Gli appelli al Presidente del Consiglio, al Ministro della Salute e all’AIFA che due società scientifiche e diverse personalità note sui social media hanno fatto per estendere l’aborto farmacologico Ru486 (detta pillola del mese dopo, “kill pill” cosi definita nel mondo anglosassone) per autorizzare l’aborto farmacologico a domicilio senza bisogno del ricovero ospedaliero (l’aborto fai da te) e per estendere da 7 a 9 settimane l’epoca gestazionale cui è consentito ricorrervi, ci ha lasciati basiti.

Innanzitutto perché le difficoltà di attuare la scelta interruttiva sono state smentite da molti ospedali e in secondo luogo per la apparente indifferenza con cui si affronta un tale dramma in relazione alle conseguenze fisiche e psicologiche sulla salute delle donne. Infine, stupisce soprattutto la posizione di uomini di scienza che riteniamo di particolare gravità essendo coloro che dovrebbero tutelare la salute delle donne.

Il primo aspetto riguarda l’idea di incrementare il ritorno al privato, alla clandestinità dell’aborto volontario aumentando il peso psicologico nell’assumere la pillola abortiva dopo una scelta già difficile di rinunciare al proprio figlio.

Il secondo aspetto riguarda la sicurezza dell’aborto farmacologico le cui conseguenze sul piano fisico appaiono fortemente sminuite da certa letteratura e vengono completamente dimenticate le 40 morti materne riferite dall’OMS, silenziose, dovute prevalentemente all’infezione da clostridium sordelli, favorita da una vera e propria immunodepressione della risposta immunitaria. Inoltre, come è stato evidenziato nelle due ultime relazioni annuali al Parlamento sull’applicazione della legge 194/1978 (la relazione del 2019 non è stata ancora presentata!!!) è chiaramente specificato il maggior rischio legato all’aborto volontario con Ru486.

Tra il 2014 ed il 2016 ci sono state tre morti dopo aborto farmacologico (1 a Torino e 1 in Campania nel 2014 e 1 in Campania nel 2016). Prendendo in considerazione la sola morte di Torino ed il numero totale degli aborti volontari farmacologici fatti in Italia dal 2009 al 2016 (62.872), la mortalità materna è di 1,59/100.000 donne superiore all’1.1 x 100.000 donne registrata in altri lavori 15.9 volte superiore a quella dell’aborto chirurgico (0,1/100.000) (New England Journal of Medicine, 2005; Italian Journal of Gynecology and Obstetrics, 2008).

Inoltre è a tutti evidente che se l’epoca gestazionale viene portata a 9 settimane il numero totale delle donne sarebbe più che raddoppiato (nel 2017 le donne con epoca gestazionale fino a 8 settimane sono state 37.508, le ivg farmacologiche 14.267) e di conseguenza aumenterebbe notevolmente il numero di donne (minimo ~ 1.000) che avranno bisogno di essere sottoposte a revisione della cavità uterina per metrorragie confermando le complicazioni segnalate dalla FDA statunitense nel 2006 (950 complicazioni di cui 116 trasfusioni, 12.21%, 232 casi di ospedalizzazione, 24.42%). Infine oltre all’aumento numerico non si tiene conto che chi abortisce a casa ed ha una metrorragia abbondante corre subito al Pronto Soccorso quando si accorge di perdere molto sangue. In tal modo si crea maggior disservizio di quando il tutto avviene in una seduta programmata in ospedale ed esponendosi così realmente ad un maggior rischio di contagio.

Il terzo aspetto riguarda la solitudine delle donne: la donna è lasciata sola a convivere nell’attesa dell’espulsione del proprio bambino che può avvenire anche in presenza di altri familiari e, come riportato dal British Medical Journal, nel 56% dei casi le donne riconoscono l’embrione espulso.

Tutto questo rattrista molto perché di fronte all’eroismo di tanti colleghi medici (più di 100) che hanno perso la vita per curare persone ammalate di Covid-19, si constata la reticente connivenza di chi sa benissimo che l’aborto farmacologico è più rischioso di quello chirurgico. La manipolazione mediatica e psicosociale invoca uno stato di necessità che non c’è. Invoca i diritti delle donne senza tutelarne la salute fisica e/o psicologica.

COMUNICATO STAMPA N. 1 DEL 14 GENNAIO 2020

 

Il movimento degli atleti con sindrome di down in Italia è un eccellenza con quasi 1.400 agonisti, da cui tra il 2018 e il 2019, sono scaturite 180 medaglie europee e mondiali ( 82 ori, 61 argenti, 37 bronzi ).

Un’eccellenza tra le eccellenze è Nicole Orlando che ha vinto quattro ori ai mondiali di atletica in sud Africa nel 2015. Tuttavia, sia in Italia che in Europa, il 90% delle diagnosi di sindrome di Down, viene indirizzata alla  interruzione volontaria di gravidanza.

L’ annuncio del vice Ministro alla Salute, Pierpaolo Sileri, in commissione Sanità al Senato (10.1.2020, AgenPress), che sarà sottoposto all’esame della Commissione nazionale per l’aggiornamento dei Lea, in via di costituzione, l’inserimento nelle prestazioni erogabili nell’ambito del SSN degli screening prenatali non invasivi potrebbe sembrare “una conquista” finalizzata a dare un servizio alle coppie e alle donne per acquisire la conoscenza della normalità del corredo cromosomico del proprio bambino in utero.

Tuttavia, alla luce dei dati epidemiologi (90% di interruzioni volontarie dopo diagnosi di Trisomia 21) l’anticipazione della diagnosi dello stato di salute genetico del proprio figlio allarga in maniera esponenziale la possibilità dell’interruzione volontaria della gravidanza.

Sul piano concettuale, ciò obbedisce al concetto che l’aborto eugenetico precoce comporti un minore trauma psicologico, essendo l’embrione di piccole dimensioni: “piccolo embrione piccolo trauma”. Tutto ciò però è falso poiché studi di grosso spessore scientifico hanno acclarato che la sofferenza psicologica della donna non è in proporzione ai centimetri o ai grammi bensì alla perdita della presenza del figlio. Per cui l’allargamento a tutte le gestanti dei test genetici non invasivi (NIPT) – L’Emilia Romagna sarebbe la prima regione italiana che si appresta a farlo – è solo un apparente buon utilizzo delle risorse economiche in campo sanitario, perché non tiene minimamente conto dell’impatto sulla salute psicologica delle donne dopo un aborto eugenetico.

Come A.I.G.O.C., crediamo che l’utilizzo sempre più ampio delle diagnosi prenatali non invasive, senza soppesare rischi e conseguenze sulla salute delle donne e delle famiglie, rappresenti una inappropriata utilizzazione delle risorse economiche della sanità pubblica sia nel merito che nel metodo: nel merito perché si diffonde un elemento facilitatore dell’aborto eugenetico; nel metodo perché destina una grossa entità di risorse economiche, distogliendola da necessità sanitarie ben più importanti per la collettività.

È come investire nell’acquisto di tre bombe atomiche per distruggere 20 formiche: è un uso eticamente, umanamente e scientificamente sbagliato delle scarse risorse della sanità. Nessuna formica dev’essere distrutta; e se vogliamo aumentare la consapevolezza del benessere delle famiglie che affrontano la gravidanza, bisogna piuttosto impegnarsi a diffondere una cultura che sostenga la forza della dignità della persona umana, soprattutto quando questa è più debole, ricordando a tutti che la legge 194 non può essere una legge che incrementa l’aborto eugenetico di hitleriana memoria.

PER SCARICARE IL COMUNICATO CLICCA QUIComunicato Stampa AIGOC n 1 del 14 gennaio 2020

 

 COMUNICATO A.I.G.O.C. N.5 DEL 5 NOVEMBRE 2019

 

 

 Il Presidente della FNOMCeO dott. Filippo Anelli a proposito del suicidio assistito ha recentemente dichiarato: “È chiaro, ed esposto dall’articolo 3 del Codice di Deontologia Medica, il principio fondamentale su cui regge la nostra Professione: “Dovere del medico è la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell’Uomo e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della libertà e della dignità della persona umana”.  Questa affermazione porta con sé almeno due corollari: il primo è che, da sempre, i medici vedono nella morte un nemico e nella malattia un’anomalia da sanare: mai si è pensato che la morte potesse diventare un alleato, che potesse risolvere le sofferenze della persona.” Tale presa di posizione in una società che sempre più sembra perdere il rispetto per la vita umana ci rincuora e ci spinge a denunciare le pressioni che alcuni Dirigenti delle ASL e delle U.O. di Ostetricia e Ginecologia esercitano su medici obiettori per indurli a cooperare agli interventi di ivg (aborti volontari) in particolare tardivi (dopo la fine della 12 settimana di gravidanza), che  vengono effettuati  in regime di ricovero.

L’art. 9 della legge 194/1978 recita: “il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte alle procedure di cui agli articoli 5 e 7 ed agli interventi per l’interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione.    L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento.”

Nei primi anni di applicazione della legge 194/1978 – in moltissimi ospedali italiani le ivg si effettuavano in regime di ricovero ospedaliero e maggiore era la sensibilità etica del personale medico e non – la frase “dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza” era interpretata nel senso voluto dal legislatore anche dai magistrati. Se su una richiesta di ecg, di esami ematochimici o di rx torace, addirittura in prericovero, era indicata la motivazione “ivg” il personale medico obiettore poteva rifiutarsi e nessun giudice disconosceva questo suo diritto.

Oggi si pretende di considerare l’aborto volontario un diritto e il medico un mero esecutore della volontà altrui.  Si assiste a condanne di colleghi ginecologi, che legittimamente tutelano il proprio diritto all’obiezione di coscienza (vedi il caso del collega ligure condannato anche in appello per essersi rifiutato di cooperare al completamento di un intervento di aborto  farmacologico).

Direttori medici e amministrativi piuttosto che assicurare e organizzare i servizi con personale non obiettore così come recita l’art. 9 della legge 194   (“Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale”) cercano di costringere gli obiettori addirittura ad essere responsabili di intere fasi dell’intervento abortivo per tutta la durata del turno di guardia ignorando o sottovalutando le profonde motivazioni che portano il personale sanitario a non offrire il proprio contributo a qualsiasi intervento abortivo volontario, che ha inizio con la firma del certificato necessario per procedere all’aborto (art. 5 e 7), continua con il successivo ingresso della paziente dopo la pausa di riflessione di 7 giorni in Day Surgery o in ospedale negli aborti tardivi e si  conclude con la visita di dimissione. Si tende invece a miniaturizzare e frazionare azioni e responsabilità in modo da non riuscire più neanche ad individuarne il responsabile.

L’assenza di personale medico e ostetrico non obiettore durante tutta la durata  dell’intervento abortivo crea i presupposti perché agli obiettori si chieda di intervenire, in nome di presunte “imprevedibili urgenze”, in realtà normali ed inevitabili eventi attesi durante un’interruzione volontaria di gravidanza. La legge 194, infatti, tutela l’obiezione di coscienza obbligando l’obiettore ad intervenire solo quando il suo aiuto è davvero “indispensabile” e non quando il suo aiuto viene “reso indispensabile” perché lasciato solo durante interventi abortivi che richiedono la costante assistenza di personale sanitario (“L’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario, ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo” – art. 9 legge 194).

La già citata scarsa sensibilità etica di tanti operatori sanitari e la sudditanza psicologica di tanti giovani medici, del personale ostetrico, infermieristico ed ausiliario (accompagnare in sala operatoria o portare in barella una donna che si sottopone ad ivg si configura come cooperazione all’ivg)   hanno reso possibile una cattiva prassi, in particolare negli aborti tardivi che si prolungano spesso più di un turno di servizio ospedaliero.

Ribadiamo l’obbligo morale prima che giuridico delle amministrazioni, dei direttori responsabili e dei singoli di garantire e tutelare sempre  il diritto all’obiezione di coscienza previsto dalla stessa legge 194/1978!

Ribadendo il nostro diritto/dovere di medici di tutelare la vita di ogni uomo dal concepimento alla morte naturale e la nostra contrarietà a qualsiasi forma di eutanasia e di suicidio assistito, auspichiamo che il legislatore e la giurisprudenza rispettino la coscienza di ciascuno in modo chiaro e completo senza obbligarlo ad estenuanti procedure sindacali e legali, come purtroppo avviene a 41 anni dall’approvazione della legge 194/1978.

Come A.I.G.O.C. raccogliamo e continueremo a denunciare in tutte le sedi tali abusi perché nessun obiettore sia costretto ad operare contro scienza e coscienza.

PER SCARICARE IL COMUNICATO NELLA VERSIONE STAMPABILE CLICCA QUIComunicato Stampa n. 5 del 5 Novembre 2019

 

 

La delibera dalla Regione Lombardia, che disponeva che fosse possibile cercare un figlio con l’eterologa in strutture accreditate e col solo pagamento del ticket se l’età della donna non supera i 43 anni e fino a un massimo di tre cicli, non solo ha un valido fondamento scientifico confermato dai dati della Relazione al Parlamento del Ministro della Salute sull’applicazione della legge 40/2004, resa pubblica il 6 u.s., ma è in linea anche con scelte fatte da altri Stati Europei.

Certo ad una lettura affrettata dei dati offerti dalla citata relazione non si riesce a cogliere il dato scientifico, che inesorabilmente evidenzia la scarsa efficacia del ricorso alla fecondazione extracorporea per le coppie in cui la donna ha un’età ≥43 anni, ma esaminando bene i dati offerti per gruppi di età notiamo:

  • Nei 4.801 cicli trattati a fresco con fecondazione extracorporea omologa solo il 2,4% delle coppie trattate ha avuto la possibilità di avere figli in braccio e solo l’1,77% degli embrioni trasferiti in utero è sopravvissuto fino alla nascita. Il 53,7% delle gravidanze iniziate ha avuto un esito negativo.
  • Nei cicli omologhi con scongelamento di embrioni le coppie con figli in braccio sono il 9,72% delle coppie trattate.
  • Nelle 24 coppie trattate con donazione di gameti maschili (seme) si registra una situazione analoga a quella omologa con scongelamento di embrioni: 8,33% con figli in braccio.
  • Nelle 1.122 coppie trattate con donazioni di ovociti notiamo che il numero di trasferimenti di embrioni in utero è nettamente superiore (1.574) al numero delle coppie trattate, per cui in questo gruppo di età più coppie sono state sottoposte nello stesso anno a due o più trasferimenti di embrioni in utero. Le coppie con figli in braccio/numero dei trasferimenti effettuati sono il 18,93%, se si rapporta alla % di trasferimenti effettuati nei gruppi di età più giovane il numero delle coppie con figli in braccio con un solo trasferimento di embrioni in utero per anno scende a 12,39%.
  • Nelle 1.160 coppie trattate con donazione di embrioni ritroviamo la stessa situazione descritta per la donazione di ovociti, cioè il numero di trasferimenti in utero di embrioni è superiore (1.370) al numero delle coppie trattate, cioè più coppie sono state sottoposte a più di un trasferimento di embrioni in utero nello stesso anno, per cui se si considera un solo trasferimento di embrioni in utero per anno le coppie con figli in braccio diventano scende a 18,89%.

Poiché – come è chiaramente scritto a pagina 6 della relazione – “La maggiore età di chi accede ai cicli di donazione sembra indicare come questa tecnica sia scelta soprattutto per infertilità fisiologica, dovuta appunto all’età della donna e non per patologie specifiche.” – il vero motivo per cui si ricorre a queste tecniche non è una patologia, per cui è legittimo e doveroso per un amministratore attento porre dei limiti di età all’accesso a carico del SSN di donne fisiologicamente infertili per la loro età.

A ciò si aggiunge un altro dato, di cui purtroppo nessuna relazione ministeriale sull’ applicazione della legge 40/2004  ha finora riferito, cioè che di fecondazione extracorporea si può anche morire. Nella pubblicazione dell’ISTAT La Salute Riproduttiva della Donna a pagina 123 e 124 possiamo leggere che:  in sei regioni italiane (Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Sicilia) sottoposte ad un nuovo sistema di sorveglianza della mortalità materna diretta entro 42 giorni dal parto/aborto è stata registrata nel biennio 2013-2014 la morte di 6 donne ( 3 con età superiore ai 42 anni e 5 con obesità condizioni che costituiscono controindicazioni al ricorso a tecniche di PMA in ambito pubblico nel Regno Unito) con una frequenza 7,67 volte maggiore (51,98/100.000 nati vivi) rispetto alle altre 33 donne con concepimento naturale decedute (6,78/100.000 nati vivi) nello stesso periodo (https://www.istat.it/it/files/2018/03/La-salute-riproduttiva-della-donna.pdf, pag. 123-124).

Chi cerca il vero bene delle donne si impegna a creare condizioni sociali e lavorative tali da consentire a chi lo desidera di avere figli nell’età più giovane, fisiologicamente più fertile, senza il bisogno di ricorrere a trattamenti spesso inutili che giovano solo a chi li propone.

Clicca Qui per scaricare il Comunicato Stampa n. 4 del 26 lugio 2019

E’ VERO “PROGRESSO SCIENTIFICO” ACCETTARE PASSIVAMENTE
LA MORTE DI 166.989 ED IL CONGELAMENTO DI ALTRI 51.332
ESSERI UMANI PER DARE UN FIGLIO IN BRACCIO A 11.094 COPPIE?

 

COMUNICATO STAMPA N. 3 DEL 22 LUGLIO 2019
 

    La relazione annuale al Parlamento del Ministro della Salute sull’attuazione della legge 40/2004, complice anche il periodo estivo ed i fatti di cronaca, non fa più notizia: solo qualche quotidiano ne ha parlato senza entrare in merito alla questione. La fecondazione extracorporea (tecniche di II e III livello) omologa ha fatto registrare nel 2017 l’accesso di 1.210 coppie per 1.330 cicli in più rispetto al 2016 ed un innalzamento dell’età media per la donna a 36,7 anni, mentre il maggior ricorso allo scongelamento degli embrioni e degli ovociti fa lievemente aumentare la % di coppie con figli in braccio (16,13%/15,72) e la % di embrioni sopravvissuti dopo il trasferimento in utero (12,45/11,41).

    La fecondazione extracorporea eterologa ha avuto un incremento significativamente maggiore con 938 coppie in più (+18,75%) per un totale di 649 cicli trattati in più rispetto al 2016. I trasferimenti in utero di embrioni nel 2017 sono aumentati (9.854) ed in particolare i trasferimenti con donazione di ovociti e di embrioni nelle donne di età compresa tra 40-42 anni (1.270/1.133 coppie) e ≥ 43 anni (2.944/2.282 coppie) contrariamente a quelli con donazione di seme nelle stesse età (135/162coppie). Il poter fare più trasferimenti con ovociti ed embrioni nello stesso anno in questi due gruppi di età più avanzata spiega l’apparente paradosso di avere una % di coppie con figli in braccio rispettivamente del 23,47nel gruppo di donne di 40-42 anni e del 21,49 nelle donne di età ≥ 43 anni. Anche il numero degli embrioni trasferiti sacrificati è aumentato (8.244). La relazione non fornisce informazioni sufficienti, come fa per l’omologa, per poter ricostruire con più precisione il numero di embrioni prodotti od importati, il numero di embrioni prodotti e crioconservati.

    Le indagini genetiche pre impianto sono in crescita, non essendo indicato il numero di embrioni trasferiti in utero, ma solamente il numero di cicli in cui sono state fatte queste indagini i dati offerti (vedi tab. 5) ci dicono che il 74,35% di embrioni sono morti dopo indagini/trasferimento in utero e che di 795 embrioni non si hanno notizie.

    A pagina 6 della relazione è chiaramente scritto “La maggiore età di chi accede ai cicli di donazione sembra indicare come questa tecnica sia scelta soprattutto per infertilità fisiologica, dovuta appunto all’età della donna e non per patologie specifiche.”, cioè il vero motivo per cui si ricorre a queste tecniche non è una patologia! Qualche domanda sorge spontanea:

  • Per soddisfare il desiderio di avere un figlio in un momento della vita in cui è più difficile realizzarlo facendo nascere 454 bambini è lecito esporre a morte certa 168.986 embrioni umani e criocon- gelarne altri 51.632?
  • E’ lecito sperperare il poco danaro pubblico mantenendo nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) le tecniche di fecondazione extracorporea omologhe ed eterologhe, che non sono terapie ed espongono anche a rischi grave chi vi si sottopone e procurano alla maggior parte di chi vi ricorre delusioni e conseguenze psichiche?
  • Favorire l’adozione anche internazionale aiutando le coppie anche meno abbienti a realizzare questo tipo di accoglienza, che realizza il diritto reale e fondamentale di ogni bimbo ad avere una fami- glia, non è un modo più umano e civile di avere un figlio da amare senza sacrificarne altri 10?
  • Con 454 nati in più all’anno non si rivolge certamente il gelo demografico che attanaglia da alcuni decenni l’Italia: non sarebbe più conveniente e salutare per tutti investire il danaro pubblico per creare lavoro per i giovani ed attuare politiche sociali e lavorative a favore della famiglia per facilitare le coppie a formare una famiglia e ad avere figli in età più giovane, quando minori sono le difficoltà di concepire naturalmente?

    Ogni anno che passa diminuisce sempre di più l’attenzione data sia dai Parlamentari, che dai mass media, che dalle Associazioni Professionali e non direttamente interessate alla relazione del Ministro della Salute sull’applicazione della legge 40/2004 (sulla fecondazione extracorporea). Sarà forse il periodo scelto per renderla pubblica (fine giugno/primi di luglio), oppure il modo complesso e difficile di presentare i dati in particolare di quelli relativi alla fecondazione eterologa, che rendono molto difficile la loro comprensione agli addetti ai lavori, sta di fatto che gli unici cui giovano tali cose sono i centri che operano in tale settore.

    La prima cosa che tocca sottolineare ancora una volta, a 15 anni dell’entrata in vigore della legge, è le tecniche di I livello sono sostanzialmente diverse dal punto di vista tecnico ed etico da quelle di II e III livello, per cui non si possono sommare insieme i dati ed i risultati.

Nei nostri comunicati da sempre ci riferiamo esclusivamente alle tecniche di II e III livello, cioè alla fecondazione extracorporea omologa ed eterologa.

La tabella 9 evidenzia che nel 2017 sono aumentati tutti i parametri esaminati rispetto all’anno precedente, in particolare, lo sottolineiamo perché in altri commenti questo dato è trascurato, il numero di embrioni trasferiti sacrificati, cioè morti dopo trasferimento in utero (89.947), il numero to- tale di embrioni morti (166.986) ed il numero degli embrioni crioconservati (51.632).La tabella 2 mostra come si arriva a calcolare il numero totale degli embrioni sacrificati. A questi numeri bisogna aggiungere gli embrioni morti dell’eterologa e le vittime della diagnosi genetica pre impianto.

    I dati più problematici sono quelli relativi alla fecondazione eterologa, che sono aggregati in modo disomogeneo e che nei gruppi con donazione di seme (tab. 3.5.11 pag. 165) parlano di embrioni freschi con seme proveniente da banche estere e medesimo centro e di embrioni crioconservati provenienti da banca estera (373 cicli) dal medesimo centro (46 cicli) e da banca nazionale (4 cicli). Similmente per la donazione di ovociti (tab. 3.5.12 pag.166): sono descritti 1.410 cicli con embrioni crioconservati dopo donazione di ovociti freschi provenienti da banca estera e 12 cicli dal medesimo centro; 149 cicli con embrioni crioconservati dopo una donazione di ovociti scongelati provenienti da banca estera e 16 cicli provenienti dallo stesso centro.

La tabella 3.5.13 pag. 167 riferisce di 295 coppie trattate con doppia donazione di gameti per un totale di 346 cicli: in 170 di questi cicli vengono importati embrioni crioconservati da banca estera.

In altri termini in 2.102 cicli sono stati importati dall’estero non liquido seminale od ovociti, ma embrioni umani, in media 3.153 (criocontenitore = 1-2 embrioni)!

In altri comunicati ci siamo chiesti se è lecito importare/esportare esseri umani viventi (l’embrione umano è un essere umano vivente altrimenti non potrebbe mai nascere se trasferito in utero) e se è lecito comprarli, perché non crediamo che giovani donne spagnole, ceche ed ucraine siano tanto generose da sottoporsi all’induzione di ovulazioni multiple solo per un semplice rimborso spese.

Le Regioni e le provincie Autonome non sono obbligate a rispettare il divieto di commercializzazione di cui all’art. 12 comma 6 della legge 40/2004?

L’embrione umano vale meno di un pezzo di organo umano (fegato, midollo osseo, …) dal momento che la legge 236/2016 inse-rendo l’art. 601bis nel codice penale sanci-sce che «Chiunque, illecitamente, com- mercia, vende, acquista ovvero, in qualsiasi modo e a qualsiasi titolo, procura o tratta organi o parti di organi prelevati da persona vivente è punito con la reclusione da tre a dodici anni e con la multa da euro 50.000 ad euro 300.000. Se il fatto è commesso da persona che esercita una professione sanitaria, alla con- danna consegue l’interdizione perpetua dall’esercizio della professione»!

I cicli di fecondazione extracorporea eterologa nel 2017 sono significativamente aumentati per il maggior ricorso alla donazione di ovociti ed embrioni, che riescono a neutralizzare l’handicap rappresentato dall’età più avanzata delle donne che si sottopongono a queste tecniche con donazione di ovociti a fresco (42,4 anni), con ovociti crioconservati (41,4 anni) o con embrioni crioconservati dopo una donazione di gameti (40,6 anni), perché le donatrici di ovociti sono nettamente più giovani delle riceventi e perché con- trariamente alle donne che si sottopongono ad eterologa con donazione di seme non sono soggette alle interruzioni di trattamento prima del prelievo ovocitario o prima del trasferimento embrionario, cui sono esposte le donne con donazione di seme.

La tabella 7 mostra chiaramente che il numero di trasferimenti in utero di embrioni è significativamente inferiore al numero delle coppie trattate con donazione di seme (615/787 coppie/839 cicli), rispetto alle coppie trattate con donazione di ovociti (2908/2725 coppie/3146 cicli) e con trasferimenti di embrioni (2677/2266 coppie/2783 cicli) per cui correttamente la relazione fa il calcolo della percentuale delle coppie con figli in braccio in rapporto al numero dei trasferimenti effettuati, che rispecchia più fedelmente la realtà. La relazione non fornisce informazioni sufficienti – come fa per l’omologa – per poter ricostruire con più precisione il numero di embrioni prodotti od importati, il numero di embrioni prodotti e crioconservati.

 

Per l’import ed export dedica 20 pagine con belle mappe a colori per visualizzare i flussi, ma non riassume il tutto in 1 o 3 tabelle facili da leggere a tutti in cui viene indicato con una sigla il centro che opera l’import/export, il numero preciso dei crioconservatori di seme, di ovociti e di embrioni con la nazione di provenienza ed il centro di destinazione pubblico/convenzionato/privato e possibilmente anche l’entità del rimborso spese pagato da ogni centro; quanti embrioni vengono prodotti con i crioconservatori di ovociti importati e che destinazione hanno (tutti trasferiti in utero? Quanti Crioconservati?)

 

 

Le indagini genetiche pre impianto sono in crescita, ma non essendo indicato il numero di embrioni trasferiti in utero, ma solamente il numero di cicli    in cui sono state  fatte queste indagini i dati offerti dalla tabella 5 sono nettamente inferiori alla realtà perché il calcolo è stato fatto su un em- brione per ogni ciclo, ma sono sufficienti per offrirci un’idea del notevole numero di embrioni sacrificati.

 

Nella stragrande maggioranza dei casi trattati sia con l’omologa che con l’eterologa, come è chiaramente scritto a pagina 6 della relazione “La maggiore età di chi accede ai cicli di donazione sembra indicare come questa tecnica sia scelta soprattutto per infertilità fisiologica, dovuta appunto all’età della donna e non per patologie specifiche”, il vero motivo per cui si ricorre a queste tecniche non è una pato- logia!

C’è da chiedersi seriamente a questo punto:

  • Per soddisfare il desiderio di avere un figlio in un momento della vita in cui è più difficile realizzarlo per far nascere 12.454 bambini è lecito esporre a morte certa 168.986 embrioni umani e criocon- gelarne altri 632?
  • E’ lecito sperperare il poco danaro pubblico mantenendo nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) le tecniche di fecondazione extracorporea omologhe ed eterologhe, che non solo non sono terapie ed espongono anche a rischi gravi chi vi si sottopone e creano alla maggior parte di chi vi ricorre delusioni e conseguenze psichiche?A proposito dei gravi rischi, di cui neanche la relazione di quest’anno fa minimo cenno, sembra da non trascurare da quanto riferito a pag. 123-124 dalla pubblicazione dell’ISTAT La Salute riprodut- tiva della donna: in sei regioni italiane (Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Sicilia) sottoposte ad un nuovo sistema di sorveglianza della mortalità materna diretta entro 42 giorni dal parto/aborto è stata registrata nel biennio 2013-2014 la morte di 6 donne ( 3 con età superiore ai 42 anni e 5 con obesità condizioni che costituiscono controindicazioni al ricorso a tec- niche di PMA in ambito pubblico nel Regno Unito) con una frequenza 7,67 volte maggiore (51,98/100.000 nati vivi) rispetto alle altre 33 donne con concepimento naturale decedute (6,78/100.000 nati vivi) nello stesso periodo (https://www.istat.it/it/files/2018/03/La-salute-riprodut- tiva-della-donna.pdf, pag. 123-124).
  • Favorire l’adozione anche internazionale aiutando le coppie anche meno abbienti a realizzare que- sto tipo di accoglienza, che realizza il diritto reale e fondamentale di ogni bimbo ad avere una fami- glia, non è un modo più umano e civile di avere un figlio da amare senza sacrificarne altri 10?
  • Con 454 nati in più all’anno non si rivolge certamente il gelo demografico che attanaglia da alcuni decenni l’Italia: non sarebbe più conveniente e salutare per tutti investire il danaro pubblico per creare lavoro per i giovani ed attuare politiche sociali e lavorative a favore della famiglia per facilitare le coppie a formare una famiglia e ad avere figli in età più giovane, quando minori sono le difficoltà di concepire naturalmente?

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L’INSERIMENTO NEI L.E.A. DELLA P.M.A. CALPESTA LA DIGNITA’ UMANA DEGLI EMBRIONI, SDOGANA -CONTRA LEGEM- ED ALIMENTA UNA NUOVA FORMA DI SCHIAVITU’ DELLE DONNE POVERE E DISCRIMINA LE COPPIE ADOTTANTI

COMUNICATO A.I.G.O.C. STAMPA N. 2 DELL’ 12 MARZO 2019

 

La recente sentenza dei Giudici del TAR Lombardia e del Consiglio di Stato, che ha costretto la Regione Lombardia ad offrire in regime di rimborsabilità la fecondazione extracorporea eterologa ci offre l’opportunità di riproporre alcuni quesiti già posti nei nostri Comunicati Stampa n. 6 del 10/7/2017 e n. 6 del 23/7/2018. In particolare ci chiediamo: essendo ancora vigente il comma 6 dell’art. 12 della legge 40/2004, che vieta qualsiasi forma di commercializzazione dei gameti e degli embrioni, le Regioni e le Provincie autonome sono o non sono obbligate a rispettare questo divieto?

In Italia chi compra un pezzo di organo umano prelevato da vivente è punito con la reclusione da tre a dodici anni e con la multa da euro 50.000 ad euro 300.000 (art. 601bis codice penale):  a quale degrado culturale siamo giunti se i giudici ritengono che l’embrione umano si può comprare, ritenendo evidentemente che ha meno dignità di  un pezzo di fegato o di midollo osseo umano?

Favorendo la commercializzazione di ovociti, spermatozoi ed embrioni si crea una nuova forma di schiavitù delle donne, in particolare di quelle più povere o avide di danaro.

La fecondazione extracorporea eterologa non è l’unica modalità “terapeutica?” possibile per realizzare il neoconiato “diritto ad avere uno o più figli”, di una coppia sterile, anche l’adozione  consente di soddisfare questo presunto “diritto” offrendo in più ad un bambino abbandonato la possibilità di soddisfare il suo naturale ed universale diritto ad una famiglia e senza  esporre a morte certa più dell’80% dei suoi fratelli embrioni prodotti e trasferiti in utero nella PMA: perché i Giudici non hanno fatto inserire tra le prestazioni rimborsabili al prezzo del ticket anche l’adozione?

Per sanare una discriminazione ne hanno creata una più grossa!

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DI SEGUITO LA VERSIONE INTEGRALE DEL COMUNICATO

 

L’INSERIMENTO NEI L.E.A. DELLA P.M.A. CALPESTA LA DIGNITA’ UMANA DEGLI EMBRIONI, SDOGANA -CONTRA LEGEM- ED ALIMENTA UNA NUOVA FORMA DI SCHIAVITU’ DELLE DONNE POVERE E DISCRIMINA LE COPPIE ADOTTANTI

COMUNICATO A.I.G.O.C. STAMPA N. 2 DELL’ 12 MARZO 2019

 

L’articolo di La Repubblica, che trionfalmente annuncia che anche in Lombardia “Eterologa al via per prime coppie al prezzo del ticket” dopo che i Giudici del TAR Lombardia e del Consiglio di Stato,  accogliendo il ricorso di Sos infertilità onlus, hanno costretto la regione Lombardia a mettersi in regola con una delibera che ha sancito il regime di rimborsabilità per l’eterologa ad imitazione di altre regioni (Toscana, Emilia e Romagna e Friuli Venezia Giulia) ha sollevato in noi molte perplessità e dubbi, che ora cercheremo di manifestare.

Non essendo stato – fino ad oggi – abrogato il comma 6 dell’art. 12 della legge 40/2004 chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro”,  nel nostro Comunicato stampa n. 6 del 10 luglio 2017 esprimevamo la nostra sorpresa e perplessità di fronte alla “grande generosità delle “donatrici” straniere, che hanno “offerto” la stragrande maggioranza degli ovociti utilizzati nel 2015 per le fecondazioni eterologhe, richiedendo la ovodonazione una stimolazione ovarica per far maturare più ovociti (in media 6,9) ed un prelievo degli stessi!” ed in quello n. 3 del 23 luglio 2018 – dopo aver dettagliatamente descritto il traffico di cellule germinali maschili e femminili e di embrioni – lamentavano “Nessun cenno c’è nella relazione sulle modalità di acquisizione dei gameti e degli embrioni dai Centri esteri da parte delle Regioni Italiane considerato che non si possono acquistare né barattare sarebbe utile riferire! “.

Ora leggendo nel citato articolo che addirittura il TAR Lombardia ed il Consiglio di Stato obbligano la Regione Lombardia a fare quello che altre regioni (Toscana, Emilia e Romagna, Friuli Venezia Giulia) hanno già fatto e continuano a fare dal 2015 ci sorge spontanea una domanda: le Regioni e le provincie Autonome non sono obbligate a rispettare il divieto di commercializzazione di cui all’art. 12 comma 6 della legge 40/2004?  

 Il fatto che nell’ultima relazione al Parlamento sull’applicazione della legge 40/2004 (28 giugno 2018) è riportata l’importazione (2.865 contenitori per un totale di 4.297 embrioni nel 2016) e l’esportazione (55 crioconservatori per un totale di 83 embrioni nel 2016) di embrioni ci fa prendere atto del degrado culturale cui è pervenuta la nostra società, che considera gli embrioni umani meno di un pezzo di organo umano (fegato, midollo osseo, …) dal momento che la legge 236/2016 inserendo l’art. 601bis nel codice penale sancisce che «Chiunque, illecitamente, commercia, vende, acquista ovvero, in qualsiasi modo e a qualsiasi titolo, procura o tratta organi o parti di organi prelevati da persona vivente è punito con la reclusione da tre a dodici anni e con la multa da euro 50.000 ad euro 300.000. Se il fatto è commesso da persona che esercita una professione sanitaria, alla condanna consegue l’interdizione perpetua dall’esercizio della professione»!

 Gli ovociti comprati all’estero – in modo cospicuo ed eccessivo – vengono prelevati dalle ovaie di giovani donne per lo più bisognose di danaro per sopravvivere o per altre loro scelte, che sono state bombardate da alte dosi di ormoni per produrre il numero maggiore possibile di ovociti maturi da prelevare, quindi queste donne di fatto sono esposte a rischi e danno vita ad una nuova forma di schiavitù, che la legge italiana aborrisce e vieta, ma che gli Amministratori Regionali e Provinciali alimentano con il beneplacito di TAR e Consiglio di Stato.

 La fecondazione extracorporea eterologa non è l’unica modalità “terapeutica?” possibile per realizzare il neoconiato “diritto alla famiglia”, cioè ad avere uno o più figli, di una coppia sterile : nelle linee guida del 1 luglio 2015 è espressamente scritto che “Alla coppia deve essere prospettata la possibilità di  ricorrere a procedure di adozione o di  affidamento  ai  sensi  della  legge  4 maggio 1983, n. 184, e  successive  modificazioni,  come  alternativa alla procreazione medicalmente assistita.”, per cui il TAR ed il Consiglio di Stato nel tentativo di riparare una presunta discriminazione ne hanno compiuta una più grossa non indicando tra le possibili “terapie” della sterilità coniugale assoluta anche l’adozione, considerato che l’adozione di un bambino già nato ed abbandonato soddisfa al diritto universale di ogni bambino ad avere una famiglia senza esporre a morte certa più dell’80% dei suoi fratelli embrioni prodotti e trasferiti in utero nella fecondazione extracorporea eterologa. I Giudici Amministrativi non si sono minimamente preoccupati dei costi sostenuti dalle Coppie  Adottanti e della gravissima discriminazione che patiscono nel vedere che Giudici Amministrativi Italiani si preoccupano di far sostenere alle Regioni spese ingenti (tra i 5 e 6 mila euro per ogni ciclo) per “terapie” poco efficaci (le coppie con figlio in braccio non hanno mai raggiunto il 20% di quelle che si sottopongono a fecondazione extracorporea) trascurando di ingiungere che anche le spese sostenute dalle Coppie Adottanti debbano essere a carico del SSN, delle Regioni a fronte del pagamento di un ticket.

 Nel già citato articolo resterebbe come nodo da sciogliere  l’età massima della donna fissata dalla Regione Lombardia a 43 anni. Questo limite non è arbitrario – come si vorrebbe far credere – , ma ha un suo fondamento dimostrato dai fatti avvenuti nel biennio 2013-2014 in Italia: in sei regioni italiane (Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Sicilia) sottoposte ad un nuovo sistema di sorveglianza della mortalità materna diretta entro 42 giorni dal parto/aborto è stata registrata la morte di 6 donne ( 3 con età superiore ai 42 anni e 5 con obesitàcondizioni che costituiscono controindicazioni al ricorso a tecniche di PMA in ambito pubblico nel Regno Unito) con una frequenza 7,67 volte maggiore  (51,98/100.000 nati vivi) rispetto alle altre 33 donne  con concepimento naturale decedute (6,78/100.000 nati vivi) nello stesso periodo (https://www.istat.it/it/files/2018/03/La-salute-riproduttiva-della-donna.pdf, pag. 123-124).

Viene criticato anche il limite di tre cicli concessi per l’eterologa, ma se teniamo in debita considerazione l’entità della spesa ed i risultati ottenuti la fecondazione extracorporea sia omologa che eterologa non dovrebbe proprio essere inserita nei LEA in una società come la nostra in cui diversi milioni di persone ammalate non possono curarsi e sottoporsi ad esami più utili e meno costosi per mancanza dei soldi necessari per procurarsi i farmaci o pagare le analisi per poterli fare in tempo utile per le cure!

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CONTINUA A CRESCERE IL NUMERO DEGLI ABORTI EUGENETICI CRESCONO A DISMISURA LE CERTIFICAZIONI  URGENTI ED IL NUMERO DEI DATI NON RILEVATI L’ABORTO VOLONTARIO SI CONFERMA MEZZO DI CONTROLLO DELLE NASCITE

COMUNICATO STAMPA N. 1 DEL 24 GENNAIO 2019

 

ABORTI VOLONTARI TARDIVI (Eugenetici)

    Il dato più rilevante della relazione ministeriale al Parlamento sull’applicazione della legge 194/1978 nell’anno 2017 è la costante crescita degli aborti volontari oltre i 90 giorni, che – nonostante la modesta riduzione del numero totale degli aborti (80.733 nel 2017 vs 84.926 nel 2016) – sono diventati 4.521 (5,6% di tutti gli aborti volontari, cioè 11,2 volte superiore allo 0,5% del 1981). E’ il dato più rilevante perché è un indicatore molto attendibile – perché non può essere sostituito e nascosto da altre metodiche – della crescente, strisciante e perniciosa “cultura dello scarto”, utilitaristica e di chiusura della vita, che sempre di più si diffonde tra la nostra gente!   Cifra anche nel 2017 sicuramente sottostimata perché in 2.544 casi (3,2%) l’epoca gestazionale non è stata rilevata: in Sardegna (22%), Puglia (12,8%), Liguria (8,8%) e Toscana (6,1%) la percentuale di dato non rilevato é nettamente superiore a quella nazionale (3,2%) e dovrebbe destare in tutti viva preoccupazione.

 

Nonostante le premesse metodologiche e le ripetute rassicurazioni sulla rilevazione dei dati, a proposito degli aborti oltre la 12^ settimana abbiamo tre dati differenti nella relazione: a pag. 3 il Ministro della Salute Grillo riferisce che sono 4.521, mentre nella tabella 19 e 20 abbiamo cifre inferiori, che ci inducono a pensare che manca la volontà di avere ed offrire i dati completi e certi dopo 40 anni di aborto volontario di stato.

CERTIFICATI DI URGENZA

Anche nel 2017 il numero di aborti volontari fatti in regime di urgenza è continuato a crescere raggiungendo la cifra di 14.746 (19,2%), toccando in alcune regioni percentuali notevolmente superiori come in Puglia (38.9%), in Piemonte (34.6%), nel Lazio (34.4%), in Abruzzo (24.6%), in Emilia Romagna (24.2%) e in Toscana (22.3%),  cui si devono aggiungere i 3.952 casi in cui nella tabella 18 leggiamo  dato non rilevato (4,9%), che in Puglia raggiunge il 38,7% (2.743) ed il 5,6% (764) in Lombardia.  Questo dato – come abbiamo già segnalato negli anni precedenti è anomalo ed inaccettabile e richiede una indagine accurata da parte del Ministero della Salute e delle altre Autorità competenti!  Perché – contrariamente a quanto affermato a pagina 36 della relazione per giustificare questo dato anomalo ed in crescita, cioè problemi di liste di attesa, di servizi disponibili per l’effettuazione dell’IVG o di necessità di ricorso all’urgenza per poter svolgere l’intervento con il Mifepristone e prostaglandine entro i tempi previsti nel nostro Paese (49 giorni di gestazione) – l’urgenza in ostetricia – come in tutte le branche della medicina – non può essere giustificata da problemi organizzativi o dalle modalità di esecuzione dell’aborto volontario violando quanto previsto, dall’art. 5 della legge 194/1978, che prevede una pausa di riflessione di 7 giorni dopo il rilascio del certificato, ma da problemi di oggettivo pericolo per la salute e/o la vita della donna.  Invocare come motivo d’urgenza il poter fare l’aborto farmacologico invece di quello chirurgico non è scientificamente giustificato perché la mortalità materna registrata in Italia  è nettamente superiore a quella dell’aborto chirurgico: calcolando la sola morte di Torino su 77.139 aborti farmacologici (RU486+Prostaglandine) fatti in Italia dal 2009 al 2017 si ha una mortalità di 1,30 /100.000 donne , superiore all’1,1/100.000 donne registrata in altri lavori e 13 volte superiore a quella registrata negli aborti chirurgici.  Certamente la proposta dell’aborto farmacologico non é finalizzata al bene della donna visti i maggiori rischi cui è esposta se non resta ricoverata fino alla completa espulsione dell’embrione e degli annessi ovulari e tenendo presente il maggior trauma psicologico  vissuto dalla donna e talora anche dai familiari perché l’espulsione del bambino può avvenire a casa in qualsiasi momento ed anche al cospetto di altri figli! Il Ministro – e non solo ! – indaghi e prenda i necessari ed improcrastinabili provvedimenti!

ABORTI VOLONTARI E COMPLICANZE

La tabella 27 riferisce 192 casi di emorragia, un numero nettamente inferiore a quello atteso (756) per i soli 14.267 aborti farmacologici (RU486+Prostaglandine) secondo quanto riferito dalla relazione dell’anno scorso (pag.43) dove si legge  che nel 5,3% degli aborti farmacologici c’è stata la necessità di ricorrere a revisione della cavità uterina ed anche inferiore al minimo di emorragie (285 = 2%) negli aborti farmacologici riportato nella letteratura mondiale.

Non è vergognoso nell’era informatica leggere  dato non rilevato nella tabella 27 in 2.525 casi con punte di 438 casi (24,1%) in Sardegna, di 1081 (12,5%) nel Lazio e di 746 (5,4%) in Lombardia?

La relazione annuale è una pura formalità o deve essere uno strumento per valutare scrupolosamente la situazione ed offrire ai Parlamentari ed agli Amministratori, ma prima di tutto ai Cittadini e soprattutto alle Donne un quadro veritiero sui reali rischi che si corrono scegliendo un tipo di aborto piuttosto che un altro?  Le donne continuerebbero a firmare con tanta facilità la cartella ed andare a casa subito dopo aver assunto la prima pillola (RU486) piuttosto che rimanere ricoverata fino alla completa espulsione del bambino e degli annessi ovulari se fosse loro detto che il rischio di morte è 10 volte maggiore in questi casi e che comunque almeno il 6% di loro dovrà essere sottoposto a raschiamento della cavità uterina entro 10 giorni per emorragia?

A pag. 44 della relazione dell’anno precedente si legge che dal 2015 il modello D12/ISTAT permette di registrare più di una complicanza per ciascuna IVG e di raccogliere il dato sul mancato/incompleto aborto perché la tabella 27 di quest’anno è più carente di dati di quella degli anni precedenti?

L’ABORTO VOLONTARIO NON DIMINUISCE, SI NASCONDE !

Leggendo attentamente la relazione ci accorgiamo che la diminuzione di 4.193 aborti registrata nell’anno 2017 è solo apparente: a pag. 12 – 13 possiamo verificare che nello stesso periodo sono state vendute 155.960 confezioni di ellaOne e Norlevo in più rispetto al 2016, che con tasso di concepimento del 20% corrisponderebbero a 31.192 aborti precoci.

A pag. 15 leggiamo che l’Istituto Superiore della Sanità stima per la prima volta che tra le donne straniere ci siano tra i 3.000 ed i 5.000 aborti clandestini, che vanno a sommarsi ai 12.000-15.000 stimati tra le donne italiane: quanti farmaci con potenzialità abortive venduti senza obbligo di ricetta e quanti con obbligo di ricetta venduti senza ricetta anche on line e senza adeguati controlli!

Purtroppo l’aborto volontario – come più volte ripetuto e come si può vedere nella tabella sotto riportata – è usato come mezzo di controllo delle nascite ed assieme agli altri mezzi consigliati dai fautori  del controllo mondiale della popolazione – che vorrebbero dispensati gratuitamente dal Servizio Sanitario Nazionale – ogni anno in Italia producono la morte di più di un milione di bambini concepiti.

 

 

Leggendo i numeri riportati nella riga N. Donne per gruppi di età cominciando dal gruppo 40-44 anni possiamo farci un’idea del disastro demografico prodotto in Italia dall’aborto volontario, dalla cultura di morte (anti life mentality) e dalla mancanza di adeguate politiche a sostegno della famiglia e di una generosa apertura alla vita.

Non è mai troppo tardi per intervenire prima che la piramide rovesciata cada!

PER SCARICARE IL COMUNICATO CLICCA QUIComunicato Stampa AIGOC n. 1 del 24 gennaio 2019

 

 

 

 

 

 

                        “La contraccezione accentua i problemi della denatalità,  delle malattie sessualmente trasmesse, dell’aumento della sterilità e dell’aborto volontario nelle adolescenti”

COMUNICATO STAMPA n. 6 del 6 novembre 2018

 

​La contraccezione gratis è l’ennesimo modo di proporre con slogan privi di ogni fondamento scientifico e sociologico un argomento di vitale importanza per la nostra società italiana ed in particolare per i nostri giovani, la procreazione responsabile, che non può essere ridotta – come avviene, purtroppo, da molti decenni ! – ad aborto volontario, contraccezione, sterilizzazione e fecondazione extracorporea.

Alla locuzione latina panem et circenses i fautori della contraccezione gratuita ed i politici che li ascoltano senza valutare attentamente tutti gli aspetti di queste campagne apparentemente filantropiche hanno sostituito lo slogan sesso sicuro con chi vuoi, quando vuoi e senza conseguenze.

 Quando la gratuità non si sposa con la verità della informazione e con l’evidenza scientifica nazionale e internazionale, è priva di credibilità umana e sociale.

I dati degli ultimi 30 anni dimostrano chiaramente che le 4 emergenze della sessualità/procreazione (denatalità, diffusione delle malattie sessualmente trasmesse, aumento degli aborti volontari nella popolazione adolescenziale e aumento del ricorso alla fecondazione artificiale) sono indissolubilmente legati all’uso della contraccezione. Inoltre, con una manipolazione semantica (e quindi priva di ogni valore scientifico e di credibilità) si é prima modificato il significato del termine concepimento per poter poi coniare il termine contraccezione d’emergenza da sostituire a quello di pillole intercettive o contragestative, che evidenzia anche alle utenti la vera azione abortiva precocissima di queste sostanze.

Inoltre, in una società in cui si parla tanto di coscienza ecologica, questa operazione pseudo-culturale avviene senza alcuna preoccupazione della impregnazione ormonale che le pillole abortive comportano con l’impatto verso la maturazione psicosessuale delle adolescenti e sulla salute di tutte le donne che le usano. Chi si cura di informarle dei rischi?

Infine, proporre una strategia antinatalista in un Paese con il più basso indice di natalità ed il più basso trend di crescita in Europa (fatto 100 il numero indice di base della popolazione europea del 2015, nel 2028 la Svezia, miglior paese del Vecchio continente, salirà a 125, la Gran Bretagna e la Germania a 109, la media dell’Ue scenderà a 99, seguita da Francia e Polonia al 98, dalla Spagna al 93 e dall’Italia, all’ultimo posto, con un indice di 85 punti) è un’operazione assolutamente senza una visione del futuro procreativo della nazione e tutto questo avviene senza informare in maniera scientificamente corretta o manipolando i dati scientifici con danni psico-sociali attuali e futuri delle donne, delle coppie, delle famiglie. Ben altri sono i provvedimenti da prendere per evitare il suicidio demografico della nostra Italia e ben altro il cammino da proporre per aiutare tutti i cittadini e le nuove generazioni in particolare a comprendere il significato vero di procreazione responsabile ed a farlo proprio.

La salute delle donne, delle coppie, delle famiglie è un bene prezioso da salvaguardare così come la capacità di procreare ma espropriare le donne della verità di informazione, è rubare il loro corpo, il loro futuro e soprattutto la loro dignità. Rubare beni materiali è grave ma rubare l’anima e la dignità è un delitto contro l’umanità,  contro tutta l’umanità!

PER SCARICARE IL COMUNICATO UFFICIALE CLICCA QUI Comunicato Stampa n.6 del 6 novembre 2018

“La verità è come il cauterio del chirurgo: brucia, ma risana”

COMUNICATO A.I.G.O.C. N. 5 del 12 ottobre 2018

 

Si è proprio vero quanto afferma Riccardo Bacchelli e lo dimostra quanto ha dichiarato Andrea Filippi su LEFT il 10 ottobre in merito all’intervento di Papa Francesco sull’aborto volontario.

Se anche il dottor Filippi come i più anziani tra noi ha ricevuto – come era in uso fare finché la medicina ed i medici erano al servizio della vita di ogni essere umano– al momento della proclamazione della laurea in medicina e chirurgia la pergamena con il Giuramento di Ippocrate, sa benissimo che l’aborto è stato ancor prima del Cristianesimo ritenuto una pratica non degna della professione medica, che è sempre votata alla salvaguardia ed alla cura di ogni vita umana.

Ebbene il rispetto della vita umana ed il rifiuto dell’aborto volontario non sono un fatto che riguarda solo i Cristiani, ma tutti gli uomini, un segno di vera civiltà!

Papa Francesco, come Vescovo di Roma e Pastore Universale della Chiesa Cattolica  da alcune settimane sta parlando a tutti i Cattolici del mondo ed a tutti gli uomini di buona volontà nelle udienze generali del mercoledì delle Dieci Parole o Dieci Comandamenti  ed il termine da Lui usato nel trattare il “V Comandamento: Non uccidere” riferendosi all’aborto volontario è meno duro di quello che più propriamente avrebbe potuto usare e che tutti usiamo utilizzare quando parliamo di “pena di morte”.

Quando viene soppressa la vita umana più debole, più indifesa e più innocente nel luogo più sicuro fino a qualche decennio fa, l’utero materno, primordiale luogo della vera solidarietà umana, ad opera di un dipendente del S.S.N. il termine usato dal Santo Padre non è affatto improprio e fuori luogo!

A tal proposito tocca ricordare che Papa Francesco di recente ha fatto modificare il Catechismo della Chiesa Cattolica riguardo alla “pena di morte” definendola contraria al Vangelo, per cui se in nessun caso ritiene che si debba ricorrere alla soppressione della vita di un assassino, a maggior ragione deve alzare la voce e chiamare per nome l’uccisione della vita umana più debole, indifesa ed innocente.

Nessuna offesa personale, ma una chiara definizione della realtà dei fatti!

Il riferimento all’eugenismo di hitleriana memoria rientra nel coraggio di chiamare per nome gli atti che vengono compiuti smascherando ogni tentativo di camuffamento linguistico: se eliminare le persone ritenuti inutili è un crimine contro l’umanità quando ad ordinarlo é Hitler, la realtà non cambia quando a proporlo e ad eseguirlo è un medico con il beneplacito della madre o di entrambi i genitori.

Attribuire a Papa Francesco una serie di pronunciamenti non in nome della verità sulla persona umana ma sulla base di strategie politiche, è un modo superficiale di argomentare da chi a tavolino, non ha argomentazioni scientifiche, antropologiche, giuridiche e sociali.

L’affermazione “la scienza, con le sue evidenze scientifiche, il nostro unico punto di riferimento” è quanto di più falso e manipolatorio si potesse dire, perché è proprio la scienza a dimostrare senza ombra di dubbi che “la vita umana inizia nel momento in cui lo spermatozoo penetra nella cellula uovo (fecondazione), per cui ogni atto compiuto dopo non può che essere considerato morte procurata di un essere umano debole, indifeso ed innocente.

Il supposto problema dei medici obiettori che ostacolano l’applicazione della legge 194 la CGIL sa bene che non esiste perché è stato ampiamente dimostrato il contrario e nell’ultima relazione ministeriale si può leggere che in media ogni ginecologo non obiettore nel 2016 ha fatto 1,6 aborti volontari a settimana.

Infine, la salute psicofisica delle donne si salvaguarda aiutandole ad evitare il dramma dell’aborto e prendendosene cura dopo l’aborto non limitandosi ad offrire contraccettivi abortivi, ma ricercando e trattando i sintomi della sindrome post abortiva.

PER SCARICARE IL COMUNICATO UFFICIALE CLICCA QUI Comunicato Stampa n.5 del 12 ottobre 2018

ETEROLOGA 2016: IL FAR WEST PROCREATICO È SULLE SPALLE DEI CONTRIBUENTI

COMUNICATO A.I.G.O.C.  N. 4 DEL 1 Agosto 2018

 

         Nel precedente comunicato stampa ci siamo limitati a segnalare la carenza ed incompletezza dei dati relativi alle fecondazioni extracorporee (tecniche di II-III livello) con donazioni di gameti, in questo comunicato li analizzeremo nel dettaglio.
         Il numero delle coppie trattate erano 4.933 per un totale di 5.533 cicli in 83 centri prevalentemente privati (67), la maggior parte dei quali (49 centri) si trovano in Emilia e Romagna, Toscana, Lazio e Sicilia.
         L’età media delle donne riceventi varia notevolmente: 35,2 anni per le donazioni di seme, 40,6 anni per le donazioni di ovociti a fresco, 41,4 anni per le donazioni di ovociti crioconservati, 40,6 anni per le donazioni di embrioni crioconservati dopo una donazione (n.b.: utilizziamo la terminologia usata nella relazione ministeriale, anche se ci sono moltissimi dubbi che possa trattarsi di vere donazioni!).

 

La tabella a fianco riportata dimostra chiaramente, che più che di sterilità patologica nella maggior parte dei casi di utilizzo di ovociti e/o di embrioni si tratta di fisiologica ridotta fertilità legata all’età delle richiedenti: il 79,7% dei trasferimenti eseguiti con donazione di ovociti crioconservati ed il 70,8% di quelli con embrioni crioconservati è    utilizzato nelle donne di età  ≧ 40 anni.

 

              La carenza e l’incompletezza dei dati relativi alla fecondazione extracorporea eterologa appare chiaramente voluta, perché non troviamo un motivo che spieghi il fatto che non siano stati almeno usati gli stessi criteri – anche se più volte da noi criticati – usati da più di un decennio per l’omologa.
              Manca una figura simile alla fig. 3.4.3 di pag. 111 ed una tabella simile alla tab. 3.4.13 di pag. 112, che ci permette di conoscere quanti ovociti nei 5.533 cicli sono stati prelevati nelle coppie con donazione di seme e nelle donne che hanno fatto una donazione a fresco, scongelati provenienti dallo stesso centro od importati, quanti ovociti hanno utilizzato i centri esteri che hanno esportato in Italia embrioni utilizzando il seme inviato dai centri italiani.
Nessuna informazione ci è dato conoscere su eventuali congelamenti di ovociti prelevati a fresco o su embrioni prodotti come ad es. la tab.3.4.17 pag. 114 o la tab. 3.4.26 di pag. 123.
               Nella relazione non vi è alcun cenno sul numero degli embrioni prodotti e crioconservati regione per regione né sugli embrioni ed ovociti importati in notevole eccesso rispetto alle coppie da trattare.
               Appare molto semplicistica la procedura per le importazioni e le esportazioni di gameti e di embrioni considerato che 410 comunicazioni hanno permesso l’importazione di 3.040 criocontenitori di liquido seminale, 378 l’importazione di 6.239 criocontenitori di ovociti (provenienti per il 96,8% dalla Spagna!) e 116 per importare 2.865 criocontenitori di embrioni.
               Suscita molte perplessità il fatto che si parli di importazione di embrioni crioconservati prodotti all’estero dopo donazione prevalentemente di ovociti: come mai non sono stati importati i soli ovociti? Forse perché fecondandoli all’estero il rimborso spese per il centro poteva essere maggiore? E’ previsto per questi embrioni e per quelli dello stesso centro un test di paternità in caso di donazione di ovociti e di maternità in caso di donazione di liquido seminale?
              Più volte nella relazione (pag. 147-149, 151-153), si ripete che in 146 di questi cicli c’è stata una doppia donazione, cioè sia il liquido seminale (in tutti i cicli crioconservato) sia gli ovociti (in 145 cicli crioconservati ed in uno a fresco) non appartenevano alla coppia richiedente ed a pag. 152 si apprende che sono nati 39 bambini dai 31 parti delle donne che hanno portato in grembo uno o più figli geneticamente estranei alla coppia.
              Questi 146 cicli – e non solo questi! – sono i frutti acerbi degli interventi della Magistratura: come la sentenza della Corte Costituzionale n. 151/2009 ha dato il via libera alla massiccia e crescente crioconservazione degli embrioni, così la sentenza n. 162/2014 ha consentito di riferire dei 146 casi sopracitati e l’importazione di embrioni crioconservati presumibilmente in gran parte il risultato di fecondazioni eterologhe avvenute all’estero con seme esportato dall’Italia (pag. 14).
              Tutto questo è avvenuto ed avviene con la compiacenza del Governo e del Parlamento a guida PD allora esistente e di quelli attuali se non intervengono al più presto a livello legislativo per contenere al massimo i due fenomeni sopradescritti.

 

 

                La tab. 7 presenta in modo sintetico quello che molto verosimilmente è avvenuto nel 2016 ricostruito tenendo conto dei pochi dati offerti dalla relazione ministeriale di quest’anno e le informazioni fornite nella relazione dell’anno precedente riguardo al numero di ovociti (6-7: cfr. pag. 9 e 215 relazione 2017) e di embrioni (1-2: cfr. pag. 9 e 217 relazione 2017) presenti in ogni criocontenitore.
                Oltre l’eccessiva importazione di gameti ed embrioni crioconservati – di gran lunga superiore al fabbisogno annuo! -, che tenendo conto di quelli esportati, nel 2016 ha fatto si che nei crioconservatori dei centri si siano aggiunti almeno 3.512 criocontenitori di ovociti (22.828 ovociti) e 1.365 criocontenitori di embrioni (1.964 embrioni) segnaliamo il notevole aumento degli embrioni prodotti e crioconservati (9.799), superiore al numero degli embrioni trasferiti in utero (8.958), significativamente superiore in % (52,24) a quello del 2015 (39,54%).
La % delle coppie con uno o più figli in braccio è inferiore (23,23%) rispetto a quella del 2015 (25,54%).
                Dopo 14 anni di applicazione della legge 40/2004 abbiamo tutti gli elementi necessari per comprendere che le tecniche di fecondazione extracorporea – sia omologhe che eterologhe – non sono terapia della sterilità o della infertilità di coppia e come tali non possono essere incluse nei LEA.
                La loro efficacia (coppie con figlio/i in braccio) non ha mai superato il 16,54%.
                Le citate sentenze della Corte Costituzionale hanno permesso – in assenza di un intervento del Parlamento – di surgelare un numero spropositato di embrioni (35,3% nel 2016 vs 31% nel 2015 nelle tecniche di II e III livello omologhe) con punte ancora superiori in alcune Regioni (Calabria 58,9%, Lazio 57%, P.A. Bolzano 51,7%, Umbria 45,7%) e del 52,24% nelle fecondazioni extracorporee eterologhe.
                Le tecniche di II e III livello con donazioni di gameti, tutte vietate prima nel testo della legge 40 approvato dal Parlamento, dopo la sentenza della Corte Costituzionale sono senza regole, per cui leggiamo nella relazione dei 146 cicli nel 2016 con doppia donazione di liquido seminale e di ovociti e di importazioni di embrioni alcuni dei quali potrebbero avere la stessa origine dei 146 cicli registrati come tali!
                In che modo viene garantito il divieto di acquisto e di baratto dei gameti e degli embrioni sia in Italia che all’estero?
                Gli embrioni sono esseri umani nelle primissime fasi del loro sviluppo (Nature Genetics 49, 941-945, 2017) e non possono e non debbono mai essere trattati come oggetti!
               Ci auguriamo che al più presto il Parlamento intervenga per meglio regolamentare il ricorso a queste tecniche tenendo presente più il rispetto della dignità e della vita degli embrioni – dal 2010 la fecondazione extracorporea è la prima causa di morte certificata degli embrioni – che gli interessi dei centri di PMA, delle ditte farmaceutiche, degli altri enti e dei professionisti interessati al proliferare di queste tecniche.
               Non si può soddisfare un pur legittimo desiderio di un figlio al prezzo altissimo della morte di un numero nettamente superiore di esseri umani deboli, indifesi, innocenti.

 

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