico non offre PMA alle donne con IMC ≥ 30 Kg/m2 e/o età ≥ 42 anni. Controllando tali caratteristiche nelle donne decedute in Italia emerge che 7/12 hanno IMC ≥ 30Kg/m2 e 4/12 un’età ≥ 42 anni. Alla luce di questi dati riteniamo opportuno considerare anche nel nostro Paese una possibile regolamentazione dei criteri di accesso alle tecniche di PMA nel Servizio sanitario pubblico. La revisione dei casi segnalati alla sorveglianza ItOSS ha infatti evidenziato alcune criticità quali, per esempio, due donne che avevano concepito mediante PMA e che sono decedute per tromboembolia, una dopo un aborto spontaneo in gravidanza gemellare a 42 anni di età e con IMC = 39 Kg/m2 e una seconda deceduta alla 19esima settimana di gravidanza all’età di 43 anni e IMC = 31 Kg/m2. Il 55,4% delle donne decedute è nullipara e 10 delle 106 gravidanze esitate in morte materna sono multiple, 8 delle quali a seguito di concepimenti da PMA.”

I dati esposti a proposito delle donne di età ≥ 42 anni dovrebbero far riflettere il Parlamento e far prendere coscienza che non si può accettare che sia un TAR a togliere il limite di età per accedere alla fecondazione extracorporea né che un ministro inserisca tecniche pericolose e poco efficaci senza limiti nei LEA, che espongono pure a maggiore rischio di morte le donne che vi accedono.

Anche il “liberi tutti” della sentenza n. 162 del 2014, che ha abolito il divieto delle tecniche di PMA eterologa ha urgente bisogno dell’intervento del Parlamento: ad esempio che cosa significa “doppia donazione”?

Nel nostro libretto “Riflessioni Osservazioni Sugerimenti sui Disegni di Legge Presentati al Parlamento sulla Procreazione Medicalmente Assistita Eterologa” del 23 settembre 2014 – che sarebbe utile riprendere e leggere e che alleghiamo – sono contenute delle riflessioni che ci sembrano sempre più attuali per frenare l’inarrestabile corsa alla smisurata produzione e crioconservazione di embrioni senza speranza di futuro, all’abbandono irresponsabile di tanti figli nell’azoto liquido ed a tanti altri aspetti negativi di queste tecniche.

In fine un breve accenno sulle indagini genetiche pre impianto: su 3.441 indagini genetiche fatte nel 2018 abbiamo i dati di 2.447, il che fa pensare che i dati mancanti non sono positivi.

Inoltre – come appare molto chiaramente dalla tabella 5 – fare le indagini su embrioni scongelati è molto letale.

 

Ci auguriamo che le riflessioni fin qui fatte spronino i Parlamentari a prendere seriamente in esame le problematiche indicate ed a cercare soluzioni più umane e meno mortifere per soddisfare il desiderio di maternità delle coppie con difficoltà e soprattutto mettere tutte le coppie in condizioni di poter procreare in età più giovane creando condizioni lavorative, abitative e servizi sociali in modo che nessuno possa più dire di essere impedito/a nel cercare e portare avanti una o più gravidanze nell’età più favorevole per concepire, che è prima dei 30 anni per la donna.

Allegato: nostro libretto “Riflessioni Osservazioni Sugerimenti sui Disegni di Legge Presentati al Parlamento sulla Procreazione Medicalmente Assistita Eterologalibretto RIFLESSIONI OSSRERVAZIONI SUGGERIMENTI _eterologa

PER SCARICARE IL COMUNICATO CLICCA QUIComunicato Stampa n.2 del 10 marzo 2021

 

 

 

L’ABORTO FARMACOLOGICO È VERAMENTE UNA CONQUISTA DA DIFENDERE COME AFFERMA L’UAAR UMBRA?

 

Nel nostro comunicato n.5 del 28 agosto 2020 abbiamo ampiamente dimostrato con i dati offerti dalle Relazioni annuali del Ministro della Salute al Parlamento fino al 2018, che qui di seguito riportiamo:

 

che non esiste alcuna “comparabilità delle procedure medica e chirurgica in termini di efficacia e di sicurezza, né l’assenza di differenze di profilo di sicurezza tra le donne ricoverate e quelle che avevano fatto ricorso alla dimissione volontaria”! 285 emorragie su 15.750 ivg farmacologiche sono nettamente più numerose di 188 su 60.578 ivg chirurgiche, come ci sembra paradossale che siano più numerose le complicanze totali delle ivg farmacologiche (551/15.750) rispetto a quelle registrate (414) su tutte le 74.707 cartelle rilevate, perché in 1.621 cartelle questo dato non è stato rilevato. Chissà perché?!

 

Per quanto riguarda le donne morte in seguito ad aborto volontario le Relazioni Ministeriali sottostimano il dato segnalandone 2 nel 2014 ed una nel 2016, mentre nel Primo Rapporto ItOSS Sorveglianza della mortalità Materna anni 2013-2017 sono segnalate altre due morti, cui si aggiunge un’altra morte segnalata nel Rapporto Regionale Mortalità e Morbosità Materne in Emilia e Romagna.

Facendo un calcolo su questi dati certi e considerando la sola morte del Piemonte attribuibile all’aborto volontario farmacologico abbiamo una mortalità dello 0,78/100.000 ivg farmacologiche contro una mortalità dello 0,085/100.000 ivg chirurgiche, cioè la mortalità per aborto volontario farmacologico è 9,18 volte maggiore di quella per ivg chirurgiche.

È così dimostrata in modo evidente ed innegabile la falsità ingannevole dello slogan “una scoperta scientifica meravigliosa per la salute delle donne e la pericolosità della scelta fatta dal Ministro Speranza, che l’AIFA non ha totalmente sposato mantenendo il mifepristone come farmaco ospedaliero nella delibera del 12 agosto 2020, di seguito riportata.

 

 

Chi ha veramente a cuore la salute ed il benessere psicofisico delle donne si dovrebbe preoccupare di far creare condizioni ottimali perché nessuna donna sia costretta a porsi l’interrogativo “il figlio o il lavoro?”, come quasi sicuramente è accaduto per un gran numero di donne nel 2018 in

 

particolare del nord e centro Italia (vedi tabella sopra riportata) in gran parte occupate come dimostra, anche nella tabella 7, il  crescente tasso di abortività delle donne di età compresa tra 20 e 39 anni, –  predisponendo misure adeguate al fine di consentire una sempre maggiore conciliazione tra i tempi del lavoro e i tempi della relazione familiare; – favorendo la creazione di asili nido aziendali; – di bonus baby sitter; – riconoscendo il valore sociale della maternità; piuttosto che banalizzare l’aborto farmacologico rivendicandolo come una conquista da difendere ed  esponendo le donne a maggiori rischi fisici ed alla sindrome post abortiva di cui nessuno parla, ma che esiste!

 

 

Ogni donna ha il diritto di essere messa in condizione di poter accogliere ed amare ogni vita che ha inizio nel suo utero, non di essere costretta a scegliere tra il lavoro e la vita del suo piccolo figlio, che le chiede solo ospitalità e nutrimento.

Saremo una società veramente civile quando ci preoccuperemo e lotteremo non per poter abortire con più facilità ma per avere dallo Stato gli aiuti e le leggi necessarie per poter lavorare e nello stesso tempo avere e poter prendersi cura assieme al partner dei figli che ci chiedono di essere accolti ed amati.

L’obiezione di coscienza, vissuta in pienezza, è un segnale indispensabile per una società come la nostra che sta sempre più perdendo il rispetto per la sacralità di ogni vita umana dal concepimento alla morte naturale.

PER SCARICARE IL COMUNICATO CLICCA QUIComunicato Stampa n.1 del 25 febbraio 2021 testo integrale

PER SCARICARE IL COMUNCIATO IN FORMA RIDOTTA CLICCA QUIComunicato stampa. 1 del 25 febbraio 2021

 

 

 

SIGO-AOGOI-AGUI-AGITE SI SCANDALIZZANO PER IL MANIFESTO CONTRO LA PRATICA DELL’ABORTO VOLONTARIO FARMACOLOGICO     

   COMUNICATO STAMPA N. 6 DEL 10 DICEMBRE 2020

 

Dopo aver letto il comunicato congiunto #basta usare il corpo delle donne delle suddette società scientifiche abbiamo aperto la pagina di Google immagini relativa al corpo delle donne nella pubblicità ed abbiamo trovato immagini molto più oltraggiose, oscene ed umilianti di quella usata nel manifesto in oggetto, cui non è mai seguita una vibrata protesta di queste società scientifiche. Neanche lo spot televisivo per la pubblicità di uno speciale assorbente che sfrutta una fastidiosa patologia ginecologica per questa pubblicità ha sollecitato queste società più direttamente interessate ad alzare la voce a favore del rispetto della dignità delle donne affette da tale patologia!

La rabbiosa reazione al manifesto di Pro Vita in realtà non è legata – come affermano sapendo di mentire – all’uso oltraggioso e riprovevole del corpo della donna, ma al contenuto scientifico dello stesso, che li richiama ad una verità, che hanno nascosto a sè stessi ed a tutta la cittadinanza italiana e che continuano a nascondere e tradire anche nel comunicato!

Il mifepristone – RU486 – definito dal genetista francese J. Lejeune, scopritore della trisomia 21, “pesticida umano” quando il connazionale Baulieu ne annunciò l’invenzione, non ha cambiato negli anni le sue caratteristiche come mostra chiaramente il foglietto illustrativo dell’AIFA del 6/6/2018, che a pagina 1 nei 4 usi raccomandati indica: 3 induzioni dell’aborto volontario e come quarto uso l’induzione del travaglio nei casi in cui il feto è già morto.

Non ci sembra scandalosa la domanda posta dal manifesto, in quanto la RU486 risponde in pieno alla definizione di “veleno” data dal Treccani – 1. a. Sostanza di origine esogena che, introdotta per qualsiasi via, anche in dosi relativamente piccole, in un organismo, ne compromette l’integrità strutturale o la funzionalità, con effetto generale o elettivo”, essendo usato nella stragrande maggioranza dei casi per provocare la morte di un embrione o di un feto, cioè di un essere umano indifeso ed innocente nel luogo che in passato era considerato il più sicuro al mondo!

Sull’innocuità della RU 486 rimandiamo all’ultimo nostro comunicato stampa   https://aigoc.it/wp-content/uploads/2020/08/Comunicato-Stampa-AIGOC-n-5-del-28-AGOSTO-2020-testo-integrale.pdf.

Certamente se i nostri colleghi avessero letto con attenzione tutte le relazioni ministeriali al Parlamento sull’applicazione della legge 194/1978 o le tabelle riassuntive che abbiamo fornito nel suddetto comunicato avrebbero certamente potuto constatare che considerando la sola morte del Piemonte attribuibile all’aborto volontario farmacologico abbiamo una mortalità dello 0,78/100.000 ivg farmacologiche contro una mortalità dello 0,067/100.000 ivg chirurgiche, cioè la mortalità per aborto volontario farmacologico è 11,64 volte maggiore di quella per ivg chirurgica, per cui è falso affermare “la comparabilità delle metodiche medica e chirurgica, in termini di efficacia e sicurezza, … nonché l’assenza di differenze nel profilo di sicurezza tra le donne ricoverate e quelle che avevano fatto ricorso alla dimissione volontaria dell’ospedale”.

PER SCARICARE IL COMUNICATO CLICCA QUIComunicato stampa 6 del 10 dicembre 2020

 

 

Noia: “Aborto farmacologico? Un attacco gratuito e violento alla maternità”

 

“Nella mia esperienza, in casi di aborto spontaneo, nessuna donna mi ha mai detto di aver perso un embrione. Tutte riferiscono di aver perso un figlio”. A parlare è Giuseppe Noia, docente di Medicina dell’Età Prenatale presso la facoltà di Medicina e Chirurgia, docente dei corsi di Perfezionamento e dei Master in Bioetica. Presidente dell’Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici (A.I.G.O.C.).

 

 

 

 

8 Settembre 2020, di Ida Giangrande

(PuntoFamiglia -www.puntofamiglia.net)

 

Non più tardi dello scorso 8 agosto il Ministro della Salute, Roberto Speranza, ha allungato il limite per l’aborto farmacologico fino a 9 settimane di gestazione senza l’obbligo di ricovero. Professor Noia, la sua esperienza a contatto diretto con le madri quali scenari le permette di prospettare? 

Innanzitutto, c’è una premessa generale da fare: il grande problema antropologico di questo nostro tempo è il rifiuto di usare le ragioni della ragione siano esse scientifiche che giuridiche, filosofiche, etiche e psicosociali nel perseguire la verità sulla persona umana. Rifiutare di ragionare sulle evidenze è il grande “peccato” della cultura moderna. È una forma di accanimento affinché non possa venir fuori la verità sulla persona umana, con un silenziamento studiato a tavolino di tutti quei processi di conoscenza che possano far riflettere e dare consapevolezza e quindi aumentare l’ampiezza della libertà di scelta. Questo vale per ogni campo della vita psicosociale ed è caratterizzato da un atteggiamento improntato all’individualismo e alla chiusura in sé stessi. Le evidenze della ragione invece ci aiutano a guardare fuori da noi e a trovare il senso in un servizio alla persona umana. In questa angolazione, infatti, non vi sono differenze di sesso, di religione o di appartenenza politica perché il valore da perseguire è la verità della persona umana. Custodire, difendere e salvare l’umano, il tesoro incredibile che ogni persona porta nella sua esistenza, dovrebbe essere il fine di ogni scelta, di ogni azione, di ogni progettualità sia sul piano individuale che sullo quello sociale. Quello che è accaduto con le nuove Linee guida del Ministero della Salute, con l’uso della pillola abortiva RU486, è la dimostrazione lampante del rifiuto a ragionare sulle evidenze scientifiche che dimostrano rischi gravi per la salute delle donne correlati alla effettuazione dell’aborto farmacologico senza ricovero e con l’estensione della possibilità di farlo fino alla 9° settimana inclusa.

Quali saranno le ricadute in termini emotivi, affettivi e psicologici sulle donne e qual è il tasso di mortalità femminile per l’aborto farmacologico?

Togliere una pratica abortiva dallo stretto controllo medico, è già di per sé una scelta irrazionale che non va certo verso la salvaguardia della salute delle donne. Come dicevamo precedentemente, le donne che fanno questa terribile scelta vengono relegate in maniera “pilatesca” ad un’autogestione dell’aborto volontario. Questo tipo di proposta appare paradossale sia nel merito che nel metodo sia per le conseguenze più immediate, sia per le conseguenze a distanza. Per quanto riguarda il merito, se il criterio è quello economico e di risparmio della spesa sanitaria (qualcuno ha paragonato questo tipo di scelta a quella fatta per migliorare, senza ospedalizzazione, la correzione dell’ernia inguinale), lascio a chi legge le considerazioni su questa comparazione misera e assolutamente inopportuna: la perdita della vita di un essere umano non può essere paragonata alla miglioria di una tecnica di un intervento chirurgico finalizzato a un minor costo sanitario sociale. Per quanto riguarda il metodo vi sono diverse considerazioni da fare. Innanzitutto, parlano di un “passo importante” nella scelta abortiva e nella libertà delle donne. Su questo qualcuno ha scritto con triste ironia: “Un passo importante che rende libere le donne di abortire tra il tinello e il bagno di casa”. Questa sarebbe la libertà? La seconda considerazione riguarda l’abbandono da parte del mondo medico di una donna che sceglie di abortire con la RU486. Questo ritorno a una clandestinizzazione nel privato aggiunge solitudine a solitudine, essa lo gestisce a casa in una angosciosa attesa dell’agonia espulsiva del proprio bambino e nella paura che un’emorragia grave possa comportare un successivo ricovero sia per un completamento di espulsione del tessuto abortivo rimasto dentro sia per un’eventuale trasfusione (Royal College of Obstetricians and Gynecolgists, Rcog, Guidelines, 2011; Update Guidelines, March 2, 2020). Una terza considerazione riguarda la iper-responsabilizzazione psichica ed emozionale della donna che sceglie, assume la pillola, gestisce la fase abortiva, la paura e l’angoscia, fino alla visualizzazione del proprio bambino con tutte le sue fattezze umane che viene espulso con tutto il suo sacchetto gestazionale e questo avverrebbe nel 56% dei casi (British Medical Journal, 332, 1235, 2006). Come si può vedere vengono aggiunte ferite a ferite per una donna già provata fisicamente e psicologicamente dalla lunga e stressante procedura abortiva. Un ultimo aspetto, che è stato completamente ignorato dalle linee guida del Ministero, e che invece è segnalato dalla FDA statunitense, è relativo alle 24 morti correlate fino al 31 dicembre 2018. In Italia, il Ministero della Sanità riporta l’aborto chirurgico in 40 anni di legge 194. Nei 10 anni in cui è stata utilizzata l’abortività con la RU486 ci sono state 2 morti legate alla procedura. Facendo valutazioni molto semplici si passa dal 2 al 20% nel confronto tra le due procedure. Questo (pericolosità dell’aborto farmacologico 10 volte superiore) è esattamente il dato che ha riportato il New England Journal of Medicine nel 2005.

Perché l’informazione non ne parla?

Perché la cultura dello scarto cerca di silenziare tutto ciò che è il protagonismo dell’embrione in una relazione di simbiosi materno-fetale che è una meraviglia agli occhi del cuore e della mente. Il figlio riceve dalla madre ossigeno e nutrizionali e a sua volta invia alla madre cellule staminali guaritrici come se fosse un vero e proprio medico della madre. Secondo lei, parlare di questa meravigliosa simbiosi porterebbe acqua al mulino di chi vuol vedere il figlio contro la madre? Sicuramente no, per cui vale la pena di non far conoscere questo dato scientifico o comunque di diminuirne la portata culturale. Nella cultura dello scarto, che è cultura della morte, vi sono una serie infinite di strategie perché le evidenze scientifiche e umane non arrivino alle coscienze e questo è il mondo dei sotterfugi menzogneri il cui passo principale è quello di creare confusione valoriale e falsa pietà.

Se l’aborto in sé è un mostruoso attacco al bambino non ancora nato, invisibile agli occhi della società civile, questa modifica alle linee guida per l’aborto farmacologico non le sembra un attacco gratuito e violento alla madre nascosta in ogni donna?

È sicuramente un attacco gratuito e violento alla maternità che è in ogni donna. Io aggiungerei anche che tutto questo avviene in una indifferenza psicosociale perché la legge 194 ha fatto scuola: se c’è una legge dello Stato allora l’abortività volontaria va regolata e quindi l’aspetto giuridico-sociale prende il sopravvento sul diritto prelazionale che ogni vita umana ha diritto ad esistere. Negli ultimi 20 anni abbiamo assistito alla nascita di diritti come funghi ma solo per l’embrione non esiste il diritto. Già questa famosa idea delle pari opportunità viene completamente contraddetta dal fatto che per l’embrione non c’è alcun diritto.

A nove settimane di gestazione la mamma non si accorge che porta un bambino in grembo? Che tipo di relazione c’è tra madre e figlio in questa epoca della gravidanza?

La relazione è iniziata subito dopo il concepimento attraverso il cross-talk. Questo dialogo, che avviene addirittura prima dell’impianto, prepara la scelta del posto più idoneo per formare la placenta, l’organo nutrizionale per eccellenza, il cui normale funzionamento garantisce un normale peso alla nascita. Se però il colloquio biologico, immunologico e ormonale è subottimale si può avere o un aborto spontaneo oppure una gravidanza che prosegue con un apporto ossigenativo non adeguato. Il peso alla nascita sotto i 2 Kg in epoche gestazionali a termine ha ripercussioni patologiche nell’infanzia, nell’adolescenza e nella vita adulta. Se molti scienziati si soffermassero a contemplare la bellezza e la grandezza di questa relazione, forse vedrebbero di più e con più stupore la dignità di ogni vita umana. Se molti scienziati vedessero la continuità relazionale dei primi 8 giorni come fondamento culturale di ogni relazione, l’embrione, oltre che medico della madre, sarebbe visto come un docente universitario.

Parliamo del sistema sanitario, si ha quasi la sensazione che con questa manovra si voglia snellire la procedura abortiva fino a deresponsabilizzare completamente la scienza lasciando tutto a carico della donna…

Non è una sensazione. Come molte donne hanno testimoniato sui giornali, la donna subisce un abbandono terapeutico ed umano per cui la realtà è che sembrerebbe che “l’uomo venga fatto per il sabato e non che il sabato venga fatto per l’uomo”. Oltre all’abbandono terapeutico, prima di questo c’è una informazione non completa sulla procedura abortiva, su come essa si può evolvere nei giorni, sulle complicazioni emorragiche e sui rischi fatali. Rubare l’informazione che crea consapevolezza è un atto molto, molto grave.

Si parla di questa modifica alle Linee guida circa l’aborto farmacologico come una procedura che rispetta la legge 194. Ma è proprio vero? Ricordo bene che la legge in sé all’articolo 1 e 2 chiedeva di provare ad evitare l’aborto e affidava ai consultori l’incarico di “far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza”. Qui si tratta di semplificare la procedura fino a renderla facile come bere un bicchier d’acqua, da questo punto di vista non le sembra che la legge sia stata superata?

La legge è stata superata e completamente disattesa da 40 anni. Io ritengo che questa legge non sia una legge buona perché ha prodotto nel corso dei decenni perdite di vite umane (fino ad oggi 6.300.000 bambini) ha aumentato la prevalenza dell’aborto eugenetico di più di 10 volte (dallo 0,5% del 1981 al 5,8% del 2018) quindi è una legge eugenistica e mentre plaude alla diminuzione del numero degli aborti nel corso degli anni, non tiene conto del diminuito tasso di fecondità della donna e dell’esplosione dell’aborto con la pillola del giorno dopo e dei 5 giorni dopo. Infine, le relazioni che il Ministero fa conoscere, sono molto incomplete e fortemente omissive.

Il racconto mediatico presenta spesso la prassi abortiva come una pratica indolore e senza alcuna implicazione umana… qual è la sua esperienza? Pur non avendo mai effettuato aborti si è mai trovato a raccogliere i cocci di una madre che ha abortito?

Il racconto mediatico propone grandi menzogne esistenziali con la connivenza di una certa scienza che potrebbe parlare e non parla. Assumere una pillola abortiva non è come assumere un’aspirina per il mal di testa perché la banalizzazione dell’atto nasconde, subdolamente, la separazione della madre dal figlio e il lutto che ne consegue, con una devastazione psicologica molto forte. Non è indolore sul piano fisico perché vi sono contrazioni dolorosissime e non è indolore sul piano psichico perché abbiamo visto che iper-responsabilizza la donna. Non è sicuro perché nel caso della RU486 vi sono complicazioni emorragiche (American College of Obstetricians and Gynecologists, Acog, “Practical Bulletin, 143, 2014) tali da portare anche a trasfusioni (Royal College of Obstetricians and Gynecolgists, Rcog, Guidelines, 2011; Update Guidelines, March 2, 2020) fino a 6 volte superiori ad altre pratiche abortive (Chinese Cochrane Center 2004 Jan; 39(1):39-42 ) fino ad esiti letali con decesso della paziente (Istituto Superiore Sanità, Primo Rapporto it OSS: Sorveglianza della mortalità materna, 2019). Un organismo britannico, il National Institute for Health and Care Excellence (Nice), deputato a stabilire le buone pratiche di condotta clinica, riporta che dopo l’assunzione della pillola abortiva la gravidanza potrebbe proseguire non essendo stata efficace nell’azione abortiva (Abortion Care Nice Guidelines – September 25, 2019). Tale probabilità diventa più elevata man mano che aumenta l’epoca gestazionale in cui si assume la pillola abortiva. Il fatto che la gravidanza possa continuare dopo la pratica abortiva, riespone la donna a un ulteriore impatto psicologico devastante poiché dovrebbe di nuovo fare delle scelte. Se la donna rivedesse la sua scelta e volesse portare avanti la gravidanza, si troverebbe dinanzi a un ulteriore problema da affrontare, dato che l’uso della pillola abortiva può causare malformazioni fetali. Se invece, volesse ripetere la pratica abortiva dovrebbe utilizzare farmaci a dosaggi più elevati, con sintomi e rischi ancora più rilevanti. Tutto questo è aggravato da una carente informazione, dalla non attesa dei 7 giorni, come dice la legge 194 e dal fatto che, nel caso specifico delle Linee guida del Ministero della Salute, le conseguenze fisiche e psichiche tra l’aborto farmacologico e quello chirurgico sono state considerate comparabili: il che non è affatto vero. Infine, vogliono tirare dentro i Consultori come luoghi dove può essere effettuato l’aborto farmacologico, stravolgendo completamente le finalità di una struttura che, come dice la legge 194, doveva lavorare per contrastare la diffusione dell’aborto visto oggettivamente da tutti come una tragedia personale, di coppia e familiare. La conseguenza di tutto ciò è esporre tante donne alla devastazione del proprio futuro procreativo. L’esperienza che ho fatto con molte donne con problemi di poliabortività spontanea, è la grande sofferenza di aver perso i figli. È questo il termine che le madri danno agli embrioni. Nessuna donna mai mi ha parlato della perdita di un embrione. Mi ha sempre parlato di aver perso uno o più figli. Ecco perché da molti anni vado dicendo che il concetto di proporzionalità traumatica non esiste. La proporzionalità traumatica è un concetto che vorrebbe dare un significato quantitativo alla sofferenza delle donne affermando che il loro dolore dopo un aborto spontaneo al 2° mese, possa essere inferiore a quello della perdita di un feto al 5° mese: piccolo embrione, piccolo trauma. Tuttavia, la verità esistenziale di questo fenomeno non è così poiché

l’elaborazione della perdita del figlio (e quindi la sofferenza materna) non è proporzionale alle dimensioni dell’embrione e/o del feto in termini di centimetri di lunghezza e/o di grammi di peso ma è proporzionale alla perdita della presenza del figlio, indipendentemente dalle dimensioni. 

La prova sperimentale di questa affermazione proviene dalle stesse donne, le quali, come ho già scritto molte volte, nel colloquio, durante la consulenza clinica, ripetono lo stesso ritornello: “Professore come devo fare per farlo capire ai miei familiari e amici che mi dicono che l’embrione era piccolo? Io soffro come se avessi perso un figlio di 1.60 metri di altezza e 70 Kg di peso”. E io di rimando dico: “Lo dica a me!”. Avendo seguito più di 400 coppie con aborti spontanei ripetuti, questa esperienza è un fatto sperimentale, diretto, registrato dalla mia persona in tantissimi casi. Ho pubblicato più di 10 anni fa che il recupero della capacità gestazionale per queste coppie è possibile con indagini diagnostiche di un protocollo ormai standard in tutto il mondo, a cui si aggiunge la necessità di un supporto psicologico: nel primo gruppo (solo protocollo diagnostico e terapeutico) il tasso di successo clinico è stato del 32% mentre nel secondo gruppo (protocollo più supporto psicoterapeutico) il successo clinico è stato del 72%. Tutto ciò dimostra che la relazione tra il figlio e la madre, fin da subito, comporta un vissuto della donna con una percezione di presenza del proprio figlio del 100% e che per riaprirsi alla ricerca di un figlio successivo è necessario sanare le ferite del lutto precedente. Se tutto questo avviene per l’abortività spontanea, quale impatto peggiorativo ci dobbiamo aspettare quando la madre sceglie volontariamente di togliere la vita al proprio figlio? In conclusione, dico, il dolore delle donne, la salute delle donne, la dignità delle donne in questa cultura dello scarto viene completamente devastata e non c’è più cieco di chi non vuol vedere. La scienza prenatale ha grandi responsabilità perché non fa sentire la sua voce e la sua autorevolezza sulle dinamiche relazionali devastate dalla separazione del figlio dalla madre, minimizzando l’aspetto medico, silenziando l’aspetto di verità scientifica e inchinandosi alla cultura del potere politico e del politically correct. Quando, anni fa, ci fu un incidente al sistema di refrigerazione degli embrioni congelati al San Filippo Neri di Roma, vennero distrutti centinaia di embrioni congelati. Sulle varie testate giornalistiche il grido delle donne era: “Hanno ucciso i nostri figli!”. La conclusione di tutto questo è che anche per blastocisti microscopicamente non evidenti per l’occhio umano, l’aver generato con il proprio ovulo, una vita umana in vitro, aveva generato una relazionalità tra il figlio e la madre già prima dell’impianto. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

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IL VIA LIBERA ALLE NUOVE LINEE GUIDA DEL MINISTRO SPERANZA È FONDATO SU DATI INATTENDIBILI, INCOMPLETI, FUORVIANTI E PRIVI DI OGNI SCIENTIFICITÀ ?

 

COMUNICATO STAMPA N. 5 DEL 28 AGOSTO 2020

 

Il parere unanime del Consiglio Superiore di Sanità sull’utilizzo della RU486 senza ricovero ospedaliero fino alla nona settimane di gravidanza ci ha sorpresi e spinti a ricercare sul sito del Ministero della Salute il testo per verificarne le fonti, ma non lo abbiamo trovato: chi sa perché?

Abbiamo cercato sul sito dell’AIFA il testo della Delibera dell’11 agosto 2020 e della Determina del 12 agosto 2020 ed in entrambi i documenti abbiamo trovato scritto quanto segue: “Considerati i dati del sistema di sorveglianza delle interruzioni volontarie di gravidanza (IVG) farmacologiche, inclusi anche nelle relazioni sull’attuazione della legge 22 maggio 1978 n. 194 del Ministro della Salute al Parlamento, da cui si evince la comparabilità delle procedure medica e chirurgica, in termini di efficacia e di sicurezza, evidenziando la sicurezza del farmaco anche per trattamenti effettuati oltre il termine dei 49 giorni, nonché l’assenza di differenze nel profilo di sicurezza tra le donne ricoverate e quelle che avevano fatto ricorso alla dimissione volontari dall’ospedale,”.

Abbiamo scoperto che l’autorevole fonte che ha determinato le due subentranti modifiche dell’AIFA al foglietto illustrativo aggiornato il 6 giugno 2018 sono i dati offerti dalle Relazioni al Parlamento del Ministro della Salute sull’applicazione della legge 194/1978 !

La tabella 1 che evidenzia il notevole numero di dati fondamentali non rilevati nell’anno 2018 e la tabella 2 ( cfr. testo integrale), che rivela l’incompletezza e la discordanza dei dati offerti nelle tabelle 27 ogni anno dalle Relazioni Ministeriali sulla legge 194/1978 con i dati offerti nella relazione stessa riguardo all’aborto farmacologico dimostrano che non esiste comparabilità delle procedure medica e chirurgica, in termini di efficacia e di sicurezza, né l’assenza di differenze di profilo di sicurezza tra le donne ricoverate e quelle che avevano fatto ricorso alla dimissione volontaria.

Il numero totale di complicazioni registrate nelle ivg farmacologiche nel 2018 (551) è addirittura superiore a quello totale registrato in tutte le ivg fatte nello stesso anno (414), pur essendo le ivg farmacologiche solo il 20,63% di tutti gli aborti volontari!

Anche riguardo alla mortalità materna le Relazioni Ministeriali sottostimano il dato segnalandone 2 nel 2014 ed una nel 2016. Il Primo Rapporto ItOSS Sorveglianza della mortalità Materna anni 2013-2017 segnala altre due morti, cui si aggiunge un’altra morte segnalata nel Rapporto Regionale Mortalità e Morbosità Materne in Emilia e Romagna.

Facendo un calcolo su questi dati certi e considerando la sola morte del Piemonte attribuibile all’aborto volontario farmacologico abbiamo una mortalità dello 0,78/100.000 ivg farmacologiche contro una mortalità dello 0,067/100.000 ivg chirurgiche, cioè la mortalità per aborto volontario farmacologico è 11,64 volte maggiore di quella per ivg chirurgica, per cui è falso affermare “la comparabilità delle metodiche medica e chirurgica, in termini di efficacia e sicurezza, … nonché l’assenza di differenze nel profilo di sicurezza tra le donne ricoverate e quelle che avevano fatto ricorso alla dimissione volontaria dell’ospedale”. La morte del 2014 in Campania – pur avendola considerata tra le ivg chirurgiche – ci dice chiaramente che somministrare farmaci come le prostaglandine e permettere il ritorno a casa per dimissione volontaria è molto pericoloso, anzi letale!  Come può essere letale, anche, continuare a tollerare passivamente il commercio di prostaglandine per l’aborto illegale più volte documentato in trasmissioni televisive!

Siamo contrari ad ogni forma di attentato alla vita umana – in particolare se innocente ed indifesa come il concepito – sia esso l’aborto farmacologico che chirurgico, l’aborto eugenetico che quello “illegale”, o quello molto più numeroso – occultato e quasi mai menzionato – delle pillole del/i giorno/i dopo, delle spirali, delle pillole e.p., dei progestinici nelle varie forme di somministrazione e dei vaccini anti hcg, ma esigiamo che nel formulare pareri tecnici di pubblica utilità non venga per lo meno offesa l’intelligenza di chi legge questi documenti.

CLICCA QUI PER LA VERSIONE INTEGRALEComunicato Stampa AIGOC n 5 del 28 AGOSTO 2020 testo integrale

    A fronte della riduzione di 4.405 IVG rispetto all’anno 2017 c’è stato un ulteriore significativo incremento (+ 38.086 confezioni) della vendita di pillole del giorno dopo e dei cinque giorni dopo per un totale di 598.167 confezioni che – come scrive il ministro della salute a pagina 15 e 18 – è legato alle delibere AIFA del 21 aprile 2015 per ellaOne e del  1 febbraio 2016 per Norlevo, che hanno eliminato l’obbligo della ricetta per le maggiorenni. Calcolando che solo nel 20% delle 598.167 utenti di queste pillole ci sia stata la fecondazione il numero di embrioni in tal modo eliminati sarebbe 101.688!

Nel febbraio 2012  Alessandra Graziottindirettore del Centro di Ginecologia dell’Ospedale San Raffaele  Resnati  di Milano, a margine di un incontro per presentare il “Patentino del sesso sicuro” della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (Sigo) – ha affermato che più della metà delle 357.800 confezioni di Norlevo vendute nel 2011 erano state acquistate da ragazze con meno di 20 anni. Se la situazione è rimasta simile a quella descritta dalla Graziottin il tasso di abortività per le ragazze con età < 20 anni passerebbe dal 3,9‰ al 41,58‰  e dal 6,2‰ al 13,97‰ quello totale comprendente tutte le donne in età fertile.

I bambini scartati con gli aborti cosiddetti tardivi, ma che bisogna chiamare eugenetici, sono stati ufficialmente 4.137, ma potrebbero essere molti di più perché nella tabella 19 risulta che in 2.215 schede e nella tabella 20 in 2.712 schede non è stata rilevata la settimana di gravidanza!

Gli aborti farmacologici (RU486+ Prostaglandine) sono aumentati del 3% rispetto al 2017 raggiungendo il 20,8% con punte del 44,1% in Piemonte, del 38% in Liguria, del 36,9% in Emilia e Romagna, del 29,3% in Toscana, del 27,8% in Puglia e del 25,2% nel Lazio.

Nell’impennata delle certificazioni d’urgenza (21,3% del totale) stranamente, ma non troppo, la maggiore percentuale la ritroviamo nelle stesse regioni prima menzionate: Puglia con 139 (42,7% dei certificati e con un dato non rilevato in 3095 schede); Piemonte con 2.523 (39,5%); Lazio con 3.201 (39,1% ed in 92 schede N.R.); Abruzzo con 442 (29,1%); Emilia Romagna con 1877 (27,3%); Toscana con 1.368 (26,1% ed in 99 schede N.R.). A questi dati bisogna aggiungere che nella tabella 18 in 3.776 schede non è stato rilevato il dato urgente/non urgente.

Anche l’anno scorso, vedendo i dati delle certificazioni urgenti, ci è venuto da pensare che potessero essere collegati alla necessità di far rientrare l’intervento nel termine previsto dei 49 giorni per l’aborto farmacologico. Quest’anno oltre ad essere più evidente dai dati esposti, è lo stesso ministro a riconoscerlo a pag. 41: “necessità di ricorso all’urgenza per poter svolgere l’intervento con Mifepristone e prostaglandine entro i tempi previsti nel nostro Paese (49 giorni di gestazione).

Sorge spontanea una domanda: da quando in medicina, per poter fare un tipo di intervento medico più comodo per il medico, viene certificata un’urgenza che impedisce alla donna di avere a disposizione i 7 giorni previsti dalla legge 194/1978  per riflettere ed accogliere il figlio e la espone pure a maggiori rischi per la sua salute ?

Sempre a pag. 49 il ministro scrive: “dai dati del modello D12/Istat relativi al 2018. l’88,5% delle  IVG  effettuate con Mifepristone+prostaglandine sono avvenute entro i 49 giorni di gestazione, come indicato in Italia (Supplemento ordinario  della GU del 1/12/2009).”

E l’altro 11,5% – chiediamo noi – chi lo ha autorizzato? E in mancanza di legale autorizzazione il ministro venutone a conoscenza perché non ha preso i necessari provvedimenti?

Non sappiamo se il ministro se ne sia accorto: a pag. 59 i Consultori in Liguria  hanno fatto 816 colloqui per IVG ed hanno rilasciato 884 certificati. Come mai?

A pag. 49 la relazione afferma che il 96,5% delle donne sottoposte ad aborto farmacologico non ha avuto nessuna complicazione immediata e che nel 2,4%, cioè 378 donne, per terminare l’intervento c’è stata la necessità di ricorrere all’isterosuzione od alla revisione della cavità uterina. Nessuna informazione viene fornita sulla percentuale di controlli post-dimissione e sulle complicanze riscontrate, che nel 2011 erano state riscontrate nel 7,1% del 96,9% delle donne che avevano fatto il controllo post-dimissione!

La mortalità materna per aborto farmacologico (Mifepristone+Prostaglandine) considerando la sola morte del Piemonte del 2014 (1,08 / 100.000 donne)   permane più alta di quella riscontrata in altri lavori e 10,8 volte maggiore di quella dell’aborto chirurgico.

La mortalità delle donne sottoposte dal 2005 al 2018 a tutte le forme di aborto farmacologico (RU486, RU486+ Postaglandine, Prostaglandine, Altro) con dimissione “volontaria” precoce, cioè prima della completa espulsione del bambino e degli annessi ovulari, è molto alta, 2,53/100.000 donne, almeno 25 volte più alta di quella dell’aborto chirurgico !

     Numerosi sono i dati importanti non rilevati al momento della dimissione sulla scheda D12/Istat e sulle SDO. Alcune già le abbiamo citate, tra le altre a pag. 27 sono citate solo 188 casi di emorragia e 1.621 casi non rilevati!

Ci sembra strano che nel 2020 una scheda D12/Istat o una SDO possano essere chiuse ed inviate incomplete, cioè con caselle importanti quali la data di nascita, l’epoca gestazionale, il tipo di complicazione, …, e che – se anche fosse possibile – in 18 mesi i funzionari addetti al controllo di queste schede non sentano il dovere morale di chiedere al Responsabile del Reparto ed al compilatore delle schede i dati mancanti prima di offrirli per una relazione ministeriale.

E’ ora che il Ministro non si limiti a fare inviti ad essere più precisi ma prende i provvedimenti necessari per evitare che nella prossima relazione sia ancora presente la voce “non rilevato”.

Dando un rapido sguardo alla tabella 7 con le evidenziazioni fatte, notiamo un tasso di abortività notevolmente più elevato nelle di età compresa tra 20-35 anni nelle regioni più produttive d’Italia, legato probabilmente all’attività lavorativa di queste donne; per cui il Governo ed i Parlamentari si dovrebbero subito rendere conto dell’urgenza indifferibile di politiche familiari a sostegno della maternità per  contrastare il gelo demografico e la sempre più grave denatalità.

 

 

Lo stesso ministro, infine, riconosce che l’obiezione di coscienza non rappresenta un ostacolo per  l’ivg in Italia e che il 15% dei ginecologi non obiettori non ha fatto alcuna ivg nel 2018.

 

PER SCARICARE IL COMUNICATO CLICCA QUIComunicato Stampa AIGOC n 4 del 24 giugno 2020

Nel nostro ultimo comunicato stampa (https://aigoc.it/2020/04/10/la-salute-delle-donne-non-e-tutelata-comunicato-a-i-g-o-c-n-2-del-10-aprile-2020/) abbiamo espresso in modo molto chiaro come i tentativi fatti da posizioni ideologiche reiterate e ben conosciute – approfittando della pandemia coronavirus – di domiciliare l’aborto farmacologico e di estenderlo fino alla nona settimana, non tutelavano affatto la salute delle donne che vi facevano ricorso, ma ne aumentavano significativamente i rischi.

La notizia che la Giunta Regionale Umbra abbia abrogato la delibera n. 1417  del 4 dicembre 2018, che  … intende estendere a tutte le strutture regionali che effettuano IVG chirurgica l’opportunità di somministrare la RU486 in regime di ricovero in day hospital terapeutico/interventistico e in regime di ricovero ordinario.” viene da noi molto positivamente accolta, perché dimostra che ancora ci sono Amministratori attenti alle evidenze scientifiche e alla tutela della salute delle donne.

Ci auguriamo che altri Amministratori Regionali sappiamo anteporre la tutela della salute fisica e psichica delle donne e non cedere ai ripetuti tentativi di privatizzazione e banalizzazione dell’aborto volontario.

 

 

PER SCARICARE IL COMUNICATO CLICCA QUIComunicato Stampa AIGOC n 3 del 16 giugno 2020

 

 

 

Prof. Giuseppe Noia
Docente Medicina Prenatale – Università Cattolica del Sacro Cuore – Roma
Responsabile Hospice Perinatale – Policlinico Gemelli

Presidente A.I.G.O.C.
Presidente Fondazione Il Cuore in una Goccia Onlus

INTRODUZIONE

Mai come in questo periodo stiamo riscoprendo, nel quotidiano riflettere, in solitudine, la meravigliosa bellezza della nostra vita. Quando fu pubblicata l’Enciclica Evangelium Vitae, 25 anni fa, io, che mi diletto a scrivere canzoni e cantarle ho pensato di far parlare quelle persone che nessuno fa parlare dando voce a chi non ha voce: i bambini abortiti volontariamente. In una canzone dal titolo “Il Giardino del Re” scrivevo questo testo: “Siamo fili d’erba nel Giardino del Re, tenera riserva di un incanto che è questa nostra vita che continuerà oltre le miserie della falsità”. Ho pensato che queste parole potessero sintetizzare 3 aspetti fondamentali: a) la tenera e infinita dignità degli embrioni abortiti (i fili d’erba) considerati “riserva umana” scartata ed eliminata dal crescere nel giardino della storia dell’umanità, che è la nostra esistenza; b) il destino immortale di queste vite “falciate”; c) la falsità scientifica, giuridica, psicosociale che ne autorizza la “falciatura”. Ecco perché quando riflettiamo sulla custodia della vita e sulla sua generazione, dovremmo sostanzialmente riflettere sulla sua preziosità e grandezza (E.V. Introduzione, 2 1995) perché l’uomo è chiamato ad una pienezza di vita che va ben oltre le dimensioni della sua esistenza terrena poiché consiste nella partecipazione alla vita stessa di Dio (E.V. Introduzione, 2 1995).

LA CUSTODIA DELLA VITA

Se siamo convinti della sua preziosità con quali occhi la guardiamo, la custodiamo e la difendiamo? La custodia della vita appare nel mondo psicosociale attuale una altalena tra l’indifferenza e la solidarietà. E sappiamo rispondere alla indifferenza con la solidarietà? Quanto siamo solidali con il valore del dono della vita e della possibilità di poter generare? E quale consapevolezza abbiamo di quello che avviene nel cuore di una donna, di una coppia, di una famiglia quando perde il figlio, quando si perde il dono tanto desiderato? Tutto questo processo di valorizzazione del dono della vita oggi è profondamente messo in discussione perché viviamo nel mondo delle “I“: sembra che siamo tutti amici di Narciso, figli di Pilato e solidali con Caino. Individualismo (Narciso), Ignavia (Pilato), Indifferenza (Caino), sono i 3 giganti del nostro vivere relazionale ma un grande sociologo moderno ha scritto che: “La più grande povertà dei nostri tempi è la povertà delle relazioni”(P. Donati, 1986; 1997; 2013). Siamo quindi dinanzi ad una povertà spirituale e intellettuale e allora ci chiediamo: tutto questo ci fa vedere l’essenziale che è invisibile agli occhi? Ci fa vedere come la più grande e importante relazione della nostra esistenza abbia un percorso di pedagogia del vivere impostato alla oblatività dell’uno (il figlio) verso l’altra (la madre) e viceversa? Ci fa vedere come i processi di crescita biologica psicologica e relazionale nascono da vere e proprie uccisioni del proprio io? Se non ci sono gli occhi del cuore il più grande insegnamento relazionale (tra l’embrione e la madre) viene silenziato, praticamente non visto, realmente non esistente.

LA GIUSTIFICAZIONE SOCIALE DELL’ABORTO VOLONTARIO
Sempre più spesso il diritto alla vita si piega e si spegne sotto la pressione delle logiche di una società che tenta di sopprimere tutto ciò che non rientra nei suoi canoni (oggi più che mai discutibili): tutto ciò che non è “perfetto”, tutto ciò che può creare uno “spreco” di denaro per la società, tutto ciò che crea sofferenza. Il problema reale, del ricorso a questo criterio di “massima efficienza” sta nel soggetto verso cui è indirizzato: il bambino che deve ancora nascere, l’embrione “uno di noi”, “l’uomo embrione”.  Ne deriva una vera e propria “selezione” dell’uomo su sé stesso, senza guardare ai destini infinitamente grandi che ogni essere umano porta nella sua storia esistenziale: “Gli esseri umani, anche se sono destinati a morire, non sono nati per morire ma per incominciare”. (Hannah Arendt, 2011)
L’attuale sistema sociale, probabilmente nella consapevolezza della deprecabilità di tale approccio (che va a gravare sul nascituro affetto da patologia, ovvero, un essere totalmente indifeso), tenta di creare delle regole, delle “attenuanti”, per giustificare e rendere giuridicamente e socialmente lecito ciò che è umanamente aberrante sul piano concettuale ed umano: non si può eliminare la sofferenza eliminando il sofferente. Anche in questo periodo di grande sofferenza personale, familiare e sociale, dinanzi al blocco quasi totale delle attività e dei servizi, la macchina degli aborti volontari non viene fermata cosi come la produzione e la vendita delle armi e per garantire il “diritto” di poter scegliere sulla vita di un’altra persona viene proposto l’assurdo aborto telemedico cioè guidare la paziente ad assumere farmaci abortivi per via web. Tuttavia, la risposta a questa grande menzogna culturale e sociale viene da tante donne e da tante madri e che nell’accogliere i propri figli gridano: “Siamo nati e non moriremo mai più”. (Chiara Corbella 2013)

I TRE CARDINI DELLA SCIENZA SULL’ EMBRIONE COME PERSONA
1. L’embrione come protagonista biologico. Il primo aspetto è l’autonomia biologica dell’embrione che si costituisce sin dopo il concepimento. Per approfondire questa realtà è bene far parlare la scienza. Nel novembre del 2000 il British Medical Journal, nel suo editoriale, affermava che “l’embrione è un attivo direttore d’orchestra del suo impianto e del suo destino futuro”. Questa affermazione riassume molto bene la prima evidenza scientifica su cui si fondano i diritti dell’embrione: il suo protagonismo biologico. Lo zigote (il nome con cui si chiama l’embrione subito dopo la fusione delle due cellule germinali, spermatozoo e ovulo), pochi minuti dopo la fusione del materiale genetico, mostra una sua precisa identità genetica di 46 cromosomi, tipici di un individuo umano; inoltre l’assemblaggio del materiale genetico fra i 2 nuclei avviene in una maniera unica tale da far dire, anche sulla base di calcoli matematici, che ognuno di noi è un fatto unico e irripetibile derivante dalla unicità e individualità del concepimento (G. Noia, 2016). Un’altra capacità e abilità dell’embrione, prima ancora di impiantarsi, è quella di riuscire a sopravvivere, per 8 giorni, nella tuba materna senza possedere energia derivante dall’ossigeno poiché ognuno di noi non era anatomicamente collegato alla circolazione sanguigna materna. Tuttavia, ognuno di noi ha mostrato una capacità e una plasticità di adattamento e siamo riusciti a utilizzare, per la replicazione delle nostre cellule, fonti di energia diverse da quelle dell’ossigeno, passando da un metabolismo aerobico (ossigenativo) ad un metabolismo anaerobico (non ossigenativo). (Gardner RL, 2001) Nei minuti, nelle ore e nei giorni dopo il concepimento e durante la nostra “vita tubarica”, abbiamo (noi embrioni precoci) indirizzato il piano programma genomico che ha fatto affermare alla ricercatrice Helen Pearson (2002) che il nostro destino è tutto scritto nel giorno 1 (“Your destiny from day one”) quando eravamo zigoti unicellulari (cioè embrioni ad una sola cellula). Infatti, appena si determina il nuovo individuo umano, dopo 26 secondi vengono attivati centinaia di geni e già in quei momenti si definisce un “file” di espressione genica che stabilisce quali saranno e come verranno formati i diversi organi, la posizione del corpo nello spazio e dove e quando si formeranno gli arti e la testa. (Piotrowska K, et al. 2001) Tutto questo è un vero e proprio protagonismo biologico, la prima caratteristica appunto.
2.L’embrione relazionato con la madre. La seconda caratteristica è la relazionalità dell’embrione con la madre sia sul piano biologico, che avviene prima dell’impianto (7-8 giorni) che sul piano psicodinamico: infatti, sin dopo il concepimento inizia una relazione del figlio con la propria madre (J. Douglas et al. 2011); essa è costituita da messaggi biochimici, immunologici e ormonali che segnalano alla madre la presenza del proprio bambino e che lei dirige e organizza per impedire che il figlio, per il 50% simile al padre e quindi diverso da lei, possa essere riconosciuto ed essere rigettato, come le leggi dell’immunologia prevedono quando c’è una diversità di tessuti. (Horne AW, 2000) Invece tutti noi, pur essendo per il 50% diversi da nostra madre, non siamo stati rigettati grazie a questo cross-talk (linguaggio incrociato) che avviene fra noi, embrioni dei primi giorni nella tuba, e nostra madre che “prepara” il posto più adatto per essere ricevuti e per poter annidarci. (Mancuso et al., 2009) È talmente importante questa relazione che, se tale “colloquio” con nostra madre, non avviene in maniera ottimale, si può formare una placenta anatomicamente non ottimale, con successivi problemi di aborto spontaneo e/o di basso peso del neonato alla nascita. Il basso peso (< 2200 gr), come è stato dimostrato da molti lavori pubblicati, comporta ripercussioni nell’infanzia, nell’adolescenza e nella vita adulta. Tutte queste evidenze scientifiche supportano inconfutabilmente il concetto che i primi otto giorni non sono così insignificanti, come una cultura del “silenziamento” scientifico vorrebbe far credere, visto che da questo periodo e dalla qualità di questa relazione possono verificarsi conseguenze per tutta l’esistenza futura dell’individuo umano.
L’embrione medico della madre. Il problema tuttavia è un altro: spostare la dignità, scientificamente fondata, della persona umana dal concepimento all’impianto non è altro che una manipolazione scientifica con uno scopo ben preciso. Infatti, questo stratagemma (non suffragato da motivazioni scientifiche) avrebbe la finalità di sdoganare sul piano etico l’uso della pillola del giorno dopo, la pillola dei cinque giorni dopo, l’uso della diagnosi preimpianto, che comporta una perdita di embrioni del 93%, come i dati del Ministero della Salute ci hanno mostrato, e l’uso indiscriminato delle cellule staminali dell’embrioblasto (cellule staminali embrionali), con ovvia perdita dell’embrione stesso. La relazione con la madre poi prosegue, perché ognuno di noi, ha inviato cellule staminali alla propria madre, definite guaritrici, e che, inviate dal feto, attraversano la placenta, giungono nella circolazione sanguigna materna per circoscrivere e guarire alcune patologie della madre. (Bianchi DW1, 2000) Si realizza quindi il concetto che il feto è il “medico della madre” (Noia, 2018). La cosa ancora più sorprendente è che questa cura del figlio verso la madre, può avvenire anche sul piano psicologico (dalle evidenze degli studi analitici, il feto sembrerebbe rivestire un ruolo psicoterapeutico nei confronti della madre). (Fischetti Crova F. – Noia G. et al., 1990).
Tutto ciò attesta quanto forte sia questa relazione simbiotica, talmente forte che, quando questa viene interrotta, la donna può soffrire di gravi alterazioni dell’equilibrio psicodinamico, (Thorp JM, et al. 2005; Pedersen 2008; Broen et al. 2005) a volte anche molto grave (e si tratta di un’evidenza scientifica) e, quindi, si compromette la sua salute psicologica. (Gissler et a. 1987; Laura Bencetti 2015; Reardon DC1, et al. 2004; Fergusson DM, et al. 2006)

Di questa relazione tra l’aborto volontario e la salute psichica delle donne, nonostante le evidenze scientifiche, si parla ben poco, probabilmente perché si andrebbe ad evidenziare un’incongruenza di fondo della stessa Legge 194/78, che individua nell’aborto una pratica medica finalizzata a tutelare la salute psichica della donna e che invece la danneggia; ne verrebbe meno, quindi, uno dei presupposti fondamentali.
3.L’embrione feto curato prima della nascita. La terza caratteristica è quella del feto come paziente. Il feto come paziente: l’embrione e/o il feto può essere curato prima della nascita come un paziente adulto sia per via non invasiva (dando farmaci o sostanze alla madre che attraversano la placenta e poi arrivano al feto) sia per via invasiva. (Noia G. et al., 1998; Noia G. 2007) Quest’ultima metodologia è una modalità che utilizza l’ecografia al fine di indirizzare e far progredire dispositivi come aghi e altri strumenti nella cavità amniotica, nel cordone ombelicale o nel corpo stesso del bambino, con la finalità di curarlo per la presenza di gravi patologie. (Noia G., 2009) La forma invasiva di cura prenatale, quando gli aghi attraversano il corpo della madre e del feto, viene preceduta dall’analgesia materna e fetale per non far sentire dolore. È questo il grande campo dei trattamenti palliativi prenatali (palliazione fetale prenatale). I trattamenti palliativi prenatali non hanno solo la finalità di evitare il dolore al feto ma, soprattutto, contribuiscono a far sì che il dolore prenatale non abbia ripercussioni sullo sviluppo neurocomportamentale futuro del bambino. È questa la realtà del feto come paziente. (Noia G., 2019)
CONCLUSIONI
Da quanto detto si evince la necessità di fermarsi a riflettere su una vera cultura che custodisce e protegge la fragilità delle vite: della madre e del bambino non ancora nato, della coppia e della famiglia. Il lavoro culturale da fare è di mettere le future mamme nella condizione di poter compiere scelte ponderate e consapevoli, attraverso un lavoro di informazione scientifica corretta.  Tuttavia, bisogna anche lavorare perché ci sia pari opportunità reale per le famiglie che scelgono di proseguire la gravidanza (anche nell’ipotesi di incompatibilità con la vita extrauterina di un bambino con gravi patologie), di far nascere, accompagnare, curare e amare il proprio bambino fino alla fine, alla luce proprio di quell’imperscrutabile legame che li terrà inscindibilmente uniti anche nell’eventuale distacco. È doveroso, inoltre, pensare ad un sistema di assistenza medica (e non solo) che garantisca anche alle donne e alle famiglie che vogliono proseguire la gravidanza nonostante le gravi patologie del proprio bambino, tutto il sostegno necessario per portare a compimento un progetto genitoriale che, pur nelle avversità e nelle condizioni più estreme, si realizza pienamente attraverso l’accoglienza e l’amore verso il proprio figlio. (Noia G. et al., 2010) È questa la cultura dell’Hospice Perinatale – Centro per le Cure Palliative Prenatali S. Madre Teresa di Calcutta- Policlinico Gemelli. E’ Il primo Hospice Perinatale ufficializzato in una struttura Universitaria Italiana.
Questo è anche un messaggio culturale di equiparazione di diritti civili e di reali pari opportunità: se una donna vuole interrompere la gravidanza ha una legge che sostiene la sua scelta, ma se una donna vuole continuare la gravidanza e amare il proprio figlio anche con gravi patologie, che cosa ha sul piano giuridico e sociale? Nulla! L’Hospice Perinatale è una valida alternativa all’aborto eugenetico.
L’evidenza più grande della cultura ingannevole che cerca di fuorviare le coscienze, si ritrova nella pratica, sempre più diffusa, di rispondere a tutta una serie di condizioni che si possono verificare nel corso di una gravidanza, con l’indicazione dell’aborto volontario come unica via risolutiva, una sorta di “cura” (si usa spesso il termine “aborto terapeutico”, che di terapeutico non ha assolutamente nulla!) e questo non è vero sul piano scientifico perché molte patologie congenite fetali possono essere curate prima e dopo la nascita. Allo stesso modo, il tentativo di individuare un periodo entro il quale è “lecito” ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza, oppure delle casistiche (malformazioni o malattie del feto, ad esempio) che consentono legalmente di accedere a tale pratica, è solo un modo per cercare di rendere più semplice e “tollerabile” il ricorso all’aborto.
In realtà, per quanti sforzi si possano fare in tal senso, rimane sempre un fatto: il fondamento dell’essere umano è inscindibilmente legato al mistero della vita e la natura stessa dell’essere umano viene compromessa da una cultura che cerca nella morte la risoluzione dei problemi che la vita stessa pone lungo il cammino. L’apparente debolezza dell’embrione che grida al mondo della scienza che è “uno di noi” è un monito e un programma: “è quando sono debole che sono forte”.

BIBLIOGRAFIA

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• Noia G. “Terapie fetali”. Poletto Editore – Vermezzo – MI, Novembre 2009
• Noia G. “Fetal Therapies and Perinatal Hospice: the Science that Opens to Life” Congresso Internazionale – in collaborazione con il Dicastero Laici, Famiglia e Vita Yes to life! Prendersi cura del prezioso dono della vita nella fragilità – Roma, 23-25 maggio 2019
• Noia G. – Bellieni C.V. – Casini C. – Paluzzi S. – Castorina M. – Cavoni C.D. – Losito M. – Paluzzi C. – Pietrangeli S. “La terapia dell’accoglienza”. IF PRESS – Morolo – FR, Dicembre 2010

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Gli appelli al Presidente del Consiglio, al Ministro della Salute e all’AIFA che due società scientifiche e diverse personalità note sui social media hanno fatto per estendere l’aborto farmacologico Ru486 (detta pillola del mese dopo, “kill pill” cosi definita nel mondo anglosassone) per autorizzare l’aborto farmacologico a domicilio senza bisogno del ricovero ospedaliero (l’aborto fai da te) e per estendere da 7 a 9 settimane l’epoca gestazionale cui è consentito ricorrervi, ci ha lasciati basiti.

Innanzitutto perché le difficoltà di attuare la scelta interruttiva sono state smentite da molti ospedali e in secondo luogo per la apparente indifferenza con cui si affronta un tale dramma in relazione alle conseguenze fisiche e psicologiche sulla salute delle donne. Infine, stupisce soprattutto la posizione di uomini di scienza che riteniamo di particolare gravità essendo coloro che dovrebbero tutelare la salute delle donne.

Il primo aspetto riguarda l’idea di incrementare il ritorno al privato, alla clandestinità dell’aborto volontario aumentando il peso psicologico nell’assumere la pillola abortiva dopo una scelta già difficile di rinunciare al proprio figlio.

Il secondo aspetto riguarda la sicurezza dell’aborto farmacologico le cui conseguenze sul piano fisico appaiono fortemente sminuite da certa letteratura e vengono completamente dimenticate le 40 morti materne riferite dall’OMS, silenziose, dovute prevalentemente all’infezione da clostridium sordelli, favorita da una vera e propria immunodepressione della risposta immunitaria. Inoltre, come è stato evidenziato nelle due ultime relazioni annuali al Parlamento sull’applicazione della legge 194/1978 (la relazione del 2019 non è stata ancora presentata!!!) è chiaramente specificato il maggior rischio legato all’aborto volontario con Ru486.

Tra il 2014 ed il 2016 ci sono state tre morti dopo aborto farmacologico (1 a Torino e 1 in Campania nel 2014 e 1 in Campania nel 2016). Prendendo in considerazione la sola morte di Torino ed il numero totale degli aborti volontari farmacologici fatti in Italia dal 2009 al 2016 (62.872), la mortalità materna è di 1,59/100.000 donne superiore all’1.1 x 100.000 donne registrata in altri lavori 15.9 volte superiore a quella dell’aborto chirurgico (0,1/100.000) (New England Journal of Medicine, 2005; Italian Journal of Gynecology and Obstetrics, 2008).

Inoltre è a tutti evidente che se l’epoca gestazionale viene portata a 9 settimane il numero totale delle donne sarebbe più che raddoppiato (nel 2017 le donne con epoca gestazionale fino a 8 settimane sono state 37.508, le ivg farmacologiche 14.267) e di conseguenza aumenterebbe notevolmente il numero di donne (minimo ~ 1.000) che avranno bisogno di essere sottoposte a revisione della cavità uterina per metrorragie confermando le complicazioni segnalate dalla FDA statunitense nel 2006 (950 complicazioni di cui 116 trasfusioni, 12.21%, 232 casi di ospedalizzazione, 24.42%). Infine oltre all’aumento numerico non si tiene conto che chi abortisce a casa ed ha una metrorragia abbondante corre subito al Pronto Soccorso quando si accorge di perdere molto sangue. In tal modo si crea maggior disservizio di quando il tutto avviene in una seduta programmata in ospedale ed esponendosi così realmente ad un maggior rischio di contagio.

Il terzo aspetto riguarda la solitudine delle donne: la donna è lasciata sola a convivere nell’attesa dell’espulsione del proprio bambino che può avvenire anche in presenza di altri familiari e, come riportato dal British Medical Journal, nel 56% dei casi le donne riconoscono l’embrione espulso.

Tutto questo rattrista molto perché di fronte all’eroismo di tanti colleghi medici (più di 100) che hanno perso la vita per curare persone ammalate di Covid-19, si constata la reticente connivenza di chi sa benissimo che l’aborto farmacologico è più rischioso di quello chirurgico. La manipolazione mediatica e psicosociale invoca uno stato di necessità che non c’è. Invoca i diritti delle donne senza tutelarne la salute fisica e/o psicologica.

COMUNICATO STAMPA

Roma, 8 aprile 2020

“L’aborto è un diritto delle donne per quelle associazioni che difendono la legge 194 e che chiedono che venga garantita l’applicazione anche in questo momento di emergenza per il Coronavirus. A causa degli ospedali intasati per facilitare la “pratica” hanno chiesto interruzioni di gravidanza farmacologiche senza ricovero che significa, in soldoni, la ‘giungla del fai da te’. 

Ma come? I radicali e la Bonino non avevano combattuto estenuanti battaglie per far terminare gli aborti in casa che causavano la morte anche delle donne e adesso invece chiedono un ritorno al passato? Un rischioso precedente che appare inconciliabile con lo spirito della legge stessa e con la salute della donna” hanno dichiarato Toni Brandi e Jacopo Coghe, presidente e vice presidente Pro Vita & Famiglia, onlus pro life già organizzatrice del Congresso delle Famiglie di Verona, sulle polemiche intorno alla pillola Ru486 direttamente a casa.

Ovviamente – hanno aggiunto Brandi e Coghe – non mancano le adesioni dei soliti “testimonial” delle battaglie abortiste, come Roberto Saviano, Laura Boldrini, Marco Cappato, Livia Turco, che da esperti quali sono in materia sanitaria, chiedono anche di allungare i tempi per l’aborto con la Ru486 da sette a nove settimane. D’altronde scrittori, politici, che ne sanno di cosa significhi praticare un aborto, così dal loro divano di casa suggeriscono con i loro sodali le interruzioni “totalmente da remoto” con la telemedicina” e il problema è risolto” Questi esperti da divano nemmeno si rendono conto di quanto sia pericolosa per la salute delle donne la pillola RU486, più rischiosa di un aborto chirurgico e per questo il servizio sanitario la somministra in regime di day hospital”.

Brandi ha poi concluso con un sospetto: “La realtà è che ben prima del Coronavirus il numero dei medici obiettori era in continuo aumento. Saltare di fatto il medico per fare un aborto può essere la soluzione che gli abortisti  cercano. Peccato che oggi come domani daremo battaglia, perché questo significherebbe non rispettare la prima parte della legge sulla tutela della maternità e sulle pratiche per disincentivare l’interruzione di gravidanza”.

 

Uff. Stampa Pro Vita & Famiglia

https://www.provitaefamiglia.it/blog/aborto-pro-vita-famiglia-associazioni-chiedono-aborti-domiciliari-ma-se-la-bonino-li-ha-combattuti

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