Eleonora Lisi

“La verità è come il cauterio del chirurgo: brucia, ma risana”

COMUNICATO A.I.G.O.C. N. 5 del 12 ottobre 2018

 

Si è proprio vero quanto afferma Riccardo Bacchelli e lo dimostra quanto ha dichiarato Andrea Filippi su LEFT il 10 ottobre in merito all’intervento di Papa Francesco sull’aborto volontario.

Se anche il dottor Filippi come i più anziani tra noi ha ricevuto – come era in uso fare finché la medicina ed i medici erano al servizio della vita di ogni essere umano– al momento della proclamazione della laurea in medicina e chirurgia la pergamena con il Giuramento di Ippocrate, sa benissimo che l’aborto è stato ancor prima del Cristianesimo ritenuto una pratica non degna della professione medica, che è sempre votata alla salvaguardia ed alla cura di ogni vita umana.

Ebbene il rispetto della vita umana ed il rifiuto dell’aborto volontario non sono un fatto che riguarda solo i Cristiani, ma tutti gli uomini, un segno di vera civiltà!

Papa Francesco, come Vescovo di Roma e Pastore Universale della Chiesa Cattolica  da alcune settimane sta parlando a tutti i Cattolici del mondo ed a tutti gli uomini di buona volontà nelle udienze generali del mercoledì delle Dieci Parole o Dieci Comandamenti  ed il termine da Lui usato nel trattare il “V Comandamento: Non uccidere” riferendosi all’aborto volontario è meno duro di quello che più propriamente avrebbe potuto usare e che tutti usiamo utilizzare quando parliamo di “pena di morte”.

Quando viene soppressa la vita umana più debole, più indifesa e più innocente nel luogo più sicuro fino a qualche decennio fa, l’utero materno, primordiale luogo della vera solidarietà umana, ad opera di un dipendente del S.S.N. il termine usato dal Santo Padre non è affatto improprio e fuori luogo!

A tal proposito tocca ricordare che Papa Francesco di recente ha fatto modificare il Catechismo della Chiesa Cattolica riguardo alla “pena di morte” definendola contraria al Vangelo, per cui se in nessun caso ritiene che si debba ricorrere alla soppressione della vita di un assassino, a maggior ragione deve alzare la voce e chiamare per nome l’uccisione della vita umana più debole, indifesa ed innocente.

Nessuna offesa personale, ma una chiara definizione della realtà dei fatti!

Il riferimento all’eugenismo di hitleriana memoria rientra nel coraggio di chiamare per nome gli atti che vengono compiuti smascherando ogni tentativo di camuffamento linguistico: se eliminare le persone ritenuti inutili è un crimine contro l’umanità quando ad ordinarlo é Hitler, la realtà non cambia quando a proporlo e ad eseguirlo è un medico con il beneplacito della madre o di entrambi i genitori.

Attribuire a Papa Francesco una serie di pronunciamenti non in nome della verità sulla persona umana ma sulla base di strategie politiche, è un modo superficiale di argomentare da chi a tavolino, non ha argomentazioni scientifiche, antropologiche, giuridiche e sociali.

L’affermazione “la scienza, con le sue evidenze scientifiche, il nostro unico punto di riferimento” è quanto di più falso e manipolatorio si potesse dire, perché è proprio la scienza a dimostrare senza ombra di dubbi che “la vita umana inizia nel momento in cui lo spermatozoo penetra nella cellula uovo (fecondazione), per cui ogni atto compiuto dopo non può che essere considerato morte procurata di un essere umano debole, indifeso ed innocente.

Il supposto problema dei medici obiettori che ostacolano l’applicazione della legge 194 la CGIL sa bene che non esiste perché è stato ampiamente dimostrato il contrario e nell’ultima relazione ministeriale si può leggere che in media ogni ginecologo non obiettore nel 2016 ha fatto 1,6 aborti volontari a settimana.

Infine, la salute psicofisica delle donne si salvaguarda aiutandole ad evitare il dramma dell’aborto e prendendosene cura dopo l’aborto non limitandosi ad offrire contraccettivi abortivi, ma ricercando e trattando i sintomi della sindrome post abortiva.

PER SCARICARE IL COMUNICATO UFFICIALE CLICCA QUI Comunicato Stampa n.5 del 12 ottobre 2018

 

Il Prof. Giuseppe Noia, Presidente A.I.G.O.C., tra i membri consultori del Dicastero laici, famiglia e vita

 

Papa Francesco ha nominato il 6 ottobre i nuovi membri dei Dicasteri della Curia romana: sono i cardinali creati nel Concistoro dello scorso 28 giugno. Tra loro ci sono anche i tre cardinali italiani: Angelo De Donatis assegnato alla Congregazione per il Clero; Angelo Becciu alla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, Giuseppe Petrocchi alla Congregazione per l’Educazione Cattolica.

Come informa una nota della Sala Stampa vaticana, il Pontefice ha inoltre nominato il cardinale Louis Raphael I Sako, patriarca di Babilonia dei Caldei (Iraq) nella Congregazione per le Chiese Orientali; il cardinale Desire Tsarahazana, arcivescovo di Toamasina (Madagascar) a Propaganda Fide; il prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Luis Ladaria Ferrer, al Dicastero per Laici, famiglia e vita, dove è stato nominato anche il cardinale Antonio Augusto dos Santos Marto, vescovo di Leiria-Fátima….

 

…Nella lista figurano anche tre coppie di coniugi: i polacchi Piotr e Aleksandra Brzemia Bonarek, docenti in Cracovia rispettivamente di Biologia presso l’Università Jagellonica e di Diritto Canonico presso la Pontificia Università Giovanni Paolo II; Daniel e Shelley EE (Singapore), responsabili dell’International Ecclesial Team del Movimento Worldwide Marriage Encounter; Luis Jensen e Pilar Escudero de Jensen, membri dell’Istituto delle Famiglie di Schoenstatt.

Presenti, infine, anche laici come il professor Luigino Bruni, docente di Economia Politica presso la Lumsa di Roma; Giuseppe Noia, presidente dell’Associazione italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici e direttore dell’ Hospice Perinatale presso il Policlinico Gemelli; Laura Palazzani, docente di Filosofia del Diritto presso la Lumsa di Roma; Helen Alvarè, docente di Diritto presso la Scalia Law School della George Mason University School of Law (Stati Uniti d’America); Franco Nembrini, pedagogista e autore di programmi educativi per i giovani; Robert Cheaib, docente di Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e la Pontificia Facoltà Teologica Teresianum.

 

http://www.lastampa.it/2018/10/06/vaticaninsider/il-papa-nomina-i-nuovi-membri-dei-dicasteri-di-curia-AMKhTfd0jrkkf37XVurzWK/pagina.html

http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2018/10/06/0729/01545.html

Humanae Vitae
quando la dottrina incontra la realtà umana

Convegno  sabato 20 ottobre 2018  ore 9.00 – 17.00

Teatro Collegio San Giuseppe – Via Andrea Doria, 18 TORINO

Nel secolo scorso diverse date importanti hanno segnato il declino demografico, economico, morale della civiltà occidentale:

1920: Legge aborto nell’URSS. Primo paese al mondo a rendere legale e gratuito l’aborto.

1942: negli USA prende forma istituzionale la Planned Parenthood, dopo decenni di lotte da parte del movimento per il controllo delle nascite; la prima grande organizzazione ideata per promuovere contraccezione e aborto, responsabile ad oggi di circa 8 milioni di aborti.

1950: viene ideata la pillola ormonale dal fisiologo Pincus: da allora ha avuto grande diffusione e impiego in tutto il mondo.

1960: se ne liberalizza la vendita negli USA e via via si diffonde in tutto il mondo.

1968: la Chiesa Cattolica ribadisce l’insegnamento di sempre sull’amore coniugale: 

«per la sua intima struttura, l’atto coniugale, mentre unisce con profondissimo vincolo gli sposi, li rende atti alla generazione di nuove vite, secondo leggi iscritte nell’essere stesso dell’uomo e della donna» (Humanae Vitae n.12). Il messaggio è universale, basato sulla legge morale naturale. 

1978: il 22 maggio viene promulgata in Italia la legge 194 sull’aborto, che ha provocato ad oggi oltre 6 milioni di morti. In quello stesso anno, il 25 luglio, nasce Louise Brown, la prima persona frutto di un concepimento in vitro. Ha inizio l’epoca dell’abominio della produzione dell’uomo.

1979-1984: a corroborare il messaggio luminoso di  Humanae Vitae San Giovanni Paolo II dedica 129  catechesi in 5 anni per illustrare il significato che Dio ha dato all’amore coniugale, con la Teologia del Corpo.

1986: Nasce Shira Shannon, prima bambina concepita in vitro e gestazione in utero in affitto.

Oggi più che mai, testimoni dello scempio prodotto da contraccezione, aborto e produzione dell’uomo, sentiamo la necessità di riscoprire, approfondire, comunicare «l’integra verità dell’atto sessuale come espressione propria dell’amore coniugale»(Evangelium Vitae n. 13).

PER SCARICARE IL PIEGHEVOLE DEL CONVEGNO CLICCA QUI

Programma:

Ore 9.00  Apertura Convegno

Presiede Raffaella Frullone, giornalista

Ore 9.30     L’Attuazione di Humanae Vitae nell’esperienza di Casa Betlemme, alla luce di San Giovanni Paolo II.

coniugi Davide Zanelli e Marina Bicchiega, associazione Casa Betlemme

 

Ore 10.15  Sessualità come diritto positivo. Riflessioni critiche alla luce di Humanae vitae e Deus caritas est.

Luca Pingani,  Professore Univ. Modena

 

Ore 11.30  Profezia e attualità di Humanae vitae, cinquant’anni dopo

Livio Melina, Ordinario di Teologia morale    presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, di cui fu Preside dal 2006 al 2016

Ore 12.15  Dibattito

 

Seconda Sessione

Presiede Maria Paola Tripoli, presidente di Orizzonti di Vita

Ore 14.15  ONU. Dai Diritti Naturali ai  Diritti Civili

Marisa Orecchia, vice presidente del Comitato Verità e Vita, già presidente di Federvita Piemonte

 

Ore 15.00  Dalla contraccezione all’aborto

Angelo Francesco Filardo, direttore Centro “Amore e Vita” e vice presidente dell’A.I.G.O.C. 

 

Ore 15.45  Ideologia contro natura?  Tanto peggio per la natura 

Silvana De Mari, medico, scrittrice, blogger

Ore 16.45 Dibattito e Conclusioni

L’HOSPICE PERINATALE COME FINESTRA DI SPERANZA

Le Terapie Fetali e i Trattamenti Palliativi Pre e Post-natali

 

CAGLIARI 29 SETTEMBRE 2018

Pontificio Seminario Regionale Sardo del Sacro Cuore di Gesù
Via Mons. Parraguez,19- CAGLIARI
Il Convegno che si terrà sabato 29 settembre dal titolo “L’HOSPICE PERINATALE COME FINESTRA DI SPERANZA” a Cagliari presso il Pontificio Seminario Regionale Sardo del Sacro Cruore di Gesù, ha l’obbiettivo di presentare quelle che sono le terapie fetali e i trattamenti palliativi pre e post-natali.

Il progresso delle tecnologie ultrasonografiche e del braccio terapeutico, ha aperto una grande «finestra sulla vita prenatale», rendendo l’embrione/feto un vero e proprio «soggetto», di grande interesse scientifico e umano.

La vita prenatale, si offre, oggi, non solo agli occhi del medico, ma soprattutto agli «occhi del cuore», della madre, della coppia, della società, che possono guardare l’embrione/feto, in tempo reale.

Il mondo prenatale necessita di un orizzonte etico perché l’embrione/feto diventi, per la scienza, una persona e la medicina della vita prenatale, lo consideri il «soggetto» dell’intervento diagnostico e terapeutico e non l’oggetto.

E’ scientificamente inevitabile lo sguardo all’embrione/feto, come persona, perché è “corpo” è “funzioni”, ma soprattutto perché «intrinsecamente capace»,  di provare dolore, dotato di un “mondo emozionale”, di “immagini”, di “spazi affettivi”, che solo alla nascita, diventeranno espressivi e indagabili (anche se alcuni possono essere indagati già prenatalmente).
Per tali motivi, oggi, a buon ragione, l’embrione prima e il feto poi, può essere considerato «un paziente»,  da curare prima della nascita in caso di malformazioni, mediante le terapie fetali e i trattamenti pre-natali nell’ambito dell’Hospice Perinatale, e dopo la nascita con i trattamenti palliativi post-natali.
Le relazioni che si avrà la possibilità di ascoltare nel pomeriggio di sabato 29 metteranno  in luce queste tematiche per aiutarci a capire cosa offre un Hospice Perinatale e perchè viene considerato una finestra di speranza e una possibilità per accogliere e amare.

ETEROLOGA 2016: IL FAR WEST PROCREATICO È SULLE SPALLE DEI CONTRIBUENTI

COMUNICATO A.I.G.O.C.  N. 4 DEL 1 Agosto 2018

 

         Nel precedente comunicato stampa ci siamo limitati a segnalare la carenza ed incompletezza dei dati relativi alle fecondazioni extracorporee (tecniche di II-III livello) con donazioni di gameti, in questo comunicato li analizzeremo nel dettaglio.
         Il numero delle coppie trattate erano 4.933 per un totale di 5.533 cicli in 83 centri prevalentemente privati (67), la maggior parte dei quali (49 centri) si trovano in Emilia e Romagna, Toscana, Lazio e Sicilia.
         L’età media delle donne riceventi varia notevolmente: 35,2 anni per le donazioni di seme, 40,6 anni per le donazioni di ovociti a fresco, 41,4 anni per le donazioni di ovociti crioconservati, 40,6 anni per le donazioni di embrioni crioconservati dopo una donazione (n.b.: utilizziamo la terminologia usata nella relazione ministeriale, anche se ci sono moltissimi dubbi che possa trattarsi di vere donazioni!).

 

La tabella a fianco riportata dimostra chiaramente, che più che di sterilità patologica nella maggior parte dei casi di utilizzo di ovociti e/o di embrioni si tratta di fisiologica ridotta fertilità legata all’età delle richiedenti: il 79,7% dei trasferimenti eseguiti con donazione di ovociti crioconservati ed il 70,8% di quelli con embrioni crioconservati è    utilizzato nelle donne di età  ≧ 40 anni.

 

              La carenza e l’incompletezza dei dati relativi alla fecondazione extracorporea eterologa appare chiaramente voluta, perché non troviamo un motivo che spieghi il fatto che non siano stati almeno usati gli stessi criteri – anche se più volte da noi criticati – usati da più di un decennio per l’omologa.
              Manca una figura simile alla fig. 3.4.3 di pag. 111 ed una tabella simile alla tab. 3.4.13 di pag. 112, che ci permette di conoscere quanti ovociti nei 5.533 cicli sono stati prelevati nelle coppie con donazione di seme e nelle donne che hanno fatto una donazione a fresco, scongelati provenienti dallo stesso centro od importati, quanti ovociti hanno utilizzato i centri esteri che hanno esportato in Italia embrioni utilizzando il seme inviato dai centri italiani.
Nessuna informazione ci è dato conoscere su eventuali congelamenti di ovociti prelevati a fresco o su embrioni prodotti come ad es. la tab.3.4.17 pag. 114 o la tab. 3.4.26 di pag. 123.
               Nella relazione non vi è alcun cenno sul numero degli embrioni prodotti e crioconservati regione per regione né sugli embrioni ed ovociti importati in notevole eccesso rispetto alle coppie da trattare.
               Appare molto semplicistica la procedura per le importazioni e le esportazioni di gameti e di embrioni considerato che 410 comunicazioni hanno permesso l’importazione di 3.040 criocontenitori di liquido seminale, 378 l’importazione di 6.239 criocontenitori di ovociti (provenienti per il 96,8% dalla Spagna!) e 116 per importare 2.865 criocontenitori di embrioni.
               Suscita molte perplessità il fatto che si parli di importazione di embrioni crioconservati prodotti all’estero dopo donazione prevalentemente di ovociti: come mai non sono stati importati i soli ovociti? Forse perché fecondandoli all’estero il rimborso spese per il centro poteva essere maggiore? E’ previsto per questi embrioni e per quelli dello stesso centro un test di paternità in caso di donazione di ovociti e di maternità in caso di donazione di liquido seminale?
              Più volte nella relazione (pag. 147-149, 151-153), si ripete che in 146 di questi cicli c’è stata una doppia donazione, cioè sia il liquido seminale (in tutti i cicli crioconservato) sia gli ovociti (in 145 cicli crioconservati ed in uno a fresco) non appartenevano alla coppia richiedente ed a pag. 152 si apprende che sono nati 39 bambini dai 31 parti delle donne che hanno portato in grembo uno o più figli geneticamente estranei alla coppia.
              Questi 146 cicli – e non solo questi! – sono i frutti acerbi degli interventi della Magistratura: come la sentenza della Corte Costituzionale n. 151/2009 ha dato il via libera alla massiccia e crescente crioconservazione degli embrioni, così la sentenza n. 162/2014 ha consentito di riferire dei 146 casi sopracitati e l’importazione di embrioni crioconservati presumibilmente in gran parte il risultato di fecondazioni eterologhe avvenute all’estero con seme esportato dall’Italia (pag. 14).
              Tutto questo è avvenuto ed avviene con la compiacenza del Governo e del Parlamento a guida PD allora esistente e di quelli attuali se non intervengono al più presto a livello legislativo per contenere al massimo i due fenomeni sopradescritti.

 

 

                La tab. 7 presenta in modo sintetico quello che molto verosimilmente è avvenuto nel 2016 ricostruito tenendo conto dei pochi dati offerti dalla relazione ministeriale di quest’anno e le informazioni fornite nella relazione dell’anno precedente riguardo al numero di ovociti (6-7: cfr. pag. 9 e 215 relazione 2017) e di embrioni (1-2: cfr. pag. 9 e 217 relazione 2017) presenti in ogni criocontenitore.
                Oltre l’eccessiva importazione di gameti ed embrioni crioconservati – di gran lunga superiore al fabbisogno annuo! -, che tenendo conto di quelli esportati, nel 2016 ha fatto si che nei crioconservatori dei centri si siano aggiunti almeno 3.512 criocontenitori di ovociti (22.828 ovociti) e 1.365 criocontenitori di embrioni (1.964 embrioni) segnaliamo il notevole aumento degli embrioni prodotti e crioconservati (9.799), superiore al numero degli embrioni trasferiti in utero (8.958), significativamente superiore in % (52,24) a quello del 2015 (39,54%).
La % delle coppie con uno o più figli in braccio è inferiore (23,23%) rispetto a quella del 2015 (25,54%).
                Dopo 14 anni di applicazione della legge 40/2004 abbiamo tutti gli elementi necessari per comprendere che le tecniche di fecondazione extracorporea – sia omologhe che eterologhe – non sono terapia della sterilità o della infertilità di coppia e come tali non possono essere incluse nei LEA.
                La loro efficacia (coppie con figlio/i in braccio) non ha mai superato il 16,54%.
                Le citate sentenze della Corte Costituzionale hanno permesso – in assenza di un intervento del Parlamento – di surgelare un numero spropositato di embrioni (35,3% nel 2016 vs 31% nel 2015 nelle tecniche di II e III livello omologhe) con punte ancora superiori in alcune Regioni (Calabria 58,9%, Lazio 57%, P.A. Bolzano 51,7%, Umbria 45,7%) e del 52,24% nelle fecondazioni extracorporee eterologhe.
                Le tecniche di II e III livello con donazioni di gameti, tutte vietate prima nel testo della legge 40 approvato dal Parlamento, dopo la sentenza della Corte Costituzionale sono senza regole, per cui leggiamo nella relazione dei 146 cicli nel 2016 con doppia donazione di liquido seminale e di ovociti e di importazioni di embrioni alcuni dei quali potrebbero avere la stessa origine dei 146 cicli registrati come tali!
                In che modo viene garantito il divieto di acquisto e di baratto dei gameti e degli embrioni sia in Italia che all’estero?
                Gli embrioni sono esseri umani nelle primissime fasi del loro sviluppo (Nature Genetics 49, 941-945, 2017) e non possono e non debbono mai essere trattati come oggetti!
               Ci auguriamo che al più presto il Parlamento intervenga per meglio regolamentare il ricorso a queste tecniche tenendo presente più il rispetto della dignità e della vita degli embrioni – dal 2010 la fecondazione extracorporea è la prima causa di morte certificata degli embrioni – che gli interessi dei centri di PMA, delle ditte farmaceutiche, degli altri enti e dei professionisti interessati al proliferare di queste tecniche.
               Non si può soddisfare un pur legittimo desiderio di un figlio al prezzo altissimo della morte di un numero nettamente superiore di esseri umani deboli, indifesi, innocenti.

 

FAKE NEWS E DISINFORMAZIONE SULL’ABORTO

di  Francesca Romana Poleggi

 

Sistematicamente la propaganda abortista, da più di 40 anni, propala menzogne per legit-timare moralmente, prima che legalmente, la soppressione della vita nel grembo materno, con grave detrimento anche per la salute della madre.
Per confutare alcune di queste fake news, con il professore Giuseppe Noia (direttore dell’Hospice Perinatale – Centro per le Cure Palliative Prenatali Policlinico Gemelli di Roma e presidente dell’Aigoc) e la dottoressa Marina Bellia (European Biologist del Grup-po Ricerca Biomedi@ presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum) abbiamo inviato alla rivista scientifica internazionale del Campus Biomedico Medic un corposo articolo intitolato Fake news e aborto, che sarà pubblicato nel 2019. Ad esso rimandiamo i Lettori che vorranno approfondire i temi che qui vengono accennati.

 

Nell’era di internet girano notizie di ogni tipo, anche tante bugie e mezze verità. Per difendersi da esse occorre spirito critico e senso di responsabilità. A livello nazionale ed europeo c’è chi vorrebbe istituire una sorta di “Ministero della Verità”, di orwelliana memoria. Invece, fa notare giustamente il Garante per la privacy, Antonello Soro, nella sua ultima relazione annuale: «in democrazia l’esattezza non è conseguibile altrimenti che con il pluralismo dialettico» ed «è illusorio pensare che possano esistere nuove autorità od organi certificatori della verità».

Le fake news vanno contrastate con l’educazione al pensiero critico, con la sistematica verifica delle fonti, con il senso di responsabilità di chi opera in internet e nel settore dell’informazione.

Purtroppo, poi, le notizie false, falsate o le reticenze colpevoli vengono veicolate anche dai grandi mass media e dalla letteratura ufficiale. Un esempio recente ed eclatante – teso a colpire e ad annichilire il diritto all’obiezione di coscienza del personale sanitario – è la favola della donna veneta che ha cercato di abortire in 23 ospedali, prima di riuscirci: la Cgil la ha assistita nella denuncia. La bugia è stata pubblicata anche da grandi quotidiani, come Il Corriere della Sera, ma poi la magistratura ha accertato che era tutta una bugia e che l’aborto si è svolto nei limiti di tempo previsti. Il Corriere, però, ha pubblicato la notizia sulla prima pagina dell’edizione nazionale; due volte, la smentita solo sull’edizione regionale veneta.

Le smentite – magari facili – spesso non ottengono la stessa risonanza mediatica dei falsi, soprattutto quando entra in ballo l’ideologia. Sistematicamente, infatti, da più di quarant’anni la propaganda abortista usa le menzogne per legittimare moralmente, prima che legalmente, la soppressione dell’essere umano nel grembo materno, con grave detrimento anche per la salute della madre. E purtroppo ne soffre anche la comunità scientifica: il dato reale, il dato scientifico, cede dinanzi a impostazioni ideologiche preconcette, con grave detrimento per la salute delle persone e per il benessere della collettività. Vediamo alcuni esempi.

L’embrione è solo un “grumo di cellule”?

 

I nostri Lettori sono bene informati: in diverse occasioni abbiamo illustrato le evidenze sull’umanità del bambino in grembo, sin dal momento del concepimento. Invece, ancora nel 2005, in occasione del referendum sulla legge 40/2004, i genetisti Edoardo Boncinelli e Antonino Forabosco – firmatari del documento «Ricerca e Salute», sottoscritto da più di 120 scienziati italiani tra embriologi, genetisti e biologi, tra i quali Rita Levi Montalcini, Umberto Veronesi, Renato Dulbecco, Lucio Luzzatto, Andrea Ballabio, Giulio Cossu, Alberto Piazza, e Carlo Alberto Redi – sostenevano che l’embrione è un insieme di cellule, e non un individuo: «L’evidenza scientifica è che l’embrione, un insieme di cellule, non è ancora un individuo», scrivevano i giornali (per esempio, l’8 maggio 2005, Il Piccolo di Trieste, nell’articolo La voce dei genetisti: «Un grumo di cellule non è un embrione»). Non vogliamo rischiare di annoiare, non ripeteremo in questa sede tutte le evidenze circa l’umanità del concepito. Ricordiamo solo che lo zigote si sviluppa attraverso la fase embrionale e fetale e poi attraverso l’infanzia, l’adolescenza, l’età adulta e la “terza età” senza soluzione di continuità.

L’embrione unicellulare (lo zigote) è giustamente definito dal British Medical Journal, nell’editoriale del novembre del 2000, come un soggetto autonomo, «un attivo direttore d’orchestra del suo impianto e del suo destino futuro». La “neolingua”, invece, da più di quarant’anni ha provveduto a cancellare parole come “bambino” e “figlio” sostituendole con “materiale abortivo”, “prodotto del concepimento”, o al massimo con aridi termini scientifici come “feto”. È ora di rimettere al centro il bambino. Perché se non si riconosce l’umanità del concepito, qualsiasi riflessione sull’aborto – che uccide un bambino, appunto – viene falsata.

 

L’aborto è espressione della libera scelta della donna?

 

Anche se l’aborto fosse un vero atto di autodeterminazione, l’umanità del concepito pone – a una mente razionale e priva di preconcetti – un problema insormontabile: non è più una auto-determinazione della madre il disporre a piacimento della vita del figlio. È un regresso di civiltà di 2000 anni: nell’antica Roma vigeva lo ius vitae ac necis del pater familias. A parte questo, però, bisogna rimarcare che non è vero che l’aborto è frutto di una “libera scelta” della donna. Nella maggior parte dei casi la donna è costretta dalle circostanze o dalle persone che ha intorno (a cominciare dal padre del concepito): tutte le indagini statistiche lo confermano. Su questa rivista ne abbiamo parlaro in diverse occasioni, quando abbiamo pubblicato, grazie al contributo della Comunità Papa Giovanni XXIII, una serie di testimonianze di donne costrette a “scegliere” per l’aborto.

Ma la cosa più tragica è che le istituzioni, da quarant’anni, offrono alle donne incinte in difficoltà – come unica soluzione l’aborto: solo il volontariato prospetta davvero delle alternative. La società ne risulta totalmente deresponsabilizzata: la donna che abortisce si ritrova con le stesse difficoltà economiche o sociali che aveva prima e in più madre di un figlio morto per causa sua.

Gli obiettori di coscienza impediscono alle donne di esercitare un loro “diritto”?

 

L’obiezione di coscienza è sotto attacco. All’estero, in diversi Paesi sedicenti democratici come quelli del nord Europa o il Canada, il diritto di non uccidere viene fortemente limitato, se non escluso del tutto. Qui in Italia ripetono a ogni piè sospinto che l’alta percentuale di medici obiettori impedisce alle donne di esercitare la loro “libera scelta”.

Invece, la tabella riportata a p. 51 della più recente Relazione ministeriale sull’attuazione della legge 194 (dicembre 2017), dimostra che non è affatto vero.

I ginecologi obiettori sono più del 70% del totale e i cattolici praticanti sono forse il 20% della popolazione: possibile che la percentuale di cattolici tra i ginecologi sia tanto più alta della media nazionale? Non sarà forse la ragione naturale a impedire a un medico di uccidere le persone? Rimandiamo alla suddetta Relazione ministeriale per altri dati: il carico di lavoro dei medici non obiettori è davvero irrisorio. L’11% del personale non obiettore, a livello nazionale, non è assegnato a servizi relativi all’aborto. Ciò vuol dire che i medici non obiettori sono più che sufficienti rispetto alla richiesta di aborti che c’è.

Ricordiamo infine che l’Italia non è mai stata “condannata dall’Europa” – altra bugia ricorrente – a proposito di obiezione di coscienza. Il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa si è espresso definitivamente lo scorso luglio dopo due reclami (della Ippf-En e della Cgil), riguardanti aborto e obiezione di coscienza, dando ragione agli obiettori.

 

20.000 donne morte ogni anno per aborto clandestino?

 

Sull’aborto clandestino le menzogne enormi rientrano in una strategia ben precisa, rivelata da un abortista pentito, il dottor Bernard Nathanson.

Co-fondatore della National Abortion Rights Action League, dopo la sua conversione rivelò che avevano deciso a tavolino di mentire spudoratamente, negli Stati Uniti, per ottenere la legalizzazione dell’aborto nel 1973: inventarono di sana pianta «un milione di aborti clandestini l’anno» e le «centinaia di migliaia» di donne morte in conseguenza ad esso.

In Italia, negli Settanta, chi diceva che ogni anno morivano 20.000 donne per aborto clandestino? Enrico Berlinguer, ne La legge sull’aborto, pubblicato da Editori Riuniti (e poi anche S. Luzzi, Salute e sanità nell’Italia repubblicana, pubblicato dalla Donzelli nel 2004, o G. Scirè, L’aborto in Italia. Storia di una legge per Mondadori nel 2008). Oggi rilancia le stesse menzogne il Dipartimento di storia e cultura dell’Università di Bologna (consultabile a questo link: https://storicamente.org/ perini_aborto_italia_usa_link5). Sul sito dell’Istat, invece, chiunque può controllare che, ad esempio nel 1977 (prima dell’entrata in vigore della legge 194), il totale di donne morte, tra i 15 ai 50 anni, per qualsiasi causa era di 3.348.

 

L’aborto legale è un aborto sicuro?

 

La bugia delle donne morte per aborto clandestino si accompagna a un corollario: l’aborto legale è un aborto sicuro, le conseguenze per la salute fisica e psichica delle donne sono trascurabili. Anzi, accusano noi di propalare fake news poiché chiediamo che alle donne venga fornita un’informazione veritiera e corretta sulle possibili conseguenze dell’aborto procurato.

Anche su questo tema i nostri Lettori conoscono bene la realtà, avendo avuto modo di leggere il libretto di Lorenza Perfori Per la salute delle donne. Inoltre, nelle Relazioni ministeriali degli ultimi anni è ripetuto ogni volta che «molte Regioni non hanno ancora aggiornato i loro sistemi di raccolta dati per poter riportare l’informazione in maniera completa»: ciò vuol dire che dati ufficiali circa l’incidenza reale delle conseguenze fisiche a breve termine dell’aborto sulla salute delle donne sono incompleti. Delle conseguenze a lungo termine, tipo sterilità o problemi relativi a successive gravidanze, invece, la Relazione non parla proprio. Di aborto legale, inoltre, si può anche morire (e si muore), ma non bisogna dirlo. E l’aborto con RU486 comporta un rischio di morte dieci volte maggiore rispetto all’aborto chirurgico, mentre i Radicali ne vogliono la liberalizzazione totale…

 

L’aborto legale riduce la mortalità materna?

 

E’ molto interessante, invece, a proposito di mortalità materna nel mondo, vedere i dati più recenti, del 2015, dell’Organizzazione mondiale della sanità: nei Paesi dove la legislazione dell’aborto è più restrittiva, la mortalità materna è molto bassa. Tra gli Stati “evoluti”, in USA la mortalità materna è di 14 donne su 100.000, nel Regno Unito è di 9 su 100.000, in Francia è di 8 su 100.000: tutti Paesi con legislazioni abortiste estremamente liberali. Ebbene, l’Irlanda, che fino al referendum di fine maggio non aveva l’aborto legale, presenta lo stesso tasso della Francia. Il Canada è a 7, la Norvegia a 5, la Svezia, la Germania e l’Italia a 4. Ma indovinate chi è che batte tutti questi “campioni” di aborto legale a richiesta e gratuito? La Polonia, dove la legge è molto restrittiva, che ha un tasso di mortalità materna di 3 donne su 100.000. Se poi calcoliamo la mortalità delle donne anche nel medio-lungo periodo, alcuni studi finlandesi (2015, 2016) e danesi (2012), basati su registri nazionali, mostrano che l’aborto è associato a maggiore mortalità femminile per cause indirette e che la gravidanza e il parto hanno un effetto protettivo, ad esempio rispetto al rischio di suicidio.

 

La sindrome post aborto non esiste?

 

Un altro leit motiv degli abortisti è che la sindrome post aborto non esiste. In proposito scrive il professor Noia: «Com’è possibile che tutta la dimensione simbiotica (il feto è addirittura medico della madre!), quando viene interrotta, possa non comportare conseguenze sul piano psicologico e fisico? Noi tutti sappiamo quanta solitudine del cuore abbiamo, quanta tristezza si verifica dopo un lutto. E perché la natura umana dovrebbe fare un distinguo in base ai centimetri e ai grammi del figlio che si perde? Diventa, quindi, poco credibile affermare che la perdita di un figlio, qualunque siano le sue dimensioni, sia irrilevante per la salute della donna, soprattutto se questo evento non avviene naturalmente ma come una precisa scelta volontaria della madre verso il figlio. Affermare che, sulla base di studi datati e controversi, non ci siano problematiche sulla salute psicologica delle donne dopo un aborto volontario, è quanto di più anti scientifico si possa dire».

E quando gli abortisti presentano “studi scientifici” che “dimostrano” che la sindrome post aborto non esiste, sappiate che per ognuno dei loro ce ne sono cento che affermano esattamente il contrario. Il vulnus che li accomuna è che ricercano gli stati depressivi, l’ansia, gli istinti suicidi in donne che hanno appena abortito, nel breve periodo. Invece tutti gli psicoterapeuti onesti sanno che la sindrome si manifesta in tutta la sua virulenza anche molto tempo dopo l’aborto: all’inizio molte donne fanno opera di rimozione e non elaborano il lutto. Poi dopo anni, a volte decenni, si chiedono il perché di certi disturbi. E noi ci chiediamo perché le cronache ci raccontino di tante tragedie familiari (figlicidi, omicidi-suicidi, violenze e abusi su bambini) che sembrerebbero immotivate… Un capitolo a parte, infatti, si dovrebbe aprire a proposito delle ripercussioni psicologiche che ha l’aborto sulle altre persone coinvolte, oltre alla madre: dal padre, agli altri familiari, agli operatori sanitari che vi prendono parte.

La disinformazione ha permesso la legalizzazione dell’aborto in Italia e all’estero e, da ultimo, anche in Irlanda, come potrete leggere in queste pagine, dove il professor Bottone scrive che «è impossibile combattere con un’inesorabile e continua disinformazione che per anni, decenni, ha corroso un popolo una volta cristiano». Lo sappiamo bene, perché lo abbiamo vissuto anche sulla nostra pelle. Ma non è “impossibile” cambiare rotta. E’ molto difficile, ma è una sfida che ciascuno di noi, capillarmente, nell’ambito della sua famiglia e delle sue conoscenze, con l’aiuto dei social e della “controinformazione” è chiamato ad accettare. Per salvare delle vite umane, per salvare il nostro futuro e – come dice anche Bottone, e non è poco – per salvarsi l’anima.

https://www.notizieprovita.it/aborto-cat/notizie-provita-di-luglioagosto-fake-news-sullaborto/

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ESSERE PRO LIFE OGGI

PER LA VITA SENZA COMPROMESSI

 

ALBANO LAZIALE, 26-29 LUGLIO 2018
VILLA ALTIERI

 

 

Relazione del Prof G. Noia 

Ore 11:00 – “Dove l’aborto e l’eutanasia si incontrano”

 

La cecità degli occhi del cuore non ci fa più vedere la persona umana, soprattutto quando questa realtà riguarda la persona del figlio. Quale grande tragedia per l’umanità quando una madre non riesce più a vedere il proprio figlio? L’aborto e l’eutanasia si incontrano come espressione di una sinergia di morte dove non conta più la bellezza della vita umana ma l’efficienza, l’utilità e la paura di soffrire. Tutto ciò si traduce in una perdita di speranza per il futuro.

 

VITA PROTAGONISTA 

 

Alatri, 27 giugno 2018 – ore 17:30
Piazza di Santa Maria Maggiore

 

Martedì 27 giugno, ad Alatri (FR) si è tenuto un interessante convegno, dal titolo “Vita protagonista”. Si è parlato di “vita” sotto vari aspetti e, senza quasi rendermene conto, mi son trovato a prendere appunti durante gli interventi che si sono succeduti; perché non riorganizzarli e trasmetterne quindi i contenuti anche a chi non era presente? Così cercherò qui di farne un resoconto, consapevole che gli appunti non erano pensati a tal fine; pertanto mancheranno qui alcuni temi trattati, e me ne scuso. Alla fine, ho aggiunto dei link che potranno servire per approfondimenti.
Gli interventi, moderati da Francesco Boezi de ilgiornale.it, sono stati tutti molto interessanti. Il primo è dell’onorevole Olimpia Tarzia, Consigliere Regionale per il Lazio, Presidente del movimento PER (Politica Etica Responsabilità), che promuove, con la Pontificia Università Lateranense, un corso di alta formazione politica; è anche autrice del libro CI ALZEREMO IN PIEDI – L’Italia dall’aborto alle unioni civili: il mio viaggio tra passione civile e testimonianza cristiana. Segue l’intervento del dott. Alessandro Feo, segretario nazionale dell’AIGOC (Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici). Alla fine del suo intervento giunge la notizia della decisione della CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) sul caso Charlie Gard, che viene colta con una certa delusione da relatori e platea. Prende la parola, a quel punto, la dott.ssa Maria Rachele Ruiu, referente nazionale CitizenGO Italia. Conclude i lavori il dott. Federico Iadicicco, presidente del Centro Studi Minas Tirith.
L’on. Tarzia esprime una forte critica relativa alla non corretta applicazione della L.194/78, in particolare nella parte cosiddetta “preventiva” della legge, e sulle sue conseguenze nella società.
Per quanto riguarda la prima critica, si è sottolineata la mancata applicazione della parte preventiva della legge, (art.2: “I consultori familiari … assistono la donna in stato di gravidanza: …d) contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza. I consultori … possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternita’ difficile dopo la nascita.
La somministrazione su prescrizione medica, nelle strutture sanitarie e nei consultori, dei mezzi necessari per conseguire le finalita’ liberamente scelte in ordine alla procreazione responsabile e’ consentita anche ai minori”). Ma si prova davvero a proporre l’aborto dopo aver cercato di rimuovere le cause che conducono le donne a tale scelta?
Si porta poi la riflessione sul fatto che non è vero che la legge risulta inapplicata perché manchino i medici non obiettori, come invece ci raccontano i principali mezzi di informazione. I medici non obiettori ci sono, e sono in numero più che sufficiente. Il carico di lavoro medio dei ginecologi non obiettori nel Lazio è bassissimo, (ndr: la percentuale di ginecologi non obiettori supera il 20%; ci sono da 1 a 7 interruzioni volontarie di gravidanza a settimana; basterebbe quindi anche un solo medico non obiettore a soddisfare le esigenze di tutta la regione con un carico lavorativo di un giorno a settimana).
Invece, per quanto concerne le la seconda critica, si sottolinea che, per la donna lavoratrice in attesa, l’aborto diventa la soluzione migliore per evitare i problemi connessi alla doppia attività di madre e di lavoratrice. Con l’aborto, invece di tutelare la famiglia, si banalizza l’aborto come soluzione spiccia. Altro problema di natura sociale è la denatalità legata alla condizione socio-lavorativa della donna: se ella genera figli da giovane, non riesce più ad entrare nel mondo del lavoro perché ormai non più giovanissima; quindi deve trovare prima una stabilità lavorativa, subordinando quindi ad essa la libertà personale e familiare. In pratica, la donna non è libera.
Poi interviene il dott. Feo. Interessantissimi i contributi portati all’attenzione della platea e degli altri relatori. Si parla dell’organismo vivente, si forniscono alcune definizioni scientifiche, tra cui quella di gravidanza, ecc. Si sottolinea inoltre che il Rapporto Warnock del 1984, al n.19 del cap.11, introduce una definizione (fittizia) di pre-embrione.
Si illustrano, inoltre, dei casi inequivocabili di bambini che, al momento della gestazione, erano nelle condizioni per cui (di solito) i medici suggeriscono l’aborto, ma che oggi sono cresciuti e amati, e conducono una vita più o meno normale.
Poi giunge, praticamente in diretta, la notizia chock: la CEDU ha rigettato le richieste dei genitori di Charlie Gard, dando così ragione al Regno Unito: Charlie può essere ucciso!
Con questa notizia apre il suo intervento la dott.ssa Ruiu, commentando prima, poi discutendo dell”aborto e di come è visto dalla donna. Spesso banalizzato, da parte dell’opinione pubblica, lascia sempre una traccia dolorosa in quelle donne che lo hanno scelto. Ci si pone quindi il problema delle motivazioni che la spingono ad optare per una simile soluzione. Alcune delle opzioni enumerate dalla dott. Ruiu; la donna che abortisce ha (fondamentalmente) paura.
Paura di:
  1. non essere capace di essere madre;
  2. non riuscire a gestire “un altro” figlio;
  3. non accettare le trasformazioni del proprio corpo;
  4. non aver concepito con l’uomo giusto;
  5. critiche da parte della società, nel caso in cui il bambino si a frutto di relazioni extraconiugali o tra minori;
  6. …;
Ai problemi di queste donne, la società non sa rispondere in modo efficace; riesce solo a suggerire la soluzione più drastica e banale: l’aborto.
Poi è la volta del dott. Iadicicco, che conclude parlando, tra l’altro, della finestra di Overton, e poi di Charlie Gard. Si pone il problema politico del fatto che, se è vero che tanti ginecologi, esperti quindi di quei processi che portano al parto, sono obiettori, allora il politico dovrebbe porsi il problema di come mai tanti specialisti del settore si rifiutano di praticare l’obiezione. Ma un motivo ci sarà?

 

IMPLICAZIONI OSTETRICHE E GINECOLOGICHE DEL PXE 

 

BOLOGNA 26 MAGGIO 18

 

“Implicazioni ostetriche e ginecologiche del PXE”- Relazione del Dr Alessandro Feo

Ostetrico-Ginecologo

Medico di Medicina Generale ASL SA – Segretario Nazionale AIGOC

alessandrofeo.it – alessandrofeo@aigoc.it

  COMITATO
 DIFENDIAMO I NOSTRI FIGLI

       Sezione di Salerno e Provincia

LA CRISI DELL’UMANO NELLA SOCIETA’ ATTUALE. Una visione storico-scientifica

Sabato 12 marzo 2016, ore 16:30

Salone dei Marmi – Palazzo di Città
SALERNO

 

Il Dr. Alessandro Feo  ha tenuto una relazione dal titolo: ” Alle origini della vita umana”