Foligno 18 novembre 2021

di: Alberto Virgolino (Presidente) e Angelo Francesco Filardo (V.Presidente)

Mentre leggevamo l’articolo – o per meglio dire lo spot pubblicitario! – “Procreazione assistita nella sanità pubblica umbra: un’eccellenza al tramonto”, mi chiedevo dove avessero trovato i numeri riportati “È la parabola della procreazione medicalmente (Pma) assistita in Umbria, passata dall’attrarre 18 mila coppie l’anno da ogni angolo di Italia a trovarsi …”, che già avevamo potuto leggere in un analogo articolo del 15 maggio 2015 “Umbria e non solo  Il servizio conta numeri da capogiro: solo nel 2013 sono stati trattati circa 16 mila pazienti con una media di circa 400 inseminazioni artificiali…”, per cui siamo andati a rileggere tutte le relazioni ministeriali al Parlamento sulla legge 40/2004 fino ad oggi pubblicate per trovare questi numeri veramente eccezionali per una Regione come la nostra.

Numeri da capogiro non ne abbiamo trovati! L’unico dato concordante del 2013, anno in cui non sono stati trattati circa 16.000 pazienti, ma in totale 514 coppie per 714 cicli, di cui 314 cicli con inseminazioni artificiali (tecniche di I livello) e 400 cicli con tecniche di II e III livello (a fresco e con scongelamento di embrioni e di ovociti), che hanno portato a 83 parti con la nascita di 102 bambini (16,15 coppie con figlio/i in braccio/100 coppie trattate; ovvero 11,62 coppie con figlio/i in braccio/100 cicli di trattamento effettuati) .

Le due pagine sopra riportate, la prima contenuta a pagina 21 della Relazione Ministeriale al Parlamento sulla legge 40/2004 relativa all’anno 2012, la seconda a pagina 209 dell’ultima Relazione presentata dal ministro della salute al Parlamento relativa all’anno 2018, dimostrano chiaramente quanto è avvenuto realmente in Umbria in questi anni e come l’efficacia espressa in numero di coppie con figlio/i in braccio/100 coppie trattate o più correttamente – con l’introduzione dello scongelamento degli embrioni e degli ovociti e/o con la donazione di ovociti e/o embrioni, che permettono nello stesso anno di poter fare più cicli di trattamento – in numero di coppie con figlio/i in braccio /100 cicli di trattamento ci mostrano chiaramente che i risultati ottenuti nei due centri umbri sono inferiori a quelli della media nazionale. Nel 2012 in Italia i risultati ottenuti con tutte le tecniche di PMA sono rispettivamente: 10.101 parti / 72.543 coppie trattate, cioè solo il 13,92% delle coppie trattate ha avuto uno o più figli in braccio e solo il 10,79% dei 93.634 cicli di trattamento si è concluso con il parto; in Umbria ci sono stati 75 parti / 576 coppie trattate, cioè il 13,02% delle coppie trattate ha avuto uno o più figli in braccio e soltanto l’8,40% degli 893 cicli di trattamento si è concluso con il parto. Nel 2018 in Italia sono stati registrati 12.797 parti, cioè 16,51 parti / 100 coppie trattate e 13,12 parti /100 cicli di trattamento (97.500), mentre in Umbria ci sono stati 84 parti su 612 coppie trattate, cioè 13,72 parti / 100 coppie trattate e 9,61 parti /100 cicli di trattamento (874).

La minore efficacia della PMA registrata nel 2018 in Umbria (13,72 coppie con figlio/i in braccio/100 coppie trattate) rispetto alla media nazionale (16,51 coppie con figlio/i in braccio/100 coppie trattate) diventa più significativa ed evidente se teniamo conto che le donne trattate nel centro pubblico umbro (79,5%) avevano un’età 42 anni, infatti dopo i 41 anni si verifica un crollo notevole del numero delle coppie con figlio/i in braccio/100 coppie trattate (inferiore al 7% nelle coppie trattate a fresco e tra il 12,5% ed il 6,34%/100 cicli di trattamento nelle coppie trattate con scongelamento di embrioni e/o ovociti a livello nazionale), a dimostrazione che l’età di 42 anni rappresenta un limite oltre il quale sono notevolissime le difficoltà incontrate per concepire e per congelare gli ovociti.

Anche nel 2018 i due centri Umbri continuano a produrre molti più embrioni di quelli che trasferiscono nell’utero delle loro pazienti: nel 2015 in 107 (39,6%) dei 270 prelievi effettuati hanno prodotto 611 embrioni trasferibili e ne hanno crioconservati 252 (41,24% degli embrioni prodotti e trasferibili); nel 2018 i prelievi effettuati sono stati 374, in 151 (40,4% dei prelievi effettuati) di questi 374 cicli è stato fatto un congelamento di circa 529 embrioni , cioè il 56,34% dei 939 embrioni prodotti (cfr. tab.3.4.27 pag.128).

Una domanda sorge spontanea: che fine faranno questi embrioni crioconservati che ogni anno crescono di numero, visto che nel 2018 meno di 140 embrioni crioconservati negli anni precedenti sono stati trasferiti in utero?

Alla luce di questi dati e del numero di donne in età fertile (15-49 anni),168.703, della nostra Umbria al 1 gennaio 202, ci sembra che la richiesta di innalzare il limite di età sopra i 41 anni e di potenziare il servizio per implementare nel centro pubblico la PMA eterologa siano delle richieste più atte a soddisfare i progetti ideologici di chi ha proposto la mozione e dei desiderata di chi li propone che una vera risposta ai bisogni della popolazione umbra, che non giustifica in tempi come i nostri di utilizzare il poco denaro pubblico per avere risposte più modeste di quelle che alla stessa popolazione possono offrire altri centri delle regioni limitrofe pagando il ticket.

Ci sono, purtroppo, molti settori della Sanità pubblica che in Umbria richiedono un non procrastinabile impegno del denaro pubblico per garantire l’assistenza necessaria a tutte le fasce di popolazione senza essere costretti a ricorrere ai privati a pagamento per poter fare esami radiologici ed altre indagini diagnostiche oncologiche e per altre patologie senza dover attendere dei mesi per poterli fare; oppure vedere i propri congiunti lasciati a letto con la padella o col pannolone pieno in particolare quando sono allettati e non autosufficienti perché il personale infermieristico ed ausiliario è da tempo insufficiente anche in periodi in cui nessuno è in ferie o in malattia.

Questo articolo era stato inviato a LA VOCE – Settimanale d’informazione dell’Umbria, in data 18 novembre, ma non è stato pubblicato.

La richiesta fatta dall’Associazione RU2020 pubblicata su Umbriajournal il 30 settembre 2021 e rilanciata poi su Umbria 24 News il 3 ottobre, sui motivi per cui negli Ospedali di Terni e Perugia non si fosse ancora avviata la somministrazione dei medicinali per l’aborto farmacologico, sembra prescindere dalla lettura e dall’analisi della Relazione del Ministro della Salute al Parlamento sulla applicazione della legge 194/1978 pubblicata sul sito del Ministero il 16 settembre 2021.

Infatti, mettendo a confronto le complicazioni immediate da IVG farmacologiche (979/17.799 = 5,5%) con quelle delle IVG chirurgiche (576/55.408 = 1,04%) risulta evidente che le IVG farmacologiche hanno fatto registrare nel 2019 complicazioni immediate 5,29 volte superiori a quelle chirurgiche.

Più grave risulta la situazione se mettiamo a confronto la mortalità materna registrata nelle IVG farmacologiche con quella registrata nelle IVG chirurgiche dal 1978 al 2019. Dividendo il numero delle morti fin qui conosciute in seguito ad IVG chirurgiche per il numero totale delle IVG chirurgiche dal 1978 al 2019 otteniamo il tasso di mortalità materna per le IVG chirurgiche, cioè 0,084/100.000; effettuando lo stesso calcolo per le morti da IVG farmacologiche per il numero totale di IVG farmacologiche dal 2008 al 2019 abbiamo il tasso di mortalità materna per le IVG farmacologiche 0,90/100.000, che è 10,7 volte più alto di quello delle IVG chirurgiche.

Confrontando la tabella 26 della Relazione Ministeriale del 2010 con quella della relazione del 2019 si evidenzia un incremento dei ricoveri con degenza ≥ 2 giorni (7,13%) di 2,5 volte rispetto al 2010 (2,87%), anche se le IVG nel 2019 sono state 42.774 in meno rispetto al 2010.

L’attuale organizzazione dei servizi IVG in Umbria cerca di tutelare almeno la salute fisica delle donne.

L’Umbria, dall’ultima Relazione Ministeriale, risulta essere la prima Regione in Italia per numero di ospedali in cui si effettuano IVG rispetto al totale (11/12 cioè il 91,7% versus 63,1% della media Italia) e per numero di centri IVG/100.000 donne in età fertile (6,3 versus 2,9 in Italia). Proprio un così elevato numero di ospedali in cui vengono effettuate le IVG spiega perché non è necessario – anzi potrebbe risultare addirittura pericoloso – ricorrere a strutture assimilabili agli ospedali (art. 8 della legge 194/1978) per l’aborto farmacologico.

Ci sembra utile precisare come si è mossa l’AIFA:

  • dopo la dichiarazione rilasciata dal Ministro Speranza a Repubblica il 7 agosto 2020, con la delibera n. 34 dell’11 agosto 2020 l’AIFA ha portato a 63 giorni (9 settimane) la possibilità di usare la RU486 per l’aborto farmacologico, anche se nella letteratura medica è riportato un raddoppio degli aborti incompleti che richiedono la revisione della cavità uterina dal 4-5% all’8-10% (vedi pag. 8 punto 2 del Verbale della seduta straordinaria del 4 agosto 2020 del Consiglio Superiore della Sanità Sezione V).
  • il 12 agosto 2020 con la determina numero 865/2020 l’AIFA ha mantenuto per il mifepristone (RU486) la classificazione di farmaco utilizzabile esclusivamente in ambiente ospedaliero o in strutture ad esso assimilabili identificate all’art.8 della legge 194/1978, per cui ha lasciato ad ogni singola Regione l’onere di valutare se veramente esista la necessità di individuare altre strutture in cui effettuare le IVG e la responsabilità delle conseguenze della scelta.

I ginecologi obiettori in Umbria sono poco più della metà rappresentando il 62,5% del totale (in Italia il 67%) ed effettuano una media di 0,8 IVG/settimana con punte massime di 1,3 IVG/settimana comunque al di sotto della media italiana (Cfr. pag. 60 della citata relazione).

Non si comprende come le associazioni Luca Coscioni e Amica in una lettera inviata di recente al Ministro Speranza abbiano ipotizzato che la riduzione del numero delle interruzioni volontarie di gravidanza “potrebbe anche essere il segnale invece di una difficoltà di accesso all’aborto, che in alcuni casi può tradursi nel ricorso a pratiche al di fuori della legge”.

Ci auguriamo che non si torni ad agitare lo spettro di un milione di aborti clandestini all’anno come prima dell’approvazione della legge 194/1978.

Quasi un milione e mezzo l’anno sono le reali vittime dell’aborto volontario, la cui stragrande maggioranza non viene riportata nelle relazioni ministeriali perché dovuta all’utilizzo di mezzi intercettivi farmacologici (pillole del giorno e dei 5 giorni dopo) e meccanici (spirali) nonché alle tecniche di fecondazione in vitro.

Il fatto che solo 66 su 199 donne (33,16%) cui è stato rilasciato il documento per abortire siano tornate nei Consultori Familiari per la visita di controllo è indicativo dell’urgenza con cui si debba dare piena applicazione alla legge 194/1978 soprattutto a quanto affermato dagli articoli 1, 2 e 5 affinché i Consultori Familiari, i Medici di Famiglia, gli Ostetrici Ginecologici, gli Assistenti Sociali, gli Psicologici sviluppino protocolli per individuare le difficoltà che portano le donne ad una scelta così drammatica quale quella di eliminare la vita che hanno generato e che si sviluppa nel proprio grembo al fine di aiutarle concretamente.

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