Eleonora Lisi

E’ VERO “PROGRESSO SCIENTIFICO” ACCETTARE PASSIVAMENTE
LA MORTE DI 166.989 ED IL CONGELAMENTO DI ALTRI 51.332
ESSERI UMANI PER DARE UN FIGLIO IN BRACCIO A 11.094 COPPIE?

 

COMUNICATO STAMPA N. 3 DEL 22 LUGLIO 2019
 

    La relazione annuale al Parlamento del Ministro della Salute sull’attuazione della legge 40/2004, complice anche il periodo estivo ed i fatti di cronaca, non fa più notizia: solo qualche quotidiano ne ha parlato senza entrare in merito alla questione. La fecondazione extracorporea (tecniche di II e III livello) omologa ha fatto registrare nel 2017 l’accesso di 1.210 coppie per 1.330 cicli in più rispetto al 2016 ed un innalzamento dell’età media per la donna a 36,7 anni, mentre il maggior ricorso allo scongelamento degli embrioni e degli ovociti fa lievemente aumentare la % di coppie con figli in braccio (16,13%/15,72) e la % di embrioni sopravvissuti dopo il trasferimento in utero (12,45/11,41).

    La fecondazione extracorporea eterologa ha avuto un incremento significativamente maggiore con 938 coppie in più (+18,75%) per un totale di 649 cicli trattati in più rispetto al 2016. I trasferimenti in utero di embrioni nel 2017 sono aumentati (9.854) ed in particolare i trasferimenti con donazione di ovociti e di embrioni nelle donne di età compresa tra 40-42 anni (1.270/1.133 coppie) e ≥ 43 anni (2.944/2.282 coppie) contrariamente a quelli con donazione di seme nelle stesse età (135/162coppie). Il poter fare più trasferimenti con ovociti ed embrioni nello stesso anno in questi due gruppi di età più avanzata spiega l’apparente paradosso di avere una % di coppie con figli in braccio rispettivamente del 23,47nel gruppo di donne di 40-42 anni e del 21,49 nelle donne di età ≥ 43 anni. Anche il numero degli embrioni trasferiti sacrificati è aumentato (8.244). La relazione non fornisce informazioni sufficienti, come fa per l’omologa, per poter ricostruire con più precisione il numero di embrioni prodotti od importati, il numero di embrioni prodotti e crioconservati.

    Le indagini genetiche pre impianto sono in crescita, non essendo indicato il numero di embrioni trasferiti in utero, ma solamente il numero di cicli in cui sono state fatte queste indagini i dati offerti (vedi tab. 5) ci dicono che il 74,35% di embrioni sono morti dopo indagini/trasferimento in utero e che di 795 embrioni non si hanno notizie.

    A pagina 6 della relazione è chiaramente scritto “La maggiore età di chi accede ai cicli di donazione sembra indicare come questa tecnica sia scelta soprattutto per infertilità fisiologica, dovuta appunto all’età della donna e non per patologie specifiche.”, cioè il vero motivo per cui si ricorre a queste tecniche non è una patologia! Qualche domanda sorge spontanea:

  • Per soddisfare il desiderio di avere un figlio in un momento della vita in cui è più difficile realizzarlo facendo nascere 454 bambini è lecito esporre a morte certa 168.986 embrioni umani e criocon- gelarne altri 51.632?
  • E’ lecito sperperare il poco danaro pubblico mantenendo nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) le tecniche di fecondazione extracorporea omologhe ed eterologhe, che non sono terapie ed espongono anche a rischi grave chi vi si sottopone e procurano alla maggior parte di chi vi ricorre delusioni e conseguenze psichiche?
  • Favorire l’adozione anche internazionale aiutando le coppie anche meno abbienti a realizzare questo tipo di accoglienza, che realizza il diritto reale e fondamentale di ogni bimbo ad avere una fami- glia, non è un modo più umano e civile di avere un figlio da amare senza sacrificarne altri 10?
  • Con 454 nati in più all’anno non si rivolge certamente il gelo demografico che attanaglia da alcuni decenni l’Italia: non sarebbe più conveniente e salutare per tutti investire il danaro pubblico per creare lavoro per i giovani ed attuare politiche sociali e lavorative a favore della famiglia per facilitare le coppie a formare una famiglia e ad avere figli in età più giovane, quando minori sono le difficoltà di concepire naturalmente?

    Ogni anno che passa diminuisce sempre di più l’attenzione data sia dai Parlamentari, che dai mass media, che dalle Associazioni Professionali e non direttamente interessate alla relazione del Ministro della Salute sull’applicazione della legge 40/2004 (sulla fecondazione extracorporea). Sarà forse il periodo scelto per renderla pubblica (fine giugno/primi di luglio), oppure il modo complesso e difficile di presentare i dati in particolare di quelli relativi alla fecondazione eterologa, che rendono molto difficile la loro comprensione agli addetti ai lavori, sta di fatto che gli unici cui giovano tali cose sono i centri che operano in tale settore.

    La prima cosa che tocca sottolineare ancora una volta, a 15 anni dell’entrata in vigore della legge, è le tecniche di I livello sono sostanzialmente diverse dal punto di vista tecnico ed etico da quelle di II e III livello, per cui non si possono sommare insieme i dati ed i risultati.

Nei nostri comunicati da sempre ci riferiamo esclusivamente alle tecniche di II e III livello, cioè alla fecondazione extracorporea omologa ed eterologa.

La tabella 9 evidenzia che nel 2017 sono aumentati tutti i parametri esaminati rispetto all’anno precedente, in particolare, lo sottolineiamo perché in altri commenti questo dato è trascurato, il numero di embrioni trasferiti sacrificati, cioè morti dopo trasferimento in utero (89.947), il numero to- tale di embrioni morti (166.986) ed il numero degli embrioni crioconservati (51.632).La tabella 2 mostra come si arriva a calcolare il numero totale degli embrioni sacrificati. A questi numeri bisogna aggiungere gli embrioni morti dell’eterologa e le vittime della diagnosi genetica pre impianto.

    I dati più problematici sono quelli relativi alla fecondazione eterologa, che sono aggregati in modo disomogeneo e che nei gruppi con donazione di seme (tab. 3.5.11 pag. 165) parlano di embrioni freschi con seme proveniente da banche estere e medesimo centro e di embrioni crioconservati provenienti da banca estera (373 cicli) dal medesimo centro (46 cicli) e da banca nazionale (4 cicli). Similmente per la donazione di ovociti (tab. 3.5.12 pag.166): sono descritti 1.410 cicli con embrioni crioconservati dopo donazione di ovociti freschi provenienti da banca estera e 12 cicli dal medesimo centro; 149 cicli con embrioni crioconservati dopo una donazione di ovociti scongelati provenienti da banca estera e 16 cicli provenienti dallo stesso centro.

La tabella 3.5.13 pag. 167 riferisce di 295 coppie trattate con doppia donazione di gameti per un totale di 346 cicli: in 170 di questi cicli vengono importati embrioni crioconservati da banca estera.

In altri termini in 2.102 cicli sono stati importati dall’estero non liquido seminale od ovociti, ma embrioni umani, in media 3.153 (criocontenitore = 1-2 embrioni)!

In altri comunicati ci siamo chiesti se è lecito importare/esportare esseri umani viventi (l’embrione umano è un essere umano vivente altrimenti non potrebbe mai nascere se trasferito in utero) e se è lecito comprarli, perché non crediamo che giovani donne spagnole, ceche ed ucraine siano tanto generose da sottoporsi all’induzione di ovulazioni multiple solo per un semplice rimborso spese.

Le Regioni e le provincie Autonome non sono obbligate a rispettare il divieto di commercializzazione di cui all’art. 12 comma 6 della legge 40/2004?

L’embrione umano vale meno di un pezzo di organo umano (fegato, midollo osseo, …) dal momento che la legge 236/2016 inse-rendo l’art. 601bis nel codice penale sanci-sce che «Chiunque, illecitamente, com- mercia, vende, acquista ovvero, in qualsiasi modo e a qualsiasi titolo, procura o tratta organi o parti di organi prelevati da persona vivente è punito con la reclusione da tre a dodici anni e con la multa da euro 50.000 ad euro 300.000. Se il fatto è commesso da persona che esercita una professione sanitaria, alla con- danna consegue l’interdizione perpetua dall’esercizio della professione»!

I cicli di fecondazione extracorporea eterologa nel 2017 sono significativamente aumentati per il maggior ricorso alla donazione di ovociti ed embrioni, che riescono a neutralizzare l’handicap rappresentato dall’età più avanzata delle donne che si sottopongono a queste tecniche con donazione di ovociti a fresco (42,4 anni), con ovociti crioconservati (41,4 anni) o con embrioni crioconservati dopo una donazione di gameti (40,6 anni), perché le donatrici di ovociti sono nettamente più giovani delle riceventi e perché con- trariamente alle donne che si sottopongono ad eterologa con donazione di seme non sono soggette alle interruzioni di trattamento prima del prelievo ovocitario o prima del trasferimento embrionario, cui sono esposte le donne con donazione di seme.

La tabella 7 mostra chiaramente che il numero di trasferimenti in utero di embrioni è significativamente inferiore al numero delle coppie trattate con donazione di seme (615/787 coppie/839 cicli), rispetto alle coppie trattate con donazione di ovociti (2908/2725 coppie/3146 cicli) e con trasferimenti di embrioni (2677/2266 coppie/2783 cicli) per cui correttamente la relazione fa il calcolo della percentuale delle coppie con figli in braccio in rapporto al numero dei trasferimenti effettuati, che rispecchia più fedelmente la realtà. La relazione non fornisce informazioni sufficienti – come fa per l’omologa – per poter ricostruire con più precisione il numero di embrioni prodotti od importati, il numero di embrioni prodotti e crioconservati.

 

Per l’import ed export dedica 20 pagine con belle mappe a colori per visualizzare i flussi, ma non riassume il tutto in 1 o 3 tabelle facili da leggere a tutti in cui viene indicato con una sigla il centro che opera l’import/export, il numero preciso dei crioconservatori di seme, di ovociti e di embrioni con la nazione di provenienza ed il centro di destinazione pubblico/convenzionato/privato e possibilmente anche l’entità del rimborso spese pagato da ogni centro; quanti embrioni vengono prodotti con i crioconservatori di ovociti importati e che destinazione hanno (tutti trasferiti in utero? Quanti Crioconservati?)

 

 

Le indagini genetiche pre impianto sono in crescita, ma non essendo indicato il numero di embrioni trasferiti in utero, ma solamente il numero di cicli    in cui sono state  fatte queste indagini i dati offerti dalla tabella 5 sono nettamente inferiori alla realtà perché il calcolo è stato fatto su un em- brione per ogni ciclo, ma sono sufficienti per offrirci un’idea del notevole numero di embrioni sacrificati.

 

Nella stragrande maggioranza dei casi trattati sia con l’omologa che con l’eterologa, come è chiaramente scritto a pagina 6 della relazione “La maggiore età di chi accede ai cicli di donazione sembra indicare come questa tecnica sia scelta soprattutto per infertilità fisiologica, dovuta appunto all’età della donna e non per patologie specifiche”, il vero motivo per cui si ricorre a queste tecniche non è una pato- logia!

C’è da chiedersi seriamente a questo punto:

  • Per soddisfare il desiderio di avere un figlio in un momento della vita in cui è più difficile realizzarlo per far nascere 12.454 bambini è lecito esporre a morte certa 168.986 embrioni umani e criocon- gelarne altri 632?
  • E’ lecito sperperare il poco danaro pubblico mantenendo nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) le tecniche di fecondazione extracorporea omologhe ed eterologhe, che non solo non sono terapie ed espongono anche a rischi gravi chi vi si sottopone e creano alla maggior parte di chi vi ricorre delusioni e conseguenze psichiche?A proposito dei gravi rischi, di cui neanche la relazione di quest’anno fa minimo cenno, sembra da non trascurare da quanto riferito a pag. 123-124 dalla pubblicazione dell’ISTAT La Salute riprodut- tiva della donna: in sei regioni italiane (Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Sicilia) sottoposte ad un nuovo sistema di sorveglianza della mortalità materna diretta entro 42 giorni dal parto/aborto è stata registrata nel biennio 2013-2014 la morte di 6 donne ( 3 con età superiore ai 42 anni e 5 con obesità condizioni che costituiscono controindicazioni al ricorso a tec- niche di PMA in ambito pubblico nel Regno Unito) con una frequenza 7,67 volte maggiore (51,98/100.000 nati vivi) rispetto alle altre 33 donne con concepimento naturale decedute (6,78/100.000 nati vivi) nello stesso periodo (https://www.istat.it/it/files/2018/03/La-salute-riprodut- tiva-della-donna.pdf, pag. 123-124).
  • Favorire l’adozione anche internazionale aiutando le coppie anche meno abbienti a realizzare que- sto tipo di accoglienza, che realizza il diritto reale e fondamentale di ogni bimbo ad avere una fami- glia, non è un modo più umano e civile di avere un figlio da amare senza sacrificarne altri 10?
  • Con 454 nati in più all’anno non si rivolge certamente il gelo demografico che attanaglia da alcuni decenni l’Italia: non sarebbe più conveniente e salutare per tutti investire il danaro pubblico per creare lavoro per i giovani ed attuare politiche sociali e lavorative a favore della famiglia per facilitare le coppie a formare una famiglia e ad avere figli in età più giovane, quando minori sono le difficoltà di concepire naturalmente?

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II° Corso di Formazione Fondazione il Cuore in una Goccia Onlus 

 

Il secondo step di un percorso formativo, promosso dalla Fondazione il Cuore in una Goccia Onlus, nel quadro di un più vasto impegno culturale volto a consolidare le basi scientifiche ed umane per accogliere, curare e “prendersi cura” della vita nascente.

Il programma formativo affronta il problema delle diagnosi prenatali infauste negli aspetti della prevenzione, della diagnosi, dell’accoglienza, delle cure prenatali, delle cure palliative e di supporti di tipo psicologico e psicoterapeutico per operatori sanitari e per famiglie che impattano con questa problematica prenatale. I lavori saranno divisi in 4 aree tematiche: ACCOGLIENZA E CURE PRENATALI, HOSPICE PERINATALE, PSICOLOGIA E BIOETICA. Ciascuna area vedrà il coinvolgimento di professionisti specializzati. Un patrimonio di conoscenza, medico-scientifica ed esperienziale, quello dell’Hospice Perinatale del Policlinico Gemelli di Roma, messo a disposizione per fornire, a tutti coloro che intendono svolgere un servizio orientato alla tutela e difesa della vita nascente, gli strumenti operativi necessari per adempiere al meglio a questo delicato compito.

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Yes to Life!

Prendersi cura del prezioso dono della vita nella fragilità

È il titolo del Convegno internazionale  che si terrà a Roma dal 23 al 25 maggio.
Un importante evento con al centro il tema dell’accoglienza e della cura della vita nascente, organizzato dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita in collaborazione con la Fondazione “Il Cuore in una Goccia” Onlus.

Il Convegno, che affronterà il tema sotto il profilo medico-scientifico e pastorale, vedrà la partecipazione di medici ed esperti internazionali di cure perinatali e psicologia familiare. Previsti anche contributi testimoniali sugli argomenti trattati.

L’incontro si concluderà, sabato 25, con l’udienza del Santo Padre.
https://www.ilcuoreinunagoccia.com/index.php?option=com_k2&view=item&id=1211:yes-to-life-convegno-internazionale&Itemid=428
Il 31 Marzo 2019, dalle ore 17:00, si terrà a Roma, presso la Parrocchia di San Ponziano in Via Nicola Festa 50, il convegno dal titolo: “Accogliere e Prendersi cura della Vita Nascente. La risposta alle fragilità prenatali”, organizzato dal Centro di Aiuto alla Vita Roma Talenti e dalla Fondazione il Cuore in una Goccia Onlus.
Interverrà il Prof. Giuseppe Noia, Direttore dell’Hospice Perinatale – Centro per le Cure Palliative Prenatali “S. Madre Teresa di Calcutta” – Policlinico Universitario “A. Gemelli”- I.R.C.C.S. e Presidente della Fondazione Il Cuore in una Goccia Onlus.Presidente dell’A.I.G.O.C., Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici.
Tra i presenti anche: Don Riccardo Lamba – Parroco di San Ponziano, la Dott.ssa Chiara Nardi – Presidente del CAV Roma Talenti, la Dott.ssa Maria Luisa Di Ubaldo – Coordinatrice dei Centri Aiuto alla Vita di Roma e Segretaria Federvita Lazio, l’Ing. Roberto Bennati – Vice Presidente Movimento per la Vita e Presidente Federvita Lazio.
Nel corso dell’evento verrà presentato il nuovo Sportello di Accoglienza per le Maternità Difficili della Fondazione il Cuore in una Goccia Onlus, frutto della collaborazione tra il Cuore in una Goccia, il Cav Roma Talenti e la Parrocchia di San Ponziano.
PER SCARICARE LA LOCANDINA CLICCA QUILocandinasportelloRomaTalenti

Carissimi amici e colleghi,

vi scrivo innanzitutto per condividere con voi il sentimento di riconoscenza e gratitudine al Signore in occasione del 10 anniversario della nascita della nostra Associazione avvenuta il 25 marzo 2009. Con voi voglio fare una sorta di “shemah” perché è giusto ricordare da quanti faraoni interiori ed esterni Dio ci ha liberato e quanti piccoli o grandi Mar Rosso Dio ci ha fatto attraversare in questi 10 anni.

Permettetemi anche di ricordarvi, per chi non l’ha vissuto direttamente, le premesse di natura personale e di tutti coloro che globalmente hanno sostenuto questa iniziativa perché dalle radici di riflessione storica traiamo forza per andare “sempre avanti”. Le connotazioni personali di questa frase voglio condividerle con voi perché ritengo che siano un incoraggiamento per tutti. Alcuni aneddoti ci fanno molto riflettere su come questa piccola Associazione sia stata sostenuta dalla volontà di Dio e dalla risposta piccola e/o grande, a seconda dei casi e delle reali possibilità personali, di ciascuno di noi.

Era il 1998, e nell’Aula Nervi, in occasione di un Convegno del Movimento per la Vita, il Presidente di allora, Carlo Casini, mi presentò a Sua Santità Giovanni Paolo II con queste parole: “Santità, il Professor Noia è un ginecologo che cura i bambini dentro l’utero materno e che da poco ha pubblicato un libro”. Con il mio primo libro sulle terapie fetali ( Le Terapie fetali invasive ) mi avvicinai molto emozionato e glie lo consegnai. Mi ricordo come se fosse ora: guardò a lungo la copertina con l’embrione al centro su uno sfondo verde, lo benedisse e disse in maniera molto ferma: “Professore sempre avanti, sempre avanti!”.

9 anni dopo a Paravati in un incontro con la mistica mamma Natuzza Evolo chiesi a Padre Michele di dire a Mamma Natuzza di pregare per un modello di ricerca nell’animale sperimentale. Esso utilizzava le cellule staminali del cordone ombelicale che poi venivano iniettate nel feto di pecora sotto guida ecografica per dimostrarne in seguito l’avvenuto attecchimento. Il modello era finalizzato alla cura prenatale delle malattie genetiche ed era già stato pubblicato nel 2003 da Stem Cells, una prestigiosa rivista internazionale. Padre Michele mi disse “Chiediglielo tu stesso “. Ci fu un mio grosso disagio dinanzi a questa proposta perché dovevo spiegare un modello complesso a Mamma Natuzza che, sul piano umano, sapevo era una illetterata. Pensai che solo il livello della fede mi poteva aiutare e le dissi: “Mamma Natuzza chiedo preghiere per una ricerca sperimentale con le cellule staminali del cordone ombelicale” e lei mi disse “E chi ssù sti staminali?”(che cosa sono queste staminali?).Cercai di spiegare: “Sono delle cellule del cordone ombelicale che, opportunamente preparate, iniettate con l’aiuto dell’ecografia in un bambino malato, già prima della nascita, possono contribuire a curarlo”. Aspettavo con ansia la risposta e i secondi mi sembravano delle ore. Un minuto e mezzo di silenzio fu un tempo interminabile ma lei continuava a stare in silenzio. Dopo altri interminabili istanti è come se si fosse svegliata da un torpore ed esclamando con entusiasmo disse: “Aaaahhh chissa è na cosa bona” (Questa è una cosa buona) “Sempre avanti, sempre avanti”.

Un’altra annotazione personale ma con estensione a ciascuno di noi e riferibile alla nascita dell’associazione, fu quella del mio padre spirituale don Giuseppe De Santis: “Tu non ti proporre ma se ti chiamano, vai” mi disse. “perché dietro quella chiamata c’è qualcun Altro che ti chiama. Non pensare mai di cambiare il mondo ma devi dire semplicemente a te stesso – faccio quello che posso – così non perdi la pace perché se Pino perde la pace non più Pino”.

Tutti questi pensieri e altre motivazioni scientifiche, personali, antropologiche e di fede hanno guidato me e gli altri fondatori a creare l’ A.I.G.O.C. Infatti, c’era stato un pressante invito da parte dell’allora Monsignor Sgreccia, successivamente dal Cardinal Cafarra (illustri personalità della Chiesa) e dal Prof Salvati (Ginecologo molto noto del mondo accademico dell’Università di Roma), a creare un’associazione di ginecologi cattolici non per fare fondamentalismo etico ma per sviluppare i concetti della scienza come terreno di confronto, di dialogo e per certi versi di pacificazione sociale e culturale.

Alcuni mesi prima della nascita dell’A.I.G.O.C ci eravamo incontrati con alcuni degli attuali componenti del Direttivo (Angelo Francesco Filardo e Alberto Virgolino) e con altri colleghi per redigere, rivisitare e finalizzare lo Statuto che, con la sua approvazione, ha visto nascere la nostra Associazione.

Il 25 marzo 2009, ovviamente, non è stata una data scelta a caso ma esprimeva un coacervo di significati: il concepimento di Gesù e, con l’annunciazione, il Si di Maria che ha reso possibile la Rivelazione e la nostra salvezza; la santificazione che Dio ha dato all’embrione col Suo “farsi carne”; la consegna al mondo della scienza della sacralità della vita prenatale, di ogni vita umana voluta da Lui, progettata da Lui (“Ti ho fatto come un prodigio…Prima che le tue viscere fossero formate Io già ti conoscevo”) e affidata alla custodia delle famiglie e di noi medici; il rapporto tra la scienza prenatale e tutte le devastazioni che leggi inique e la cultura della morte hanno portato e continuano a portare alla fecondità umana e alla bellezza dell’amore familiare; tutte le derive etiche, scientifiche, giuridiche e antropologiche che non solo devastano il pensiero dell’accoglienza della vita quando c’è ma diffondono una cultura mortifera anche quando le generazioni si preparano (o dovrebbero prepararsi) a conoscere e a vivere in consapevolezza la forza propulsiva dell’amore umano, dell’affettività e della sessualità, irridendo, spesso, alla scientificità e alla completezza umana dei metodi naturali.

La declinazione di questi “capitoli” della cultura della morte è un lungo elenco della medicina senza speranza che non mortifica solo la scienza ma aggiunge dolore a dolore alle donne, alle coppie, alle famiglie: le pillole abortive, l’aborto volontario in ogni sua eccezione e ampiezza ovviamente compreso l’aborto eugenetico, la fecondazione extra corporea con le mille sfumature anti umane fino alla punta dell’iceberg dell’utero in affitto, la diagnosi prenatale con tutte le sue menzogne scientifiche, la sperimentazione e la distruzione degli embrioni e il loro commercio con l’uso facilitato delle staminali embrionali, sono tutte derive etiche, scientifiche, giuridiche, e antropologiche che non solo deformano il giusto uso della scienza ma distruggono il tesoro dell’umano che c’è in ogni persona.

L’attacco alla vita, alla coppia, alla famiglia è palese e non permette in alcuni casi addirittura, di contrastare la cultura del pensiero unico. Motivazioni psicosociali e strategie pseudoscientifiche si uniscono a grandi manipolazioni mediatiche sulla verità della persona umana e della famiglia naturale in nome di un approccio fondato sulla falsa pietà e sulla falsa compassione di situazioni di fragilità legata alla vita nascente e cavalcando un apparente criterio di libertà e di pari opportunità e accusando la cultura della vita di discriminazioni psicosociali che la vera antropologia cristiana non ha mai cavalcato. È una mia opinione che questo colosso di Rodi, mediatico e virtuale ha i piedi di argilla poiché pesca sulla cultura post moderna che non ha fondamenti e radici valoriali sia scientifici che umani e pertanto alimenta il “tutto e subito”, con diritti che nascono come funghi ogni giorno e senza proiezioni per le generazioni future.

In questi 10 anni l’A.I.G.O.C. si è impegnata molto perché attraverso il passaggio dall’informazione alla conoscenza si potesse proporre un modello di convivenza umana più attento alle fragilità, più ricco di valori, più pieno di contenuti che elevasse la comunità civile al desiderio di costudire, proteggere e salvare l’umano che c’è in ogni persona, senza distinzioni ideologiche o politiche o culturali.

Sono stati effettuati 35 tra Scuole Itineranti e Convegni, 55 Comunicati Stampa con prese di posizioni etiche e scientifiche sulle varie problematiche attuali e generali, centinaia di incontri e seminari, presenza nei media con interviste, riflessioni e stesura di articoli che i componenti del direttivo e tanti altri di voi hanno organizzato nelle proprie realtà locali e nazionali. Sinergie cercate e attuate con altre realtà consimili, accademiche e non, hanno validato il nostro modo di operare finalizzato non ad attuare un fondamentalismo etico ma una formazione permanente, fornendo iniziative e progetti educativi a colleghi, personale medico, coppie e famiglie.

Nel 2014, l’A.I.G.O.C. è stata riconosciuta come Associazione privata di fedeli dotata di personalità giuridica privata con tutti i diritti e obblighi stabiliti dal C.I.C. per tali fattispecie. Nel settembre 2018  ho ricevuto la nomina a  Consultore  del Dicastero Vaticano per i Laici, la Famiglia e la Vita.

Tutto questo impegno aveva l’obiettivo di instillare un serio discernimento sulle evidenze scientifiche, antropologiche, giuridiche e magisteriali sul mondo della vita nascente e della famiglia. Non abbiamo cercato steccati ideologici ma abbiamo parlato a tutti; non gridando ad alta voce ma gridando con la forza delle idee e la potenza delle ragioni della ragione scientifica. Infine, abbiamo sentito, come associazione e come singoli, di proporre anche il grande bagaglio delle testimonianze umane nell’affrontare il disagio sociale ed economico di tante donne, coppie, famiglie gravate da desolazione e lutti, quando la ricerca del figlio non veniva o se ne piangeva la perdita dopo aborti spontanei e/o peggio ancora volontari. Tutto ciò ubbidiva al criterio di una frase molto cara a Santa Madre Teresa di Calcutta: “Metti la tua goccia e arriverà l’oceano di Dio”, e mi sento di riproporvela affinché, con questa goccia di 10 anni, possiamo tutti diventare costruttori di progettualità che combattono l’arroganza dell’ignoranza e la distruzione del tessuto umano e sociale. Citando ancora Madre Teresa, vi abbraccio tutti con un’altra sua frase: “Fai il bene e fallo bene”.

Auguri nella festa di Gesù concepito per un futuro sempre più pieno di amore.

     “Sempre avanti”

                                                                                                                      Giuseppe Noia

                                                                                                                 Presidente A.I.G.O.C.

                                                                                      Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici

L’INSERIMENTO NEI L.E.A. DELLA P.M.A. CALPESTA LA DIGNITA’ UMANA DEGLI EMBRIONI, SDOGANA -CONTRA LEGEM- ED ALIMENTA UNA NUOVA FORMA DI SCHIAVITU’ DELLE DONNE POVERE E DISCRIMINA LE COPPIE ADOTTANTI

COMUNICATO A.I.G.O.C. STAMPA N. 2 DELL’ 12 MARZO 2019

 

La recente sentenza dei Giudici del TAR Lombardia e del Consiglio di Stato, che ha costretto la Regione Lombardia ad offrire in regime di rimborsabilità la fecondazione extracorporea eterologa ci offre l’opportunità di riproporre alcuni quesiti già posti nei nostri Comunicati Stampa n. 6 del 10/7/2017 e n. 6 del 23/7/2018. In particolare ci chiediamo: essendo ancora vigente il comma 6 dell’art. 12 della legge 40/2004, che vieta qualsiasi forma di commercializzazione dei gameti e degli embrioni, le Regioni e le Provincie autonome sono o non sono obbligate a rispettare questo divieto?

In Italia chi compra un pezzo di organo umano prelevato da vivente è punito con la reclusione da tre a dodici anni e con la multa da euro 50.000 ad euro 300.000 (art. 601bis codice penale):  a quale degrado culturale siamo giunti se i giudici ritengono che l’embrione umano si può comprare, ritenendo evidentemente che ha meno dignità di  un pezzo di fegato o di midollo osseo umano?

Favorendo la commercializzazione di ovociti, spermatozoi ed embrioni si crea una nuova forma di schiavitù delle donne, in particolare di quelle più povere o avide di danaro.

La fecondazione extracorporea eterologa non è l’unica modalità “terapeutica?” possibile per realizzare il neoconiato “diritto ad avere uno o più figli”, di una coppia sterile, anche l’adozione  consente di soddisfare questo presunto “diritto” offrendo in più ad un bambino abbandonato la possibilità di soddisfare il suo naturale ed universale diritto ad una famiglia e senza  esporre a morte certa più dell’80% dei suoi fratelli embrioni prodotti e trasferiti in utero nella PMA: perché i Giudici non hanno fatto inserire tra le prestazioni rimborsabili al prezzo del ticket anche l’adozione?

Per sanare una discriminazione ne hanno creata una più grossa!

Per scaricare il COMUNICATO CLICCA QUIComunicato Stampa n. 2 del 12 marzo 2019_1

 

DI SEGUITO LA VERSIONE INTEGRALE DEL COMUNICATO

 

L’INSERIMENTO NEI L.E.A. DELLA P.M.A. CALPESTA LA DIGNITA’ UMANA DEGLI EMBRIONI, SDOGANA -CONTRA LEGEM- ED ALIMENTA UNA NUOVA FORMA DI SCHIAVITU’ DELLE DONNE POVERE E DISCRIMINA LE COPPIE ADOTTANTI

COMUNICATO A.I.G.O.C. STAMPA N. 2 DELL’ 12 MARZO 2019

 

L’articolo di La Repubblica, che trionfalmente annuncia che anche in Lombardia “Eterologa al via per prime coppie al prezzo del ticket” dopo che i Giudici del TAR Lombardia e del Consiglio di Stato,  accogliendo il ricorso di Sos infertilità onlus, hanno costretto la regione Lombardia a mettersi in regola con una delibera che ha sancito il regime di rimborsabilità per l’eterologa ad imitazione di altre regioni (Toscana, Emilia e Romagna e Friuli Venezia Giulia) ha sollevato in noi molte perplessità e dubbi, che ora cercheremo di manifestare.

Non essendo stato – fino ad oggi – abrogato il comma 6 dell’art. 12 della legge 40/2004 chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro”,  nel nostro Comunicato stampa n. 6 del 10 luglio 2017 esprimevamo la nostra sorpresa e perplessità di fronte alla “grande generosità delle “donatrici” straniere, che hanno “offerto” la stragrande maggioranza degli ovociti utilizzati nel 2015 per le fecondazioni eterologhe, richiedendo la ovodonazione una stimolazione ovarica per far maturare più ovociti (in media 6,9) ed un prelievo degli stessi!” ed in quello n. 3 del 23 luglio 2018 – dopo aver dettagliatamente descritto il traffico di cellule germinali maschili e femminili e di embrioni – lamentavano “Nessun cenno c’è nella relazione sulle modalità di acquisizione dei gameti e degli embrioni dai Centri esteri da parte delle Regioni Italiane considerato che non si possono acquistare né barattare sarebbe utile riferire! “.

Ora leggendo nel citato articolo che addirittura il TAR Lombardia ed il Consiglio di Stato obbligano la Regione Lombardia a fare quello che altre regioni (Toscana, Emilia e Romagna, Friuli Venezia Giulia) hanno già fatto e continuano a fare dal 2015 ci sorge spontanea una domanda: le Regioni e le provincie Autonome non sono obbligate a rispettare il divieto di commercializzazione di cui all’art. 12 comma 6 della legge 40/2004?  

 Il fatto che nell’ultima relazione al Parlamento sull’applicazione della legge 40/2004 (28 giugno 2018) è riportata l’importazione (2.865 contenitori per un totale di 4.297 embrioni nel 2016) e l’esportazione (55 crioconservatori per un totale di 83 embrioni nel 2016) di embrioni ci fa prendere atto del degrado culturale cui è pervenuta la nostra società, che considera gli embrioni umani meno di un pezzo di organo umano (fegato, midollo osseo, …) dal momento che la legge 236/2016 inserendo l’art. 601bis nel codice penale sancisce che «Chiunque, illecitamente, commercia, vende, acquista ovvero, in qualsiasi modo e a qualsiasi titolo, procura o tratta organi o parti di organi prelevati da persona vivente è punito con la reclusione da tre a dodici anni e con la multa da euro 50.000 ad euro 300.000. Se il fatto è commesso da persona che esercita una professione sanitaria, alla condanna consegue l’interdizione perpetua dall’esercizio della professione»!

 Gli ovociti comprati all’estero – in modo cospicuo ed eccessivo – vengono prelevati dalle ovaie di giovani donne per lo più bisognose di danaro per sopravvivere o per altre loro scelte, che sono state bombardate da alte dosi di ormoni per produrre il numero maggiore possibile di ovociti maturi da prelevare, quindi queste donne di fatto sono esposte a rischi e danno vita ad una nuova forma di schiavitù, che la legge italiana aborrisce e vieta, ma che gli Amministratori Regionali e Provinciali alimentano con il beneplacito di TAR e Consiglio di Stato.

 La fecondazione extracorporea eterologa non è l’unica modalità “terapeutica?” possibile per realizzare il neoconiato “diritto alla famiglia”, cioè ad avere uno o più figli, di una coppia sterile : nelle linee guida del 1 luglio 2015 è espressamente scritto che “Alla coppia deve essere prospettata la possibilità di  ricorrere a procedure di adozione o di  affidamento  ai  sensi  della  legge  4 maggio 1983, n. 184, e  successive  modificazioni,  come  alternativa alla procreazione medicalmente assistita.”, per cui il TAR ed il Consiglio di Stato nel tentativo di riparare una presunta discriminazione ne hanno compiuta una più grossa non indicando tra le possibili “terapie” della sterilità coniugale assoluta anche l’adozione, considerato che l’adozione di un bambino già nato ed abbandonato soddisfa al diritto universale di ogni bambino ad avere una famiglia senza esporre a morte certa più dell’80% dei suoi fratelli embrioni prodotti e trasferiti in utero nella fecondazione extracorporea eterologa. I Giudici Amministrativi non si sono minimamente preoccupati dei costi sostenuti dalle Coppie  Adottanti e della gravissima discriminazione che patiscono nel vedere che Giudici Amministrativi Italiani si preoccupano di far sostenere alle Regioni spese ingenti (tra i 5 e 6 mila euro per ogni ciclo) per “terapie” poco efficaci (le coppie con figlio in braccio non hanno mai raggiunto il 20% di quelle che si sottopongono a fecondazione extracorporea) trascurando di ingiungere che anche le spese sostenute dalle Coppie Adottanti debbano essere a carico del SSN, delle Regioni a fronte del pagamento di un ticket.

 Nel già citato articolo resterebbe come nodo da sciogliere  l’età massima della donna fissata dalla Regione Lombardia a 43 anni. Questo limite non è arbitrario – come si vorrebbe far credere – , ma ha un suo fondamento dimostrato dai fatti avvenuti nel biennio 2013-2014 in Italia: in sei regioni italiane (Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Sicilia) sottoposte ad un nuovo sistema di sorveglianza della mortalità materna diretta entro 42 giorni dal parto/aborto è stata registrata la morte di 6 donne ( 3 con età superiore ai 42 anni e 5 con obesitàcondizioni che costituiscono controindicazioni al ricorso a tecniche di PMA in ambito pubblico nel Regno Unito) con una frequenza 7,67 volte maggiore  (51,98/100.000 nati vivi) rispetto alle altre 33 donne  con concepimento naturale decedute (6,78/100.000 nati vivi) nello stesso periodo (https://www.istat.it/it/files/2018/03/La-salute-riproduttiva-della-donna.pdf, pag. 123-124).

Viene criticato anche il limite di tre cicli concessi per l’eterologa, ma se teniamo in debita considerazione l’entità della spesa ed i risultati ottenuti la fecondazione extracorporea sia omologa che eterologa non dovrebbe proprio essere inserita nei LEA in una società come la nostra in cui diversi milioni di persone ammalate non possono curarsi e sottoporsi ad esami più utili e meno costosi per mancanza dei soldi necessari per procurarsi i farmaci o pagare le analisi per poterli fare in tempo utile per le cure!

Per scaricare il COMUNICATO INTEGRALE CLICCA QUIComunicato Stampa n. 2 del 12 marzo 2019_ 2

 

DA DIECI ASSOCIAZIONI CATTOLICHE GRATITUDINE PER IL SOSTEGNO DEL PAPA.

è Vita – Bioetica e Salute

Avvenire 17 gennaio 2019

“Grati al Santo Padre per aver ribadito, in occasione della Marcia per la Vita di Parigi, che il diritto di obiezione di coscienza è fondamentale per la professione medica”. I presidenti di dieci associazioni italiane impegnate per la tutela della vita sottoscrivono un testo unitario nel quale affermano di vedere nelle parole di Francesco giunte agli animatori della Marcia, in programma domenica proprio sul tema dell’obiezione, “un incoraggiamento importante per i medici e gli operatori sanitari obiettori che quotidianamente testimoniano il valore della vita umana dal concepimento alla sua conclusione naturale e per questo sono spesso osteggiati e messi ai margini”. La nota porta la firma di Alberto Gambino (Scienza & Vita), Pino Noia (Ginecologi e Ostetrici Cattolici), Giovanni Cervellera (Associazione italiana di pastorale sanitaria), Tonino Cantelmi (Psicologi e psichiatri cattolici), Filippo Boscia (Medici cattolici italiani), Vincenzo De Filippis (Medici cattolici europei), Aldo Bova (Forum socio-sanitario). Marina Casini Bandini (Movimento per la Vita),Francesco Bellino (Società italiana per la Bioetica e i Comitati etici) e Piero Uroda (Farmacisti cattolici). «L’obiezione, si legge nel documento, non è una banale “astensione da” ma è soprattutto una “promozione di”, cioè dell’accoglienza della vita umana. Per questo contro gli obiettori è in corso un attacco antimoderno, contraddittorio e perciò irrazionale, frutto di quella “cultura dello scarto” che rifiuta lo sguardo sul concepito e sulle altre fasi fragili della vita pretendono di imporre tale rifiuto a tutta la società, fino a violare il diritto fondamentale alla libertà di coscienza e di pensiero». È per «vita nascente» che l’obiettore risulta «figura molto scomoda, perché ben conosce la verità scientifica» che porterebbe a negare ogni «presunto “diritto di aborto”» col quale si pretende di far tacere gli obiettori», portatori invece di un «diritto fondamentale alla libertà di coscienza e di pensiero». Il medico «non deve essere mai considerato mero esecutore di volontà altrui, ma soggetto il cui comportamento deve passare attraverso la valutazione delle proprie competenze, del proprio convincimento clinico, della proprie competenze, del proprio convincimento clinico, della propria coscienza». Ai marciatori il Papa ha fatto sapere tramite il nunzio a Parigi che è «animato dalla convinzione “che tutto il male operato nel mondo si riassume in questo: il disprezzo per la vita”» e che «incoraggia a testimoniare senza sosta i valori inalienabili della dignità umana e della vita». Parole che «ci confortano e ci sostengono», scrivono i firmatari della nota, convinti che «contribuiranno a consolidare nella coscienza collettiva il riconoscimento della dignità umana»di medici, nascituri, madri in attesa, malati e disabili.

QUI SOTTO L’ARTICOLO ORIGINALE SULL’INSERTO  è Vita di AVVENIRE, 19 gennaio 2019

 

CONTINUA A CRESCERE IL NUMERO DEGLI ABORTI EUGENETICI CRESCONO A DISMISURA LE CERTIFICAZIONI  URGENTI ED IL NUMERO DEI DATI NON RILEVATI L’ABORTO VOLONTARIO SI CONFERMA MEZZO DI CONTROLLO DELLE NASCITE

COMUNICATO STAMPA N. 1 DEL 24 GENNAIO 2019

 

ABORTI VOLONTARI TARDIVI (Eugenetici)

    Il dato più rilevante della relazione ministeriale al Parlamento sull’applicazione della legge 194/1978 nell’anno 2017 è la costante crescita degli aborti volontari oltre i 90 giorni, che – nonostante la modesta riduzione del numero totale degli aborti (80.733 nel 2017 vs 84.926 nel 2016) – sono diventati 4.521 (5,6% di tutti gli aborti volontari, cioè 11,2 volte superiore allo 0,5% del 1981). E’ il dato più rilevante perché è un indicatore molto attendibile – perché non può essere sostituito e nascosto da altre metodiche – della crescente, strisciante e perniciosa “cultura dello scarto”, utilitaristica e di chiusura della vita, che sempre di più si diffonde tra la nostra gente!   Cifra anche nel 2017 sicuramente sottostimata perché in 2.544 casi (3,2%) l’epoca gestazionale non è stata rilevata: in Sardegna (22%), Puglia (12,8%), Liguria (8,8%) e Toscana (6,1%) la percentuale di dato non rilevato é nettamente superiore a quella nazionale (3,2%) e dovrebbe destare in tutti viva preoccupazione.

 

Nonostante le premesse metodologiche e le ripetute rassicurazioni sulla rilevazione dei dati, a proposito degli aborti oltre la 12^ settimana abbiamo tre dati differenti nella relazione: a pag. 3 il Ministro della Salute Grillo riferisce che sono 4.521, mentre nella tabella 19 e 20 abbiamo cifre inferiori, che ci inducono a pensare che manca la volontà di avere ed offrire i dati completi e certi dopo 40 anni di aborto volontario di stato.

CERTIFICATI DI URGENZA

Anche nel 2017 il numero di aborti volontari fatti in regime di urgenza è continuato a crescere raggiungendo la cifra di 14.746 (19,2%), toccando in alcune regioni percentuali notevolmente superiori come in Puglia (38.9%), in Piemonte (34.6%), nel Lazio (34.4%), in Abruzzo (24.6%), in Emilia Romagna (24.2%) e in Toscana (22.3%),  cui si devono aggiungere i 3.952 casi in cui nella tabella 18 leggiamo  dato non rilevato (4,9%), che in Puglia raggiunge il 38,7% (2.743) ed il 5,6% (764) in Lombardia.  Questo dato – come abbiamo già segnalato negli anni precedenti è anomalo ed inaccettabile e richiede una indagine accurata da parte del Ministero della Salute e delle altre Autorità competenti!  Perché – contrariamente a quanto affermato a pagina 36 della relazione per giustificare questo dato anomalo ed in crescita, cioè problemi di liste di attesa, di servizi disponibili per l’effettuazione dell’IVG o di necessità di ricorso all’urgenza per poter svolgere l’intervento con il Mifepristone e prostaglandine entro i tempi previsti nel nostro Paese (49 giorni di gestazione) – l’urgenza in ostetricia – come in tutte le branche della medicina – non può essere giustificata da problemi organizzativi o dalle modalità di esecuzione dell’aborto volontario violando quanto previsto, dall’art. 5 della legge 194/1978, che prevede una pausa di riflessione di 7 giorni dopo il rilascio del certificato, ma da problemi di oggettivo pericolo per la salute e/o la vita della donna.  Invocare come motivo d’urgenza il poter fare l’aborto farmacologico invece di quello chirurgico non è scientificamente giustificato perché la mortalità materna registrata in Italia  è nettamente superiore a quella dell’aborto chirurgico: calcolando la sola morte di Torino su 77.139 aborti farmacologici (RU486+Prostaglandine) fatti in Italia dal 2009 al 2017 si ha una mortalità di 1,30 /100.000 donne , superiore all’1,1/100.000 donne registrata in altri lavori e 13 volte superiore a quella registrata negli aborti chirurgici.  Certamente la proposta dell’aborto farmacologico non é finalizzata al bene della donna visti i maggiori rischi cui è esposta se non resta ricoverata fino alla completa espulsione dell’embrione e degli annessi ovulari e tenendo presente il maggior trauma psicologico  vissuto dalla donna e talora anche dai familiari perché l’espulsione del bambino può avvenire a casa in qualsiasi momento ed anche al cospetto di altri figli! Il Ministro – e non solo ! – indaghi e prenda i necessari ed improcrastinabili provvedimenti!

ABORTI VOLONTARI E COMPLICANZE

La tabella 27 riferisce 192 casi di emorragia, un numero nettamente inferiore a quello atteso (756) per i soli 14.267 aborti farmacologici (RU486+Prostaglandine) secondo quanto riferito dalla relazione dell’anno scorso (pag.43) dove si legge  che nel 5,3% degli aborti farmacologici c’è stata la necessità di ricorrere a revisione della cavità uterina ed anche inferiore al minimo di emorragie (285 = 2%) negli aborti farmacologici riportato nella letteratura mondiale.

Non è vergognoso nell’era informatica leggere  dato non rilevato nella tabella 27 in 2.525 casi con punte di 438 casi (24,1%) in Sardegna, di 1081 (12,5%) nel Lazio e di 746 (5,4%) in Lombardia?

La relazione annuale è una pura formalità o deve essere uno strumento per valutare scrupolosamente la situazione ed offrire ai Parlamentari ed agli Amministratori, ma prima di tutto ai Cittadini e soprattutto alle Donne un quadro veritiero sui reali rischi che si corrono scegliendo un tipo di aborto piuttosto che un altro?  Le donne continuerebbero a firmare con tanta facilità la cartella ed andare a casa subito dopo aver assunto la prima pillola (RU486) piuttosto che rimanere ricoverata fino alla completa espulsione del bambino e degli annessi ovulari se fosse loro detto che il rischio di morte è 10 volte maggiore in questi casi e che comunque almeno il 6% di loro dovrà essere sottoposto a raschiamento della cavità uterina entro 10 giorni per emorragia?

A pag. 44 della relazione dell’anno precedente si legge che dal 2015 il modello D12/ISTAT permette di registrare più di una complicanza per ciascuna IVG e di raccogliere il dato sul mancato/incompleto aborto perché la tabella 27 di quest’anno è più carente di dati di quella degli anni precedenti?

L’ABORTO VOLONTARIO NON DIMINUISCE, SI NASCONDE !

Leggendo attentamente la relazione ci accorgiamo che la diminuzione di 4.193 aborti registrata nell’anno 2017 è solo apparente: a pag. 12 – 13 possiamo verificare che nello stesso periodo sono state vendute 155.960 confezioni di ellaOne e Norlevo in più rispetto al 2016, che con tasso di concepimento del 20% corrisponderebbero a 31.192 aborti precoci.

A pag. 15 leggiamo che l’Istituto Superiore della Sanità stima per la prima volta che tra le donne straniere ci siano tra i 3.000 ed i 5.000 aborti clandestini, che vanno a sommarsi ai 12.000-15.000 stimati tra le donne italiane: quanti farmaci con potenzialità abortive venduti senza obbligo di ricetta e quanti con obbligo di ricetta venduti senza ricetta anche on line e senza adeguati controlli!

Purtroppo l’aborto volontario – come più volte ripetuto e come si può vedere nella tabella sotto riportata – è usato come mezzo di controllo delle nascite ed assieme agli altri mezzi consigliati dai fautori  del controllo mondiale della popolazione – che vorrebbero dispensati gratuitamente dal Servizio Sanitario Nazionale – ogni anno in Italia producono la morte di più di un milione di bambini concepiti.

 

 

Leggendo i numeri riportati nella riga N. Donne per gruppi di età cominciando dal gruppo 40-44 anni possiamo farci un’idea del disastro demografico prodotto in Italia dall’aborto volontario, dalla cultura di morte (anti life mentality) e dalla mancanza di adeguate politiche a sostegno della famiglia e di una generosa apertura alla vita.

Non è mai troppo tardi per intervenire prima che la piramide rovesciata cada!

PER SCARICARE IL COMUNICATO CLICCA QUIComunicato Stampa AIGOC n. 1 del 24 gennaio 2019

 

 

 

 

 

 

La scienza prenatale ha validato inconfutabilmente che l’embrione è vita umana

Intervista al Prof Giuseppe Noia – Punto Famiglia Dic 18

Ha una serie di titoli che distinguono il suo profilo. Tra le altre cose è direttore della Hospice Perinatale del Policlinico Gemelli di Roma e docente di Medicina prenatale presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia. Soprattutto è un medico cristiano sul modello di San Giuseppe Moscati e Santa Teresa di Gesù Bambino. Intervista al professor Giuseppe Noia.

 

di Ida Giangrande

 

Professor Noia lei è un professionista affermato nel campo della ginecologia. Il suo è un mestiere delicato, a diretto contatto con la vita che sboccia. Vuole raccontarci come ha maturato la sensibilità che oggi la distingue rispetto a molti dei suoi colleghi?

La maturazione di questo approccio relazionale con il mondo della vita nascente si è creata negli anni grazie all’impatto con persone sante che mi hanno guidato spiritualmente ma grazie anche ai miei genitori che hanno istillato in me la tendenza a ricominciare sempre da capo, a risalire la corrente, ad essere ambizioso ma per fare  il bene. Ho sempre avuto il desiderio personale e profondo di fare qualcosa che mi facesse ricordare non per una gloria fondata sull’effimero ma per una fama che facesse riflettere la gente su quanto amore Dio ci ha dato incarnandosi e su quanto amore ha diffuso offrendo la Sua vita per ciascuno di noi. La mia conversione è avvenuta nel maggio 1974, a 23 anni, nella Chiesa dei Martiri Canadesi a Roma, dove il mio cambiamento interiore ebbe il suo epilogo in un lungo pianto dirotto con forti gemiti e lacrime abbondanti. Accadde dopo aver sentito una canzone già conosciuta da me e penso da tutto il popolo cristiano: “Dio si è fatto come noi per farci come Lui”. Pensare che Dio si facesse come noi era un paradosso incredibile per la mia ragione e per il mio vivere di allora. Dissi una serie di “no” ad alta voce ma poi cedetti e mi abbandonai a un fiume di lacrime, mentre una grande sensazione di dolcezza mi invadeva. Dopo questa esperienza incontrai un figlio spirituale di San Pio da Pietrelcina, don Giuseppe De Santis. Divenuto il mio padre spirituale, mi indicava sempre come modello San Giuseppe Moscati e Santa Teresina del Bambino Gesù con la sua piccola via. Il Primo perché sosteneva la fede con la preghiera e il sacrificio (la filosofia delle ginocchia); la seconda perché ci faceva vedere la grandezza di Dio nelle piccole cose quotidiane (l’umiltà di Dio).

Gli strumenti di diagnosi prenatale quanto sono utili in Medicina?

La diagnosi prenatale è una disciplina all’interno dell’ostetricia e della ginecologia che negli ultimi 40 anni è diventata un campo di inda- gini diagnostiche e terapeutiche estremamente importanti. Le tecnologie non invasive (ecografie, ecocardiografia, velocimetria doppler, cardiotocografia) e invasive eco guidate (amniocentesi, villocentesi, cordocentesi, paracentesi, torocentesi, vescicocentesi, amnio infusione e amnio riduzione, trasfusioni intrauterine intravascolari, aspirazioni di cisti ovarica fetali, trattamenti palliativi clinici e analgesici del feto) sono conoscenze incredibili che non mirano a fare accanimento terapeutico ma a supportare le capacità gestazionali compromesse di pazienti con gravi patologie fetali. Come tutte le conoscenze la dia- gnosi prenatale va analizzata nei suoi fini e nei suoi mezzi. Se il fine della diagnosi prenatale, così come si fa con l’adulto, è quello di diagnosticare una problematica per poi curarla, essa si configura come una meravigliosa attuazione della scienza prenatale e della evoluzione della ricerca clinica verso il feto considerato un paziente a tutti gli effetti. Ma se il fine è quello di vedere se il feto è malato o ha qualche anomalia per poi potergli togliere la vita, questo è assolutamente da proscrivere, da rifiutare, perché la scienza prenatale deve dare la vita, deve dare speranza, non morte e disperazione. Madre Teresa diceva: “fai il bene (l’obiettivo) e fallo bene (i mezzi)”.

Un altro esempio è quello della sterilità delle coppie che cercano giustamente di avere un figlio. Desiderare di avere un figlio è una cosa bella, umanamente piena e santa (l’obiettivo) ma se i mezzi  (le tecniche di procreazione artificiale) portano alla perdita del 91% degli embrioni concepiti in vitro (dati del Ministero della Salute), allora questo non è proponibile! Non si può ottenere un bene (il figlio) se i mezzi per ottenerlo (le tecniche) sono occisive. Come si vede  la stessa conoscenza (vedi diagnosi prenatale o tecniche di procreazione artificiale) può essere usata pro o contro la persona umana: ecco che interviene il discernimento etico (la bioetica) che ci aiuta a capire che tutto ciò che è contro la persona umana porta desolazione e morte fisica e spirituale. Non dobbiamo avere paura di Galileo (la scienza) ma come viene usato Galileo!

Alcuni di questi strumenti di diagnosi prenatale esistevano già al tempo della legge 194? Se sì, quali?

L’evoluzione storica degli strumenti di diagnosi prenatale dalla legge 194 in poi, come tutte le tecnologie scientifiche si è molto amplificata. Tuttavia, ha subito un trend sempre più sofisticato finalizzato a individuare feti malati sempre più precocemente con lo scopo di indirizzare le coppie alla interruzione volontaria. Questo trend è solcato dalla falsa idea e dalla falsa compassione che quanto più piccolo e precoce sia l’embrione e l’aborto volontario, tanto più piccolo è il trauma per le donne. C’è una grande menzogna scientifica e umana in questa tesi. Sono proprio le donne, le dirette testimoni di fortissime lacerazioni psicologiche che parlano, si raccontano e dimostrano a sé e al mondo medico che la sofferenza della perdita del figlio non è proporzionale al peso in grammi o in centimetri dell’embrione perduto ma è, in maniera esponenziale correlata alla perdita della presenza del figlio. Per cui si può illudere e ci si può illudere di anticipare l’aborto volontario quanto si vuole ma non si può essere temporalmente più precoci dell’accoglienza che la madre fa del proprio figlio sia sul piano fisico che su quello biologico, psicologico e spirituale. Quante menzogne gravitano intorno all’interruzione volontaria della gravidanza.

Un secondo aspetto è che l’evoluzione delle tecnologie della diagnosi prenatale ha fatto scelte che miravano sempre più alla tutela fisica della madre e questo è senz’altro un aspetto positivo. Infatti abbiamo osservato un aumento esponenziale delle diagnosi non invasive qua- si sempre rappresentate dagli screenings e una riduzione altrettanto grande di quelle invasive ma con una precisa idea di selezione: dia- gnosi prenatali sempre più sicure ma sempre più finalizzate a coglie- re anomalie genetiche strutturali quanto più precoci possibili, senza impegnarsi in uno sforzo scientifico e tecnico, altrettanto importante, per cercare di curare già prenatalmente queste anomalie. Per la verità una serie di approcci di terapie prenatali sono state fatte e altre sono in progress ma per le condizioni che molto precocemente individua- no dei feti, dei bambini che sono incompatibili con la vita, la scienza prenatale si è arresa. In questi casi non si fa una diagnosi ma si dà una sentenza di morte! Si crede che per quella vita fragile non ci  sia più niente da fare! Ma non è così. Da 40 anni il gruppo dell’Hospice Perinatale del Gemelli (una rete di luoghi di assistenza e di un gruppo interdisciplinare di medici altamente specializzati dove si aggrega il Telefono Rosso per la prevenzione delle malformazioni, il Day Hospital Ostetrico per l’esecuzione di terapie fetali invasive e non invasive o trattamenti palliativi prenatali o post-natali quando non è possibile fare cure definitive, il reparto di patologia ostetrica per la ospedalizzazione di casi curabili e non curabili, la sala parto e la neonatologia) dimostra con evidenza numerica e rigore scientifico un elevato successo clinico e che quindi c’è tantissimo da fare. 8.000 interventi di terapie fetali con il 60% di buona evoluzione clinica e figli in braccio, 1.200 trattamenti palliativi prenatali, affiancamento di 1000 famiglie con il proprio figlio incompatibile con la vita, consulenze scientificamente corrette che hanno cambiato il destino, dalla morte alla vita di 3.000 bambini, 73.000 consulenze telefoniche che hanno tranquillizzato il 90% delle coppie. Questi numeri, queste percentuali vengono fatte conoscere non per una esibizione trionfalistica ma per dimostrare che la scienza prenatale, se opportunamente usata, è uno strumento incredibile per dare speranza e certezza procreativa a famiglie gravate da diagnosi prenatali infauste.

Cosa hanno svelato tali strumenti sulla vita intrauterina?

Gli strumenti di conoscenza e gli studi sulla vita prenatale hanno svelato tante cose. Innanzitutto che la relazione figlio madre è precocissima, come già ho detto, è biunivoca, addirittura prima dell’impianto dell’embrione. Durante questi 8 giorni c’è un intenso colloquio tra madre e figlio (Cross Talk) che è fondamentale perché la gravidanza vada avanti e non si abbia un aborto spontaneo, né si configurino   le basi biologiche per la nascita di malattie che poi si manifestano nell’infanzia, nell’adolescenza e nella vita adulta. Quanta gente è a   conoscenza che i primi 8 giorni della nostra vita sono importantissimi per il futuro della persona umana fino all’età adulta? Silenziare o cercare di silenziare l’importanza dei primi 8 giorni è una manipolazione scientifica che tende maldestramente a sdoganare sul piano etico evidenze scientifiche ben consolidate: l’effetto abortivo della pillola del giorno dopo e dei 5 giorni dopo, la diagnosi preimpianto con la perdita del 92% degli embrioni (dati del Ministero della Sanità) e la distruzione di embrioni per l’uso di staminali embrionali ai fini di ricerche sullo stesso. Man mano che passano le settimane la relazione feto madre diventa più intensa e dimostra che il feto non è passivo ma partecipa attivamente allo svolgersi del file genetico, nella strutturazione della sensorialità, della relazione psicodinamica con la madre dalla quale riceve ossigeno e nutrizionali ma diventa esso stesso medico della madre inviando cellule staminali guaritrici di diversi processi patologici moderni come ha dimostrato Diana Bianchi negli ultimi 10 anni. Madre e figlio organizzano l’unità feto placentare che alla base del proseguo della gravidanza, si sviluppano fasi neuro-cerebrali del feto relazionale alla vita quotidiana della madre (abitudini alimentari, viaggi, emozioni, stress) per le cui condizioni tutto lo psichismo fetale ne risente. La madre riceve gratificazione psicologica per la presenza del figlio, conferme sul suo vissuto di donna e di madre mentre il figlio viene aiutato dalla madre nelle fasi del travaglio attivo perché essa produce sostanze che lo difendono da eventuali insulti ipo-ossigenativi. È una vera sinfonia di amore e attenzioni reciproche dove il protagonismo dell’embrione si esalta nel partecipare all’empatia percettiva della madre e questo avviene soprattutto quando vi sono condizioni di patologia “l’embrione è un attivo direttore di orchestra del suo impianto e del suo destino!”(Editoriale del 2000 del British Medical Journal).

Possiamo dire che le conoscenze del mondo scientifico in materia di vita embrionale erano sostanzialmente errate all’epoca della 194?

Le conoscenze sulla simbiosi materno fetale e sul protagonismo dell’embrione 40 anni fa non solo erano sicuramente errate ma soprattutto non si aveva affatto prontezza della traduzione scientifica (fatta nei decenni successivi) di ciò che l’uomo vede e di cui fa esperienza diretta sin da quando è apparso sulla terra. La realtà di figlio nella generazione umana è qualcosa di fantastico che non si basa solo sui legami di sangue ma si disvela dal particolare linguaggio relazionale tra il figlio e la madre. Esso pone le basi nei 9 mesi di gestazione ma non si cancella mai più, neanche tagliando il cordone ombelicale. È un po’ l’esemplificazione dell’indelebile memoria che ci portiamo tutti dentro, un destino all’immortalità legato alla chiamata all’esistenza in un corpo di donna che fa scrivere a Tagore: “Ogni bimbo che nasce ci ricorda che Dio non si è stancato dell’uomo”. Che fa scrivere ad Hannah Arendt: “Gli esseri umani, anche se devono morire non nascono per morire ma per incominciare” e fa scrivere a Chiara Corbella: “Siamo nati e non moriremo mai più”. Tutto questo mostra la tenerezza di Dio, la Sua umiltà: “Dio  si è fatto come noi per farci come lui”, la presenza di Dio nell’esistenza naturale e soprannaturale di ogni creatura vivente che fa dire a S. Ireneo: “La gloria di Dio è l’uomo vivente”.

Possiamo dire che le basi su cui nasceva la legge sull’aborto, oggi, non ci sono più?

Le basi culturali su cui nasceva la legge 194 non ci sono più sicuramente non sul piano scientifico ma dobbiamo ricordare che le motivazioni furono soprattutto psicosociali e politiche gravate da mistificazioni e menzogne, in particolare sui numeri dell’aborto clan- destino, enormemente amplificati per colpire l’opinione pubblica. Il caso dell’esposizione alla diossina a Seveso appesantì il problema con proiezioni su eventuali malformazioni delle donne in gravidanza e posero le basi per una giustificazione sociale della eliminazione dei bambini malformati. La diffusione della pillola contraccettiva doveva essere un freno all’aborto volontario per cui fu lanciato un programma di contraccezione a tappeto su 4 regioni: Liguria, Lazio, Umbria e Puglia

Vediamo le menzogne di questi 3 aspetti:

  1. L’aborto clandestino c’era ma a condizioni inferiori rispetto a quel- lo che si diceva e a 40 anni di distanza continua ad esserci nonostante la legge 194, assumendo contorni e applicazioni camaleontiche soprattutto per la clandestinità delle pillole abortive.
  2. Le malformazioni da diossina furono un flop amplificato dalla non conoscenza della teratologia clinica.
  3. Nelle stesse regioni dove si è lanciata la pianificazione di “più pillola meno aborti”, il tasso di aborto volontario, dopo 40 anni, è tra le più alte tra le regioni italiane.

Lo zoccolo duro, tuttavia, nonostante queste evidenze, rimane la posizione ideologica della autodeterminazione della donna, concetto per il quale la madre vede il figlio come soggetto su cui esercitare una scelta esistenziale. La regola del pollice verso di neroniana me- moria cavalcava l’idea di una frase molto usata: “L’utero è mio e ne faccio quello che voglio”, tuttavia questa affermazione esprime una grande contraddizione. Non si può accettare di equiparare l’utero (sicuramente di pertinenza anatomica della donna) a una gravidanza che esprime l’evoluzione di una presenza di un altro essere umano. Non si può accettare, quindi, che la donna abbia il potere di vita e di morte su un’altra persona che è il figlio, soprattutto quando questa decisione è gravata da motivazioni discriminatorie e eugenistiche sul concetto del diritto al figlio perfetto. Tutto questo è l’apoteosi della cultura dello scarto. Inaccettabile è ancora che l’utero possa essere un contenitore da prestare per una gravidanza in affitto. Anche qui, sotto l’apparente scelta libera c’è un’obiezione di donne che vengono schiavizzate per denaro e per il desiderio di altri. I bambini entrano in una transazione commerciale e aberrante che calpesta ogni forma di dignità della persona umana, cosificando l’uomo nel supermercato dell’esistenza. Aborto volontario e utero in affitto sono le due facce della stessa medaglia.

Possiamo dunque affermare scientificamente che l’embrione è vita umana?

Al Parlamento europeo sono stato chiamato per ben  3  volte  per parlare dei diritti dell’embrione e quindi dell’embrione come vita umana. La scienza prenatale ha validato inconfutabilmente che   l’embrione non solo è vita umana ma come vita umana è medico della madre sia sul piano biologico che psicologico. In effetti  per quanto riguarda il primo aspetto presenta 5 caratteristiche che ne fondano il protagonismo biologico. Le 5 caratteristiche sono: l’identità genetica tipica della specie umana (23 cromosomi di origine materna e 23 cromosomi di origine paterna); le sequenze di minoacidi (ALU) sono uniche e individuali per ciascuno di noi quasi delle impronte genetiche biomolecolari; ha un autonomia biologica che lo fa sopravvivere anche in assenza di ossigeno prima dell’impianto e questo è avvenuto per ciascuno di noi, quando sospesi nella tuba di nostra madre non avevamo contatti con i vasi sanguigni materni; l’embrione partecipa allo svolgersi del proprio programma genomico non in maniera passiva ma profondamente attiva e cooperando con le caratteristiche biologiche della madre; parla con la madre con un linguaggio immunologico, ormonale e genetico per farsi riconoscere, per non farsi rigettare e contribuire, insieme alla madre, al primo abbozzo della placenta.

Perché la comunità scientifica sembra far fatica ad ammetterlo apertamente?

La comunità scientifica fa fatica perché ha la superbia di fondo di non voler vedere le evidenze. Quando c’è questa cecità del pensiero non può essere effettuato il passaggio fondamentale che ogni comunità scientifica deve fare: passare da una sorta di informazione molto datata e superficiale alla conoscenza degli ultimi 30 anni che soprattutto con l’ecografia ha mostrato la meravigliosa motricità, morfologia e bellezza del feto umano e della vita relazionale con la madre che vanno a confermare la sua connotazione di figlio. Soprattutto non vuole accettare che il feto è un paziente a tutti gli effetti e può essere curato in molte condizioni patologiche. Protagonismo, relazione intima e forte con la madre ed essere un paziente come un adulto sono evidenze che la comunità scientifica si rifiuta di accettare. Tuttavia, la forza della verità di questi  3 concetti inchioda inesorabilmente chiunque voglia silenziare la stupenda esistenza prenatale. Madre Teresa diceva: “Il bambino non ancora nato è il più povero tra i poveri, se poi è malformato è ancora più povero e se ha caratteristiche di incompatibilità con la vita extra uterina è il massimo della povertà”. Ma lei al massimo della povertà ha risposto con il massimo dell’amore.

Tra le numerose mamme con cui è entrato in contatto ricorda qualche esperienza particolare che metta in evidenza il profondo, misterioso e insondabile legame tra una donna e il proprio bambino già nei primi mesi di vita?

Questa storia contiene tanti elementi di riflessione ma quello che si evince in maniera poderosa è che una bambina senza reni rifiutata e abortita dalla madre ha convertito il cuore della donna al punto tale da farla riaprire alla vita e accogliere un altro figlio senza la presenza dei reni. Claudia ha avuto due gravidanze di bambini con agenesìa renale, e mi ha pregato di parlare al posto suo.

Siamo nel 1992; una paziente, Claudia, viene da me, e dice: “Ho saputo che qui fate la diagnosi prenatale e mi dite se il bambino ha i reni oppure no”. Confermo la notizia che le è stata data, le spiego come si svolge la procedura, e iniziamo l’intervento necessario. Dopo un’ora le dico: “Signora, mi dispiace, ma ciò che le hanno anticipato sulle condizioni del bambino è vero, il bambino è senza reni”. Le spiego  la storia naturale che hanno di solito questi bambini, e cioè che alcuni muoiono in utero prima della nascita, altri subito dopo essere nati. Lei mi dice: “È una situazione che non riesco ad affrontare, scelgo di abortire”. Le propongo l’accompagnamento per dissuaderla, spiegandole anche i motivi medici, come ad esempio un rischio di tipo depressivo che potrebbe dover affrontare, ma lei è categorica e fa la sua scelta, forte, difficile, devastante.

Dopo 10 anni vedo Claudia ritornare da me. È nuovamente incinta e nuovamente di un bambino con agenesìa renale. Mi dice che 10 anni prima non ha capito il valore della consulenza che gli feci, e soprattutto era vero che le conseguenze psicologiche sarebbero state devastanti. Mi dice che aveva capito sperimentando sulla sua persona, cosa significasse perdere un figlio, e soprattutto perderlo con l’aborto terapeutico. Ci aveva messo nove anni per trovare il coraggio di tentare nuovamente una gravidanza e si trovava nelle stesse condizioni di prima. Ma stavolta aveva deciso di accompagnare questa nuova bambina fino alla fine purché io accompagnassi lei! Era convinta che nulla fosse più terribile di quello che aveva vissuto in quegli anni: il senso di colpa per aver rifiutato la sua bambina.

Così andiamo avanti, Alice nasce, e dopo 4 ore,  muore. Viene  fatto il funerale, e dopo un mese Claudia torna da me, e mi porta un regalo, che tengo sul tavolo del mio studio; è una scultura, che si chiama “L’abbraccio”, di Ottaviani. In genere si regala tra le coppie, in occasione del matrimonio. Lei mi dice: “Io amo mio marito, ma con lei sono sposata da un debito di riconoscenza, perché in nove mesi, aiutandomi, accompagnandomi, mi ha permesso di riscattare nove anni della mia vita”. Vorrei però lasciare la parola direttamente a lei e riporto qui di seguito una sua dichiarazione.

Secondo la sua esperienza di medico pensa che si possa parlare dell’aborto come di un diritto che garantisca l’emancipazione della donna?

Quando tutta questa bellezza relazionale viene distrutta con l’aborto volontario come si può dire che ci sia emancipazione? La donna si emancipa uccidendo se stessa? La donna si emancipa quando le vengono sottaciute tutte le conseguenze fisiche e psichiche che l’aborto volontario comporta? Io credo che la donna possa emanciparsi solo con una corretta informazione del fenomeno aborto. Tanti inganni psicosociali portano regressione personale, familiare, sociale perché la salute delle donne è un bene prezioso da salvaguardare così come la capacità di procreare ma espropriare le donne della verità di informazione è rubare il loro corpo, il loro futuro e, soprattutto, la loro dignità. Rubare beni materiali è grave ma rubare l’anima e la dignità è un delitto contro l’umanità. Tutta l’umanità!

http://www.puntofamiglia.net/puntofamiglia/

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UNA NUOVA PUBBLICAZIONE A CURA DEGLI UNIVERSITARI PER LA VITA

 

Al termine di un approfondito lavoro di redazione, è finalmente disponibile un libretto che intende sottolineare, attraverso dati scientifici e testimonianze concrete, l’importanza di essere “pro vita” nella società contemporanea, con particolare, ma non esclusivo, riguardo al contesto italiano.
Tra gli autori dei contributi raccolti vi sono, infatti, personalità di assoluta rilevanza nell’ambito scientifico, accademico e giuridico nazionale ed internazionale come il Prof. Giuseppe Noia (Ginecologo e Docente Universitario), il Prof. Mario Palmaro(Giurista e Docente Universitario), il Dr. Giacomo Rocchi (Magistrato della Suprema Corte di Cassazione), il Dr. Giorgio Celsi (Infermiere) ed il Dr. Bernard Nathanson (Ginecologo ed ex attivista pro aborto). Non potevano mancare, ovviamente, gli Studenti Universitari, ai quali l’opuscolo è specialmente rivolto: tra essi spiccano Mariana, studentessa di Economia e Co-Fondatrice degli “Universitari per la Vita” di Padova, e Francesco Chilla, studente di Giurisprudenza attivo negli “Universitari per la Vita” di Roma. Il libretto si avvale, inoltre, delle belle vignette del giovane e talentuoso Giovanni Maria Verduchi, in arte GIOM, che con la sua arte ha dato un importante contributo alla causa per la vita.
Gli argomenti trattati vanno dall’umanità del concepito al valore delle adozioni come mezzo per fare del bene al prossimo e, d’altro canto, dall’aborto all’eutanasia. Sono gli studenti, universitari per la vita, che in prima persona vogliono spiegare ad altri studenti perché nel mondo di oggi è necessariopiù che mai difendere senza compromessi il diritto alla vita di ogni essere umano.    
L’opuscolo, di agile lettura e gratuito, sarà presto  diffuso digitalmente ed in forma cartacea in ogni parte d’Italia, specialmente nelle Università. Aiutaci anche tue distribuisci il libretto nella tua Università, scaricandolo al seguente link:

 

libretto-pro-vita-v-2

 

“Se solo fossimo contenti di essere vivi”

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