Comunicato Stampa n. 3 del 4 luglio 2022

Abstract:

Da molti anni abbiamo il dubbio che i dati forniti dalle Relazioni del Ministro della Salute al Parlamento sull’applicazione della legge 194/1978 siano molto inferiori a quelli reali, in particolare quelli riportati nelle tabelle sintetiche in calce alla relazione. L’anno scorso abbiamo avuto uno scambio via mail con la Responsabile del Processo Indagine sulle IVG dell’Istat e con i Referenti di Epicentro su questo argomento, ma al di là degli inviti reiterati in questa ultima relazione a svolgere meglio la raccolta dei dati non abbiamo potuto notare significativi miglioramenti nel servizio.

La tabella riportata a pagina 55 della relazione ci ha offerto lo spunto per iniziare la riflessione di quest’anno: i dati da essa riportati da noi esplicitati con i numeri accanto alle percentuali fornite, che meglio rendono l’idea della situazione confermano quanto da noi affermato nel nostro Comunicato Stampa n. 5 del 27 agosto del 2020, cioè che le ivg farmacologiche comportano un maggior numero di complicazioni (989 / 23.008 ivg) rispetto a quelle chirurgiche (260 / 43.405).

In Umbria abbiamo avuto la possibilità di confrontare i dati forniti dalla Relazione Ministeriale – in particolare delle Tabelle 26 e 27 – con i dati ottenuti dalle SDO (Schede di Dimissione Ospedaliera): chi avrà la pazienza di leggere tutto il comunicato potrà prendere atto che la realtà è molto più drammatica di quello che la tabella di pagina 55 ci presenta.

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Comunicato

I dati riportati in questa tabella di pagina 55 dell’ultima Relazione del Ministro della Salute al Parlamento sull’applicazione della legge 194/1978 nell’anno 2020, da noi modificata aggiungendo la consistenza numerica alle percentuali confermano quanto da noi affermato nel Comunicato Stampa n. 5 del 27 agosto 2020, cioè che le ivg farmacologiche sono gravate da un maggior numero di complicanze, che nel 2021 potrebbero essere più numerose essendo le nuove norme sull’aborto farmacologico usate non in tutte le Regioni e negli ultimi tre mesi e mezzo dell’anno 2020.

Chi si limita ad una lettura frettolosa della relazione e si ferma a dare maggiore attenzione alle 32 Tabelle riassuntive contenute nella Relazione si potrebbe fare un’idea completamente diversa della situazione.

            Sopra è riportata la Tabella 27 “IVG e complicanze, 2020”: secondo questa tabella le complicazioni totali registrate sarebbero 490, cioè il 7,4 x 1.000. Nella parte inferiore abbiamo riportato i dati trovati sul sito ISTAT relativi all’Italia per l’anno 2020: non c’è un numero che coincida pur essendo unica la fonte. Sul sito dell’ISTAT troviamo 720 mancato/incompleto aborto, assenti completamente nella Tabella 27, nella quale ci sono Regioni come la Liguria e l’Umbria in cui sembrerebbe che le complicazioni non siano state rilevate rispettivamente nel 19,5% (Liguria) e 15,5% (Umbria) dei casi.

Nella relazione leggiamo più volte “si sottolinea ancora una volta l’importanza da parte dei professionisti che operano nelle strutture di riportare e registrare tutte le informazioni richieste dalla legge 194/1978 sul questionario, …”, ma a quanto pare quando vengono fatte le tabelle è un altro il criterio che viene adottato!

La tabella 1 conferma quanto prima affermato, cioè che il maggior numero di giornate di degenza è legato alle ivg farmacologiche.

Ma è possibile fare altre più approfondite analisi partendo proprio dai dati riportati in queste tabelle: nella tabella 27 per l’Umbria sono riportate 3 casi di emorragia, 6 casi di altro e 128 casi di dato non rilevato. Nel sito ISTAT possiamo leggere: 3 casi di emorragia, 2 casi di Incompleto/mancato aborto, 6 casi di altro e 128 casi di dato non rilevato.

I dati umbri riportati nella Tabella 27 sono meno completi dei dati offerti a pagina 3 del Questionario annuale ISS (Istituto Superiore Sanità) sull’andamento delle IVG nell’anno 2020 inviato alla Regione Umbria.

Entrambi sono molto lontani dalla situazione reale, che appare in modo chiaro ed inequivocabile andando a consultare le SDO (schede dimissione ospedaliera) delle donne che si sono sottoposte ad IVG nell’anno in oggetto, che di seguito riportiamo:

Partiamo dalla colonna Nessuna complicazione: andando a verificare il numero delle donne ricoverate per IVG farmacologica (Codice diagnosi 635* (qualsiasi posizione) e codice procedura 9924 (qualsiasi posizione) troviamo 67 ricoveri ordinari e 132 in DH/DS per un totale di 199 ricoveri con 469 giornate di degenza. Nella colonna Aborto incompleto o mancato abbiamo 62 ricoveri in DH/DS con diagnosi 63590 (IVG senza complicazione riferita, non specificato se completo od incompleto), che hanno comportato una degenza di 151 giornate e 49 ricoveri (2 ordinari e 47 in DH/DS) con diagnosi 63591 (IVG senza complicazione riferita, incompleto) per un totale di 146 giornate di degenza. Nella colonna SHOCK abbiamo un ricovero in DH/DS con diagnosi 63550 con 2 giornate di degenza. Sommando abbiamo 311 ricoveri per un totale di 766 giornate di degenza per le sole IVG farmacologiche, molto più numerose di quelle riportate nella tabella 27 (9 ricoveri + 128 dati non rilevati) per tutte le IVG – chirurgiche + farmacologiche – effettuate nell’anno 2020!

Non conteggiando i 199 casi classificati “nessuna complicazione”, ma che hanno richiesto 199 ricoveri e determinato 469 giornate di degenza, i soli ricoveri per mancato/incompleto aborto (111) e per shock (1) rappresentano il 33,6% delle complicazioni registrate in Umbria nelle donne sottoposte ad IVG farmacologica, nettamente superiore alla % nazionale (2,9%) riportata nella tabella dell’ISTAT di pagina 55 della relazione ministeriale!

La tabella 4 ci fa vedere che nei 486 casi di IVG chirurgiche senza complicazione riferita e con aborto completo (codice 63592) ci sono stati 6 ricoveri ordinari con 9 giornate di degenza e 480 ricoveri in DH/DS con 481 giornate di degenza; 29 casi di IVG senza complicazione riferita, non specificato se completo o incompleto con un ricovero ordinario (codice 63590) con 23 giornate di degenza e 28 ricoveri in DH/DS con 29 giornate di degenza; 1 caso di IVG chirurgica completa con insufficienza renale (codice 63532) con 1 giornata di ricovero in DH/DS; 3 casi di IVG incompleta (63591) con 2 ricoveri ordinari e 4 giornate di degenza ed 1 ricovero in DH/DS con 1 giornata di degenza.

Conteggiando anche per le IVG chirurgiche solo i mancati/incompleti aborti (33) registriamo in Umbria un’incidenza del 6,07%, nettamente inferiore a quella registrata nelle ivg farmacologiche (33,6%).

            Ci stupisce come nella tabella 27 nella riga dell’Umbria non sia registrato alcun caso di mancato/incompleto aborto!

Nella tabella 26 leggiamo che in Umbria nel 2020 ci sono stati 688 ricoveri con <1 giornata di degenza, solo 9 ricoveri con degenza di 2 – 3 giorni per un totale di 60 giornate di degenza e 88 casi in cui il dato non è stato rilevato; dalle SDO delle donne che si sono sottoposte ad IVG in Umbria nel 2020 risulta, come si può vedere nella tabella sotto riportata, che ci sono stati 832 ricoveri con almeno 1 giornata di degenza per un totale di 1.949 giornate di degenza.

Sorge spontanea una domanda: chi ha compilato queste tabelle dove ha preso i dati e quale controllo è stato fatto per verificarne la correttezza?

Se in una Regione piccola come l’Umbria di 263 ricoveri con degenza di durata ≥ 2 giorni (pari 806 giornate di degenza) vengono riportati solo 9 casi di 2-3 giornate di degenza (per un totale largo di 27 giornate di degenza) – cioè lo 0,034% dei dati reali – e 88 dato non rilevato (N.R.) come ci si può fidare degli estensori di queste tabelle e delle autorità che li avallano pubblicandoli nella Relazione annuale al Parlamento del Ministro della Salute sull’applicazione della legge 194/1978 ?

Nel totale silenzio dei mass media il 12 gennaio 2022 sul sito del Ministero della Salute è stata pubblicata la Relazione del Ministro della Salute al Parlamento sull’applicazione della legge 40/2004 con 27 pagine in più di quella precedente, ma con molti meno dati importanti ai fini della conoscenza dei reali effetti e dei risultati di queste tecniche di riproduzione umana mortifere.

La sentenza della Corte Costituzionale del 13 maggio 2009, che ha abolito il limite della produzione al massimo di tre embrioni da trasferire simultaneamente in utero ha creato un vulnus nella legge 40, che permette un uso incontrollato ed indiscriminato di produzione, crioconservazione e dispersione di embrioni umani, che i Parlamentari Italiani dopo quasi tredici anni continuano ad ignorare e sottovalutare.

Nella Tabella 1 sono riassunti i dati raccolti in diverse pagine della relazione ministeriale, che ci permettono di ricostruire quanto è avvenuto nel 2019 nei cicli di fecondazione extracorporea omologa.

Sono stati prelevati 338.805 ovociti (7,4 ovociti/prelievo), ne sono stati inseminati il 76,3%, e fecondati a fresco 168.611. Solo 47.270 di questi 168.611 ovociti fecondati (embrioni) sono stati trasferiti in utero! Aggiungendo a questi embrioni quelli prodotti con scongelamento e fecondazione di ovociti della stessa coppia e quelli crioconservati scongelati della stessa coppia sono stati trasferiti in utero 75.405 embrioni.

Prima di continuare l’analisi di questi dati non possiamo non porci una domanda:

perché bombardare con dosi eccessive di ormoni queste donne per prelevare in media 7,4 ovociti quando nel 91,5% dei casi sono stati trasferiti al massimo 1-2 embrioni e nel 7,8% al massimo 3 embrioni?

Il risultato di questo sconsiderato modo di operare è che nel 2019 si sono registrati 21.593 cicli annullati (42,9% del totale dei cicli iniziati a fresco) con un incremento del 2,8% rispetto al 2018. DI questi l’8,4% è stato annullato prima del prelievo ovocitario (cicli sospesi), mentre il 34,5% (+3,6% rispetto al 2018) è stato interrotto prima del trasferimento, nel 23,9% dei casi per rischio OHSS.

         Gli estensori della relazione – anche quest’anno! – ci hanno concesso la possibilità di avere i dati per poter ricostruire in gran parte i risultati offerti dalla PMA omologa a fresco, dopo scongelamento di ovociti e di embrioni.

Nelle coppie trattate a fresco già a partire dall’età di 35-39 anni la % di coppie con figlio in braccio scende al 14,45%, per abbassarsi al 6,50% all’età di 40-42 anni e quasi scomparire (1,68%) sopra i 43 anni. Nei cicli trattati con scongelamento di ovociti la % di coppie con figli in braccio/cicli di scongelamento di ovociti è più bassa anche nelle donne di età inferiore a 34 anni (14,97%), nelle donne di età 35-39 anni (9,91%), nelle donne di età 40-42 anni (6,28%), mentre è lievemente superiore nelle donne ≥ 43 anni (3,16%).

Nelle donne trattate con scongelamento di embrioni in tutte le fasce d’età la % di figli in braccio/cicli di scongelamento embrioni è nettamente superiore: 23,38% nelle donne con età inferiore a 34 anni, 21,42% nelle donne di 35-39 anni, 13,72% nelle donne di 40-42 anni e 6,48% nelle donne ≥ 43 anni.

I nati vivi da tutte le tecniche di fecondazione extracorporea omologhe sono solo 10.607, 47.250 sono gli embrioni ufficialmente crioconservati, mentre gli embrioni sacrificati sono 64.798 dopo trasferimento in utero (85,93% embrioni trasferiti) ed in totale diventano 137.890 (embrioni prodotti + scongelati – embrioni crioconservati + nati vivi).

Per la fecondazione extracorporea eterologa la relazione di quest’anno offre molto meno dati di quelle già carenti degli anni precedenti: non sono più presenti i dati relativi ai singoli gruppi di età delle donne per ogni tipo di donazione (seme, ovociti, embrioni), sappiamo che sono state trattate 7.674 coppie (1.397 con seme donato, 5.815 con ovociti donati e 462 coppie con donazione di embrioni). Sono nati 2.190 bambini da 2.042 parti non sono espressamente indicati quanti embrioni vengono crioconservati per cui quelli da noi indicati (14.827) sono solo i dati desumibili dalla tabella G1 pagina 273 relativa all’import/export, mentre di 20.939 embrioni non si ha alcuna notizia (vedi tabella 7).

Come si può osservare nell’allegata tabella 9 col passare degli anni aumenta il numero (1.713.304) degli embrioni sacrificati sopra l’altare della fecondazione extracorporea, il numero (160.895) degli embrioni crioconservati molti dei quali senza speranza di essere per lo meno trasferiti nell’utero della propria mamma o di qualche altra donna, dal momento che ogni anno dai dati offertici (vedi tabella 58 modificata) si nota l’incremento significativo del numero degli embrioni crioconservati rispetto agli embrioni scongelati.

Anche le indagini genetiche pre-impianto nel 2019 sono aumentate (+ 1.268), mentre è diminuita la % coppie con figlio in braccio (20,07%). 

Per quanto riguarda le informazioni in toto fornite dalla relazione sono molto scarse e striminzite e non offrono alcun dato come quelli contenuti nella tabella 3.4.17 pag.120 della relazione del 2018, in cui era possibile vedere il numero dei prelievi effettuati, il numero dei cicli con congelamento di ovociti e quelli con congelamento di embrioni e la % di questi ultimi sui prelievi effettuati. Mancano i dati contenuti nella tabella 3.4.23 di pag. 125, che forniva notizie sul numero dei trasferimenti effettuati Regione per Regione e sulla loro % con FIVET, ICSI, FER e FO. Non troviamo nell’ultima relazione una tabella come quella 3.4.27 di pag. 128 con la distribuzione regionale del numero di embrioni trasferibili, della media degli embrioni trasferibili per ogni prelievo effettuato, della deviazione standard e dell’intervallo!

Evidentemente il Ministro della Salute non sa o ha dimenticato che la legge 40/2004 – come la legge 194/1978 – prevede che il Ministro riferisca ogni anno al Parlamento sull’applicazione della legge in oggetto per offrire ai Parlamentari tutte le informazioni necessarie per comprendere se sia opportuno intervenire per modificare la legge, per renderla più rispettosa della dignità e della vita di tutti i soggetti interessati.

Il fatto che nel 2019 nelle fecondazioni extracorporee omologhe il 91,5% dei trasferimenti è stato fatto con 1-2 embrioni ed il 7,8% con 3 embrioni per un totale del 99,3% dimostra chiaramente che quanto il Parlamento aveva stabilito nell’articolo 14 della legge 40/2004 come numero massimo di embrioni da produrre (tre), abolito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n.151/2009, era ed è scientificamente confermato e da ristabilire al più presto come pure l’obbligo per la coppia di trasferire – anche in momenti diversi – tutti gli embrioni che accetta di far produrre dal Centro cui si rivolge.

Si eviterebbe di vedere aumentare anno dopo anno il numero degli embrioni umani sospesi nell’azoto liquido o di cui non si conosce il destino … !

La dimostrata e confermata scarsa efficacia delle tecniche di fecondazione extracorporea omologa nelle classi di età uguali o superiori ai 42 anni richiede l’esclusione dai LEA (livelli essenziali di assistenza) almeno di queste fasce di età come pure delle donne con IMC (indice di massa corporea) uguale o superiore a 30 e/o con età uguale o superiore ai 42 anni, che hanno un rischio aumentato di morte (cfr. ns. comunicato anno 2021).

Le scarse risorse disponibili richiedono il loro utilizzo oculato: se vengono utilizzate per trattamenti scarsamente efficaci, perché le coppie che cercano di adottare bambini abbandonati dai loro genitori in Paesi poveri non sono aiutati per legge (un rimborso spese pari almeno al costo di tre cicli di PMA eterologa) allo stesso modo delle coppie che ricorrono alla PMA?

È una domanda ed una accorata richiesta che facciamo ai Parlamentari Italiani chiedendo il loro sollecito intervento.

Tabelle allegate: 7, 9, 58.

 

 

 

 

Il Consiglio di Stato ha confermato quanto dichiarato dal TAR del Lazio nel maggio 2021 sulla liceità dell’acquisto della “pillola dei 5 giorni dopo” senza prescrizione medica per le ragazze di età inferiore ai diciotto anni.

Le argomentazioni con le quali è stato respinto il ricorso cavalcano gli stessi equivoci “semantici” sui meccanismi di azione dell’Ulipristal acetato (UPA) principio attivo della pillola dei 5 giorni dopo “ellaOne”, cui la letteratura scientifica, ha già ampiamente risposto. L’Ulipristal Acetato ha un’azione antiprogestinica, molto simile al MIfepristone ovvero la pillola RU486, utilizzata per l’aborto volontario farmacologico. Come gli autori Brache et al. 2010 e Stratton et al. 2010 hanno descritto, l’UPA ha un effetto esclusivo inibitorio sull’ovulazione soltanto nella fase iniziale del ciclo ovarico, prima dell’aumento dell’ormone LH che prepara l’ovulazione.  Questo effetto anti-ovulatorio, a partire dall’inizio dell’aumento dell’ormone LH nel sangue della donna – indicato nel grafico con il cerchietto 3 – tende a decrescere fino al picco dell’ormone LH. Dopo       prevale come unico effetto quello di inibire l’annidamento median-te la saturazione dei recettori endometriali per il progesterone da parte dell’UPA (vedi figura), che rende ipo-trofico l’endometrio, per cui – qualora non venisse inibita l’ovula-zione –  l’embrione non riuscirebbe comunque ad annidarsi nella parete uterina. Si tratta di un effetto abortivo molto precoce. Tale problematica di carattere bioetico posta dalla Scienza viene taciuta con un artifizio semantico dal momento che l’American College of Obstetricians and Gynegologist (ACOG) con la pubblicazione del Terminology Bulletin del 1965, ha arbitrariamente cambiato il significato del termine “concepimento”. Con questa parola non bisognava oramai intendere la fecondazione – cioè, la fusione di ovulo e spermatozoo -, bensì da allora l’annidamento dell’embrione nell’endometrio.  Così risulta “non umano” il nuovo e irripetibile “individuo concepito” che è invece perfettamente autonomo e che non utilizza i nutrienti materni per svilupparsi e “viaggiare” dalla tuba alla cavità endometriale per l’impianto . Solo accettando una definizione così strumentale per i giudici si può e anzi si “deve” ancora parlare di “contraccezione d’emergenza”. L’AIFA ha scelto questa interpretazione strumentale dell’inizio della vita pur essendo a conoscenza dei molti ed autorevolissimi studi che hanno confermato con metodo scientifico che la vita umana inizia nel momento del concepimento (R.J. Scothorne, Early Development, 1976; R.G. Edwards, Conception in the Human Female, Accademic Press 1980, pag. 610 fig. 8.14d; R.G. EDWARDS – P.G. STEPTOE, A matter of life, London, 1981, pag. 101; P. Bischof et AL. Human Reproduction Update 1996; S.F. GILBERT, Developmental Biology, Sinauer, Sunderland (Mass), 6st edit., 2000, pag. 185; British Medical Journal editoriale novembre 2000; H.PEARSON: NATURE  VOL. 418, 4 JULE 2002) e ha autorizzato anche per le minorenni l’uso dell’ ellaOne senza bisogno di ricetta medica.

Trattare l’UPA alla stregua di un “farmaco da banco” senza la necessità di ottenere un “consenso informato” espone clinicamente ad un rischio, non solo la salute fisica delle giovanissime che ne fanno già abbondante uso ed in forma tutt’altro che occasionale, ma anche la salute psichica per le importanti implicazioni bioetiche descritte. Anche a distanza di anni dall’assunzione, la consapevolezza di aver assunto un farmaco potenzialmente abortivo è causa di depressione e disturbi dell’umore anche gravi.  Riguardo alla salute fisica,  il principio attivo della pillola dei 5 giorni dopo (UPA) riconosciuto nel 2018 dall’ EMA e dal Prac (Comitato di Valutazione dei Rischi per la Farmacovigilanza) come causa di gravi effetti tossici sul fegato delle donne che lo assumevano al dosaggio di 5mg/die per cicli di alcuni mesi per la terapia della fibromatosi uterina  è stato, prima ritirato dal commercio e, successivamente reintrodotto solo previa  compilazione di un Piano terapeutico con la raccomandazione di un’attenta sorveglianza della funzionalità epatica.

La pillola ellaOne ha un dosaggio 6 volte maggiore (30 mg) di UPA e, sebbene l’AIFA esclude un simile possibile rischio di danno epatico grave, ipotizzandone un uso solo occasionale, è naturale avere forti perplessità in considerazione della sua documentata frequenza di utilizzo. Considerando che la scelta di assumere un tale farmaco  avviene solitamente in un momento di confusione e di timore, sarebbe ancora più necessaria  la possibilità di avere un consulto con persone intellettualmente competenti e oneste.

Il Consiglio di Stato ha voluto affermare la logica del principio dell’autodeterminazione assoluta sulle proprie scelte di salute, questa volta, anche per soggetti delicati quali le donne adolescenti che, ignare degli effetti biologici delle sostanze, vengono indotte ad assumerle a prescindere da eventuali rischi per la salute fisica e psichica, in risposta all’unico “contingente” scopo di evitare una gravidanza.

La gravidanza viene così considerata alla stregua di una malattia a prognosi infausta da giustificare l’utilizzo di un qualsiasi farmaco ad “occhi chiusi”; cosa che non viene fatta neanche per una patologia tumorale. Si rinuncia ad educare i giovani ad una scelta affettiva e sessuale responsabile e pienamente appagante. Il fallimento di un tale approccio è ampiamente dimostrato dal fatto che i Paesi che più hanno facilitato il ricorso alla contraccezione/intercezione registrano un incremento dei tassi di aborti volontari e di una mentalità disimpegnata, se non ostile, nei confronti del partner e di un’eventuale  vita nascente. Proprio l’opposto di quanto necessitano le donne!

II Convegno Nazionale: “Per la Vita senza compromessi”

50 anni dopo la profetica Humanae vitae

40 anni dopo la mortifera legge 194

Sabato 19 Maggio 2018 a Roma si terrà il II Convegno Nazionale AIGOC, in collaborazione con il Comitato Verità e Vita e l’Associazione Provita Onlus dal titolo: “Per la Vita senza compromessi”: 50 anni dopo la profetica Humanae Vitae e 40 anni dopo la mortifera legge 194.  La sede del convegno sarà Roma presso Sala Berlinsani – Dnb House Hotel in Via Cavour, 85/a con inizio alle ore 9,00 e si concluderà alle ore 13,00.
Quest’anno ricorrono i 50 anni dalla pubblicazione dell’enciclica di Paolo VI “Humanae vitae” e i 40 anni dalla approvazione della legge 194  che ha legalizzato l’aborto volontario in Italia, per cui il convegno si propone di riflettere sui temi della sessualità e affettività tra l’uomo e la donna, in particolare sul ruolo della donna, sulla sua dignità e sulla tutela della sua salute e, inoltre, una riflessione sull’aborto cosiddetto “terapeutico”.
Interverranno la Prof.ssa M. Orecchia, presidente Federvita Piemonte e V. presidente Comitato Verità e Vita, il Prof. Luca Pingani, Fondazione Incendo e Redazione Osservatorio Internazionale Card. Van Thuan, la Prof.ssa Claudia Navarini, Prof. Ass Filosofia Morale Università Europea Roma, la scrittrice Francesca Romana Poleggi, direttore editoriale di Notizie Pro Vita, il Prof. Giuseppe Noia, direttore Hospice Perinatale – Centro cure Palliative Prenatali del Policlinico Gemelli di Roma e presidente AIGOC, la dott.ssa Cinzia Baccaglini, Psicologa Clinica – Psicoterapeuta e il dr. Angelo Francesco Filardo, Ginecologo, V. Presidente AIGOC
Scopo del convegno è quello di richiamare i forti legami esistenti tra etica della vita ed etica sociale nella consapevolezza che non è possibile affermare valori quali la dignità della persona, la giustizia e la pace, quando si accetta e si tollera la violazione della vita umana.

LA PARTECIPAZIONE AL CONVEGNO È GRATUITA
Per poter migliorare l’organizzazione è gradita la comunicazione della partecipazione al Convegno tramite e-mail alla segreteria Organizzativa – segreteria@aigoc.it – entro il 30 aprile 2018

 

Per visualizzare il Comunicato n 2 del 20-04-18Clicca Qui

 

La Morte cruenta di quasi 6 milioni di Essere Umani Innocenti.

 

L’annuale relazione del Ministro della Salute sull’applicazione della legge 194/1978 al Parlamento nell’anno 2016 è stata resa pubblica il 13 gennaio u.s. a Camere già sciolte a dimostrazione del fatto che essa è più un atto formale dovuto per legge, che un vero strumento di riflessione offerto ai Parlamentari per avere chiaro lo stato di degrado culturale e morale prodotto dalla legge 194 nei suoi primi 40 anni di applicazione.
Nelle sue 129 pagine mai è stato fatto cenno alle prime vittime di questa legge, cioè ai 5.830.930 embrioni/feti umani uccisi, né alle altre vittime di questa mortifera legge, cioè le donne stesse che abortiscono, i loro mariti/partner, i loro figli già nati, i nonni, che in gran parte vanno incontro a complicanze psichiche di cui il ministero e le strutture sanitarie territoriali continuano a non prendersene cura.

 

L’aborto volontario è un mezzo di controllo delle nascite 
Nella relazione come un mantra viene più volte ripetuto (2 volte nella presentazione del Ministro a pag.7 e 9) che “non è mai stato un mezzo di controllo delle nascite”, ma alcune affermazioni “la separazione sempre più netta fra sessualità e procreazione aumenta il tempo che intercorre fra l’inizio dell’attività sessuale e la nascita del primo figlio: è questo un periodo in cui le gravidanze sono spesso indesiderate” (pag. 7) ed i dati contenuti nella stessa relazione mostrano l’esatto contrario. Nella tabella 2, sotto riportata, possiamo notare come il tasso maggiore di abortività volontaria, nettamente superiore a quello totale (6,5/1.000 donne in età fertile)
tabella 200118
si registri nelle classi di età comprese tra i 20 ed i 34 anni con il massimo nel gruppo di età 25-29 anni, cioè nelle donne che si trovano nella situazione sopra descritta. Se a questo dato aggiungiamo che il 54,8% (il 57,8% delle italiane!) delle donne che hanno abortito nel 2016 sono nubili, che il 39,4% non ha alcun figlio e che il tasso di fecondità totale (tft) sia sceso a 1,34 figli/donna (1,26/donna italiana e 1,97 per donna straniera) e che l’età media del primo parto nelle italiane è 32,4 anni (28,7 nelle straniere), abbiamo tutti gli elementi necessari per comprendere che l’aborto volontario entro i 90 giorni è usato come mezzo per il controllo delle nascite.  
Il fatto che il tasso di abortività nelle minorenni sia basso(3,1/1.000 donne) – oggetto di nostre riflessioni in precedenti comunicati – nella stessa relazione viene associato al maggiore utilizzo delle pillole del/i giorno/i dopo, che nel 2016 – dopo la liberalizzazione della vendita senza ricetta medica – hanno raggiunto le 404.121 confezioni (pag. 13) secondo il Ministero della Salute,   455.140 secondo altre fonti (200.507 di ellaOne fino al 31 ottobre secondo i dati forniti da Federfarma e HRA Pharma al Corriere della Sera, 27 marzo 2017 Simona Ravizza), per cui sommando al tasso di abortività volontaria registrato quello delle pillole da loro utilizzate si passa dal 4,6‰ al 26,63‰!

 

Aborti Volontari Tardivi (Eugenetici)
La costante crescita degli aborti volontari oltre i 90 giorni, che nel 2016 sono diventati 4.432 (5,3 % di tutti gli aborti, cioè si sono più che decuplicati rispetto allo 0,5% del 1981), cifra sottostimata perché in 2.356 casi (2,8%) l’epoca gestazionale non è stata rilevata ed in Sardegna (23,2%), Basilicata (18,8%), Umbria (16,6%) e Puglia (10,6%) in una percentuale nettamente superiore a quella nazionale, dovrebbe destare in tutti viva preoccupazione.
Il fatto che siano stati fatti 2.942 aborti oltre la sedicesima settimana e di questi 1.016 dopo la 21settimana e che queste gravidanze inizialmente desiderate vengono interrotte dopo diagnosi prenatale, cui sempre di più si sottopongono le gravide anche su spinta difensiva degli ostetrici, è un segno evidente della cultura dello “scarto, che si è radicata nella nostra società e di cui è figlia anche la legge sulle DAT recentemente approvata dal Parlamento.
Anche di fronte a queste drammatiche situazioni molto spesso non viene prospettata ai genitori la possibilità di essere aiutati a vivere queste difficili gravidanze da Associazioni di Famiglie (Il Cuore in una goccia; la Quercia millenaria,..), che hanno già vissuto queste esperienze e che possono testimoniare che la scelta dell’aborto volontario non è la vera soluzione perché il dopo aborto può essere più drammatico a causa delle già citate conseguenze psichiche.

 

Certificati di Urgenza
Il numero di aborti volontari fatti in regime di urgenza 14.418 (17,8% di tutti gli aborti volontari) cui si aggiungono i 3.985 dati Non Rilevati (4,6%), che in alcune regioni come la Puglia raggiungono il 34,1% (2.542) ed il 7,1% (1.006) in Lombardia, ci sembra molto elevato ed inaccettabile e quanto viene affermato nella relazione per giustificarlo in parte, cioè per rendere possibile l’aborto farmacologico entro i 49 giorni, rappresenta un’interpretazione utilitaristica, strumentale ed in contrasto con l’art. 5 della legge 194/1978, che prevede una pausa di riflessione di 7 giorni dopo il rilascio del certificato. Invocare come motivo d’urgenza il poter fare l’aborto medico invece di quello chirurgico non è certamente finalizzato al bene della donna visti i maggiori rischi cui è esposta se non resta ricoverata fino alla completa espulsione dell’embrione e degli annessi ovulari! Il Ministero dovrebbe comunque indagare e prendere provvedimenti.

 

Prevenzione dell’aborto volontario
Per i motivi più volte esposti non è la contraccezione la via per prevenire l’aborto volontario, come dimostrano chiaramente le esperienze di Paesi ad altissima diffusione della contraccezione e come di recente evidenziato: il 24% (circa 15.000) delle 60.952 donne che si sono rivolte per abortire nel 2016 al British Pregnancy Advisory Service (Bpas), che riunisce circa 40 cliniche inglesi e che fornisce informazioni sulla “salute sessuale” e assistenza alle donne che decidono di abortire, usavano contraccettivi ormonali o IUD, ritenuti i più efficaci contraccettivi, e che oltre il 51% di queste donne usavano un contraccettivo. (Women cannot control fertility through contraception alone, says British Pregnancy Advisory Service The Farmaceyutical Journal/11 JUL 2017).
Solo un’educazione all’amore fecondo e responsabile ed al rispetto della vita umana dal concepimento alla morte naturale assieme alla conoscenza della fertilità della donna offerta dai Metodi Naturali di Regolazione della Fertilità possono ricreare una cultura della vita e sciogliere il gelo, che ci sta conducendo al suicidio demografico.

 

Per visualizzare il Comunicato n.1-18.01.18Clicca Qui

Cardinale Cafarra, testimone trasparente della verità

 

La perdita umana del Cardinale Carlo Caffarra, testimone trasparente della verità sulla persona umana, pastore sempre umile e autentico dei valori della vita e della famiglia, colpisce profondamente l’Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici perché il Cardinale è stato uno dei propugnatori e sostenitori dall’A.I.G.O.C. .
Il 25 marzo 2009, prima ancora di andare dal notaio per la costituzione dell’Associazione, lui voleva già impegnarsi a diffonderla definendola “profetica e attuale”.
Il patrimonio esistenziale della sua persona, delle sue intuizioni antropologiche e pastorali rimangono una perla preziosa per tutto il mondo della vita nascente e terminale.
Noi ringraziamo Dio per aver avuto la grazia di conoscerlo e di averlo avuto come forte sostenitore e amico. Dio lo accolga nei suoi figli prediletti.

 

Per visualizzare il COMUNICATO STAMPA n. 7 del 7 Settembre 2017CLICCA QUI

Anche nel 2015 aumentano gli Embrioni Sacrificati e Crioconservati dalla Fecondazione Extracorporea

 

Come un bollettino di guerra l’annuale relazione al Parlamento del Ministro della Salute sull’applicazione della legge 40/2004, resa pubblica il 5 luglio u.s. con una cinica freddezza offre all’attenzione delle persone più attente e sensibili la possibilità di prendere coscienza dei drammatici risultati delle tecniche di fecondazione extracorporea, che vengono tranquillamente praticate in Italia prevalentemente a spese dei contribuenti italiani essendo state inserite nei livelli essenziali di assistenza pur non essendo terapie della sterilità ed infertilità di coppia e pur non avendo un’efficacia tale da giustificare il loro diffuso impiego a spese dei contribuenti (solo il 15,92% delle coppie che si sottopongono a tali tecniche riesce ad avere uno o più figli in braccio dopo uno o più cicli praticati nello stesso anno.
 COMUNICATO STAMPA N. 6 DEL 10 LUGLIO 2017 ANCHE NELLL 2015 AUMENTANO GLI EMBRIONI SACRIFICATI E CRIOCONSERVATI DALLA FECONDAZIONE EXTRACORPOREA
Il numero degli embrioni sacrificati per far nascere gli 11.029 bambini cresce sempre più spaventosamente: nel 2015 sono stati almeno 160.551 gli embrioni sacrificati. Tale cifra non rispecchia la realtà perché i dati offerti sulla fecondazioni eterologhe sono molto carenti e
non permettono di risalire al numero totale effettivo di embrioni prodotti per cui è stato preso per buono il numero di 3.924 embrioni trasferiti in utero, che è molto basso rispetto ai 21.476 ovociti ed ai 1.161 embrioni importati dalla Danimarca, Grecia, Rep. Ceca, Spagna, Svizzera (la cifra più verosimile si aggira sui 168.200)! Altro dato allarmante, che il Ministro della Salute si limita a giustificare come conseguenza dell’applicazione della sentenza della Corte Costituzionale n. 151/2009, che ha tolto il divieto della produzione al massimo di tre embrioni da trasferire simultaneamente in utero, ma che il Parlamento ed il Governo non si sono minimamente preoccupati di arginare con una legge od inserendo nelle nuove linee guida dei meccanismi di coscientizzazione e esponsabilizzazione delle coppie richiedenti queste tecniche nei confronti di tutti gli embrioni prodotti, che essendo loro figli a tutti gli effetti come tali dovrebbero essere considerati e trattati e non lasciati sospesi a tempo indeterminato nell’azoto liquido come oggetti inutili. Nel 2015 sono stati crioconservati 34.490 embrioni, il 31% dei cosiddetti embrioni prodotti e trasferibili con punte del 55,8% nel Lazio, del 49% nella P.A. di Bolzano e del 41,2% in Umbria (tab. 3.4.26 pag. 118), mentre ne sono stati scongelati solo 20.444!
COMUNICATO STAMPA N°6-2014 DEL 10 LUGLIO 2017 ANCHE NELLL 2015 AUMENTANO GLI EMBRIONI SACRIFICATI E CRIOCONSERVATI DALLA FECONDAZIONE EXTRACORPOREAAumenta l’età delle donne che si sottopongono a queste tecniche (il 33,7% ha un’età superiore ai 40 anni) e con essa la percentuale
degli esiti negativi della gravidanza (tab.3.4.44). Diminuisce la percentuale delle coppie con figlio in braccio (15,92% cumulativa).
Ci sorprende e ci lascia perplessi la grande generosità delle “donatrici” straniere, che hanno “offerto” la stragrande maggioranza degli ovociti utilizzati nel 2015 per le fecondazioni eterologhe, richiedendo la ovodonazione una stimolazione ovarica per far maturare più
ovociti (in media 6,9) ed un prelievo degli stessi!

 

Per visualizzare il Comunicato n.6del10luglio2017

L’ACCANIMENTO IDEOLOGICO DIMENTICA ANCHE LA SALUTE FISICA E PSICOLOGICA DELLE DONNE

 

 La decisione sulla possibilità di consentire l’uso della pillola abortiva RU486 nei Consultori Familiari in regime ambulatoriale, mostra un accanimento ideologico contro le figure più fragili nel mondo dell’aborto volontario: la madre e l’embrione. Questa proposta è da rigettare totalmente nel merito e nel metodo.
Nel merito: contro la madre si disattende completamente ciò che la scienza da 30 anni ha prodotto con studi rigorosi sull’impatto dell’aborto volontario sulla salute psicologica e la successiva ripresa della capacità gestazionale. L’aborto con la RU486 esce dalla sfera del pubblico per entrare sempre più nei meandri del privato e della solitudine: la procedura infatti viene a gravare sul piano psicologico, pesantemente, sulla donna già “gravata” da una tragica decisione. Nel metodo: la letteratura si è espressa sulla pericolosità 10 volte superiore della RU486 rispetto all’aborto chirurgico (Bartlett L.A. et Al Obstet. Gynaecol. 103 (4:729-37, 2004) e soprattutto in relazione alle gravi complicanze di ordine medico sanitario: 676 segnalazioni del FDA, di cui 17 gravidanze extrauterine, 72 casi di gravi emorragie, 637 casi di effetti collaterali su 607 pazienti (Gary et Al Ann. Pharmacoth, Feb 2006) e 29 morti accertate nel mondo occidentale (New England Journal Medicine 354:15 April 13, 2006). Anche nella recente relazione al Parlamento sull’attuazione della legge 194 sono stati riferiti due episodi di mortalità materna. Per l’embrione si disattende tutto il protagonismo biologico, immunologico, ormonale e la sua relazionalità con la madre da cui dipende l’evoluzione e la nascita di gravi complicazioni nell’infanzia, nell’adolescenza e nella vita adulta (“L’embrione è un attivo orchestratore del suo impianto e del suo destino” – British Medical Journal, Editoriale Nov 2000; “Your destiny from day one” – H. Pearson – Nature Vol. 418, 4 luglio 2002; “Maternal communications with gametes and embryos: a complex interactome” – A. Fazeli and E. Pewsey – Briefings in functional genomiocs and proteomics – Vol. 7 – 2 111-118 2008). Contro questa cultura che banalizza il patrimonio delle conoscenze e utilizza la scienza contro le figure più fragili, i ginecologi dell’AIGOC bollano questa sperimentazione, ideologicamente fondata, come una procedura senza i requisiti minimi di tutela della madre e del concepito e come tale non solo antiscientifica ma anche antiumana.

 

Per visualizzare il Comunicato n.5del7aprile2017Clicca Qui

 

Alla ricerca dei “legittimi proprietari” O dei loro genitori biologici?

 

La notizia data dalla stampa il 27 febbraio u.s. del dissequestro di circa 500 embrioni per ordine del Tribunale del Riesame di Milano, un tempo custoditi presso la clinica di Antinori ci pone di fronte alle drammatiche conseguenze della legge 40/2004 e delle successive liberalizzazioni operate dalla Corte Costituzionale.
La terminologia usata per descrivere l’opera della pm, che ha fatto ricorso in Cassazione contro il dissequestro: ricostruire chi siano i “legittimi proprietari” ed a stabilire a chi vadano restituiti gli ovuli fecondati, ci fa comprendere lo stato di degrado culturale cui siamo giunti in meno di 13 anni di fecondazione extracorporea di stato.
R. G. Edwards, pioniere della fecondazione extracorporea e premio Nobel per la Medicina, già nel 1981 non aveva dubbi nel definire lo zigote “microscopico essere umano nelle primissime fasi del suo sviluppo” (R.G. Edwards-P. G. Steptoe, A mater of life, London, 1981, pag.101).
Il Comitato Nazionale per la Bioetica il 22 giugno 1996 all’unanimità ha affermato che “l’embrione è uno di noi”, “gli embrioni non sono mero materiale biologico, meri insieme di cellule: sono segno di una presenza umana, che merita rispetto e tutela”.
La Corte Europea di Giustizia di Lussemburgo per sgombrare il campo da ogni possibile dubbio futuro il 18 ottobre 2011 ha dato una definizione ampia di embrione umano “costituisce un embrione umano qualunque ovulo umano fin dalla fecondazione, qualunque ovulo umano non fecondato in cui sia impiantato il nucleo di una cellula umana matura e qualunque ovulo umano non fecondato che, attraverso partenogenesi, sia indotto a dividersi e svilupparsi” ed ha sentenziato che “Nessun brevetto può essere concesso a procedure che utilizzino embrioni umani o che comunque ne presuppongano la preventiva distruzione”.
Alla luce di queste tre citazioni ci chiediamo come si fa a parlare di “legittimi proprietari” e non si parli invece di genitori biologici che hanno responsabilità nei confronti dei figli che con il loro consenso sono stati prodotti?
La Corte Costituzionale semplicisticamente con la sentenza n.151 del 31 marzo 2009 ha tolto il limite dei tre embrioni da produrre e da impiantare simultaneamente nell’utero della donna richiedente (art. 14 legge 40), e non ha minimamente preso in considerazione il fatto che con tale atto dava il via libera alla crioconservazione incontrollata, incondizionata e sempre crescente degli embrioni e che per evitare questo bisognava fare almeno una raccomandazione al Parlamento di regolamentare l’accesso alla crioconservazione degli embrioni responsabilizzando i richiedenti sul rispetto e la tutela dovuti a questi loro figli temporaneamente sospesi nell’azoto liquido.
Noi come AIGOC nell’opuscolo inviato a tutti i Parlamentari il 23 settembre 2014 abbiamo richiamato l’attenzione su questo argomento e sul come limitare il rischio di un incontrollato ricorso alla crioconservazione, ma evidentemente gli interessi dei sostenitori della fecondazione extracorporea sono più forti e stringenti del rispetto e della tutela dovuta ad ogni essere umano.
L’altro aspetto preoccupante ed inconcepibile in uno stato di diritto è il venire a conoscenza – il sospetto ce l’avevamo già e più volte lo abbiamo segnalato nei comunicati stampa sulle annuali relazioni al Parlamento del Ministro della Salute sulla legge 40/2004 – che c’è una difficoltà nel reperire le informazioni necessarie a rintracciare le “donatrici”, cioè che non esiste all’interno della clinica un registro dal quale si può scoprire chi è il padre biologico e la madre biologica e chi sono i genitori committenti di ogni embrione crioconservato.
Se non esistono in ogni centro autorizzato tali registri, se ogni provetta contenente un singolo embrione crioconservato non sia contrassegnata da un codice identificativo che consenta di conoscere – quando si ha necessità – i dati sopra elencati, se di ogni zigote prodotto non c’è una scheda che indichi chiaramente tutto l’iter compiuto e che fine ha fatto se non è stato trasferito in utero o crioconservato, come si fa a fare dei controlli seri e ad affermare che tutto si svolge nel rispetto della legge?
Se tenessimo in debita considerazione il fatto che questi embrioni sequestrati-dissequestrati  più volte  non sono materiale biologico, oggetti/cose, ma “microscopici esseri umani nelle primissime fasi del loro sviluppo”, che secondo la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani hanno la nostra stessa dignità, inerente ad ogni membro della famiglia umana, certamente sia il linguaggio usato che i provvedimenti sarebbero totalmente diversi  ed i Parlamentari sentirebbero il dovere di rispettare e tutelare questi  nostri microscopici fratelli più deboli e indifesi.

 

Per visualizzare il Comunicato n.4 del 8.3.17 Clicca Qui

DEMAGOGIA, RICERCA DI CONSENSI ELETTORALI

O PERSISTENTE VOLUTA NON CONOSCENZA DEI FATTI ?

 

Le dichiarazioni del Governatore del Veneto per giustificare e sostenere la violazione del diritto fondamentale all’obiezione di coscienza nel bando di concorso indetto dall’AUSL di Rovigo per il conferimento a tempo indeterminato di 2 posti di biologi per il servizio di procreazione medicalmente assistita dell’ospedale di Trecenta ci offrono l’occasione per fare una riflessione sia sull’obiezione di coscienza che sulla fecondazione extracorporea.
Come già affermato in occasione della vicenda del San Camillo di Roma sia il bando di concorso riservato ai non obiettori che la clausola in cui si specifica che l’eventuale obiezione di coscienza è “giusta causa di recesso dell’Azienda in quanto la prestazione lavorativa diverrebbe oggettivamente inesigibile, discriminano i cittadini in base ai loro convincimenti personali e violano palesemente la libertà del dipendente di fare obiezione di coscienza, prevista anche dall’art. 16 della legge 40/2004, quando il peso del lavoro svolto diventa psicologicamente insopportabile a causa del constatato altissimo numero di embrioni sacrificati per far nascere alcuni bambini e per il notevole stress psicofisico cui vengono sottoposte le donne che ricorrono alla fecondazione extracorporea. In uno Stato veramente democratico ciò è inconcepibile così come è assurdo che per soddisfare i desideri di alcune persone vengano sacrificati migliaia di vite umane innocenti.
Zaia afferma “Siamo per la vita. Questa Regione ha fatto da tempo la scelta di agevolare la procreazione assistita e su questa strada non si torna indietro, al punto che la garantiamo anche alle cinquantenni …”. Già nel nostro Comunicato stampa del 21 giugno 2011 abbiamo spiegato il perché non condividiamo questa scelta, oggi continuando Zaia ad affermare che “è per la vita” lo invitiamo a riflettere sui dati offerti dal Ministro della Salute nell’ultima relazione al Parlamento (30 giugno 2016) sull’applicazione della legge 40/2004, richiamando l’attenzione sui dati relativi al Veneto. Nella tabella in allegato sono riportati tutti i dati necessari ad una serena riflessione su quello che accade utilizzando la fecondazione extracorporea per avere un figlio ad ogni costo.
Se l’attenzione viene posta solo sui bambini che riescono a sopravvivere, la fivet può essere scambiata per un servizio alla vita, ma se si tiene conto dell’altissimo costo in vite umane innocenti pagato per ottenere un bambino in braccio ci si rende conto che la procreazione artificiale è in assoluto la prima causa di morte in Italia e nel Veneto!     Su  4.973 embrioni trasferiti in utero nel 2014 solo 487 (9,87%, cioè meno di 1 bambino su 10 embrioni trasferiti in utero) sono nati vivi, mentre 4.486 (il 90,21%) sono stati esposti a morte certa per soddisfare il desiderio di avere un figlio in braccio del 13,89% delle coppie trattate; 1.489 embrioni sono stati crioconservati, cioè destinati ad una morte differita nel tempo, e altre migliaia di embrioni sono stati scartati precocemente per un totale di 7.930 embrioni (il 93,86% di tutti gli embrioni prodotti e scongelati) nel solo anno 2014, anno in cui nel Veneto ci sono stati 5.472 aborti volontari.
 L’obiezione di coscienza per la legge 40/2004 è molto meno diffusa di quella per la legge 194/1978 per diversi motivi pratici tra cui il fatto che minore è il numero dei medici e del personale che può essere coinvolto nelle procedure della fecondazione extracorporea e che molti – come il governatore Zaia – ignorano l’altissimo suo costo in vite umane.  Quando viene presentata da operatori che già lavorano in questi servizi è motivata proprio dal fatto che lo stare al contatto con queste terribili realtà di morte, il constatare come la vita umana al suo sorgere viene trattata come un oggetto – come materiale biologico – che viene manipolato, selezionato e scartato se non perfetto, il constatare che  nella fecondazione eterologa viene negato ad alcune di queste nuove vite umane anche la possibilità di conoscere i suoi veri genitori genetici, lo stare al contatto quotidianamente con la sofferenza di tante donne e coppie che si sentono stimolate e trattate come fattrici diventa un peso insopportabile, che spinge i medici ed i biologi più sensibili a dire no a questa disumana e disumanizzante fabbrica di vite umane e ad avvalersi dell’obiezione di coscienza.
A questi professionisti, che hanno sperimentato sulla loro pelle che cosa significa produrre bambini in provetta, il Governatore Zaia vuole togliere la libertà di seguire il dettame della propria coscienza?
Il Governatore Zaia dopo aver preso coscienza dei frutti acerbi delle sue scelte ritiene ancora eticamente corretto sperperare il denaro pubblico per sottoporre ad inutili e costosi trattamenti donne in età avanzata, considerato che nel 2014 in Veneto il 43,36% dei cicli delle donne sottoposte a trattamento sono stati sospesi prima del trasferimento in utero degli embrioni (539 prima del prelievo e 969 dopo il prelievo ovocitario)?
La presenza di tanti piccoli centri pubblici sul territorio non produce eccellenza ma sperpero del denaro

Per visualizzare il Cominicato n.3del28FEBB2017Clicca Qui

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