La richiesta fatta dall’Associazione RU2020 pubblicata su Umbriajournal il 30 settembre 2021 e rilanciata poi su Umbria 24 News il 3 ottobre, sui motivi per cui negli Ospedali di Terni e Perugia non si fosse ancora avviata la somministrazione dei medicinali per l’aborto farmacologico, sembra prescindere dalla lettura e dall’analisi della Relazione del Ministro della Salute al Parlamento sulla applicazione della legge 194/1978 pubblicata sul sito del Ministero il 16 settembre 2021.

Infatti, mettendo a confronto le complicazioni immediate da IVG farmacologiche (979/17.799 = 5,5%) con quelle delle IVG chirurgiche (576/55.408 = 1,04%) risulta evidente che le IVG farmacologiche hanno fatto registrare nel 2019 complicazioni immediate 5,29 volte superiori a quelle chirurgiche.

Più grave risulta la situazione se mettiamo a confronto la mortalità materna registrata nelle IVG farmacologiche con quella registrata nelle IVG chirurgiche dal 1978 al 2019. Dividendo il numero delle morti fin qui conosciute in seguito ad IVG chirurgiche per il numero totale delle IVG chirurgiche dal 1978 al 2019 otteniamo il tasso di mortalità materna per le IVG chirurgiche, cioè 0,084/100.000; effettuando lo stesso calcolo per le morti da IVG farmacologiche per il numero totale di IVG farmacologiche dal 2008 al 2019 abbiamo il tasso di mortalità materna per le IVG farmacologiche 0,90/100.000, che è 10,7 volte più alto di quello delle IVG chirurgiche.

Confrontando la tabella 26 della Relazione Ministeriale del 2010 con quella della relazione del 2019 si evidenzia un incremento dei ricoveri con degenza ≥ 2 giorni (7,13%) di 2,5 volte rispetto al 2010 (2,87%), anche se le IVG nel 2019 sono state 42.774 in meno rispetto al 2010.

L’attuale organizzazione dei servizi IVG in Umbria cerca di tutelare almeno la salute fisica delle donne.

L’Umbria, dall’ultima Relazione Ministeriale, risulta essere la prima Regione in Italia per numero di ospedali in cui si effettuano IVG rispetto al totale (11/12 cioè il 91,7% versus 63,1% della media Italia) e per numero di centri IVG/100.000 donne in età fertile (6,3 versus 2,9 in Italia). Proprio un così elevato numero di ospedali in cui vengono effettuate le IVG spiega perché non è necessario – anzi potrebbe risultare addirittura pericoloso – ricorrere a strutture assimilabili agli ospedali (art. 8 della legge 194/1978) per l’aborto farmacologico.

Ci sembra utile precisare come si è mossa l’AIFA:

  • dopo la dichiarazione rilasciata dal Ministro Speranza a Repubblica il 7 agosto 2020, con la delibera n. 34 dell’11 agosto 2020 l’AIFA ha portato a 63 giorni (9 settimane) la possibilità di usare la RU486 per l’aborto farmacologico, anche se nella letteratura medica è riportato un raddoppio degli aborti incompleti che richiedono la revisione della cavità uterina dal 4-5% all’8-10% (vedi pag. 8 punto 2 del Verbale della seduta straordinaria del 4 agosto 2020 del Consiglio Superiore della Sanità Sezione V).
  • il 12 agosto 2020 con la determina numero 865/2020 l’AIFA ha mantenuto per il mifepristone (RU486) la classificazione di farmaco utilizzabile esclusivamente in ambiente ospedaliero o in strutture ad esso assimilabili identificate all’art.8 della legge 194/1978, per cui ha lasciato ad ogni singola Regione l’onere di valutare se veramente esista la necessità di individuare altre strutture in cui effettuare le IVG e la responsabilità delle conseguenze della scelta.

I ginecologi obiettori in Umbria sono poco più della metà rappresentando il 62,5% del totale (in Italia il 67%) ed effettuano una media di 0,8 IVG/settimana con punte massime di 1,3 IVG/settimana comunque al di sotto della media italiana (Cfr. pag. 60 della citata relazione).

Non si comprende come le associazioni Luca Coscioni e Amica in una lettera inviata di recente al Ministro Speranza abbiano ipotizzato che la riduzione del numero delle interruzioni volontarie di gravidanza “potrebbe anche essere il segnale invece di una difficoltà di accesso all’aborto, che in alcuni casi può tradursi nel ricorso a pratiche al di fuori della legge”.

Ci auguriamo che non si torni ad agitare lo spettro di un milione di aborti clandestini all’anno come prima dell’approvazione della legge 194/1978.

Quasi un milione e mezzo l’anno sono le reali vittime dell’aborto volontario, la cui stragrande maggioranza non viene riportata nelle relazioni ministeriali perché dovuta all’utilizzo di mezzi intercettivi farmacologici (pillole del giorno e dei 5 giorni dopo) e meccanici (spirali) nonché alle tecniche di fecondazione in vitro.

Il fatto che solo 66 su 199 donne (33,16%) cui è stato rilasciato il documento per abortire siano tornate nei Consultori Familiari per la visita di controllo è indicativo dell’urgenza con cui si debba dare piena applicazione alla legge 194/1978 soprattutto a quanto affermato dagli articoli 1, 2 e 5 affinché i Consultori Familiari, i Medici di Famiglia, gli Ostetrici Ginecologici, gli Assistenti Sociali, gli Psicologici sviluppino protocolli per individuare le difficoltà che portano le donne ad una scelta così drammatica quale quella di eliminare la vita che hanno generato e che si sviluppa nel proprio grembo al fine di aiutarle concretamente.

LA RELAZIONE ANNUALE AL PARLAMENTO SULL’ APPLICAZIONE DELLA LEGGE 194/1978 (ABORTO VOLONTARIO) È UNO STRUMENTO PER VALUTARE LA SUA CORRETTA APPLICAZIONE O UNA PURA FORMALITÁ?

 

Abstract

Esprimiamo la nostra grande insoddisfazione per la Relazione ministeriale di questo anno, forse la peggiore di tutte le altre precedenti, per le seguenti osservazioni di merito.

  • La incompletezza dei dati: moltissimi non rilevati (N.R.) rispetto all’anno precedente in riferimento a tutte le categorie di analisi o variabili prese in esame annualmente, come riportato nella tabella 1 del nostro Comunicato Stampa in forma estesa.
  • Le complicazioni immediate nelle IVG farmacologiche, riportate nella Relazione ministeriale, sono incrementate del 2% nel 2019 (979 nel 2019 vs 551 nel 2018) e risultano 10 volte superiori a quelle registrate per tutte le 73.207 IVG del 2019.
  • Il ricorso alla procedura d’urgenza appare in notevole, costante ed inspiegabile aumento rispetto agli anni precedenti. Nel 2019 sono state applicate le procedure d’urgenza nel 23,5% delle IVG e per 6,8% il dato non è stato rilevato. In alcune Regioni italiane la percentuale è ancora più alta della media nazionale: Puglia 45.1% e 44% dato N.R., Lazio 43,3%, Piemonte 42,5%, Toscana 31,9%, Emilia Romagna 28,4%, Abruzzo 28,3%.

Il testo esteso del Comunicato Stampa riporta in modo analitico i rilievi critici qui riassunti.

 

COMUNICATO COMPLETO

Dopo le tre pagine (10-11-12) dedicate a descrivere anche con grafici il sistema di raccolta dei dati relativi agli aborti volontari eseguiti nei nostri ospedali italiani con i richiami fatti alle Regioni ed alle ASL in caso di dati incompleti ci saremmo aspettati – dopo la prolungata attesa della pubblicazione della relazione relativa all’anno 2019 (ancora l’emergenza covid non era iniziata!) – dei dati più completi ed utili per capire la reale situazione italiana, purtroppo ci siamo trovati davanti a dati notevolmente più incompleti degli anni precedenti!

Un rapido sguardo alla tabella 1 ci permette di constatare come i dati offerti da quest’ultima relazione siano visibilmente peggiori di quelli dell’anno precedente: i dati non rilevati della tabella 27 sono quasi triplicati; quelli delle IVG ed urgenza ed IVG ed epoca gestazionale sono notevolmente aumentati!

Basterebbe quanto fin descritto per classificare inutile e fuorviante questa relazione ministeriale, che è una delle peggiori, se non la peggiore di quelle fin qui pubblicate, ma ci sono altri aspetti molto importanti da evidenziare:

Questa tabella 27 riportata a pag. 92 della relazione con alcune % da noi evidenziate per far comprendere al lettore i trucchi cui costantemente ricorrono gli estensori delle relazioni per nascondere la cattiva persistente rilevazione delle complicanze che si hanno nelle donne che si sottopongono ad IVG. Secondo questa tabella nell’anno 2019 ci sarebbero state in tutto 411 complicazioni su 69.059 IVG con 4.168 cartelle in cui questo dato non è stato rilevato.

A pagina 53 della relazione, però, leggiamo quanto segue:

Confrontando la precedente relazione ministeriale – sempre firmata dal ministro Speranza – a parte il fatto che appare evidente che una buona parte della relazione è fatta con un “copia e incolla”, risulta evidente che nelle IVG farmacologiche (RU486+prostaglandine; dell’altro 2,9% delle IVG farmacologiche non abbiamo alcuna notizia!) nel 2019 le complicazioni immediate sono aumentate del 2%, cioè sono state 979, mentre nel 2018 erano state 551.

Ma la cosa più sorprendente è che nella tabella 27 il numero totale delle complicazioni riportate 411, pari al 5,61/1.000 IVG è nettamente inferiore a quello registrato nelle 17.799 IVG farmacologiche 979, pari al 55,0/1.000 IVG farmacologiche, cioè le complicazioni immediate registrate in 17.799 IVG farmacologiche sarebbero 10 volte superiori a quelle registrate in tutte le 73.207 IVG fatte nel 2019!

Un po’ di attenzione e di rispetto per i destinatari ed i lettori avrebbe indotto i curatori dell’estensione della relazione per lo meno a sommare le 979 complicazioni totali delle IVG farmacologiche alle 411 complicazioni totali riportate nella tabella 27.

Un’ulteriore conferma dell’inaffidabilità dei dati contenuti nella citata tabella 27 ci viene dalla tabella di pagina 54, dalla quale si evince che 5.198 donne (7,1%) sottoposte ad IVG sono state ricoverate per 2 o più giorni e dalla tabella 26 in cui vediamo che ci sono 1.154 donne con 3 giorni di ricovero, 367 con 4 giorni, 183 con 5 giorni, 279 con ≥ 6 giorni e 1.935 con dato non rilevato.

Pur ammettendo che un ricovero più lungo sia da attribuire alle IVG fatte dalle 13 settimana in poi (3.953) restano sempre 1.245 donne ricoverate per 2 o più giorni di cui la tabella 27 non riporta la complicazione!

Quanto fin qui descritto dimostra che le basi scientifiche su cui il Ministro Speranza ha posto fiducia per emanare “Le linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza con Mifepristone e prostaglandine” non sono scientificamente fondate perché sia la mortalità materna (cfr. ns. Comunicato stampa n. 5 del 28 agosto 2020) che le complicanze immediate nelle donne che in Italia si sottopongono ad IVG farmacologiche sono almeno 10 volte più alte di quelle riscontrate nelle donne che si sottopongono ad IVG chirurgiche.

Un altro dato della relazione desta allarme e preoccupazione: l’impennata delle procedure d’urgenza.

Ci sembra molto strano che nel 2019 (tabella 18) ci sia stata un’ulteriore impennata delle procedure d’urgenza fino ad arrivare in Italia al 23,5% con un in più un 6,8% di dato non rilevato, mentre le IVG tardive dalla 13^ settimana in poi sono il 5,21% (tabella 19) e toccare punte del 45,1% e con 44,4% di dati non rilevati in Puglia (IVG tardive 5,71%), del 43,3% nel Lazio (IVG tardive 5,07%), del 42,5% in Piemonte (IVG tardive 32,15%), del 31,9% in Toscana (IVG tardive 4,31%), del 28,4% in Emilia Romagna (IVG tardive 5,05%) e del 28,3% in Abruzzo (IVG tardive 5,4%).

Trattandosi di certificazione medica ci auguriamo che i certificati regolarmente redatti, motivati e firmati siano contenuti nelle relative cartelle cliniche e che le Autorità Sanitarie Regionali e Nazionali abbiamo provveduto a verificarne la regolarità, considerato anche il maggior rischio a cui vengono esposte queste donne.

Certamente il desiderio (od il consiglio) di fare l’aborto farmacologico non può essere un motivo valido per una certificazione d’urgenza!

 

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COMUNICATO STAMPA N. 4 DEL 22 GIUGNO 2021

Leggendo la Risoluzione Matic “sulla situazione della salute sessuale e riproduttiva e relativi diritti nell’UE, nel quadro della salute delle donne” della Commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere, in via di presentazione al Parlamento Europeo, ci sorprende l’ossessione con cui ci si trova a leggere nelle prime 32 pagine per ben 156 volte il termine “salute sessuale e riproduttiva” e mai, ripetiamo mai, il termine concepito, embrione o figlio.

La gravidanza da sempre è definita una simbiosi armonica tra una donna (la madre) ed il prodotto del concepimento (il figlio), se le cose non sono cambiate dal punto di vista scientifico ogni aborto – volontario o spontaneo – pone fine a questa simbiosi armonica.

A nulla è valso il camuffamento linguistico operato nel 1965 dall’American College of Obstetricians and Gynecologists, ACOG, che nel suo primo Terminology Bulletin (Bollettino di terminologia) diede – sapendo di mentire – la seguente definizione: “Il concepimento è l’annidamento di un ovulo fecondato”, definizione smentita da numerosi scienziati, tra i quali citiamo R.J. Scothorne Per il nuovo individuo, la vita inizia nell’ampolla della tuba uterina con l’atto della fertilizzazione(Early Development, 1976) e R.G. Edwards, premio Nobel per la Medicina, che osservando al microscopio gli embrioni prodotti in laboratorio prima di inserirli in utero affermava “La fecondazione è il processo mediante il quale due cellule sessuali (i gameti) si fondono insieme per creare un nuovo individuo con un corredo genetico derivato da entrambi i genitori” (R.G. Edwards – P.G. Steptoe, A matter of life, London 1981, pag. 101).

È molto grave che una Commissione parlamentare europea che vuole tutelare i diritti alla salute delle donne lo faccia calpestando senza neanche menzionarli i diritti dei più deboli della terra: i concepiti! Eppure i Commissari dovrebbero sapere che nel Preambolo della Convenzione ONU sui diritti del Fanciullo (1989), ratificata in Italia con legge n. 176 del 27 maggio 1991, leggiamo quanto segue: “Tenendo presente che la necessità di concedere una protezione speciale al fanciullo è stata enunciata nella Dichiarazione di Ginevra del 1924 sui diritti del fanciullo e nella Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo adottata dall’Assemblea Generale il 20 novembre 1959 e riconosciuta nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo nel Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici – in particolare negli articoli 23 e 24 – nel Patto internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali – in particolare all’articolo 10 – e negli Statuti e strumenti pertinenti delle Istituzioni specializzate e delle Organizzazioni internazionali che si preoccupano del benessere del fanciullo, tenendo presente che, come indicato nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo il fanciullo, a causa della sua mancanza di maturità fisica ed intellettuale necessita di una protezione e di cure particolari, ivi compresa una protezione legale appropriata, sia prima che dopo la nascita.

Questa citazione non la troviamo tra le tante organizzazioni menzionate, che purtroppo sono impegnate a favorire e facilitare l’eliminazione dei concepiti non desiderati o giunti in un momento inopportuno e vorrebbero depenalizzati anche gli aborti non legali (pag.12 punto V.).

Hanno l’ardire di affermare che il Covid 19 abbia creato ostacoli al ricorso all’aborto volontario omettendo di riconoscere che in alcuni Stati come l’Italia il Ministro della Salute ha approfittato di questa situazione per modificare i protocolli sull’aborto farmacologico con la RU486 in regime anche ambulatoriale e fino a nove settimane di gravidanza, anche prima che l’AIFA con la determina del 12 agosto 2021 avesse esteso l’uso del Mifegyne 600mg (RU486) fino alla nona settimana, mantenendolo come farmaco utilizzabile esclusivamente in ambiente ospedaliero o in strutture ad esso assimilabili; tralasciano poi di menzionare che i veri penalizzati in questo periodo di pandemia sono stati i malati oncologici, diabetici gravi, e le persone affette da altre gravi patologie, alcuni dei quali sono morti perché non hanno avuto la possibilità di essere ricoverati e curati essendo le rianimazioni e le terapie intensive piene di malati Covid!.

La Risoluzione, oltre allo stile tipico dei regimi totalitari, rivela anche altri aspetti interessanti riguardo all’idea che gli estensori hanno degli obiettori di coscienza, i quali la farebbero come semplice scelta personale o perché considerano incompatibili le pratiche abortive con le proprie convinzioni religiose, morali, filosofiche o etiche. “In futuro, tale situazione dovrebbe essere affrontata come una negazione di assistenza medica, anziché essere considerata una cosiddetta obiezione di coscienza”, affermano a pagina 32, mentre a pagina 33 concludono rivelando “che le violazioni in materia di salute sessuale e riproduttiva e relativi diritti, nonché la negazione dell’accesso ad essi, costituiscono una violazione dei diritti umani e una violenza di genere”.

La tutela della “salute sessuale e riproduttiva e relativi diritti” includerebbe anche l’estensione e l’applicazione delle tecniche di riproduzione assistita anche a donne lesbiche o bisessuali e a persone transgender, proprio per “garantire che tutte le persone in età riproduttiva abbiano accesso alle terapie per la fertilità, indipendentemente dalla situazione socioeconomica, dello stato civile, dell’identità di genere o dall’orientamento sessuale” (lettere M, N, pagg.10-11; AC pagg. 13-14).

Per fortuna il ddl Zan non è stato ancora approvato e già ci rivelano spudoratamente fino a che punto pensano di poterlo utilizzare!

Ci sarebbero tante altre cose da chiarire come i dati scientifici che sostengono quanto nella Risoluzione viene affermato e l’affidabilità scientifica degli organismi presentati come autorevoli, ma che anche in occasione della pandemia Covid 19 hanno dimostrato di non esserlo.

Ci rattrista che anche componenti di Partiti più attenti al rispetto della dignità umana dal concepimento alla morte naturale abbiano sottoscritto questa assurda, antiscientifica ed illiberale Risoluzione. Ci auguriamo che i Parlamentari europei respingano con forza questo tentativo totalitario d’imporre all’Europa una cultura di morte sventolando la bandiera del rispetto dei diritti umani mentre viene calpestato il primo, fondamentale diritto alla vita dei più deboli, innocenti ed indifesi esseri umani.

PER SCARICARE IL COMUNICATO CLICCA QUIComunicato Stampa n. 4 del 22 giugno 2021-1

L’ “ORGOGLIO” MIOPE DEI GINECOLOGI ITALIANI

A 43 anni dalla promulgazione della legge 194 in Italia, con i suoi 6 milioni ed oltre di bambini soppressi in utero, con un numero notevole, anche se non puntualmente quantificabile, di donne sofferenti psichicamente a seguito dell’aborto volontario, con una pesante ricaduta culturale sulla comune mentalità anti-vita, specie se si tratta di bambini affetti da patologie genetiche o malformazioni, sorprende non poco l’autoelogio dei rappresentanti delle organizzazioni SIGO, AGUI ed AOGOI dei ginecologi italiani!

La loro riflessione sulla legge 194 prende in considerazione soltanto il dato apparente ed appariscente della riduzione del numero assoluto delle IVG dal 1982 al 2018, oltre il 60% in meno, quale risultato di una azione di informazione e prevenzione così genericamente definita.  Non tiene conto, però, di quanto – affermato dalla stessa Relazione al Parlamento – hanno inciso le “pillole del giorno dopo e dei 5 giorni dopo” (quasi 600.000 confezioni vendute nel 2018) su questa riduzione negli ultimi anni. Far credere che queste forme di abortività precoce e nascosta siano forme di prevenzione dell’aborto volontario – cosiddetta contraccezione d’emergenza – è mero inganno ideologico!

L’aver assolto alle direttive dell’OMS nel garantire l’aborto volontario “sicuro” per le donne sembra essere per i ginecologi italiani il parametro di merito più importante riguardo alla tutela della loro salute. Eppure la legge 194 non ha ancora sottratto le donne, dopo oltre 40 anni, dalla clandestinità dell’aborto, sempre presente secondo le Relazioni ministeriali. Ammesso pure che questo obiettivo della legge fosse stato raggiunto, non è scientifico ritenere che la salute della donna sia tutelata semplicemente assecondando il suo principio di autodeterminazione, a prescindere dalla sua naturale possibilità di essere anche madre.

Il concetto di salute ha una valenza ben più ampia e integrale, cioè corrispondente al pieno benessere psico-fisico della persona. Per una donna l’esperienza di abortire volontariamente, in ogni caso e in ogni modo possibile ed anche “sicuro” (chirurgico e ancor più se chimico o farmacologico), è un evento drammatico che certamente incide sul suo equilibrio psichico, divenendo così traumatico.

La grave denatalità sicuramente riconosce varie cause, ma negare che anche l’applicazione della legge 194 come “mezzo di controllo delle nascite”, così come si denota dai dati delle Relazioni ministeriali, abbia avuto e continui ad avere la sua importanza, non è onesto intellettualmente parlando: i sei milioni di aborti volontari fatti in questi anni corrispondono al 10% circa della popolazione italiana al 1 gennaio 2021.

La nostra Ginecologia ed Ostetricia meriterebbe un vero salto di qualità, integrandosi con Servizi socio-sanitari ed educativi di base, attuando quella finalità primaria di ogni società umana quale la tutela incondizionata della vita umana in ogni suo stadio di sviluppo ed in ogni età. La gravidanza dovrebbe diventare nell’immaginario comune un evento sempre positivo per ogni donna che diventa madre, favorito da una organizzazione sociale esplicitamente e decisamente a suo vantaggio, con impiego di risorse economiche e strutturali generose. Ne va la salute non solo della donna, ma dell’intera società.

Per un’analisi più approfondita sull’ultima Relazione al Parlamento del Ministero della Salute presentata nell’anno 2020, relativa ai dati sulle IVG dell’anno 2018, rimandiamo al nostro Comunicato Stampa N.4 del 24.06.2020 (vedi nel sito www.aigoc.it).

PER SCARICARE IL COMUNICATO CLICCA QUI Comunicato Stampa n. 3 del 10 giugno 2021

LA FECONDAZIONE EXTRACORPORE IN ITALIA CON 171.730 EMBRIONI SACRIFICATI RIMANE LA PRIMA CAUSA DI MORTE CERTIFICATA DEI CONCEPITI IN ITALIA

 

La relazione annuale del Ministro della Salute sulla legge 40/2004 relativa all’anno 2018 si è fatta molto attendere 19 mesi, ma non ha pagato la lunga attesa con l’offerta di dati completi e chiari.

In toto (fecondazione extracorporea omologa+eterologa) il numero è rimasto costante, anche se sono aumentati i cicli omologhi con scongelamento ed il numero di coppie e di cicli di eterologa.

È diminuito il numero degli embrioni trasferiti in utero ed aumentato notevolmente il numero di quelli crioconservati (vedi tabella sotto riportata).

La tabella 1S riporta in sintesi i dati relativi a tutti i cicli di omologa ed evidenzia come pur essendo cresciuto il numero delle coppie trattate con scongela-mento di embrioni/ovociti (+9,8% /2017) e dei cicli con scongelamento (+12,0% / 2017) il numero dei nati vivi rimane inalterato!

 

La tabella 3, che sintetizza i dati dell’omologa con scongelamento di embrioni e/od ovociti, ci fa vedere chiaramente che ad un’età della donna ≥39 anni – nonostante i cicli di trattamento siano superiori al numero di coppie trattate (369 nelle donne di 40-42 anni; 2.319 nelle donne ≥43 anni), congelare gli ovociti non è affatto utile e proficuo per il basso tasso di coppie con figli in braccio (0,06% nelle donne ≥43 trattate con ovuli scongelati)!

 

Anche i dati offerti dalla fecondazione eterologa con donazione di liquido seminale confermano la difficoltà a concepire delle donne di età ≥43 anni, in cui la percentuale di gravidanze non supera il 3,85%, mentre la media nello stesso gruppo è del 23,17%.

Chi ha la pazienza e la perseveranza di leggere attentamente e di verificare quanto legge si accorgerà, che ad un certo punto si afferma nella tabella 3.4.26 di pagina 127 che gli embrioni formati sono 98.673, mentre nella tabella 3.4.13 ci vengono offerti dati completamente diversi, che si possono leggere nella tabella 4 a fianco riportata.

Nella relazione leggiamo che nell’omologa i trasferimenti in utero con 1-2 embrioni sono l’88,5%, cui si aggiunge un 10,9% di trasferimenti con 3 embrioni, mentre i trasferimenti con 4 o più embrioni sono lo 0,6% e rappresentano l’1,1% dei trasferimenti nelle donne di 40-42 anni e l’1,2% nelle donne di età ≥43 anni.

Sorge spontanea una domanda: perché continuare a bombardare le donne con alte dosi di gonadotropine per far maturare un gran numero di ovociti – esponendo le donne a severe sindromi da iperstimolazione ovarica (306 cicli sospesi prima del prelievo; in 221 cicli è stato richiesto il congelamento di tutti gli ovociti ed in altri 1.551 la sospensione del trasferimento  in utero per rischio OHSS ed il congelamento di tutti gli embrioni) – quando gran parte (88.158) di questi  ovociti prelevati non sono stati utilizzati e 13.740 sono stati crioconservati?

L’annuale relazione del Ministro della Salute sull’applicazione della legge 40/2004 è indirizzata al Parlamento, che nella nostra Costituzione è l’organo deputato a legiferare, in modo che tenendo conto dei risultati offerti dalle relazioni annuali valuti se occorre intervenire per modificare la legge in base agli effetti verificati. Sorge, dunque un primo problema: il Ministro della Salute e chi collabora con lui per stilare queste relazioni hanno presente questo obiettivo primario o pensano che sia una pura formalità?

Noi propendiamo per la seconda ipotesi, perché le relazioni anno dopo anno si arricchiscono di immagini fumose e si impoveriscono di dati molto importanti oltre a tollerare che ci siano centri che non forniscono i dati necessari per una completa e corretta visione della situazione.

Il 13 maggio 2009 è stata pubblicata sulla G.U. la sentenza della Corte Costituzionale n.151, che dichiarava l’illegittimità dell’art. 14 comma 2 della legge 40, che stabiliva in 3 il numero massimo di embrioni da fecondare e da impiantare in utero in un unico e contemporaneo impianto.

Sono passati quasi 12 anni ed il Parlamento non si è accorto che in questo periodo nei crioconservatori italiani stanno sospesi nell’azoto liquido almeno 63.740 embrioni, che continuano a crescere ogni anno, cui si aggiungono i crioconservatori per l’eterologa importati dall’estero e non utilizzati!

Un Parlamentare attento alla salute delle donne e alle casse dello Stato, che ha inserito nel frattempo queste tecniche nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), non dovrebbe dormire sonni tranquilli se ha letto con attenzione queste relazioni.

Nella relazione viene omessa la notizia riportata nel Primo Rapporto ItOSS. Sorveglianza della Mortalità Materna negli anni 2013-2017, pubblicato nel 2019 dall’Istituto Superiore della Sanitò, nel quale a pagina 19 si legge  “Oltre all’obesità un’altra condizione frequente tra le donne decedute è il ricorso alle tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA). L’11,3% delle morti materne (12/106) riguarda donne che hanno concepito mediante tecniche di PMA (6 ICSI, 5 FIVET e 1 tecnica non nota). La percentuale di morti materne associate a PMA rilevata dal Sistema di sorveglianza del Regno Unito è pari al 4%, molto più bassa di quella italiana. La proporzione di gravidanze ottenute mediante tecniche di PMA è invece analoga nei due Paesi, pari a circa il 2% (5, 7, 8) e pertanto non giustifica la diversità nella frequenza degli esiti. L’unica differenza che sembra associabile alla minore proporzione di morti materne nel Regno Unito riguarda la norma vigente in quel Paese in base alla quale il Servizio sanitario pubblico non offre PMA alle donne con IMC ≥ 30 Kg/m2 e/o età ≥ 42 anni. Controllando tali caratteristiche nelle donne decedute in Italia emerge che 7/12 hanno IMC ≥ 30Kg/m2 e 4/12 un’età ≥ 42 anni. Alla luce di questi dati riteniamo opportuno considerare anche nel nostro Paese una possibile regolamentazione dei criteri di accesso alle tecniche di PMA nel Servizio sanitario pubblico. La revisione dei casi segnalati alla sorveglianza ItOSS ha infatti evidenziato alcune criticità quali, per esempio, due donne che avevano concepito mediante PMA e che sono decedute per tromboembolia, una dopo un aborto spontaneo in gravidanza gemellare a 42 anni di età e con IMC = 39 Kg/m2 e una seconda deceduta alla 19esima settimana di gravidanza all’età di 43 anni e IMC = 31 Kg/m2. Il 55,4% delle donne decedute è nullipara e 10 delle 106 gravidanze esitate in morte materna sono multiple, 8 delle quali a seguito di concepimenti da PMA.”

I dati esposti a proposito delle donne di età ≥ 42 anni dovrebbero far riflettere il Parlamento e far prendere coscienza che non si può accettare che sia un TAR a togliere il limite di età per accedere alla fecondazione extracorporea né che un ministro inserisca tecniche pericolose e poco efficaci senza limiti nei LEA, che espongono pure a maggiore rischio di morte le donne che vi accedono.

Anche il “liberi tutti” della sentenza n. 162 del 2014, che ha abolito il divieto delle tecniche di PMA eterologa ha urgente bisogno dell’intervento del Parlamento: ad esempio che cosa significa “doppia donazione”?

Nel nostro libretto “Riflessioni Osservazioni Sugerimenti sui Disegni di Legge Presentati al Parlamento sulla Procreazione Medicalmente Assistita Eterologa” del 23 settembre 2014 – che sarebbe utile riprendere e leggere e che alleghiamo – sono contenute delle riflessioni che ci sembrano sempre più attuali per frenare l’inarrestabile corsa alla smisurata produzione e crioconservazione di embrioni senza speranza di futuro, all’abbandono irresponsabile di tanti figli nell’azoto liquido ed a tanti altri aspetti negativi di queste tecniche.

In fine un breve accenno sulle indagini genetiche pre impianto: su 3.441 indagini genetiche fatte nel 2018 abbiamo i dati di 2.447, il che fa pensare che i dati mancanti non sono positivi.

Inoltre – come appare molto chiaramente dalla tabella 5 – fare le indagini su embrioni scongelati è molto letale.

 

Ci auguriamo che le riflessioni fin qui fatte spronino i Parlamentari a prendere seriamente in esame le problematiche indicate ed a cercare soluzioni più umane e meno mortifere per soddisfare il desiderio di maternità delle coppie con difficoltà e soprattutto mettere tutte le coppie in condizioni di poter procreare in età più giovane creando condizioni lavorative, abitative e servizi sociali in modo che nessuno possa più dire di essere impedito/a nel cercare e portare avanti una o più gravidanze nell’età più favorevole per concepire, che è prima dei 30 anni per la donna.

Allegato: nostro libretto “Riflessioni Osservazioni Sugerimenti sui Disegni di Legge Presentati al Parlamento sulla Procreazione Medicalmente Assistita Eterologalibretto RIFLESSIONI OSSRERVAZIONI SUGGERIMENTI _eterologa

PER SCARICARE IL COMUNICATO CLICCA QUIComunicato Stampa n.2 del 10 marzo 2021

 

 

 

L’ABORTO FARMACOLOGICO È VERAMENTE UNA CONQUISTA DA DIFENDERE COME AFFERMA L’UAAR UMBRA?

 

Nel nostro comunicato n.5 del 28 agosto 2020 abbiamo ampiamente dimostrato con i dati offerti dalle Relazioni annuali del Ministro della Salute al Parlamento fino al 2018, che qui di seguito riportiamo:

 

che non esiste alcuna “comparabilità delle procedure medica e chirurgica in termini di efficacia e di sicurezza, né l’assenza di differenze di profilo di sicurezza tra le donne ricoverate e quelle che avevano fatto ricorso alla dimissione volontaria”! 285 emorragie su 15.750 ivg farmacologiche sono nettamente più numerose di 188 su 60.578 ivg chirurgiche, come ci sembra paradossale che siano più numerose le complicanze totali delle ivg farmacologiche (551/15.750) rispetto a quelle registrate (414) su tutte le 74.707 cartelle rilevate, perché in 1.621 cartelle questo dato non è stato rilevato. Chissà perché?!

 

Per quanto riguarda le donne morte in seguito ad aborto volontario le Relazioni Ministeriali sottostimano il dato segnalandone 2 nel 2014 ed una nel 2016, mentre nel Primo Rapporto ItOSS Sorveglianza della mortalità Materna anni 2013-2017 sono segnalate altre due morti, cui si aggiunge un’altra morte segnalata nel Rapporto Regionale Mortalità e Morbosità Materne in Emilia e Romagna.

Facendo un calcolo su questi dati certi e considerando la sola morte del Piemonte attribuibile all’aborto volontario farmacologico abbiamo una mortalità dello 0,78/100.000 ivg farmacologiche contro una mortalità dello 0,085/100.000 ivg chirurgiche, cioè la mortalità per aborto volontario farmacologico è 9,18 volte maggiore di quella per ivg chirurgiche.

È così dimostrata in modo evidente ed innegabile la falsità ingannevole dello slogan “una scoperta scientifica meravigliosa per la salute delle donne e la pericolosità della scelta fatta dal Ministro Speranza, che l’AIFA non ha totalmente sposato mantenendo il mifepristone come farmaco ospedaliero nella delibera del 12 agosto 2020, di seguito riportata.

 

 

Chi ha veramente a cuore la salute ed il benessere psicofisico delle donne si dovrebbe preoccupare di far creare condizioni ottimali perché nessuna donna sia costretta a porsi l’interrogativo “il figlio o il lavoro?”, come quasi sicuramente è accaduto per un gran numero di donne nel 2018 in

 

particolare del nord e centro Italia (vedi tabella sopra riportata) in gran parte occupate come dimostra, anche nella tabella 7, il  crescente tasso di abortività delle donne di età compresa tra 20 e 39 anni, –  predisponendo misure adeguate al fine di consentire una sempre maggiore conciliazione tra i tempi del lavoro e i tempi della relazione familiare; – favorendo la creazione di asili nido aziendali; – di bonus baby sitter; – riconoscendo il valore sociale della maternità; piuttosto che banalizzare l’aborto farmacologico rivendicandolo come una conquista da difendere ed  esponendo le donne a maggiori rischi fisici ed alla sindrome post abortiva di cui nessuno parla, ma che esiste!

 

 

Ogni donna ha il diritto di essere messa in condizione di poter accogliere ed amare ogni vita che ha inizio nel suo utero, non di essere costretta a scegliere tra il lavoro e la vita del suo piccolo figlio, che le chiede solo ospitalità e nutrimento.

Saremo una società veramente civile quando ci preoccuperemo e lotteremo non per poter abortire con più facilità ma per avere dallo Stato gli aiuti e le leggi necessarie per poter lavorare e nello stesso tempo avere e poter prendersi cura assieme al partner dei figli che ci chiedono di essere accolti ed amati.

L’obiezione di coscienza, vissuta in pienezza, è un segnale indispensabile per una società come la nostra che sta sempre più perdendo il rispetto per la sacralità di ogni vita umana dal concepimento alla morte naturale.

PER SCARICARE IL COMUNICATO CLICCA QUIComunicato Stampa n.1 del 25 febbraio 2021 testo integrale

PER SCARICARE IL COMUNCIATO IN FORMA RIDOTTA CLICCA QUIComunicato stampa. 1 del 25 febbraio 2021

 

 

 

SIGO-AOGOI-AGUI-AGITE SI SCANDALIZZANO PER IL MANIFESTO CONTRO LA PRATICA DELL’ABORTO VOLONTARIO FARMACOLOGICO     

   COMUNICATO STAMPA N. 6 DEL 10 DICEMBRE 2020

 

Dopo aver letto il comunicato congiunto #basta usare il corpo delle donne delle suddette società scientifiche abbiamo aperto la pagina di Google immagini relativa al corpo delle donne nella pubblicità ed abbiamo trovato immagini molto più oltraggiose, oscene ed umilianti di quella usata nel manifesto in oggetto, cui non è mai seguita una vibrata protesta di queste società scientifiche. Neanche lo spot televisivo per la pubblicità di uno speciale assorbente che sfrutta una fastidiosa patologia ginecologica per questa pubblicità ha sollecitato queste società più direttamente interessate ad alzare la voce a favore del rispetto della dignità delle donne affette da tale patologia!

La rabbiosa reazione al manifesto di Pro Vita in realtà non è legata – come affermano sapendo di mentire – all’uso oltraggioso e riprovevole del corpo della donna, ma al contenuto scientifico dello stesso, che li richiama ad una verità, che hanno nascosto a sè stessi ed a tutta la cittadinanza italiana e che continuano a nascondere e tradire anche nel comunicato!

Il mifepristone – RU486 – definito dal genetista francese J. Lejeune, scopritore della trisomia 21, “pesticida umano” quando il connazionale Baulieu ne annunciò l’invenzione, non ha cambiato negli anni le sue caratteristiche come mostra chiaramente il foglietto illustrativo dell’AIFA del 6/6/2018, che a pagina 1 nei 4 usi raccomandati indica: 3 induzioni dell’aborto volontario e come quarto uso l’induzione del travaglio nei casi in cui il feto è già morto.

Non ci sembra scandalosa la domanda posta dal manifesto, in quanto la RU486 risponde in pieno alla definizione di “veleno” data dal Treccani – 1. a. Sostanza di origine esogena che, introdotta per qualsiasi via, anche in dosi relativamente piccole, in un organismo, ne compromette l’integrità strutturale o la funzionalità, con effetto generale o elettivo”, essendo usato nella stragrande maggioranza dei casi per provocare la morte di un embrione o di un feto, cioè di un essere umano indifeso ed innocente nel luogo che in passato era considerato il più sicuro al mondo!

Sull’innocuità della RU 486 rimandiamo all’ultimo nostro comunicato stampa   https://aigoc.it/wp-content/uploads/2020/08/Comunicato-Stampa-AIGOC-n-5-del-28-AGOSTO-2020-testo-integrale.pdf.

Certamente se i nostri colleghi avessero letto con attenzione tutte le relazioni ministeriali al Parlamento sull’applicazione della legge 194/1978 o le tabelle riassuntive che abbiamo fornito nel suddetto comunicato avrebbero certamente potuto constatare che considerando la sola morte del Piemonte attribuibile all’aborto volontario farmacologico abbiamo una mortalità dello 0,78/100.000 ivg farmacologiche contro una mortalità dello 0,067/100.000 ivg chirurgiche, cioè la mortalità per aborto volontario farmacologico è 11,64 volte maggiore di quella per ivg chirurgica, per cui è falso affermare “la comparabilità delle metodiche medica e chirurgica, in termini di efficacia e sicurezza, … nonché l’assenza di differenze nel profilo di sicurezza tra le donne ricoverate e quelle che avevano fatto ricorso alla dimissione volontaria dell’ospedale”.

PER SCARICARE IL COMUNICATO CLICCA QUIComunicato stampa 6 del 10 dicembre 2020

 

IL VIA LIBERA ALLE NUOVE LINEE GUIDA DEL MINISTRO SPERANZA È FONDATO SU DATI INATTENDIBILI, INCOMPLETI, FUORVIANTI E PRIVI DI OGNI SCIENTIFICITÀ ?

 

COMUNICATO STAMPA N. 5 DEL 28 AGOSTO 2020

 

Il parere unanime del Consiglio Superiore di Sanità sull’utilizzo della RU486 senza ricovero ospedaliero fino alla nona settimane di gravidanza ci ha sorpresi e spinti a ricercare sul sito del Ministero della Salute il testo per verificarne le fonti, ma non lo abbiamo trovato: chi sa perché?

Abbiamo cercato sul sito dell’AIFA il testo della Delibera dell’11 agosto 2020 e della Determina del 12 agosto 2020 ed in entrambi i documenti abbiamo trovato scritto quanto segue: “Considerati i dati del sistema di sorveglianza delle interruzioni volontarie di gravidanza (IVG) farmacologiche, inclusi anche nelle relazioni sull’attuazione della legge 22 maggio 1978 n. 194 del Ministro della Salute al Parlamento, da cui si evince la comparabilità delle procedure medica e chirurgica, in termini di efficacia e di sicurezza, evidenziando la sicurezza del farmaco anche per trattamenti effettuati oltre il termine dei 49 giorni, nonché l’assenza di differenze nel profilo di sicurezza tra le donne ricoverate e quelle che avevano fatto ricorso alla dimissione volontari dall’ospedale,”.

Abbiamo scoperto che l’autorevole fonte che ha determinato le due subentranti modifiche dell’AIFA al foglietto illustrativo aggiornato il 6 giugno 2018 sono i dati offerti dalle Relazioni al Parlamento del Ministro della Salute sull’applicazione della legge 194/1978 !

La tabella 1 che evidenzia il notevole numero di dati fondamentali non rilevati nell’anno 2018 e la tabella 2 ( cfr. testo integrale), che rivela l’incompletezza e la discordanza dei dati offerti nelle tabelle 27 ogni anno dalle Relazioni Ministeriali sulla legge 194/1978 con i dati offerti nella relazione stessa riguardo all’aborto farmacologico dimostrano che non esiste comparabilità delle procedure medica e chirurgica, in termini di efficacia e di sicurezza, né l’assenza di differenze di profilo di sicurezza tra le donne ricoverate e quelle che avevano fatto ricorso alla dimissione volontaria.

Il numero totale di complicazioni registrate nelle ivg farmacologiche nel 2018 (551) è addirittura superiore a quello totale registrato in tutte le ivg fatte nello stesso anno (414), pur essendo le ivg farmacologiche solo il 20,63% di tutti gli aborti volontari!

Anche riguardo alla mortalità materna le Relazioni Ministeriali sottostimano il dato segnalandone 2 nel 2014 ed una nel 2016. Il Primo Rapporto ItOSS Sorveglianza della mortalità Materna anni 2013-2017 segnala altre due morti, cui si aggiunge un’altra morte segnalata nel Rapporto Regionale Mortalità e Morbosità Materne in Emilia e Romagna.

Facendo un calcolo su questi dati certi e considerando la sola morte del Piemonte attribuibile all’aborto volontario farmacologico abbiamo una mortalità dello 0,78/100.000 ivg farmacologiche contro una mortalità dello 0,067/100.000 ivg chirurgiche, cioè la mortalità per aborto volontario farmacologico è 11,64 volte maggiore di quella per ivg chirurgica, per cui è falso affermare “la comparabilità delle metodiche medica e chirurgica, in termini di efficacia e sicurezza, … nonché l’assenza di differenze nel profilo di sicurezza tra le donne ricoverate e quelle che avevano fatto ricorso alla dimissione volontaria dell’ospedale”. La morte del 2014 in Campania – pur avendola considerata tra le ivg chirurgiche – ci dice chiaramente che somministrare farmaci come le prostaglandine e permettere il ritorno a casa per dimissione volontaria è molto pericoloso, anzi letale!  Come può essere letale, anche, continuare a tollerare passivamente il commercio di prostaglandine per l’aborto illegale più volte documentato in trasmissioni televisive!

Siamo contrari ad ogni forma di attentato alla vita umana – in particolare se innocente ed indifesa come il concepito – sia esso l’aborto farmacologico che chirurgico, l’aborto eugenetico che quello “illegale”, o quello molto più numeroso – occultato e quasi mai menzionato – delle pillole del/i giorno/i dopo, delle spirali, delle pillole e.p., dei progestinici nelle varie forme di somministrazione e dei vaccini anti hcg, ma esigiamo che nel formulare pareri tecnici di pubblica utilità non venga per lo meno offesa l’intelligenza di chi legge questi documenti.

CLICCA QUI PER LA VERSIONE INTEGRALEComunicato Stampa AIGOC n 5 del 28 AGOSTO 2020 testo integrale

    A fronte della riduzione di 4.405 IVG rispetto all’anno 2017 c’è stato un ulteriore significativo incremento (+ 38.086 confezioni) della vendita di pillole del giorno dopo e dei cinque giorni dopo per un totale di 598.167 confezioni che – come scrive il ministro della salute a pagina 15 e 18 – è legato alle delibere AIFA del 21 aprile 2015 per ellaOne e del  1 febbraio 2016 per Norlevo, che hanno eliminato l’obbligo della ricetta per le maggiorenni. Calcolando che solo nel 20% delle 598.167 utenti di queste pillole ci sia stata la fecondazione il numero di embrioni in tal modo eliminati sarebbe 101.688!

Nel febbraio 2012  Alessandra Graziottindirettore del Centro di Ginecologia dell’Ospedale San Raffaele  Resnati  di Milano, a margine di un incontro per presentare il “Patentino del sesso sicuro” della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (Sigo) – ha affermato che più della metà delle 357.800 confezioni di Norlevo vendute nel 2011 erano state acquistate da ragazze con meno di 20 anni. Se la situazione è rimasta simile a quella descritta dalla Graziottin il tasso di abortività per le ragazze con età < 20 anni passerebbe dal 3,9‰ al 41,58‰  e dal 6,2‰ al 13,97‰ quello totale comprendente tutte le donne in età fertile.

I bambini scartati con gli aborti cosiddetti tardivi, ma che bisogna chiamare eugenetici, sono stati ufficialmente 4.137, ma potrebbero essere molti di più perché nella tabella 19 risulta che in 2.215 schede e nella tabella 20 in 2.712 schede non è stata rilevata la settimana di gravidanza!

Gli aborti farmacologici (RU486+ Prostaglandine) sono aumentati del 3% rispetto al 2017 raggiungendo il 20,8% con punte del 44,1% in Piemonte, del 38% in Liguria, del 36,9% in Emilia e Romagna, del 29,3% in Toscana, del 27,8% in Puglia e del 25,2% nel Lazio.

Nell’impennata delle certificazioni d’urgenza (21,3% del totale) stranamente, ma non troppo, la maggiore percentuale la ritroviamo nelle stesse regioni prima menzionate: Puglia con 139 (42,7% dei certificati e con un dato non rilevato in 3095 schede); Piemonte con 2.523 (39,5%); Lazio con 3.201 (39,1% ed in 92 schede N.R.); Abruzzo con 442 (29,1%); Emilia Romagna con 1877 (27,3%); Toscana con 1.368 (26,1% ed in 99 schede N.R.). A questi dati bisogna aggiungere che nella tabella 18 in 3.776 schede non è stato rilevato il dato urgente/non urgente.

Anche l’anno scorso, vedendo i dati delle certificazioni urgenti, ci è venuto da pensare che potessero essere collegati alla necessità di far rientrare l’intervento nel termine previsto dei 49 giorni per l’aborto farmacologico. Quest’anno oltre ad essere più evidente dai dati esposti, è lo stesso ministro a riconoscerlo a pag. 41: “necessità di ricorso all’urgenza per poter svolgere l’intervento con Mifepristone e prostaglandine entro i tempi previsti nel nostro Paese (49 giorni di gestazione).

Sorge spontanea una domanda: da quando in medicina, per poter fare un tipo di intervento medico più comodo per il medico, viene certificata un’urgenza che impedisce alla donna di avere a disposizione i 7 giorni previsti dalla legge 194/1978  per riflettere ed accogliere il figlio e la espone pure a maggiori rischi per la sua salute ?

Sempre a pag. 49 il ministro scrive: “dai dati del modello D12/Istat relativi al 2018. l’88,5% delle  IVG  effettuate con Mifepristone+prostaglandine sono avvenute entro i 49 giorni di gestazione, come indicato in Italia (Supplemento ordinario  della GU del 1/12/2009).”

E l’altro 11,5% – chiediamo noi – chi lo ha autorizzato? E in mancanza di legale autorizzazione il ministro venutone a conoscenza perché non ha preso i necessari provvedimenti?

Non sappiamo se il ministro se ne sia accorto: a pag. 59 i Consultori in Liguria  hanno fatto 816 colloqui per IVG ed hanno rilasciato 884 certificati. Come mai?

A pag. 49 la relazione afferma che il 96,5% delle donne sottoposte ad aborto farmacologico non ha avuto nessuna complicazione immediata e che nel 2,4%, cioè 378 donne, per terminare l’intervento c’è stata la necessità di ricorrere all’isterosuzione od alla revisione della cavità uterina. Nessuna informazione viene fornita sulla percentuale di controlli post-dimissione e sulle complicanze riscontrate, che nel 2011 erano state riscontrate nel 7,1% del 96,9% delle donne che avevano fatto il controllo post-dimissione!

La mortalità materna per aborto farmacologico (Mifepristone+Prostaglandine) considerando la sola morte del Piemonte del 2014 (1,08 / 100.000 donne)   permane più alta di quella riscontrata in altri lavori e 10,8 volte maggiore di quella dell’aborto chirurgico.

La mortalità delle donne sottoposte dal 2005 al 2018 a tutte le forme di aborto farmacologico (RU486, RU486+ Postaglandine, Prostaglandine, Altro) con dimissione “volontaria” precoce, cioè prima della completa espulsione del bambino e degli annessi ovulari, è molto alta, 2,53/100.000 donne, almeno 25 volte più alta di quella dell’aborto chirurgico !

     Numerosi sono i dati importanti non rilevati al momento della dimissione sulla scheda D12/Istat e sulle SDO. Alcune già le abbiamo citate, tra le altre a pag. 27 sono citate solo 188 casi di emorragia e 1.621 casi non rilevati!

Ci sembra strano che nel 2020 una scheda D12/Istat o una SDO possano essere chiuse ed inviate incomplete, cioè con caselle importanti quali la data di nascita, l’epoca gestazionale, il tipo di complicazione, …, e che – se anche fosse possibile – in 18 mesi i funzionari addetti al controllo di queste schede non sentano il dovere morale di chiedere al Responsabile del Reparto ed al compilatore delle schede i dati mancanti prima di offrirli per una relazione ministeriale.

E’ ora che il Ministro non si limiti a fare inviti ad essere più precisi ma prende i provvedimenti necessari per evitare che nella prossima relazione sia ancora presente la voce “non rilevato”.

Dando un rapido sguardo alla tabella 7 con le evidenziazioni fatte, notiamo un tasso di abortività notevolmente più elevato nelle di età compresa tra 20-35 anni nelle regioni più produttive d’Italia, legato probabilmente all’attività lavorativa di queste donne; per cui il Governo ed i Parlamentari si dovrebbero subito rendere conto dell’urgenza indifferibile di politiche familiari a sostegno della maternità per  contrastare il gelo demografico e la sempre più grave denatalità.

 

 

Lo stesso ministro, infine, riconosce che l’obiezione di coscienza non rappresenta un ostacolo per  l’ivg in Italia e che il 15% dei ginecologi non obiettori non ha fatto alcuna ivg nel 2018.

 

PER SCARICARE IL COMUNICATO CLICCA QUIComunicato Stampa AIGOC n 4 del 24 giugno 2020

Nel nostro ultimo comunicato stampa (https://aigoc.it/2020/04/10/la-salute-delle-donne-non-e-tutelata-comunicato-a-i-g-o-c-n-2-del-10-aprile-2020/) abbiamo espresso in modo molto chiaro come i tentativi fatti da posizioni ideologiche reiterate e ben conosciute – approfittando della pandemia coronavirus – di domiciliare l’aborto farmacologico e di estenderlo fino alla nona settimana, non tutelavano affatto la salute delle donne che vi facevano ricorso, ma ne aumentavano significativamente i rischi.

La notizia che la Giunta Regionale Umbra abbia abrogato la delibera n. 1417  del 4 dicembre 2018, che  … intende estendere a tutte le strutture regionali che effettuano IVG chirurgica l’opportunità di somministrare la RU486 in regime di ricovero in day hospital terapeutico/interventistico e in regime di ricovero ordinario.” viene da noi molto positivamente accolta, perché dimostra che ancora ci sono Amministratori attenti alle evidenze scientifiche e alla tutela della salute delle donne.

Ci auguriamo che altri Amministratori Regionali sappiamo anteporre la tutela della salute fisica e psichica delle donne e non cedere ai ripetuti tentativi di privatizzazione e banalizzazione dell’aborto volontario.

 

 

PER SCARICARE IL COMUNICATO CLICCA QUIComunicato Stampa AIGOC n 3 del 16 giugno 2020

 

 

 

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