IL VIA LIBERA ALLE NUOVE LINEE GUIDA DEL MINISTRO SPERANZA È FONDATO SU DATI INATTENDIBILI, INCOMPLETI, FUORVIANTI E PRIVI DI OGNI SCIENTIFICITÀ ?

 

COMUNICATO STAMPA N. 5 DEL 28 AGOSTO 2020

 

Il parere unanime del Consiglio Superiore di Sanità sull’utilizzo della RU486 senza ricovero ospedaliero fino alla nona settimane di gravidanza ci ha sorpresi e spinti a ricercare sul sito del Ministero della Salute il testo per verificarne le fonti, ma non lo abbiamo trovato: chi sa perché?

Abbiamo cercato sul sito dell’AIFA il testo della Delibera dell’11 agosto 2020 e della Determina del 12 agosto 2020 ed in entrambi i documenti abbiamo trovato scritto quanto segue: “Considerati i dati del sistema di sorveglianza delle interruzioni volontarie di gravidanza (IVG) farmacologiche, inclusi anche nelle relazioni sull’attuazione della legge 22 maggio 1978 n. 194 del Ministro della Salute al Parlamento, da cui si evince la comparabilità delle procedure medica e chirurgica, in termini di efficacia e di sicurezza, evidenziando la sicurezza del farmaco anche per trattamenti effettuati oltre il termine dei 49 giorni, nonché l’assenza di differenze nel profilo di sicurezza tra le donne ricoverate e quelle che avevano fatto ricorso alla dimissione volontari dall’ospedale,”.

Abbiamo scoperto che l’autorevole fonte che ha determinato le due subentranti modifiche dell’AIFA al foglietto illustrativo aggiornato il 6 giugno 2018 sono i dati offerti dalle Relazioni al Parlamento del Ministro della Salute sull’applicazione della legge 194/1978 !

La tabella 1 che evidenzia il notevole numero di dati fondamentali non rilevati nell’anno 2018 e la tabella 2 ( cfr. testo integrale), che rivela l’incompletezza e la discordanza dei dati offerti nelle tabelle 27 ogni anno dalle Relazioni Ministeriali sulla legge 194/1978 con i dati offerti nella relazione stessa riguardo all’aborto farmacologico dimostrano che non esiste comparabilità delle procedure medica e chirurgica, in termini di efficacia e di sicurezza, né l’assenza di differenze di profilo di sicurezza tra le donne ricoverate e quelle che avevano fatto ricorso alla dimissione volontaria.

Il numero totale di complicazioni registrate nelle ivg farmacologiche nel 2018 (551) è addirittura superiore a quello totale registrato in tutte le ivg fatte nello stesso anno (414), pur essendo le ivg farmacologiche solo il 20,63% di tutti gli aborti volontari!

Anche riguardo alla mortalità materna le Relazioni Ministeriali sottostimano il dato segnalandone 2 nel 2014 ed una nel 2016. Il Primo Rapporto ItOSS Sorveglianza della mortalità Materna anni 2013-2017 segnala altre due morti, cui si aggiunge un’altra morte segnalata nel Rapporto Regionale Mortalità e Morbosità Materne in Emilia e Romagna.

Facendo un calcolo su questi dati certi e considerando la sola morte del Piemonte attribuibile all’aborto volontario farmacologico abbiamo una mortalità dello 0,78/100.000 ivg farmacologiche contro una mortalità dello 0,067/100.000 ivg chirurgiche, cioè la mortalità per aborto volontario farmacologico è 11,64 volte maggiore di quella per ivg chirurgica, per cui è falso affermare “la comparabilità delle metodiche medica e chirurgica, in termini di efficacia e sicurezza, … nonché l’assenza di differenze nel profilo di sicurezza tra le donne ricoverate e quelle che avevano fatto ricorso alla dimissione volontaria dell’ospedale”. La morte del 2014 in Campania – pur avendola considerata tra le ivg chirurgiche – ci dice chiaramente che somministrare farmaci come le prostaglandine e permettere il ritorno a casa per dimissione volontaria è molto pericoloso, anzi letale!  Come può essere letale, anche, continuare a tollerare passivamente il commercio di prostaglandine per l’aborto illegale più volte documentato in trasmissioni televisive!

Siamo contrari ad ogni forma di attentato alla vita umana – in particolare se innocente ed indifesa come il concepito – sia esso l’aborto farmacologico che chirurgico, l’aborto eugenetico che quello “illegale”, o quello molto più numeroso – occultato e quasi mai menzionato – delle pillole del/i giorno/i dopo, delle spirali, delle pillole e.p., dei progestinici nelle varie forme di somministrazione e dei vaccini anti hcg, ma esigiamo che nel formulare pareri tecnici di pubblica utilità non venga per lo meno offesa l’intelligenza di chi legge questi documenti.

CLICCA QUI PER LA VERSIONE INTEGRALEComunicato Stampa AIGOC n 5 del 28 AGOSTO 2020 testo integrale

    A fronte della riduzione di 4.405 IVG rispetto all’anno 2017 c’è stato un ulteriore significativo incremento (+ 38.086 confezioni) della vendita di pillole del giorno dopo e dei cinque giorni dopo per un totale di 598.167 confezioni che – come scrive il ministro della salute a pagina 15 e 18 – è legato alle delibere AIFA del 21 aprile 2015 per ellaOne e del  1 febbraio 2016 per Norlevo, che hanno eliminato l’obbligo della ricetta per le maggiorenni. Calcolando che solo nel 20% delle 598.167 utenti di queste pillole ci sia stata la fecondazione il numero di embrioni in tal modo eliminati sarebbe 101.688!

Nel febbraio 2012  Alessandra Graziottindirettore del Centro di Ginecologia dell’Ospedale San Raffaele  Resnati  di Milano, a margine di un incontro per presentare il “Patentino del sesso sicuro” della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (Sigo) – ha affermato che più della metà delle 357.800 confezioni di Norlevo vendute nel 2011 erano state acquistate da ragazze con meno di 20 anni. Se la situazione è rimasta simile a quella descritta dalla Graziottin il tasso di abortività per le ragazze con età < 20 anni passerebbe dal 3,9‰ al 41,58‰  e dal 6,2‰ al 13,97‰ quello totale comprendente tutte le donne in età fertile.

I bambini scartati con gli aborti cosiddetti tardivi, ma che bisogna chiamare eugenetici, sono stati ufficialmente 4.137, ma potrebbero essere molti di più perché nella tabella 19 risulta che in 2.215 schede e nella tabella 20 in 2.712 schede non è stata rilevata la settimana di gravidanza!

Gli aborti farmacologici (RU486+ Prostaglandine) sono aumentati del 3% rispetto al 2017 raggiungendo il 20,8% con punte del 44,1% in Piemonte, del 38% in Liguria, del 36,9% in Emilia e Romagna, del 29,3% in Toscana, del 27,8% in Puglia e del 25,2% nel Lazio.

Nell’impennata delle certificazioni d’urgenza (21,3% del totale) stranamente, ma non troppo, la maggiore percentuale la ritroviamo nelle stesse regioni prima menzionate: Puglia con 139 (42,7% dei certificati e con un dato non rilevato in 3095 schede); Piemonte con 2.523 (39,5%); Lazio con 3.201 (39,1% ed in 92 schede N.R.); Abruzzo con 442 (29,1%); Emilia Romagna con 1877 (27,3%); Toscana con 1.368 (26,1% ed in 99 schede N.R.). A questi dati bisogna aggiungere che nella tabella 18 in 3.776 schede non è stato rilevato il dato urgente/non urgente.

Anche l’anno scorso, vedendo i dati delle certificazioni urgenti, ci è venuto da pensare che potessero essere collegati alla necessità di far rientrare l’intervento nel termine previsto dei 49 giorni per l’aborto farmacologico. Quest’anno oltre ad essere più evidente dai dati esposti, è lo stesso ministro a riconoscerlo a pag. 41: “necessità di ricorso all’urgenza per poter svolgere l’intervento con Mifepristone e prostaglandine entro i tempi previsti nel nostro Paese (49 giorni di gestazione).

Sorge spontanea una domanda: da quando in medicina, per poter fare un tipo di intervento medico più comodo per il medico, viene certificata un’urgenza che impedisce alla donna di avere a disposizione i 7 giorni previsti dalla legge 194/1978  per riflettere ed accogliere il figlio e la espone pure a maggiori rischi per la sua salute ?

Sempre a pag. 49 il ministro scrive: “dai dati del modello D12/Istat relativi al 2018. l’88,5% delle  IVG  effettuate con Mifepristone+prostaglandine sono avvenute entro i 49 giorni di gestazione, come indicato in Italia (Supplemento ordinario  della GU del 1/12/2009).”

E l’altro 11,5% – chiediamo noi – chi lo ha autorizzato? E in mancanza di legale autorizzazione il ministro venutone a conoscenza perché non ha preso i necessari provvedimenti?

Non sappiamo se il ministro se ne sia accorto: a pag. 59 i Consultori in Liguria  hanno fatto 816 colloqui per IVG ed hanno rilasciato 884 certificati. Come mai?

A pag. 49 la relazione afferma che il 96,5% delle donne sottoposte ad aborto farmacologico non ha avuto nessuna complicazione immediata e che nel 2,4%, cioè 378 donne, per terminare l’intervento c’è stata la necessità di ricorrere all’isterosuzione od alla revisione della cavità uterina. Nessuna informazione viene fornita sulla percentuale di controlli post-dimissione e sulle complicanze riscontrate, che nel 2011 erano state riscontrate nel 7,1% del 96,9% delle donne che avevano fatto il controllo post-dimissione!

La mortalità materna per aborto farmacologico (Mifepristone+Prostaglandine) considerando la sola morte del Piemonte del 2014 (1,08 / 100.000 donne)   permane più alta di quella riscontrata in altri lavori e 10,8 volte maggiore di quella dell’aborto chirurgico.

La mortalità delle donne sottoposte dal 2005 al 2018 a tutte le forme di aborto farmacologico (RU486, RU486+ Postaglandine, Prostaglandine, Altro) con dimissione “volontaria” precoce, cioè prima della completa espulsione del bambino e degli annessi ovulari, è molto alta, 2,53/100.000 donne, almeno 25 volte più alta di quella dell’aborto chirurgico !

     Numerosi sono i dati importanti non rilevati al momento della dimissione sulla scheda D12/Istat e sulle SDO. Alcune già le abbiamo citate, tra le altre a pag. 27 sono citate solo 188 casi di emorragia e 1.621 casi non rilevati!

Ci sembra strano che nel 2020 una scheda D12/Istat o una SDO possano essere chiuse ed inviate incomplete, cioè con caselle importanti quali la data di nascita, l’epoca gestazionale, il tipo di complicazione, …, e che – se anche fosse possibile – in 18 mesi i funzionari addetti al controllo di queste schede non sentano il dovere morale di chiedere al Responsabile del Reparto ed al compilatore delle schede i dati mancanti prima di offrirli per una relazione ministeriale.

E’ ora che il Ministro non si limiti a fare inviti ad essere più precisi ma prende i provvedimenti necessari per evitare che nella prossima relazione sia ancora presente la voce “non rilevato”.

Dando un rapido sguardo alla tabella 7 con le evidenziazioni fatte, notiamo un tasso di abortività notevolmente più elevato nelle di età compresa tra 20-35 anni nelle regioni più produttive d’Italia, legato probabilmente all’attività lavorativa di queste donne; per cui il Governo ed i Parlamentari si dovrebbero subito rendere conto dell’urgenza indifferibile di politiche familiari a sostegno della maternità per  contrastare il gelo demografico e la sempre più grave denatalità.

 

 

Lo stesso ministro, infine, riconosce che l’obiezione di coscienza non rappresenta un ostacolo per  l’ivg in Italia e che il 15% dei ginecologi non obiettori non ha fatto alcuna ivg nel 2018.

 

PER SCARICARE IL COMUNICATO CLICCA QUIComunicato Stampa AIGOC n 4 del 24 giugno 2020

Nel nostro ultimo comunicato stampa (https://aigoc.it/2020/04/10/la-salute-delle-donne-non-e-tutelata-comunicato-a-i-g-o-c-n-2-del-10-aprile-2020/) abbiamo espresso in modo molto chiaro come i tentativi fatti da posizioni ideologiche reiterate e ben conosciute – approfittando della pandemia coronavirus – di domiciliare l’aborto farmacologico e di estenderlo fino alla nona settimana, non tutelavano affatto la salute delle donne che vi facevano ricorso, ma ne aumentavano significativamente i rischi.

La notizia che la Giunta Regionale Umbra abbia abrogato la delibera n. 1417  del 4 dicembre 2018, che  … intende estendere a tutte le strutture regionali che effettuano IVG chirurgica l’opportunità di somministrare la RU486 in regime di ricovero in day hospital terapeutico/interventistico e in regime di ricovero ordinario.” viene da noi molto positivamente accolta, perché dimostra che ancora ci sono Amministratori attenti alle evidenze scientifiche e alla tutela della salute delle donne.

Ci auguriamo che altri Amministratori Regionali sappiamo anteporre la tutela della salute fisica e psichica delle donne e non cedere ai ripetuti tentativi di privatizzazione e banalizzazione dell’aborto volontario.

 

 

PER SCARICARE IL COMUNICATO CLICCA QUIComunicato Stampa AIGOC n 3 del 16 giugno 2020

 

 

 

Gli appelli al Presidente del Consiglio, al Ministro della Salute e all’AIFA che due società scientifiche e diverse personalità note sui social media hanno fatto per estendere l’aborto farmacologico Ru486 (detta pillola del mese dopo, “kill pill” cosi definita nel mondo anglosassone) per autorizzare l’aborto farmacologico a domicilio senza bisogno del ricovero ospedaliero (l’aborto fai da te) e per estendere da 7 a 9 settimane l’epoca gestazionale cui è consentito ricorrervi, ci ha lasciati basiti.

Innanzitutto perché le difficoltà di attuare la scelta interruttiva sono state smentite da molti ospedali e in secondo luogo per la apparente indifferenza con cui si affronta un tale dramma in relazione alle conseguenze fisiche e psicologiche sulla salute delle donne. Infine, stupisce soprattutto la posizione di uomini di scienza che riteniamo di particolare gravità essendo coloro che dovrebbero tutelare la salute delle donne.

Il primo aspetto riguarda l’idea di incrementare il ritorno al privato, alla clandestinità dell’aborto volontario aumentando il peso psicologico nell’assumere la pillola abortiva dopo una scelta già difficile di rinunciare al proprio figlio.

Il secondo aspetto riguarda la sicurezza dell’aborto farmacologico le cui conseguenze sul piano fisico appaiono fortemente sminuite da certa letteratura e vengono completamente dimenticate le 40 morti materne riferite dall’OMS, silenziose, dovute prevalentemente all’infezione da clostridium sordelli, favorita da una vera e propria immunodepressione della risposta immunitaria. Inoltre, come è stato evidenziato nelle due ultime relazioni annuali al Parlamento sull’applicazione della legge 194/1978 (la relazione del 2019 non è stata ancora presentata!!!) è chiaramente specificato il maggior rischio legato all’aborto volontario con Ru486.

Tra il 2014 ed il 2016 ci sono state tre morti dopo aborto farmacologico (1 a Torino e 1 in Campania nel 2014 e 1 in Campania nel 2016). Prendendo in considerazione la sola morte di Torino ed il numero totale degli aborti volontari farmacologici fatti in Italia dal 2009 al 2016 (62.872), la mortalità materna è di 1,59/100.000 donne superiore all’1.1 x 100.000 donne registrata in altri lavori 15.9 volte superiore a quella dell’aborto chirurgico (0,1/100.000) (New England Journal of Medicine, 2005; Italian Journal of Gynecology and Obstetrics, 2008).

Inoltre è a tutti evidente che se l’epoca gestazionale viene portata a 9 settimane il numero totale delle donne sarebbe più che raddoppiato (nel 2017 le donne con epoca gestazionale fino a 8 settimane sono state 37.508, le ivg farmacologiche 14.267) e di conseguenza aumenterebbe notevolmente il numero di donne (minimo ~ 1.000) che avranno bisogno di essere sottoposte a revisione della cavità uterina per metrorragie confermando le complicazioni segnalate dalla FDA statunitense nel 2006 (950 complicazioni di cui 116 trasfusioni, 12.21%, 232 casi di ospedalizzazione, 24.42%). Infine oltre all’aumento numerico non si tiene conto che chi abortisce a casa ed ha una metrorragia abbondante corre subito al Pronto Soccorso quando si accorge di perdere molto sangue. In tal modo si crea maggior disservizio di quando il tutto avviene in una seduta programmata in ospedale ed esponendosi così realmente ad un maggior rischio di contagio.

Il terzo aspetto riguarda la solitudine delle donne: la donna è lasciata sola a convivere nell’attesa dell’espulsione del proprio bambino che può avvenire anche in presenza di altri familiari e, come riportato dal British Medical Journal, nel 56% dei casi le donne riconoscono l’embrione espulso.

Tutto questo rattrista molto perché di fronte all’eroismo di tanti colleghi medici (più di 100) che hanno perso la vita per curare persone ammalate di Covid-19, si constata la reticente connivenza di chi sa benissimo che l’aborto farmacologico è più rischioso di quello chirurgico. La manipolazione mediatica e psicosociale invoca uno stato di necessità che non c’è. Invoca i diritti delle donne senza tutelarne la salute fisica e/o psicologica.

COMUNICATO STAMPA N. 1 DEL 14 GENNAIO 2020

 

Il movimento degli atleti con sindrome di down in Italia è un eccellenza con quasi 1.400 agonisti, da cui tra il 2018 e il 2019, sono scaturite 180 medaglie europee e mondiali ( 82 ori, 61 argenti, 37 bronzi ).

Un’eccellenza tra le eccellenze è Nicole Orlando che ha vinto quattro ori ai mondiali di atletica in sud Africa nel 2015. Tuttavia, sia in Italia che in Europa, il 90% delle diagnosi di sindrome di Down, viene indirizzata alla  interruzione volontaria di gravidanza.

L’ annuncio del vice Ministro alla Salute, Pierpaolo Sileri, in commissione Sanità al Senato (10.1.2020, AgenPress), che sarà sottoposto all’esame della Commissione nazionale per l’aggiornamento dei Lea, in via di costituzione, l’inserimento nelle prestazioni erogabili nell’ambito del SSN degli screening prenatali non invasivi potrebbe sembrare “una conquista” finalizzata a dare un servizio alle coppie e alle donne per acquisire la conoscenza della normalità del corredo cromosomico del proprio bambino in utero.

Tuttavia, alla luce dei dati epidemiologi (90% di interruzioni volontarie dopo diagnosi di Trisomia 21) l’anticipazione della diagnosi dello stato di salute genetico del proprio figlio allarga in maniera esponenziale la possibilità dell’interruzione volontaria della gravidanza.

Sul piano concettuale, ciò obbedisce al concetto che l’aborto eugenetico precoce comporti un minore trauma psicologico, essendo l’embrione di piccole dimensioni: “piccolo embrione piccolo trauma”. Tutto ciò però è falso poiché studi di grosso spessore scientifico hanno acclarato che la sofferenza psicologica della donna non è in proporzione ai centimetri o ai grammi bensì alla perdita della presenza del figlio. Per cui l’allargamento a tutte le gestanti dei test genetici non invasivi (NIPT) – L’Emilia Romagna sarebbe la prima regione italiana che si appresta a farlo – è solo un apparente buon utilizzo delle risorse economiche in campo sanitario, perché non tiene minimamente conto dell’impatto sulla salute psicologica delle donne dopo un aborto eugenetico.

Come A.I.G.O.C., crediamo che l’utilizzo sempre più ampio delle diagnosi prenatali non invasive, senza soppesare rischi e conseguenze sulla salute delle donne e delle famiglie, rappresenti una inappropriata utilizzazione delle risorse economiche della sanità pubblica sia nel merito che nel metodo: nel merito perché si diffonde un elemento facilitatore dell’aborto eugenetico; nel metodo perché destina una grossa entità di risorse economiche, distogliendola da necessità sanitarie ben più importanti per la collettività.

È come investire nell’acquisto di tre bombe atomiche per distruggere 20 formiche: è un uso eticamente, umanamente e scientificamente sbagliato delle scarse risorse della sanità. Nessuna formica dev’essere distrutta; e se vogliamo aumentare la consapevolezza del benessere delle famiglie che affrontano la gravidanza, bisogna piuttosto impegnarsi a diffondere una cultura che sostenga la forza della dignità della persona umana, soprattutto quando questa è più debole, ricordando a tutti che la legge 194 non può essere una legge che incrementa l’aborto eugenetico di hitleriana memoria.

PER SCARICARE IL COMUNICATO CLICCA QUIComunicato Stampa AIGOC n 1 del 14 gennaio 2020

 

 COMUNICATO A.I.G.O.C. N.5 DEL 5 NOVEMBRE 2019

 

 

 Il Presidente della FNOMCeO dott. Filippo Anelli a proposito del suicidio assistito ha recentemente dichiarato: “È chiaro, ed esposto dall’articolo 3 del Codice di Deontologia Medica, il principio fondamentale su cui regge la nostra Professione: “Dovere del medico è la tutela della vita, della salute fisica e psichica dell’Uomo e il sollievo dalla sofferenza nel rispetto della libertà e della dignità della persona umana”.  Questa affermazione porta con sé almeno due corollari: il primo è che, da sempre, i medici vedono nella morte un nemico e nella malattia un’anomalia da sanare: mai si è pensato che la morte potesse diventare un alleato, che potesse risolvere le sofferenze della persona.” Tale presa di posizione in una società che sempre più sembra perdere il rispetto per la vita umana ci rincuora e ci spinge a denunciare le pressioni che alcuni Dirigenti delle ASL e delle U.O. di Ostetricia e Ginecologia esercitano su medici obiettori per indurli a cooperare agli interventi di ivg (aborti volontari) in particolare tardivi (dopo la fine della 12 settimana di gravidanza), che  vengono effettuati  in regime di ricovero.

L’art. 9 della legge 194/1978 recita: “il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte alle procedure di cui agli articoli 5 e 7 ed agli interventi per l’interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione.    L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento.”

Nei primi anni di applicazione della legge 194/1978 – in moltissimi ospedali italiani le ivg si effettuavano in regime di ricovero ospedaliero e maggiore era la sensibilità etica del personale medico e non – la frase “dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza” era interpretata nel senso voluto dal legislatore anche dai magistrati. Se su una richiesta di ecg, di esami ematochimici o di rx torace, addirittura in prericovero, era indicata la motivazione “ivg” il personale medico obiettore poteva rifiutarsi e nessun giudice disconosceva questo suo diritto.

Oggi si pretende di considerare l’aborto volontario un diritto e il medico un mero esecutore della volontà altrui.  Si assiste a condanne di colleghi ginecologi, che legittimamente tutelano il proprio diritto all’obiezione di coscienza (vedi il caso del collega ligure condannato anche in appello per essersi rifiutato di cooperare al completamento di un intervento di aborto  farmacologico).

Direttori medici e amministrativi piuttosto che assicurare e organizzare i servizi con personale non obiettore così come recita l’art. 9 della legge 194   (“Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale”) cercano di costringere gli obiettori addirittura ad essere responsabili di intere fasi dell’intervento abortivo per tutta la durata del turno di guardia ignorando o sottovalutando le profonde motivazioni che portano il personale sanitario a non offrire il proprio contributo a qualsiasi intervento abortivo volontario, che ha inizio con la firma del certificato necessario per procedere all’aborto (art. 5 e 7), continua con il successivo ingresso della paziente dopo la pausa di riflessione di 7 giorni in Day Surgery o in ospedale negli aborti tardivi e si  conclude con la visita di dimissione. Si tende invece a miniaturizzare e frazionare azioni e responsabilità in modo da non riuscire più neanche ad individuarne il responsabile.

L’assenza di personale medico e ostetrico non obiettore durante tutta la durata  dell’intervento abortivo crea i presupposti perché agli obiettori si chieda di intervenire, in nome di presunte “imprevedibili urgenze”, in realtà normali ed inevitabili eventi attesi durante un’interruzione volontaria di gravidanza. La legge 194, infatti, tutela l’obiezione di coscienza obbligando l’obiettore ad intervenire solo quando il suo aiuto è davvero “indispensabile” e non quando il suo aiuto viene “reso indispensabile” perché lasciato solo durante interventi abortivi che richiedono la costante assistenza di personale sanitario (“L’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario, ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo” – art. 9 legge 194).

La già citata scarsa sensibilità etica di tanti operatori sanitari e la sudditanza psicologica di tanti giovani medici, del personale ostetrico, infermieristico ed ausiliario (accompagnare in sala operatoria o portare in barella una donna che si sottopone ad ivg si configura come cooperazione all’ivg)   hanno reso possibile una cattiva prassi, in particolare negli aborti tardivi che si prolungano spesso più di un turno di servizio ospedaliero.

Ribadiamo l’obbligo morale prima che giuridico delle amministrazioni, dei direttori responsabili e dei singoli di garantire e tutelare sempre  il diritto all’obiezione di coscienza previsto dalla stessa legge 194/1978!

Ribadendo il nostro diritto/dovere di medici di tutelare la vita di ogni uomo dal concepimento alla morte naturale e la nostra contrarietà a qualsiasi forma di eutanasia e di suicidio assistito, auspichiamo che il legislatore e la giurisprudenza rispettino la coscienza di ciascuno in modo chiaro e completo senza obbligarlo ad estenuanti procedure sindacali e legali, come purtroppo avviene a 41 anni dall’approvazione della legge 194/1978.

Come A.I.G.O.C. raccogliamo e continueremo a denunciare in tutte le sedi tali abusi perché nessun obiettore sia costretto ad operare contro scienza e coscienza.

PER SCARICARE IL COMUNICATO NELLA VERSIONE STAMPABILE CLICCA QUIComunicato Stampa n. 5 del 5 Novembre 2019

 

 

La delibera dalla Regione Lombardia, che disponeva che fosse possibile cercare un figlio con l’eterologa in strutture accreditate e col solo pagamento del ticket se l’età della donna non supera i 43 anni e fino a un massimo di tre cicli, non solo ha un valido fondamento scientifico confermato dai dati della Relazione al Parlamento del Ministro della Salute sull’applicazione della legge 40/2004, resa pubblica il 6 u.s., ma è in linea anche con scelte fatte da altri Stati Europei.

Certo ad una lettura affrettata dei dati offerti dalla citata relazione non si riesce a cogliere il dato scientifico, che inesorabilmente evidenzia la scarsa efficacia del ricorso alla fecondazione extracorporea per le coppie in cui la donna ha un’età ≥43 anni, ma esaminando bene i dati offerti per gruppi di età notiamo:

  • Nei 4.801 cicli trattati a fresco con fecondazione extracorporea omologa solo il 2,4% delle coppie trattate ha avuto la possibilità di avere figli in braccio e solo l’1,77% degli embrioni trasferiti in utero è sopravvissuto fino alla nascita. Il 53,7% delle gravidanze iniziate ha avuto un esito negativo.
  • Nei cicli omologhi con scongelamento di embrioni le coppie con figli in braccio sono il 9,72% delle coppie trattate.
  • Nelle 24 coppie trattate con donazione di gameti maschili (seme) si registra una situazione analoga a quella omologa con scongelamento di embrioni: 8,33% con figli in braccio.
  • Nelle 1.122 coppie trattate con donazioni di ovociti notiamo che il numero di trasferimenti di embrioni in utero è nettamente superiore (1.574) al numero delle coppie trattate, per cui in questo gruppo di età più coppie sono state sottoposte nello stesso anno a due o più trasferimenti di embrioni in utero. Le coppie con figli in braccio/numero dei trasferimenti effettuati sono il 18,93%, se si rapporta alla % di trasferimenti effettuati nei gruppi di età più giovane il numero delle coppie con figli in braccio con un solo trasferimento di embrioni in utero per anno scende a 12,39%.
  • Nelle 1.160 coppie trattate con donazione di embrioni ritroviamo la stessa situazione descritta per la donazione di ovociti, cioè il numero di trasferimenti in utero di embrioni è superiore (1.370) al numero delle coppie trattate, cioè più coppie sono state sottoposte a più di un trasferimento di embrioni in utero nello stesso anno, per cui se si considera un solo trasferimento di embrioni in utero per anno le coppie con figli in braccio diventano scende a 18,89%.

Poiché – come è chiaramente scritto a pagina 6 della relazione – “La maggiore età di chi accede ai cicli di donazione sembra indicare come questa tecnica sia scelta soprattutto per infertilità fisiologica, dovuta appunto all’età della donna e non per patologie specifiche.” – il vero motivo per cui si ricorre a queste tecniche non è una patologia, per cui è legittimo e doveroso per un amministratore attento porre dei limiti di età all’accesso a carico del SSN di donne fisiologicamente infertili per la loro età.

A ciò si aggiunge un altro dato, di cui purtroppo nessuna relazione ministeriale sull’ applicazione della legge 40/2004  ha finora riferito, cioè che di fecondazione extracorporea si può anche morire. Nella pubblicazione dell’ISTAT La Salute Riproduttiva della Donna a pagina 123 e 124 possiamo leggere che:  in sei regioni italiane (Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Sicilia) sottoposte ad un nuovo sistema di sorveglianza della mortalità materna diretta entro 42 giorni dal parto/aborto è stata registrata nel biennio 2013-2014 la morte di 6 donne ( 3 con età superiore ai 42 anni e 5 con obesità condizioni che costituiscono controindicazioni al ricorso a tecniche di PMA in ambito pubblico nel Regno Unito) con una frequenza 7,67 volte maggiore (51,98/100.000 nati vivi) rispetto alle altre 33 donne con concepimento naturale decedute (6,78/100.000 nati vivi) nello stesso periodo (https://www.istat.it/it/files/2018/03/La-salute-riproduttiva-della-donna.pdf, pag. 123-124).

Chi cerca il vero bene delle donne si impegna a creare condizioni sociali e lavorative tali da consentire a chi lo desidera di avere figli nell’età più giovane, fisiologicamente più fertile, senza il bisogno di ricorrere a trattamenti spesso inutili che giovano solo a chi li propone.

Clicca Qui per scaricare il Comunicato Stampa n. 4 del 26 lugio 2019

E’ VERO “PROGRESSO SCIENTIFICO” ACCETTARE PASSIVAMENTE
LA MORTE DI 166.989 ED IL CONGELAMENTO DI ALTRI 51.332
ESSERI UMANI PER DARE UN FIGLIO IN BRACCIO A 11.094 COPPIE?

 

COMUNICATO STAMPA N. 3 DEL 22 LUGLIO 2019
 

    La relazione annuale al Parlamento del Ministro della Salute sull’attuazione della legge 40/2004, complice anche il periodo estivo ed i fatti di cronaca, non fa più notizia: solo qualche quotidiano ne ha parlato senza entrare in merito alla questione. La fecondazione extracorporea (tecniche di II e III livello) omologa ha fatto registrare nel 2017 l’accesso di 1.210 coppie per 1.330 cicli in più rispetto al 2016 ed un innalzamento dell’età media per la donna a 36,7 anni, mentre il maggior ricorso allo scongelamento degli embrioni e degli ovociti fa lievemente aumentare la % di coppie con figli in braccio (16,13%/15,72) e la % di embrioni sopravvissuti dopo il trasferimento in utero (12,45/11,41).

    La fecondazione extracorporea eterologa ha avuto un incremento significativamente maggiore con 938 coppie in più (+18,75%) per un totale di 649 cicli trattati in più rispetto al 2016. I trasferimenti in utero di embrioni nel 2017 sono aumentati (9.854) ed in particolare i trasferimenti con donazione di ovociti e di embrioni nelle donne di età compresa tra 40-42 anni (1.270/1.133 coppie) e ≥ 43 anni (2.944/2.282 coppie) contrariamente a quelli con donazione di seme nelle stesse età (135/162coppie). Il poter fare più trasferimenti con ovociti ed embrioni nello stesso anno in questi due gruppi di età più avanzata spiega l’apparente paradosso di avere una % di coppie con figli in braccio rispettivamente del 23,47nel gruppo di donne di 40-42 anni e del 21,49 nelle donne di età ≥ 43 anni. Anche il numero degli embrioni trasferiti sacrificati è aumentato (8.244). La relazione non fornisce informazioni sufficienti, come fa per l’omologa, per poter ricostruire con più precisione il numero di embrioni prodotti od importati, il numero di embrioni prodotti e crioconservati.

    Le indagini genetiche pre impianto sono in crescita, non essendo indicato il numero di embrioni trasferiti in utero, ma solamente il numero di cicli in cui sono state fatte queste indagini i dati offerti (vedi tab. 5) ci dicono che il 74,35% di embrioni sono morti dopo indagini/trasferimento in utero e che di 795 embrioni non si hanno notizie.

    A pagina 6 della relazione è chiaramente scritto “La maggiore età di chi accede ai cicli di donazione sembra indicare come questa tecnica sia scelta soprattutto per infertilità fisiologica, dovuta appunto all’età della donna e non per patologie specifiche.”, cioè il vero motivo per cui si ricorre a queste tecniche non è una patologia! Qualche domanda sorge spontanea:

  • Per soddisfare il desiderio di avere un figlio in un momento della vita in cui è più difficile realizzarlo facendo nascere 454 bambini è lecito esporre a morte certa 168.986 embrioni umani e criocon- gelarne altri 51.632?
  • E’ lecito sperperare il poco danaro pubblico mantenendo nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) le tecniche di fecondazione extracorporea omologhe ed eterologhe, che non sono terapie ed espongono anche a rischi grave chi vi si sottopone e procurano alla maggior parte di chi vi ricorre delusioni e conseguenze psichiche?
  • Favorire l’adozione anche internazionale aiutando le coppie anche meno abbienti a realizzare questo tipo di accoglienza, che realizza il diritto reale e fondamentale di ogni bimbo ad avere una fami- glia, non è un modo più umano e civile di avere un figlio da amare senza sacrificarne altri 10?
  • Con 454 nati in più all’anno non si rivolge certamente il gelo demografico che attanaglia da alcuni decenni l’Italia: non sarebbe più conveniente e salutare per tutti investire il danaro pubblico per creare lavoro per i giovani ed attuare politiche sociali e lavorative a favore della famiglia per facilitare le coppie a formare una famiglia e ad avere figli in età più giovane, quando minori sono le difficoltà di concepire naturalmente?

    Ogni anno che passa diminuisce sempre di più l’attenzione data sia dai Parlamentari, che dai mass media, che dalle Associazioni Professionali e non direttamente interessate alla relazione del Ministro della Salute sull’applicazione della legge 40/2004 (sulla fecondazione extracorporea). Sarà forse il periodo scelto per renderla pubblica (fine giugno/primi di luglio), oppure il modo complesso e difficile di presentare i dati in particolare di quelli relativi alla fecondazione eterologa, che rendono molto difficile la loro comprensione agli addetti ai lavori, sta di fatto che gli unici cui giovano tali cose sono i centri che operano in tale settore.

    La prima cosa che tocca sottolineare ancora una volta, a 15 anni dell’entrata in vigore della legge, è le tecniche di I livello sono sostanzialmente diverse dal punto di vista tecnico ed etico da quelle di II e III livello, per cui non si possono sommare insieme i dati ed i risultati.

Nei nostri comunicati da sempre ci riferiamo esclusivamente alle tecniche di II e III livello, cioè alla fecondazione extracorporea omologa ed eterologa.

La tabella 9 evidenzia che nel 2017 sono aumentati tutti i parametri esaminati rispetto all’anno precedente, in particolare, lo sottolineiamo perché in altri commenti questo dato è trascurato, il numero di embrioni trasferiti sacrificati, cioè morti dopo trasferimento in utero (89.947), il numero to- tale di embrioni morti (166.986) ed il numero degli embrioni crioconservati (51.632).La tabella 2 mostra come si arriva a calcolare il numero totale degli embrioni sacrificati. A questi numeri bisogna aggiungere gli embrioni morti dell’eterologa e le vittime della diagnosi genetica pre impianto.

    I dati più problematici sono quelli relativi alla fecondazione eterologa, che sono aggregati in modo disomogeneo e che nei gruppi con donazione di seme (tab. 3.5.11 pag. 165) parlano di embrioni freschi con seme proveniente da banche estere e medesimo centro e di embrioni crioconservati provenienti da banca estera (373 cicli) dal medesimo centro (46 cicli) e da banca nazionale (4 cicli). Similmente per la donazione di ovociti (tab. 3.5.12 pag.166): sono descritti 1.410 cicli con embrioni crioconservati dopo donazione di ovociti freschi provenienti da banca estera e 12 cicli dal medesimo centro; 149 cicli con embrioni crioconservati dopo una donazione di ovociti scongelati provenienti da banca estera e 16 cicli provenienti dallo stesso centro.

La tabella 3.5.13 pag. 167 riferisce di 295 coppie trattate con doppia donazione di gameti per un totale di 346 cicli: in 170 di questi cicli vengono importati embrioni crioconservati da banca estera.

In altri termini in 2.102 cicli sono stati importati dall’estero non liquido seminale od ovociti, ma embrioni umani, in media 3.153 (criocontenitore = 1-2 embrioni)!

In altri comunicati ci siamo chiesti se è lecito importare/esportare esseri umani viventi (l’embrione umano è un essere umano vivente altrimenti non potrebbe mai nascere se trasferito in utero) e se è lecito comprarli, perché non crediamo che giovani donne spagnole, ceche ed ucraine siano tanto generose da sottoporsi all’induzione di ovulazioni multiple solo per un semplice rimborso spese.

Le Regioni e le provincie Autonome non sono obbligate a rispettare il divieto di commercializzazione di cui all’art. 12 comma 6 della legge 40/2004?

L’embrione umano vale meno di un pezzo di organo umano (fegato, midollo osseo, …) dal momento che la legge 236/2016 inse-rendo l’art. 601bis nel codice penale sanci-sce che «Chiunque, illecitamente, com- mercia, vende, acquista ovvero, in qualsiasi modo e a qualsiasi titolo, procura o tratta organi o parti di organi prelevati da persona vivente è punito con la reclusione da tre a dodici anni e con la multa da euro 50.000 ad euro 300.000. Se il fatto è commesso da persona che esercita una professione sanitaria, alla con- danna consegue l’interdizione perpetua dall’esercizio della professione»!

I cicli di fecondazione extracorporea eterologa nel 2017 sono significativamente aumentati per il maggior ricorso alla donazione di ovociti ed embrioni, che riescono a neutralizzare l’handicap rappresentato dall’età più avanzata delle donne che si sottopongono a queste tecniche con donazione di ovociti a fresco (42,4 anni), con ovociti crioconservati (41,4 anni) o con embrioni crioconservati dopo una donazione di gameti (40,6 anni), perché le donatrici di ovociti sono nettamente più giovani delle riceventi e perché con- trariamente alle donne che si sottopongono ad eterologa con donazione di seme non sono soggette alle interruzioni di trattamento prima del prelievo ovocitario o prima del trasferimento embrionario, cui sono esposte le donne con donazione di seme.

La tabella 7 mostra chiaramente che il numero di trasferimenti in utero di embrioni è significativamente inferiore al numero delle coppie trattate con donazione di seme (615/787 coppie/839 cicli), rispetto alle coppie trattate con donazione di ovociti (2908/2725 coppie/3146 cicli) e con trasferimenti di embrioni (2677/2266 coppie/2783 cicli) per cui correttamente la relazione fa il calcolo della percentuale delle coppie con figli in braccio in rapporto al numero dei trasferimenti effettuati, che rispecchia più fedelmente la realtà. La relazione non fornisce informazioni sufficienti – come fa per l’omologa – per poter ricostruire con più precisione il numero di embrioni prodotti od importati, il numero di embrioni prodotti e crioconservati.

 

Per l’import ed export dedica 20 pagine con belle mappe a colori per visualizzare i flussi, ma non riassume il tutto in 1 o 3 tabelle facili da leggere a tutti in cui viene indicato con una sigla il centro che opera l’import/export, il numero preciso dei crioconservatori di seme, di ovociti e di embrioni con la nazione di provenienza ed il centro di destinazione pubblico/convenzionato/privato e possibilmente anche l’entità del rimborso spese pagato da ogni centro; quanti embrioni vengono prodotti con i crioconservatori di ovociti importati e che destinazione hanno (tutti trasferiti in utero? Quanti Crioconservati?)

 

 

Le indagini genetiche pre impianto sono in crescita, ma non essendo indicato il numero di embrioni trasferiti in utero, ma solamente il numero di cicli    in cui sono state  fatte queste indagini i dati offerti dalla tabella 5 sono nettamente inferiori alla realtà perché il calcolo è stato fatto su un em- brione per ogni ciclo, ma sono sufficienti per offrirci un’idea del notevole numero di embrioni sacrificati.

 

Nella stragrande maggioranza dei casi trattati sia con l’omologa che con l’eterologa, come è chiaramente scritto a pagina 6 della relazione “La maggiore età di chi accede ai cicli di donazione sembra indicare come questa tecnica sia scelta soprattutto per infertilità fisiologica, dovuta appunto all’età della donna e non per patologie specifiche”, il vero motivo per cui si ricorre a queste tecniche non è una pato- logia!

C’è da chiedersi seriamente a questo punto:

  • Per soddisfare il desiderio di avere un figlio in un momento della vita in cui è più difficile realizzarlo per far nascere 12.454 bambini è lecito esporre a morte certa 168.986 embrioni umani e criocon- gelarne altri 632?
  • E’ lecito sperperare il poco danaro pubblico mantenendo nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) le tecniche di fecondazione extracorporea omologhe ed eterologhe, che non solo non sono terapie ed espongono anche a rischi gravi chi vi si sottopone e creano alla maggior parte di chi vi ricorre delusioni e conseguenze psichiche?A proposito dei gravi rischi, di cui neanche la relazione di quest’anno fa minimo cenno, sembra da non trascurare da quanto riferito a pag. 123-124 dalla pubblicazione dell’ISTAT La Salute riprodut- tiva della donna: in sei regioni italiane (Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Sicilia) sottoposte ad un nuovo sistema di sorveglianza della mortalità materna diretta entro 42 giorni dal parto/aborto è stata registrata nel biennio 2013-2014 la morte di 6 donne ( 3 con età superiore ai 42 anni e 5 con obesità condizioni che costituiscono controindicazioni al ricorso a tec- niche di PMA in ambito pubblico nel Regno Unito) con una frequenza 7,67 volte maggiore (51,98/100.000 nati vivi) rispetto alle altre 33 donne con concepimento naturale decedute (6,78/100.000 nati vivi) nello stesso periodo (https://www.istat.it/it/files/2018/03/La-salute-riprodut- tiva-della-donna.pdf, pag. 123-124).
  • Favorire l’adozione anche internazionale aiutando le coppie anche meno abbienti a realizzare que- sto tipo di accoglienza, che realizza il diritto reale e fondamentale di ogni bimbo ad avere una fami- glia, non è un modo più umano e civile di avere un figlio da amare senza sacrificarne altri 10?
  • Con 454 nati in più all’anno non si rivolge certamente il gelo demografico che attanaglia da alcuni decenni l’Italia: non sarebbe più conveniente e salutare per tutti investire il danaro pubblico per creare lavoro per i giovani ed attuare politiche sociali e lavorative a favore della famiglia per facilitare le coppie a formare una famiglia e ad avere figli in età più giovane, quando minori sono le difficoltà di concepire naturalmente?

PER STAMPARE LA FORMA COMPLETA DEL COMUNICATO CLICCA QUI Comunicato Stampa n 3 del 22 luglio 2019-forma completa

PER STAMPARE LA FORMA RIDOTTA DEL COMUNICATO CLICCA QUIComunicato Stampa n 3 del 22 luglio 2019-forma ridotta

L’INSERIMENTO NEI L.E.A. DELLA P.M.A. CALPESTA LA DIGNITA’ UMANA DEGLI EMBRIONI, SDOGANA -CONTRA LEGEM- ED ALIMENTA UNA NUOVA FORMA DI SCHIAVITU’ DELLE DONNE POVERE E DISCRIMINA LE COPPIE ADOTTANTI

COMUNICATO A.I.G.O.C. STAMPA N. 2 DELL’ 12 MARZO 2019

 

La recente sentenza dei Giudici del TAR Lombardia e del Consiglio di Stato, che ha costretto la Regione Lombardia ad offrire in regime di rimborsabilità la fecondazione extracorporea eterologa ci offre l’opportunità di riproporre alcuni quesiti già posti nei nostri Comunicati Stampa n. 6 del 10/7/2017 e n. 6 del 23/7/2018. In particolare ci chiediamo: essendo ancora vigente il comma 6 dell’art. 12 della legge 40/2004, che vieta qualsiasi forma di commercializzazione dei gameti e degli embrioni, le Regioni e le Provincie autonome sono o non sono obbligate a rispettare questo divieto?

In Italia chi compra un pezzo di organo umano prelevato da vivente è punito con la reclusione da tre a dodici anni e con la multa da euro 50.000 ad euro 300.000 (art. 601bis codice penale):  a quale degrado culturale siamo giunti se i giudici ritengono che l’embrione umano si può comprare, ritenendo evidentemente che ha meno dignità di  un pezzo di fegato o di midollo osseo umano?

Favorendo la commercializzazione di ovociti, spermatozoi ed embrioni si crea una nuova forma di schiavitù delle donne, in particolare di quelle più povere o avide di danaro.

La fecondazione extracorporea eterologa non è l’unica modalità “terapeutica?” possibile per realizzare il neoconiato “diritto ad avere uno o più figli”, di una coppia sterile, anche l’adozione  consente di soddisfare questo presunto “diritto” offrendo in più ad un bambino abbandonato la possibilità di soddisfare il suo naturale ed universale diritto ad una famiglia e senza  esporre a morte certa più dell’80% dei suoi fratelli embrioni prodotti e trasferiti in utero nella PMA: perché i Giudici non hanno fatto inserire tra le prestazioni rimborsabili al prezzo del ticket anche l’adozione?

Per sanare una discriminazione ne hanno creata una più grossa!

Per scaricare il COMUNICATO CLICCA QUIComunicato Stampa n. 2 del 12 marzo 2019_1

 

DI SEGUITO LA VERSIONE INTEGRALE DEL COMUNICATO

 

L’INSERIMENTO NEI L.E.A. DELLA P.M.A. CALPESTA LA DIGNITA’ UMANA DEGLI EMBRIONI, SDOGANA -CONTRA LEGEM- ED ALIMENTA UNA NUOVA FORMA DI SCHIAVITU’ DELLE DONNE POVERE E DISCRIMINA LE COPPIE ADOTTANTI

COMUNICATO A.I.G.O.C. STAMPA N. 2 DELL’ 12 MARZO 2019

 

L’articolo di La Repubblica, che trionfalmente annuncia che anche in Lombardia “Eterologa al via per prime coppie al prezzo del ticket” dopo che i Giudici del TAR Lombardia e del Consiglio di Stato,  accogliendo il ricorso di Sos infertilità onlus, hanno costretto la regione Lombardia a mettersi in regola con una delibera che ha sancito il regime di rimborsabilità per l’eterologa ad imitazione di altre regioni (Toscana, Emilia e Romagna e Friuli Venezia Giulia) ha sollevato in noi molte perplessità e dubbi, che ora cercheremo di manifestare.

Non essendo stato – fino ad oggi – abrogato il comma 6 dell’art. 12 della legge 40/2004 chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro”,  nel nostro Comunicato stampa n. 6 del 10 luglio 2017 esprimevamo la nostra sorpresa e perplessità di fronte alla “grande generosità delle “donatrici” straniere, che hanno “offerto” la stragrande maggioranza degli ovociti utilizzati nel 2015 per le fecondazioni eterologhe, richiedendo la ovodonazione una stimolazione ovarica per far maturare più ovociti (in media 6,9) ed un prelievo degli stessi!” ed in quello n. 3 del 23 luglio 2018 – dopo aver dettagliatamente descritto il traffico di cellule germinali maschili e femminili e di embrioni – lamentavano “Nessun cenno c’è nella relazione sulle modalità di acquisizione dei gameti e degli embrioni dai Centri esteri da parte delle Regioni Italiane considerato che non si possono acquistare né barattare sarebbe utile riferire! “.

Ora leggendo nel citato articolo che addirittura il TAR Lombardia ed il Consiglio di Stato obbligano la Regione Lombardia a fare quello che altre regioni (Toscana, Emilia e Romagna, Friuli Venezia Giulia) hanno già fatto e continuano a fare dal 2015 ci sorge spontanea una domanda: le Regioni e le provincie Autonome non sono obbligate a rispettare il divieto di commercializzazione di cui all’art. 12 comma 6 della legge 40/2004?  

 Il fatto che nell’ultima relazione al Parlamento sull’applicazione della legge 40/2004 (28 giugno 2018) è riportata l’importazione (2.865 contenitori per un totale di 4.297 embrioni nel 2016) e l’esportazione (55 crioconservatori per un totale di 83 embrioni nel 2016) di embrioni ci fa prendere atto del degrado culturale cui è pervenuta la nostra società, che considera gli embrioni umani meno di un pezzo di organo umano (fegato, midollo osseo, …) dal momento che la legge 236/2016 inserendo l’art. 601bis nel codice penale sancisce che «Chiunque, illecitamente, commercia, vende, acquista ovvero, in qualsiasi modo e a qualsiasi titolo, procura o tratta organi o parti di organi prelevati da persona vivente è punito con la reclusione da tre a dodici anni e con la multa da euro 50.000 ad euro 300.000. Se il fatto è commesso da persona che esercita una professione sanitaria, alla condanna consegue l’interdizione perpetua dall’esercizio della professione»!

 Gli ovociti comprati all’estero – in modo cospicuo ed eccessivo – vengono prelevati dalle ovaie di giovani donne per lo più bisognose di danaro per sopravvivere o per altre loro scelte, che sono state bombardate da alte dosi di ormoni per produrre il numero maggiore possibile di ovociti maturi da prelevare, quindi queste donne di fatto sono esposte a rischi e danno vita ad una nuova forma di schiavitù, che la legge italiana aborrisce e vieta, ma che gli Amministratori Regionali e Provinciali alimentano con il beneplacito di TAR e Consiglio di Stato.

 La fecondazione extracorporea eterologa non è l’unica modalità “terapeutica?” possibile per realizzare il neoconiato “diritto alla famiglia”, cioè ad avere uno o più figli, di una coppia sterile : nelle linee guida del 1 luglio 2015 è espressamente scritto che “Alla coppia deve essere prospettata la possibilità di  ricorrere a procedure di adozione o di  affidamento  ai  sensi  della  legge  4 maggio 1983, n. 184, e  successive  modificazioni,  come  alternativa alla procreazione medicalmente assistita.”, per cui il TAR ed il Consiglio di Stato nel tentativo di riparare una presunta discriminazione ne hanno compiuta una più grossa non indicando tra le possibili “terapie” della sterilità coniugale assoluta anche l’adozione, considerato che l’adozione di un bambino già nato ed abbandonato soddisfa al diritto universale di ogni bambino ad avere una famiglia senza esporre a morte certa più dell’80% dei suoi fratelli embrioni prodotti e trasferiti in utero nella fecondazione extracorporea eterologa. I Giudici Amministrativi non si sono minimamente preoccupati dei costi sostenuti dalle Coppie  Adottanti e della gravissima discriminazione che patiscono nel vedere che Giudici Amministrativi Italiani si preoccupano di far sostenere alle Regioni spese ingenti (tra i 5 e 6 mila euro per ogni ciclo) per “terapie” poco efficaci (le coppie con figlio in braccio non hanno mai raggiunto il 20% di quelle che si sottopongono a fecondazione extracorporea) trascurando di ingiungere che anche le spese sostenute dalle Coppie Adottanti debbano essere a carico del SSN, delle Regioni a fronte del pagamento di un ticket.

 Nel già citato articolo resterebbe come nodo da sciogliere  l’età massima della donna fissata dalla Regione Lombardia a 43 anni. Questo limite non è arbitrario – come si vorrebbe far credere – , ma ha un suo fondamento dimostrato dai fatti avvenuti nel biennio 2013-2014 in Italia: in sei regioni italiane (Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Sicilia) sottoposte ad un nuovo sistema di sorveglianza della mortalità materna diretta entro 42 giorni dal parto/aborto è stata registrata la morte di 6 donne ( 3 con età superiore ai 42 anni e 5 con obesitàcondizioni che costituiscono controindicazioni al ricorso a tecniche di PMA in ambito pubblico nel Regno Unito) con una frequenza 7,67 volte maggiore  (51,98/100.000 nati vivi) rispetto alle altre 33 donne  con concepimento naturale decedute (6,78/100.000 nati vivi) nello stesso periodo (https://www.istat.it/it/files/2018/03/La-salute-riproduttiva-della-donna.pdf, pag. 123-124).

Viene criticato anche il limite di tre cicli concessi per l’eterologa, ma se teniamo in debita considerazione l’entità della spesa ed i risultati ottenuti la fecondazione extracorporea sia omologa che eterologa non dovrebbe proprio essere inserita nei LEA in una società come la nostra in cui diversi milioni di persone ammalate non possono curarsi e sottoporsi ad esami più utili e meno costosi per mancanza dei soldi necessari per procurarsi i farmaci o pagare le analisi per poterli fare in tempo utile per le cure!

Per scaricare il COMUNICATO INTEGRALE CLICCA QUIComunicato Stampa n. 2 del 12 marzo 2019_ 2

 

 

CONTINUA A CRESCERE IL NUMERO DEGLI ABORTI EUGENETICI CRESCONO A DISMISURA LE CERTIFICAZIONI  URGENTI ED IL NUMERO DEI DATI NON RILEVATI L’ABORTO VOLONTARIO SI CONFERMA MEZZO DI CONTROLLO DELLE NASCITE

COMUNICATO STAMPA N. 1 DEL 24 GENNAIO 2019

 

ABORTI VOLONTARI TARDIVI (Eugenetici)

    Il dato più rilevante della relazione ministeriale al Parlamento sull’applicazione della legge 194/1978 nell’anno 2017 è la costante crescita degli aborti volontari oltre i 90 giorni, che – nonostante la modesta riduzione del numero totale degli aborti (80.733 nel 2017 vs 84.926 nel 2016) – sono diventati 4.521 (5,6% di tutti gli aborti volontari, cioè 11,2 volte superiore allo 0,5% del 1981). E’ il dato più rilevante perché è un indicatore molto attendibile – perché non può essere sostituito e nascosto da altre metodiche – della crescente, strisciante e perniciosa “cultura dello scarto”, utilitaristica e di chiusura della vita, che sempre di più si diffonde tra la nostra gente!   Cifra anche nel 2017 sicuramente sottostimata perché in 2.544 casi (3,2%) l’epoca gestazionale non è stata rilevata: in Sardegna (22%), Puglia (12,8%), Liguria (8,8%) e Toscana (6,1%) la percentuale di dato non rilevato é nettamente superiore a quella nazionale (3,2%) e dovrebbe destare in tutti viva preoccupazione.

 

Nonostante le premesse metodologiche e le ripetute rassicurazioni sulla rilevazione dei dati, a proposito degli aborti oltre la 12^ settimana abbiamo tre dati differenti nella relazione: a pag. 3 il Ministro della Salute Grillo riferisce che sono 4.521, mentre nella tabella 19 e 20 abbiamo cifre inferiori, che ci inducono a pensare che manca la volontà di avere ed offrire i dati completi e certi dopo 40 anni di aborto volontario di stato.

CERTIFICATI DI URGENZA

Anche nel 2017 il numero di aborti volontari fatti in regime di urgenza è continuato a crescere raggiungendo la cifra di 14.746 (19,2%), toccando in alcune regioni percentuali notevolmente superiori come in Puglia (38.9%), in Piemonte (34.6%), nel Lazio (34.4%), in Abruzzo (24.6%), in Emilia Romagna (24.2%) e in Toscana (22.3%),  cui si devono aggiungere i 3.952 casi in cui nella tabella 18 leggiamo  dato non rilevato (4,9%), che in Puglia raggiunge il 38,7% (2.743) ed il 5,6% (764) in Lombardia.  Questo dato – come abbiamo già segnalato negli anni precedenti è anomalo ed inaccettabile e richiede una indagine accurata da parte del Ministero della Salute e delle altre Autorità competenti!  Perché – contrariamente a quanto affermato a pagina 36 della relazione per giustificare questo dato anomalo ed in crescita, cioè problemi di liste di attesa, di servizi disponibili per l’effettuazione dell’IVG o di necessità di ricorso all’urgenza per poter svolgere l’intervento con il Mifepristone e prostaglandine entro i tempi previsti nel nostro Paese (49 giorni di gestazione) – l’urgenza in ostetricia – come in tutte le branche della medicina – non può essere giustificata da problemi organizzativi o dalle modalità di esecuzione dell’aborto volontario violando quanto previsto, dall’art. 5 della legge 194/1978, che prevede una pausa di riflessione di 7 giorni dopo il rilascio del certificato, ma da problemi di oggettivo pericolo per la salute e/o la vita della donna.  Invocare come motivo d’urgenza il poter fare l’aborto farmacologico invece di quello chirurgico non è scientificamente giustificato perché la mortalità materna registrata in Italia  è nettamente superiore a quella dell’aborto chirurgico: calcolando la sola morte di Torino su 77.139 aborti farmacologici (RU486+Prostaglandine) fatti in Italia dal 2009 al 2017 si ha una mortalità di 1,30 /100.000 donne , superiore all’1,1/100.000 donne registrata in altri lavori e 13 volte superiore a quella registrata negli aborti chirurgici.  Certamente la proposta dell’aborto farmacologico non é finalizzata al bene della donna visti i maggiori rischi cui è esposta se non resta ricoverata fino alla completa espulsione dell’embrione e degli annessi ovulari e tenendo presente il maggior trauma psicologico  vissuto dalla donna e talora anche dai familiari perché l’espulsione del bambino può avvenire a casa in qualsiasi momento ed anche al cospetto di altri figli! Il Ministro – e non solo ! – indaghi e prenda i necessari ed improcrastinabili provvedimenti!

ABORTI VOLONTARI E COMPLICANZE

La tabella 27 riferisce 192 casi di emorragia, un numero nettamente inferiore a quello atteso (756) per i soli 14.267 aborti farmacologici (RU486+Prostaglandine) secondo quanto riferito dalla relazione dell’anno scorso (pag.43) dove si legge  che nel 5,3% degli aborti farmacologici c’è stata la necessità di ricorrere a revisione della cavità uterina ed anche inferiore al minimo di emorragie (285 = 2%) negli aborti farmacologici riportato nella letteratura mondiale.

Non è vergognoso nell’era informatica leggere  dato non rilevato nella tabella 27 in 2.525 casi con punte di 438 casi (24,1%) in Sardegna, di 1081 (12,5%) nel Lazio e di 746 (5,4%) in Lombardia?

La relazione annuale è una pura formalità o deve essere uno strumento per valutare scrupolosamente la situazione ed offrire ai Parlamentari ed agli Amministratori, ma prima di tutto ai Cittadini e soprattutto alle Donne un quadro veritiero sui reali rischi che si corrono scegliendo un tipo di aborto piuttosto che un altro?  Le donne continuerebbero a firmare con tanta facilità la cartella ed andare a casa subito dopo aver assunto la prima pillola (RU486) piuttosto che rimanere ricoverata fino alla completa espulsione del bambino e degli annessi ovulari se fosse loro detto che il rischio di morte è 10 volte maggiore in questi casi e che comunque almeno il 6% di loro dovrà essere sottoposto a raschiamento della cavità uterina entro 10 giorni per emorragia?

A pag. 44 della relazione dell’anno precedente si legge che dal 2015 il modello D12/ISTAT permette di registrare più di una complicanza per ciascuna IVG e di raccogliere il dato sul mancato/incompleto aborto perché la tabella 27 di quest’anno è più carente di dati di quella degli anni precedenti?

L’ABORTO VOLONTARIO NON DIMINUISCE, SI NASCONDE !

Leggendo attentamente la relazione ci accorgiamo che la diminuzione di 4.193 aborti registrata nell’anno 2017 è solo apparente: a pag. 12 – 13 possiamo verificare che nello stesso periodo sono state vendute 155.960 confezioni di ellaOne e Norlevo in più rispetto al 2016, che con tasso di concepimento del 20% corrisponderebbero a 31.192 aborti precoci.

A pag. 15 leggiamo che l’Istituto Superiore della Sanità stima per la prima volta che tra le donne straniere ci siano tra i 3.000 ed i 5.000 aborti clandestini, che vanno a sommarsi ai 12.000-15.000 stimati tra le donne italiane: quanti farmaci con potenzialità abortive venduti senza obbligo di ricetta e quanti con obbligo di ricetta venduti senza ricetta anche on line e senza adeguati controlli!

Purtroppo l’aborto volontario – come più volte ripetuto e come si può vedere nella tabella sotto riportata – è usato come mezzo di controllo delle nascite ed assieme agli altri mezzi consigliati dai fautori  del controllo mondiale della popolazione – che vorrebbero dispensati gratuitamente dal Servizio Sanitario Nazionale – ogni anno in Italia producono la morte di più di un milione di bambini concepiti.

 

 

Leggendo i numeri riportati nella riga N. Donne per gruppi di età cominciando dal gruppo 40-44 anni possiamo farci un’idea del disastro demografico prodotto in Italia dall’aborto volontario, dalla cultura di morte (anti life mentality) e dalla mancanza di adeguate politiche a sostegno della famiglia e di una generosa apertura alla vita.

Non è mai troppo tardi per intervenire prima che la piramide rovesciata cada!

PER SCARICARE IL COMUNICATO CLICCA QUIComunicato Stampa AIGOC n. 1 del 24 gennaio 2019

 

 

 

 

 

 

Torna su