Eleonora Lisi

Fallimenti alti e 160mila embrioni sacrificati

di Marco Guerra

15-07-17

Il Ministro della Salute presenta la relazione annuale sulla legge 40. Nessun dato sulle spese sostenute dalle regioni per l’acquisto di ovuli e di seme dall’estero e molti dubbi sulle donatrici estere. Le percentuali di successo sono del 15,92 % mentre c’è un incremento degli embrioni “sacrificati” che sale a 160mila. E’ uno dei frutti della sentenza che ha sdoganato l’eterologa riportando tutto al far west riproduttivo che la legge 40 mirava a cancellare.

Da quando i tribunali italiani hanno smontato la legge 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita l’Italia è ripiombata in un far west in cui le tecniche di fecondazione omologa e eterologa sono regolamentate per molti aspetti dalle singole regioni. Per farsi un idea del fenomeno è quindi necessario prendere in esame la relazione annuale al Parlamento del Ministro della Salute sull’applicazione della legge 40. L’ultima, presentata lo scorso 5 luglio, è stata definita dall’Associazione Italiana Ginecologi e Ostetrici Cattolici (A.I.G.O.C.) un vero e proprio “bollettino di guerra”.

Aigoc ricorda anzitutto che le tecniche di fecondazione extracorporea vengono “praticate in Italia prevalentemente a spese dei contribuenti italiani essendo state inserite nei livelli essenziali di assistenza pur non essendo terapie della sterilità ed infertilità di coppia e pur non avendo un’efficacia tale da giustificare il loro diffuso impiego a spese dei contribuenti (solo il 15,92% delle coppie che si sottopongono a tali tecniche riesce ad avere uno o più figli in braccio dopo uno o più cicli praticati nello stesso anno)”.

A tal proposito vale la pena ricordare che nel 2014 fu emessa la sentenza della Corte Costituzionale che ha reso possibile tentare di avere un bambino con gli ovuli di un’altra donna e il seme di un altro uomo esterni alla coppia. Poi dal gennaio 2016 i nuovi Lea (livelli essenziali di assistenza) hanno previsto che tra le prestazioni sanitarie che il sistema nazionale deve fornire gratuitamente c’è anche la fecondazione eterologa e nel frattempo alcune regioni già avevano provveduto a fornire questo servizio. Un paradosso se si considera che molti farmaci per la cura dell’epatite C non sono mutuabili e che per avviare un’adozione una coppia è costretta a spendere diverse migliaia di euro.

In questa cornice, risulta quanto meno opaco il fatto che la relazione presentata al Palamento non riporti alcun dato sulle spese sostenute dalle regioni per l’acquisto di ovuli e di seme dall’estero; procedimento non eludibile visto e considerato le pressoché inesistenti donazioni (l’articolo 12 della legge 40 vieta la compravendita di gameti) provenienti da uomini e donne italiane che, anche secondo diversi sondaggi sul tema,  sono culturalmente contrari all’idea di spargere in giro le loro cellule riproduttive per dare vita a figli che non conosceranno mai.

Fatto sta che la ricerca di ovuli all’estero è stata condotta anche dalle singole strutture sanitarie, come testimonia un avviso di gara del 29 ottobre 2014 pubblicato sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea dall’Ospedale Careggi di Firenze: «L’azienda ospedaliera universitaria Careggi intende conoscere quali istituti, in possesso dei necessari requisiti, sono interessati a collaborare, all’occorrenza, per l’approvvigionamento di gameti».

Ma se sui costi del servizio il documento presentato alle aule parlamentari è completamente carente, offre invece una discreta panoramica circa le coppie trattate, gli embrioni trasferiti e quelli nati vivi. Gli ultimi dati disponibili sono quelli relativi al 2015, anno in cui per la prima vota sono stati conteggiati anche i primi casi di inseminazione eterologa.

Ebbene le coppie sottoposte ai trattamenti sono poco meno di 60.000, di cui circa 2100 con eterologa;  il numero di embrioni trasferiti ammonta a 98.120 e i nati vivi sono solo 11.029, in termini percentuali appena 15,92 %, ovvero meno di una coppia su sei riesce da avere un bambino alla fine di tutti i trattamenti per la fecondazione extracorporea. Quello che poi fa impressione è il numero degli embrioni che la ricerca definisce “sacrificati”, tra questi gli ovociti inseminati non trasferiti e gli embrioni crioconservati e poi scongelati.

Numeri che sono stati elaborati dal vicepresidente di Aigoc, il dott. Angelo Francesco Filardo, il quale ha evidenziato che sottraendo i nati vivi (11.029) e quelli rimasti crioconservati (34.490) dalla cifra totale degli embrioni prodotti risultata che circa 160.000 di questi sono stati “sacrificati”. Si tratta di un numero in aumento rispetto al 2014 (149.953). Tra altro, in un comunicato ufficiale gli ostetrici e ginecologi cattolici sostegno che “tale cifra non rispecchia la realtà perché i dati offerti sulle fecondazioni eterologhe sono molto carenti e non permettono di risalire al numero totale effettivo di embrioni prodotti per cui è stato preso per buono il numero di 3.924 embrioni trasferiti in utero, che è molto basso rispetto ai 21.476 ovociti ed ai 1.161 embrioni importati dalla Danimarca, Grecia, Rep. Ceca, Spagna, Svizzera (la cifra più verosimile si aggira sui 168.200)!”.

“Ci sorprende e ci lascia perplessi la grande generosità delle “donatrici” straniere, che hanno “offerto” la stragrande maggioranza degli ovociti utilizzati nel 2015 per le fecondazioni eterologhe – si legge ancora nella nota dell’Aigoc – richiedendo la ovodonazione una stimolazione ovarica per far maturare più ovociti (in media 6,9) ed un prelievo degli stessi”.

In effetti la relazione non spiega come avvengono all’estero quelle che per la legge italiana dovrebbero essere delle semplici donazioni. Lo scambio in denaro dovrebbe avvenire solo a titolo di rimborso spese, ma non è mai stata stabilita qual è la consistenza di tale rimborso.

Un altro aspetto allarmante è l’aumento della crioconservazione. Nel 2015 sono stati criopreservati  34.490 embrioni, il 31% dei cosiddetti embrioni prodotti e trasferibili con punte del 55,8% nel Lazio, del 49% nella Provincia autonoma di Bolzano e del 41,2% in Umbria mentre ne sono stati scongelati solo 20.444. Su questo versante le coppie e le strutture ospedaliere che si occupano di procreazione in vitro sono state deresponsabilizzate dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 151/2009, che ha tolto il divieto della produzione al massimo di tre embrioni da trasferire simultaneamente in utero.

Da parte loro, denunciano i ginecologi cattolici, il Parlamento ed il Governo non si sono  preoccupati di arginare questa anarchia riproduttiva, varando nuove linee guida che impediscano  la sovrapproduzione incontrollata di embrioni. In realtà nell’agosto del 2015 queste linee guida sono state elaborate, ma per forza di cose si sono dovute limitare a recepire la sentenza del 2009 che fissa la produzione di embrioni in un numero “strettamente necessario” stabilito dal medico che segue la coppia. Insomma di fatto la politica la politica è stata esautorata dalla magistratura, la quale ha elaborato una dicitura così vaga che ora viene aggirata sia dalle cliniche private sia dagli ospedali pubblici che hanno tutti gli interessi a congelare più embrioni possibili. Va da se che si tratta di vite umane in nuce che non possono essere lasciate sospese a tempo indeterminato nell’azoto liquido come oggetti inutili.

http://www.lanuovabq.it/it/fallimenti-alti-e-160mila-embrioni-sacrificati

 

Sì alla fertilità, ma non con ogni mezzo

Il 22 settembre sarà il Fertility Day. Il parere del dott. Angelo Filardo dell’Associazione ginecologi cattolici

Continua ad aumentare in Italia il numero di embrioni “sacrificati” per consentire la fecondazione “extra-corporea”, fenomeno che va letto in concomitanza con l’aumento di donne ultra-40enni che decidono di avere un figlio. È il dato che risulta dalla recente relazione annuale fatta, di fronte al Parlamento, dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin.

Intanto, per promuovere un’inversione di tendenza rispetto al calo demografico nel nostro Paese, lo stesso Ministero ha lanciato per il 22 settembre il primo Fertility Day. Notizia in sé positiva, ma che – nell’ottica delle attuali tendenze del “mercato” della vita nascente – potrebbe finire per promuovere un modello distorto.
“Ci auguriamo – scrive infatti il dott. Angelo Filardo, vice presidente nazionale dell’Aigoc (Associazione ginecologi e ostetrici cattolici) – che il Fertility Day non diventi una vetrina delle tecniche e dei centri di riproduzione umana, ma che sia un momento di riscoperta della bellezza della fertilità umana e del bisogno improcrastinabile di conoscerla, preservarla dai numerosi rischi presenti nel nostro tempo, rispettare i ritmi in essa presenti, mettendo i giovani in condizioni di poter procreare nell’età migliore, imparare a conoscere e utilizzare le informazioni che essa ci offre secondo i bisogni della coppia (ottenere, rinviare o evitare la gravidanza), valorizzando i metodi naturali di regolazione naturale della famiglia, che oltre a essere molto efficaci, scientificamente provati, ecologici, vengono insegnati gratuitamente”.
Quanto alla relazione del ministro Lorenzin sull’attuazione della legge 40/2004 nell’anno 2014 – osserva ancora Filardo -, si registra “una significativa impennata rispetto agli anni precedenti del numero di embrioni sacrificati, 149.950, e degli embrioni crioconservati, 28.757! Questi 149.950 rappresentano l’altissimo costo in vite umane delle tecniche di fecondazione extracorporea, che le rende umanamente inaccettabili, e che viene ancora poco considerato dai nostri parlamentari, dal ministro della Salute, dal Governo, dai mass media, da tanti medici e dagli educatori”.
E ancora: deve far riflettere “il significativo aumento delle donne con età superiore a 40 anni che si sono sottoposte a queste tecniche; per cui l’età media delle donne nel 2014 è stata 36,7 anni, con un aumento progressivo delle pazienti con più di 40 anni che iniziano un ciclo con le tecniche a fresco (32,9% nel 2014, rispetto al 31,0% nel 2013, e al 20,7% del 2005)”.

E in Umbria? In generale, “i dati relativi alle singole regioni contenuti nella Relazione ministeriale non sono dettagliati e contengono meno informazioni di quelli cumulativi, per cui non è possibile calcolare esattamente il numero totale di embrioni sacrificati in Umbria nel 2014. Infatti i 681 riportati nella tabella 3.4.26 sarebbero solo il 66% di tutti gli ovociti fecondati (tabella 3.4.13), per cui potrebbero essere 1.032. Mancano, inoltre, dati certi sul numero di embrioni trasferiti in utero, in particolare dopo lo scongelamento di embrioni”.
Seppure “apparentemente i dati umbri sembrerebbero più favorevoli rispetto a quelli nazionali, tale dato è negativamente influenzato dal numero delle coppie trattate e dalla carenza dei dati offerti”.
L’età media delle donne che hanno fatto ricorso alla fecondazione in vitro in Umbria è di circa 37 anni. anni. Le coppie che hanno avuto almeno un figlio in braccio sono 67 (il 18,81% delle coppie trattate, il 16,3% dei cicli iniziati)”.

Sì alla fertilità, ma non con ogni mezzo

 

In occasione della 6° Marcia per la Vita di Roma, convegno alla LUMSA

organizzato da Vita Umana Internazionale e il Comitato Verità e Vita,

si terrà il giorno prima della marcia a Roma

Per la Vita senza compromessi” è il titolo del convegno che sabato 7 maggio, a partire dalle 14.30, precederà la 6° Marcia Nazionale per la Vita di Roma – prevista la mattina di domenica 8 maggio – e si svolgerà nell’Aula Magna della Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA), in via di Borgo Sant’Angelo 13.

Promosso da Vita Umana Internazionale (ufficio di Roma di Human Life International) e dal Comitato Verità e Vita, il convegno offrirà ai partecipanti l’opportunità di riflettere sul tema della vita umana innocente e sulla dignità di ogni essere umano dal concepimento alla morte naturale. Il convegno, come affermano gli organizzatori, “è un’occasione per svegliare le coscienze assopite e per mobilitarle in un improcastinabile impegno culturale di ricostruzione della cultura della vita e nella battaglia per contrastare la legalizzazione di altri attentati alla vita umana debole ed indifesa e di distruzione della famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna”.

“Nonostante la chiarezza del Magistero della Chiesa Cattolica, che non ammette compromessi quando si tratta con principi morali fondamentali” – affermano gli organizzatori – “in questi ultimi 50 anni più di una volta il compromesso, la ricerca del male minore, la conservazione del potere e/o di privilegi hanno condotto l’Italia su un piano inclinato etico spaventoso e molto pericoloso perché oltre all’approvazione di leggi ingiuste (divorzio, aborto volontario, fecondazione extracorporea, divorzio breve, indottrinamento gender nelle scuole, …) si registra un’assuefazione della maggior parte dei cittadini a queste leggi ed alle stragi da esse determinate”.

Il convegno, che si svolgerà interamente in lingua italiana, vedrà tra i relatori principali, Angelo Filardo, Ginecologo, Presidente del Comitato Verità e Vita e Segretario Naz. Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici (AIGOC), che tratterà il tema degli Attentati alla vita nascente; Giacomo Rocchi, Magistrato della Corte di Cassazione, che illustrerà le Applicazioni giurisprudenziali in atto sulla vita umana; Maria Pia Baccari, Docente di Diritto Romano presso la LUMSA, che ripercorrerà la Storia e attualità della “Curator Ventris” e Stefano Fontana, Direttore della Rivista Diocesana “Vita Nuova” di Trieste e Direttore dell’Osservatorio Internazionale “Card. Van Thuân”, che terrà la relazione Sull’indisponibilità non si può trattare.

Tra i prelati presenti al convegno da segnalare Mons. Luigi Negri, Arcivescovo della Diocesi di Ferrara Comacchio e Abate di Pomposa, che terrà la relazione su Quale educazione ai principi senza compromessi; Mons. Livio Melina, Preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, che spiegherà Profezia e attualità della Humanae Vitae quasi 50 anni dopo e Don Stefano Tardani, Fondatore del Movimento dell’Amore Familiare, che toccherà il tema La dimensione spirituale della persona. Apriranno il Convegno Don Francesco Giordano, Direttore di Vita Umana Internazionale (ufficio di Roma di Human Life International), e Don Shenan Boquet, Presidente di Human Life International, che darà un respiro internazionale all’evento.

I lavori inizieranno alle 14.30 nell’Aula Magna della Lumsa, per terminare alle 19.30.

PER LA VITA SENZA COMPROMESSI

Prima della prossima Marcia Per la Vita, che si terrà a Roma l’8 maggio, è stato organizzato un Convegno Nazionale dal Comitato Verità e Vita, insieme a Vita Umana Internazionale (VUI )

Il convegno si svolgerà sabato 7 maggio 2016, alle 15:00,  a Roma nell’Aula Magna dell’Università LUMSA.

E’ stato adottato un titolo che è lo stesso slogan della Marcia per la Vita per sottolineare la stretta continuità del Convegno con la Marcia e la ricerca di unità/comunione nel variegato mondo pro life, che secondo noi la Marcia per la Vita deve far crescere anno dopo anno.

Inoltre, “Per la Vita, senza compromessi” è una espressione coniata ed usata dal nostro indimenticabile amico e primo presidente Mario Palmaro, ed è stata un primo motivo ispiratore della nascita del Comitato Verità e Vita, ai tempi della legalizzazione della fecondazione artificiale. Tra l’altro, in suffragio di Mario, sarà celebrata una Santa Messa domenica 8 maggio alle ore 08,00  nella Basilica dei SS. Cosma e Damiano (Via dei Fori Imperiali, 1).

L’impegno per la vita senza compromessi è anche il campo di azione di Vita Umana Internazionale, per cui la scelta di questo titolo – più che mai attuale! – è stata pienamente condivisa.

Il Convegno con  i saluti del Dr. Angelo Francesco Filardo Presidente del Comitato Verità e Vita,  Segretario Naz. Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici (AIGOC), che in seguito parlerà su Gli attentati alla vita nascente; di Don Francesco Giordano Direttore di Vita Umana Internazionale (VUI), di Don Shenan Boquet, Presidente di Human Life International (HLI), e del Dr. Joseph Meaney, Direttore del Coordinamento Internazionale di Human Life International (HLI).
Interverranno la Prof.ssa Maria Pia Baccari, Docente di Diritto Romano presso la “Libera Università Maria Santissima Assunta” di Roma (Storia ed attualità del curator ventris), il Dr. Giacomo Rocchi, Magistrato della Corte di Cassazione (Applicazioni giurisprudenziali in atto sulla vita umana), il Dr. Stefano Fontana, Direttore Rivista Diocesana “Vita Nuova” Trieste, e dell’Osservatorio Internazionale “Card. Van Thuân (Sull’indisponibilità non si può trattare), Don Stefano Tardani, Fondatore del Movimento dell’Amore Familiare (La dimensione spirituale della persona), Prof.ssa Marisa Orecchia, Vice Presidente del Comitato Verità e Vita, Prof. Mons. Livio Melina Preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia (Profezia ed attualità della Humanae Vitae quasi 50 anni dopo) e S. E. Mons. Luigi Negri Arcivescovo della Diocesi di Ferrara Comacchio e Abate di Pomposa (Quale educazione ai principi senza compromessi).

IL MIRACOLO DI UNA NUOVA NASCITA

 

Scienza e coscienza sono un binomio inscindibile. Infatti, quando la scienza è illuminata dalla fede, l’altezza della vocazione medica tocca l’umanità dell’uomo in modo profondo ed esistenziale. È quanto emerso dalla conferenza del Prof. Giuseppe Noia (nostro conterraneo) presso la “Casa del-la Cultura” in Palmi il 27 Ottobre u.s. L’evento, che fa parte del secondo ciclo di incontri dal titolo “scienza e vita”, è stato fortemente voluto dal vescovo Mons. Francesco Milito, che ha confermato, ancora una volta, la sua sensibilità nel veicolare tematiche di bioetica nella diocesi di Oppido M. – Palmi. Da notare che nello stesso luogo, vent’anni fa, è stato ospite il Prof. Mancuso (definito un maestro dal Prof. Noia). Ad aprire i lavori, porgendo i saluti di tutta la cittadinanza palmese, è stato il Sindaco Giovanni Barone. Successivamente, l’introduzione di S.E. Mons. Francesco Milito, che ha definito il luogo “tempio della cultura” a Palmi, ha fatto notare quanto sia necessario per l’uomo capire se stesso. Scoprire la verità che lo abita. Considerare che intorno a tematiche quali la vita nascente, c’è bisogno di interrogare persone appassionate, competenti, e che spendono la loro vita per tutelare la vita nascente. Inoltre, che destino lo stupore per l’affascinante realtà della gravidanza, con tutto ciò che precede e succede tale momento della vita di coppia in particolare, e della donna nello specifico. Il Prof. Noia prendendo successivamente la parola, ha presupposto che nella propria vita, la scienza da un lato e la fede dall’altro, sono state le componenti specifiche che hanno guidato il proprio operato professionale. An-che perché “la scienza senza il faro dell’etica è una scienza che s’incaglia” negli scogli delle difficoltà umane. Ha inoltre fatto notare che intorno alla vita nascente gravitano tante informazioni fuorvianti (alcune decisamente non veritiere) e poca conoscenza. Capace quest’ultima di spostare l’accento dal sapere al sàpere (dal latino “assaporare”). Ha precisato che purtroppo in alcune realtà, intorno alla vita nascente, si registra una deriva sia morale che della ragione. La domanda di partenza è stata: con quali occhi vediamo la vita? Con gli occhi del calcolo matematico o con quelli del cuore? La risposta positiva in un senso o nell’altro porta a conclusioni proprie ed ovviamente diverse. Che la vita umana abbia un senso, tutti lo capiscono, ma quanti la difendono? Proprio per questo oggi necessario riaffermare la “sensatezza” della vita. Quella nel grembo materno, nello speci-fico. La sensatezza di una vita che già, in tale delicato momento, trova difficoltà di identificazione. A tal proposito, la beata Madre Teresa di Calcutta ha avuto a dire che pro-prio loro, i bambini non nati, sono i poveri più poveri. Considerando in particolare che la dignità umana è sempre presente, dal concepimento fino all’ultimo respiro. Dall’alba al tramonto. È stato chiaro che il miracolo di una nuova vita ed il rispetto della vita umana fin dalla sua prima individuazione, non è un sentimento generico, ma l’incontro con una precisa responsabilità: quella di un “vivente” umano la cui dignità non è affidata soltanto ad una nostra benevola considerazione o ad un impulso umanitario, ma ad una chiamata divina. Il concepito, non è solo “me” o “mio” o “dentro di me” ma “davanti a me”. Il fi-glio è presenza che interroga la vita. A noi il dovere di riconoscerlo fin dal principio e di garantirgli il diritto alla vita. Successiva-mente, si è aperto un momento di dibattito, in cui il Prof. Noia ha potuto rispondere alle molteplici domande che il pubblico ha voluto rivolgere. Le conclusioni sono state affidate a S.E. Mons. Francesco Milito che ha approfittato dell’occasione per lanciare un appello al Sindaco Barone ed alla sensibilità comune: “quanto sarebbe bello che anche nella nostra diocesi, magari all’interno del costruendo ospedale, si creasse un perinatal hospice” (un reparto pensato per i “feti terminali”). Lo stesso sarebbe la risposta più concreata ed umana, quando l’unica alternativa prospettata è l’aborto terapeutico. Si tradurrebbe in un accompagnamento per il nascituro, fatto con amore, rispetto e riconoscenza. In conclusione, sembra che il nostro tempo, oltre ad affermare l’esistenza di Dio, abbia bisogno di riaffermare anche l’esistenza dell’uomo, riabilitando antiche domande sulla nostra vocazione originaria e quindi sulla “capienza infinita” della nostra fragilità umana. Dobbiamo sforzarci di rileggere la grammatica della vita, della creazione, della speranza, dell’amore. Tutto questo, restando aperti alla vita, restando aperti all’amore. L’evento, a dir di tutti, ha lasciato il segno. Proprio per questo, incontri di tale spessore, sarebbero l’ideale per tener desta la “sacralità” della vita ed il rispetto della vita nascente.

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“L’etica incontra la scienza: la buona cura per la salute della madre e del nascituro.”

L’etica incontra la scienza: la buona cura per la salute della madre e del nascituro.” Questo è il titolo di un corso di formazione che si terrà a Macomer (NU), in Sardegna, il 7 novembre 2015.

La Scuola itinerante dell’Associazione Italiana Ginecologi e Ostetrici Cattolici (AIGOC), ha organizzato il corso destinato non solo ai medici e agli operatori sanitari, ma anche a chi si occupa nel sociale di Pastorale sanitari e  alle famiglie.

L’iscrizione deve essere inviata all’AIGOC entro il 25 ottobre.

Potete vedere i particolari nel volantino pubblicato qui sotto, su cui potete anche leggere i nomi e gli argomenti trattati dagli illustrissimi relatori, uomini di scienza e di fede, molti dei quali – come il prof. Noia – amici e sostenitori di ProVita.

Segnaliamo ai nostri lettori, che si trovano nella zona e che potrebbero partecipare, l’intervento del dottor Filardo, sulla regolazione naturale della fertilità, quello del dottor Puggioni sull’affascinante dialogo tra il corpo materno e il bambino in grembo, che comincia immediatamente dopo la fecondazione, quello di Noia, sulle  terapie fetali e i trapianti prenatali, quello del dottor Oriente sulle conseguenze fisiche dell’aborto volontario.

E si parlerà di obiezione di coscienza, con il dottor Giacomo Rocchi, magistrato, di cellule staminali… Insomma è tutto davvero molto interessante.

Auspichiamo davvero che gli amici residenti nella zona vi partecipino massicciamente.

Redazione

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MAGI Euregio e AIGOC presentano il loro impegno medico scientifico e di ricerca in difesa della vita

 

Venerdì 12 dicembre si terrà a Roma, presso il Policlinico Gemelli, un convegno organizzato dalla Associazione Italiana Ginecologi e Ostetrici Cattolici (AIGOC) per un confronto sul tema delle “sinergie per una grande strategia in favore della vita e della famiglia”.

L’AIGOC, presieduta dal Prof. Giuseppe Noia, si propone – come da suo statuto – di osservare e far osservare l’insegnamento del Magistero della Chiesa Cattolica, in particolare nell’ambito dell’assistenza sanitaria e della tutela della salute della donna e della vita nascente, della madre e del bambino. E si impegna, inoltre, a fornire a tutte le donne, in gravidanza e non, un’assistenza basata sulla vita, sulla speranza e sui più alti standard medici, etici e scientifici.

Per contrastare la cultura della morte l’AIGOC si fa promotrice del rispetto per la vita umana nella sua interezza, dal concepimento fino alla morte naturale, alla luce dei principi cristiani e ponendo l’accento sulla famiglia come principale custode della vita e della salute.

Tra i relatori del convegno sarà presente anche il dott. Matteo Bertelli, presidente della cooperativa sociale MAGI Euregio, una realtà di profonda ispirazione cattolica, che ha avuto l’onore di essere ricevuta e menzionata da Sua Santità Papa Francesco in occasione dell’Udienza Papale del 9 aprile 2014.

La MAGI Euregio, con la sua equipe di medici, clinici e ricercatori di prim’ordine, si occupa della diagnosi ricerca e cura delle malattie genetiche e rare. “La MAGI Euregio – spiega il dott. Bertelli – si ispira all’insegnamento di don Sturzo e più in generale della Dottrina Sociale della Chiesa.  MAGI Euregio riconosce nella carità e nel rispetto della vita il fondamento dell’agire umano e cerca pertanto di corrispondere a tutti i bisogni di diagnostica, socio-sanitari, nonché di ricerca ed informazione che le malattie rare richiedono. Il motto della MAGI è che se un malato affetto da una malattia ultra-rara si rivolge a noi per una diagnosi, la MAGI deve prendersene cura anche se l’ allestire il test genetico sarà antieconomico e dispendioso in termini di tempo.  In secondo luogo l’obbligo ad investire i propri soldi per sviluppare della ricerca che identifichi delle cure per i feti riconosciuti malati dai test prenatali. La genetica prenatale –dice il Dr. Bertelli – è troppo indirizzata all’aborto come unica soluzione e troppo poco direzionata a cercare ed offrire delle cure che facciano guarire e nascere sano un feto riscontrato malato.

La nostra è una missione che implica l’andare controcorrente, mettendo in secondo piano “il profitto economico” e l’incontro di MAGI Euregio con i medici Pino Noia (Ginecologia Policlinico Gemelli), Benedetto Falsini (Oculistica Policlinico Gemelli) e Sandro Michelini (Linfedema e Malattie Vascolari Ospedale San Giovanni Battista dell’Ordine di Malta di Roma) sta portando i suoi risultati.

Noi riteniamo che la possibilità di effettuare test genetici già in età prenatale potrà essere uno strumento che aiuterà a prevenire l’aborto se si scopriranno nuove cure per il feto:

“La nostra cooperativa sociale tutela la vita umana fin dal concepimento – prosegue il dott. Bertelli – e il nostro laboratorio si sta impegnando duramente nello sviluppo di una genetica improntata alla cura del feto e che rispetti la vita. Non possiamo fermarci a diagnosticare le patologie, ma il nostro impegno è anche quelli di spiegare e far comprendere ai pazienti che esistono terapie adeguate anche in età prenatale”.

Un esempio su quanto affermato è dato dagli studi sull’igroma cistico (manifestazione prenatale del linfedema). Questa patologia comporta una dilatazione degli spazi linfatici nel tessuto sottocutaneo del collo con un ristagno della linfa in questo distretto che può raggiungere dimensioni anche due volte la testa fetale.

Con l’evoluzione della scienza medica è oggi possibile individuare eventuali difetti genetici in utero per l’igroma cistico (gli stessi difetti genetici che nell’adulto portano al linfedema primario od ereditario), la cui prognosi dell’igroma cistico è generalmente infausta, avendo un tasso di mortalità superiore al 90%. La malattia può causare aborto spontaneo, ma spesso la convinzione di partorire un nascituro malato, spinge le madri ad una interruzione volontaria della gravidanza.

Il Prof. Giuseppe Noia ha studiato l’igroma cistico: “Ci sono diversi approcci: un gruppo giapponese, nei casi di igroma cistico molto grandi che non si risolvono prenatalmente, persistendo queste grosse sacche di liquido retro e latero nucali, ha iniettato all’interno di queste sacche di liquido, un collante, OK432, impedendo quindi il depositarsi di altro liquido e permettendo ai bambini di non avere scompensi cardiaci. Nella loro casistica risulta un 40% di sopravvivenza, I bambini trattati postnatalmente dai chirurghi pediatri con OK432 sono stati 2 su 13.

I dati invece gruppo del professor Noia (NOIA G.- PELLEGRINO M.- MASINI L.- VISCONTI D. – MANZONI C.- CHIARADIA G.- CARUSO A. Fetal cystic hygroma: the importance of natural history. EUROPEAN JOURNAL OF OBSTETRICS & GYNECOLOGY AND REPRODUCTIVE BIOLOGY, 2013 – Oct;170(2):407-13), affrontano il problema in maniera diversa cercando informazioni sul dato dell’aborto spontaneo, che è molto alto (63%) e fornendo anche, i dati sul reversal cioè sulla scomparsa dell’igroma che avviene nel 60% dei casi. I dati del Professor Noia dimostrano che la sopravvivenza con bambino in braccio è del 60% a un lungo follow up.

La collaborazione tra MAGI Euregio e il Gemelli si estende anche nel campo delle malattie retiniche e, nello specifico, un punto di riferimento importante è il Prof. Benedetto Falsini:

“Con MAGI è in corso una collaborazione che mira ad identificare il genotipo dei pazienti affetti da eredo-degenerazioni retiniche. Questo lavoro, svolto dalla MAGI con tecniche e competenze “stato dell’arte”, e’ guidato da una stretta interazione con i clinici che caratterizzano, attraverso esami diagnostici avanzati e mirati, il corrispondente fenotipo dei pazienti. Questa collaborazione ha condotto alla diagnosi molecolare per numerosi pazienti affetti da eredo-degenerazioni retiniche. Questo apre la possibilità di offrire in futuro cure mirate, basate sul genotipo, per molti pazienti”.

Anche per questo tipo di patologie la ricerca sta individuando la possibilità di intervenire in età prenatale, come spiega ancora il Prof. Falsini: “In linea generale è possibile ottenere diagnosi di malattie retiniche già in età prenatale, cosi come in linee teoriche sarebbe possibile sviluppare terapie adeguate sul feto”.

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MAGI Euregio e AIGOC presentano il loro impegno medico scientifico e di ricerca in difesa della vita

 

TRE SEMINARI PER CONOSCERE A FONDO I METODI NATURALI

 

Enrico Ottaviani
All’uomo e alla donna insieme è stato affidato il compito di trasmettere la vita umana come liberi e responsabili collaboratori. Per poter svolgere tale compito, l’uomo e la donna, pur avendo la stessa dignità, differiscono per il corredo cromosomico, per la presenza di particolari caratteristiche somatiche e metaboliche, e per aspetti psicologici, sociali e culturali. La differenziazione sessuale inizia nel momento stesso del concepimento, ossia quando i patrimoni genetici del padre e della madre si fondono per costituire una persona unica al mondo. In questo momento ha inizio la vita umana. Nell’uomo la sessualità non è istintiva come per gli animali, ma è sotto il dominio della ragione. L’unione tra un uomo e una donna è al servizio dell’amore e della vita, è la donazione totale di una persona alla persona amata ed è fonte di grande gioia. Da questi presupposti ha preso vita il secondo di tre seminari su «Luci e ombre della vita umana ». Il dottor Francesco Filardo, invitato dal consultorio diocesano Sidera, ha parlato, Sabato 8 novembre scorso, delle «Basi scientifiche dei metodi di regolazione naturale della fertilità». Il dottore, segretario nazionale dell’Aigoc, ha specificato che le diverse fertilità dell’uomo e della donna permettono di conseguire con una certa facilità la gravidanza o di poter regolare in modo naturale le nascite. Infatti, ogni donna, adeguatamente informata e semplicemente osservando se stessa, ha la possibilità di conoscere direttamente il proprio periodo di fertilità. Su questi cicli naturali sono basati i metodi naturali di regolazione della fertilità, che possono essere usati dalla coppia per conseguire, distanziare o evitare il concepimento. Per la Chiesa questi metodi sono gli unici che fanno sì che l’atto coniugale mantenga il duplice significato unitivo e procreativo. Il prossimo seminario sarà sulle conseguenze dell’aborto per la donna e la coppia.

 

Lazio Sette 16 novembre 2014

LUCI E OMBRE DELLA VITA UMANA

 

8 novembre 2014

“Luci e ombre della vita umana”, è il titolo dei tre seminari conoscitivi organizzati dal Consultorio familiare diocesano «Sidera ». Tre incontri gratuiti per veicolare contenuti e approfondire la conoscenza, spesso parziale e non saustiva, sul tema della fecondità umana e del dono della vita nascente. L’obiettivo è quello di stimolare la riflessione e ampliare le possibilità a disposizione di singoli, coppie e famiglie di poter effettuare scelte più consapevoli, mature e responsabili.
Sabato 8 novembre, il dottor Angelo Filardo, medico ginecologo, esperto in bioetica, Segretario nazionale Aigoc (Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici) terrà il secondo seminario dal titolo «Le basi scientifiche dei metodi di regolazione naturale della fertilità». Con questo appuntamento il Consultorio rinnova il suo impegno, a favore dell’intera comunità, a operare e agire in un ottica di recupero e valorizzazione delle risorse interne proprie della persona e delle famiglie, per giungere a una maggiore consapevolezza di sé, aprendo la strada alla possibilità di far diventare il disagio un’opportunità di crescita e cambiamento. Questo è l’obiettivo prioritario che guida tutte le attività consultoriali che si realizzano all’interno di un quadro di riferimento coerente con la visione cristiana della vita, che accomuna l’intera equipe degli operatori del Consultorio. Nel corso dei suoi tre anni di attività, il Consultorio ha accolto e supportato, con professionalità e competenza, circa 150 utenti tra singoli, coppie e famiglie portatori di varie problematiche e disagi. La missione deriva proprio dal suo nome. Sidera, infatti, significa «astri» ma da esso proviene anche la parola «desiderio», ossia «movimento verso» il raggiungimento di una meta, la realizzazione di un progetto costruito con coloro che al Servizio si rivolgono. L’appuntamento è per sabato 8 p.v. alle ore 18 presso l’Auditorium Pierluigi di Palestrina, in via delle Monache 2.

Alessandra Chiapparelli

Il vero grande “successo” della legalizzazione dell’aborto

 

La legalizzazione dell’aborto non ha conseguito solo fallimenti, ma anche “successi”. Se ha completamente mancato il fine di cancellare l’aborto clandestino e tutelare la salute della donna, non ha certamente fatto fiasco nel provocare – come tragica conseguenza – l’aumento abnorme del numero degli aborti.

La legge ha, infatti, la capacità di incidere sui costumi sociali, per cui se una pratica immorale ottiene legittimazione formale, tenderà a perdere il carattere di gravità che le apparteneva, divenendo pian piano, nel sentire comune e nei comportamenti, una cosa normale e giusta. Questa constatazione era stata fatta già nel 1975 da Simone Vieil in un’intervista sul Time del 3 marzo: “Modificando la legge, voi potete modificare profondamente il modello di comportamento umano. Ciò mi affascina”[1]; e confermata, per esempio, in Italia, da uno studio sociologico di due ricercatori dell’Università di Trento (Maternità negata, Milano 1988), in cui si conclude che: “il 32% delle donne che hanno abortito non l’avrebbe fatto se non ci fosse stata la legge 194 a permetterlo. Quindi, dal 1978 in poi, sarebbero stati fatti centinaia di migliaia di aborti che, in mancanza della 194, si sarebbero potuti evitare”[2].

I Paesi che hanno legalizzato l’aborto hanno raggiunto tutti il medesimo risultato: gli aborti clandestini non sono stati eliminati, mentre quelli legali sono cresciuti in modo esponenziale. L’aborto è diventato la prima causa di mortalità in Europa: secondo il rapporto annuale dell’Istituto di Politica Familiare (IPF), nel 2008 sono state interrotte 2.843.649 gravidanze (1 aborto ogni 11 secondi). Negli ultimi 15 anni, sono state 20.635.919 le Ivg legali praticate nel Vecchio Continente. In America, dalla Roe v. Wade (1973), sono stati effettuati 56.662.169 aborti legali, cioè 157 bambini uccisi ogni singola ora, 2,6 aborti al minuto. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel mondo ogni 100 bambini che nascono 30 e più sono quelli che vengono abortiti. Negli ultimi quarant’anni – come dimostra Socci nel suo libro – sono stati sterminati legalmente nel mondo ben più di un miliardo di figli, un numero che fa dell’aborto “il più vasto olocausto della storia umana”. La Dichiarazione di Saragozza – approvata in Spagna durante il IV Congresso Internazionale Pro-Vita del 6-8 novembre 2009 – considera, le morti provocate dall’aborto legale, un delitto di lesa umanità che, per numero ed estensione, si propone venga definito d’ora in poi “mega-genocidio”[3].

In Italia, dall’introduzione della legge 194 (22 maggio 1978), sono stati finanziati dallo Stato circa 5 milioni e mezzo di aborti. I dati ufficiali delle Ivg, diffusi dalle relazioni ministeriali annuali, indicano un incremento degli aborti legali fino al 1982 che ha fatto registrare il picco massimo (187.752 Ivg nel 1979, 220.263 nel 1980, 224.377 nel 1981 e 234.377 nel 1982), e alti livelli di Ivg fino al 1987 in cui le interruzioni sono state 191.469. Più avanti gli aborti legali hanno iniziato a calare in maniera significativa, arrivando nel 2005 a 129.588, nel 2010 a 115.981, nel 2012 a 105.968. Questo decremento delle interruzioni, registrato soprattutto negli ultimi anni, è periodicamente invocato dai sostenitori dell’aborto (e non solo) a dimostrazione del fatto che la 194 sia una buona legge, perché grazie alla legalizzazione dell’aborto si sarebbe riusciti a ridurre il ricorso all’aborto volontario. Ma in questa attestazione ci sono molte cose che non tornano.

Osserva, per esempio, Francesco Agnoli: “È impossibile pensare che una legge che sino al 1982, e anche dopo, ha determinato un progressivo aumento degli aborti, abbia, sempre lei, determinato poi un flusso inverso… senza che intervenisse nessuna modifica legislativa”[4], o Mario Palmaro che scrive: “Quand’anche l’aborto volontario diminuisse veramente, e non potremmo che rallegrarcene, questo non dipenderebbe certamente da una legge libertaria e permissiva come la 194. Sarebbe come dire che il fumo delle sigarette si combatte permettendo a tutti di fumare ovunque; o che la droga si sconfigge vendendola nelle tabaccherie; o che gli evasori fiscali si debellano promettendo che lo Stato non li punirà mai più. Non si può combattere l’aborto legalizzandolo, né ‘applicando bene’ una legge che è stata votata, approvata e applicata per introdurre il principio di autodeterminazione della donna e per consacrare il ‘diritto di scelta’. Una tossina, quest’ultima, così perniciosa che oggi perfino in ambienti cattolici si tende a definire l’aborto una ‘scelta della donna’ e a considerare compito della comunità cristiana permettere alla donna di ‘scegliere in un clima sereno’”[5]. Continua Palmaro: “Che l’aborto sia in proporzione alle gravidanze stabile o addirittura in aumento lo conferma il fatto che il numero di aborti per ogni 1000 nati vivi è ormai da anni arroccato intorno ai 250-270 casi, un rapporto proporzionale impressionante, che rende il grembo di una donna italiana un luogo pericolosissimo per il nascituro, che in 1 caso su 4 non verrà fatto nascere deliberatamente”. Se, in questi anni, sono avvenuti “molti ‘salvataggi’ di bambini destinati all’aborto” lo si deve “al lavoro encomiabile dei Centri di Aiuto alla Vita, di Telefono Sos Vita e di molti altri anonimi difensori della vita”, anche se – precisa Palmaro -, questa verità “non va sopravvalutata nei suoi risultati quantitativi, che restano pur sempre assai modesti sotto il profilo statistico”.

Ma, quando si prende in esame la supposta diminuzione degli aborti, bisogna considerare anche altri elementi, come il fatto che, nonostante l’aborto legale, continuano ad esserci lo stesso donne che ricorrono all’aborto clandestino sia chirurgico che chimico (Cytotec). Come abbiamo precedentemente visto, le stime ufficiali, ferme tuttora al 2005, parlano di 15-20mila aborti illegali annui. E c’è pure da contemplare la questione dell’aumento degli aborti spontanei, che dal 1982 sono cresciuti di 17mila casi annui: un’anomalia che da più parti si ritiene essere associata all’aumento del ricorso all’aborto illegale.

A questo numero indeterminabile di interruzioni, deve essere anche aggiunto quello degli aborti nascosti e inconsapevoli provocati dai contraccettivi artificiali – ormonali (pillola anticoncezionale: s. v. “fughe ovulatorie”) e meccanici (spirale) – e dai cosiddetti “contraccettivi d’emergenza” (pillola “del giorno dopo” e dei “cinque giorni dopo”). Aborti “Inconsapevoli” perché la maggior parte delle donne che fa uso di questi dispositivi non sa che hanno anche un effetto abortivo, ovvero che in caso di concepimento agiscono con un’azione antinidatoria, cioè mediante la creazione di un ambiente uterino ostile all’impianto, che condanna a morte certa l’embrione formatosi. E “nascosti”, perché – anche avendo questa consapevolezza – è impossibile stabilire se, nonostante l’impiego del contraccettivo estroprogestinico o meccanico, si sia verificata lo stesso un’ovulazione e, quindi – in caso di rapporto – un possibile concepimento; o se il concepimento si sia verificato nonostante l’impiego di una “pillola di emergenza” dopo un rapporto “a rischio”, motivo per cui, in entrambe le situazioni, l’azione delle pillole abbia determinato un precocissimo aborto.

Scrive al riguardo Palmaro: “La diffusione dell’aborto chimico toglie ‘lavoro’ all’aborto chirurgico, riducendo inevitabilmente il numero di donne che ricorrono alla 194 e che quindi devono andare in ospedale. C’è un travaso invisibile, insomma, che va dall’aborto chirurgico a quello chimico, fatto di pillole falsamente definite contraccettive, di spirali o IUD, di usi impropri di farmaci che sciaguratamente miscelati producono effetti abortivi. Nessuno è in grado di misurare con precisione questa galassia, ma una cosa è certa: è consistente, e comporta decine di migliaia di aborti invisibili all’anno. Basti un dato su tutti: 1000 confezioni di Norlevo – la pillola del giorno dopo – vendute in farmacia in Italia ogni giorno fanno 360.000 confezioni all’anno. Che non significano altrettanti aborti, ma certo ne implicano un numero molto rilevante, che nessuno, nemmeno le donne che hanno preso la pillola, potranno mai stimare con precisione”.

Pur essendo impossibile quantificare con esattezza il numero di questi aborti, c’è chi ha provato ad elaborare alcune stime. La dottoressa francese Thérèse Gillaizeau Amiot ha calcolato che ai 50 milioni di aborti praticati ogni anno nel mondo debbano essere sommati circa 4 milioni di aborti “farmaceutici” (pillole del giorno dopo), e addirittura 460 milioni di aborti dovuti all’uso della spirale[6]. Sono decine di milioni le donne che usano lo IUD nel mondo, di cui circa 2 milioni e mezzo solo in Francia. In Italia, i ginecologi dell’Aigoc (Associazione italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici), hanno invece provato a stimare i “cripto-aborti” collegati all’uso di Levonorgestrel (pillola del giorno dopo). Lo studio comparativo, che ha messo in relazione le confezioni di “pillole d’emergenza” vendute in un anno in Italia (350mila), con il tasso di concepimento atteso e il numero di gravidanze attese per fallimento del metodo, ha mostrato il risultato finale di “69.930 concepiti abortiti in un anno”, come ha reso noto il ginecologo Angelo Francesco Filardo – socio fondatore Aigoc – che ha puntualizzato: “L’aborto sta cambiano aspetto, non è più registrabile negli ospedali ma è sempre più diffuso”[7].

In sostanza, la tanto propagandata diminuzione del numero degli aborti è solo apparente. Se si va a considerare il fenomeno nella sua totalità e portata, provando a fare un computo che comprenda, oltre agli aborti legali praticati negli ospedali, anche tutti gli altri che rimangono fuori dal dato ufficiale, si ottiene un totale molto più elevato, e probabilmente persino superiore ai livelli più alti registrati negli anni ’80.

La legalizzazione quindi ha permesso di togliere all’aborto il carattere di gravità e drammaticità che aveva sempre avuto (anche per le donne che si rivolgevano alle “mammane”), trasformandolo in un atto banale e ricorrente. Di banalizzazione dell’aborto parla anche Valter Tarantini, ginecologo abortista che esegue interruzioni di gravidanza da quando la 194 è entrata in vigore, arrivando ad una media di 300 aborti l’anno. In una intervista del settimanale Tempi[8], Tarantini spiega cosa è cambiato a trent’anni dall’entrata in vigore della legge. “Oggi l’aborto non è più l’estrema ratio – osserva il ginecologo – interrompere la gravidanza è diventata una cosa normalissima, anzi, meno importante delle altre. Prima lo si faceva per combattere la morale. Il frutto che vedo oggi è che la morale non c’è più e che l’80% delle mie pazienti sono recidive. Ogni paziente ha avuto in media dai tre ai sei aborti. Ma ho incontrato anche una donna che era alla quarantesima Ivg”. Gli aborti, insomma, non sono per nulla diminuiti dopo la legalizzazione, anzi – prosegue Tarantini –, proprio grazie alla 194, per molte donne l’Ivg è diventata addirittura un mezzo di controllo delle nascite, un mero strumento contraccettivo: “Le peggiori recidive sono ricche, istruite e sanno benissimo cos’è la contraccezione, ma per loro l’aborto è un fatto così banale che è uguale a prendere la pillola, non c’è differenza. Anzi per alcune è meglio. Mi dicono: ‘Sa dottore la pillola fa male, mi fa ingrassare’, e siccome la contraccezione richiede impegno, l’aborto gli sembra più veloce ancora. Alcune avranno anche problemi psicologici, ma la maggior parte pensa solo alla cosa più comoda… Perciò dico che questa legge controlla le nascite e che sbaglia chi dice che, grazie alla sua buona applicazione, gli aborti sono diminuiti. Se li contiamo in rapporto ai bambini nati si vede che non hanno fatto che aumentare”. “Che la 194 sia un fallimento è un’evidenza – prosegue Tarantini -, anche se applicassimo al meglio la prima parte potenziando la prevenzione e i consultori. Puoi cercare qualsiasi risoluzione, ma il problema è che se una non pensa che la vita del figlio sia più importante di tutti i problemi non si risolve nulla. Prima avere bambini era tutto, i nostri vecchi davano la vita ed erano più contenti di noi. Mi chiedo perché sia sparito tutto questo. Perché si sia perso il senso della vita. Faccio degli esempi. Una ragazza di 25 anni è arrivata con l’amica ridacchiando a chiedere l’Ivg. Vedono il bambino nel monitor e iniziano a ridere: ‘Che carino – dicevano – guarda come si muove’. Oppure penso a una che mi disse: ‘Dottore non è che mi lascia la foto dell’ecografia come ricordo?’. Per non parlare delle domande più frequenti: ‘Dottore era maschio o femmina? Quando posso avere rapporti sessuali? Quando posso mangiare?’”.

Tarantini osserva anche che, nella stragrande maggioranza delle richieste di aborto, non sussistono affatto le condizioni previste dalla legge per accedere all’aborto, secondo le quali la donna può interrompere la gravidanza se sussiste “un serio pericolo per la salute fisica o psichica”: “Formalmente una donna un motivo lo trova sempre – rivela il ginecologo -. Tempo fa venne da me una coppia giovane e benestante che aveva deciso di abortire il primo figlio. Domandai perché. Mi risposero che era un po’ presto per avere figli. ‘E quando avete intenzione di averne?’, chiesi. ‘Mah, l’anno prossimo’, risposero. È chiaro che in quel caso il motivo non sussisteva, ma ne hanno trovato uno. Ti dicono che se non lo fai si buttano giù dalla finestra, che gli rovini la carriera. Per questo tanti hanno iniziato a fare obiezione. Scappano tutti”.

Le frequenti recidive e l’inesistenza, pressoché costante, di “un serio pericolo per la salute”, hanno spinto Tarantini a proporre, in sede politica, che l’Ivg sia esclusa dalle prestazioni mediche gratuite fornite dal Servizio Sanitario Nazionale: “Non vedo infatti perché il contribuente debba pagare 1.300 euro a una persona che non è malata, sta bene e non ha problemi”. E 1.300 euro per 5 milioni e mezzo di aborti in 35 anni, fa’ una cifra superiore ai 7 miliardi di euro, a cui deve essere aggiunto il costo pagato per l’aborto chimico (costo delle confezioni di Ru486, dei ricoveri obbligatori, delle visite di controllo,…): una cifra enorme – uscita dalle casse dello Stato, e perciò finanziata con le tasse pagate dai cittadini – spesa per una pratica mortifera che non cura nessuna malattia.

Nell’intervista si parla anche di fondi stanziati per aiutare le meno abbienti – come avviene per esempio in Lombardia -, che potrebbero essere indotte ad abortire per problemi economici, un’iniziativa certamente importante e preziosa ma che, tuttavia – commenta Tarantini -, “non risolve il problema” perché “quella economica è solo una motivazione in più, non la principale… Le più incallite sono benestanti. Le extracomunitarie sono forse le uniche che sono dilaniate dal dramma. Le recidive, poi, l’assistente sociale non lo vogliono nemmeno vedere. Un figlio non lo tieni per un assegno, lo tieni per altro. Il problema è a monte. Il punto è il rifiuto della maternità”.

Che la questione economica non sia la motivazione decisiva nell’ambito delle richieste d’aborto, lo mostra anche l’analisi del dato relativo al tasso di abortività che, per esempio, in Italia – osserva Palmaro – risulta essere più elevato proprio nelle regioni con condizioni economiche generali buone: in Liguria ci sono 294 aborti ogni 1000 nati (1 su 3 nati), in Emilia Romagna 258 ogni 1000 (1 su 4 nati), in Piemonte 256 su 1000 (anche qui 1 su 4); mentre in Basilicata “solo” 140 su 1000 (1 ogni 7 nati). Il mito secondo cui le donne ricorrerebbero all’aborto perché non hanno mezzi economici per crescere un bambino, è stato sfatato anche da uno studio italiano a più firme (Puccetti, Noia, Oriente, Natale e Di Pietro) presentato il 9 ottobre 2012 al congresso mondiale della Figo (Federazione internazionale dei ginecologi e ostetrici). Gli autori hanno dimostrato che, negli Stati Usa in cui vi sono più donne sotto il livello di povertà, si ricorre di meno all’aborto, rispetto agli Stati in cui le donne hanno un reddito più alto; e che le interruzioni di gravidanza risultano essere più diffuse negli Stati dove l’accesso all’aborto è più facile[9].

 

CONCLUSIONI

La legalizzazione dell’aborto, in Italia e nel mondo, non ha portato a niente di buono essendosi dimostrata nei fatti un disastro su tutti i fronti. Non solo non ha permesso di sconfiggere l’aborto clandestino e i pericoli per la salute delle donne – come abbiamo ampiamente visto negli articoli precedenti -, ma ha fatto sì che l’interruzione di gravidanza divenisse una pratica banale e ricorrente, portando ad un incremento abnorme del numero degli aborti.

In appena quarant’anni, l’aborto legale è riuscito a fare dell’uccisione dei bimbi non-nati il più vasto e crudele genocidio della storia dell’umanità, e del grembo materno il luogo più pericoloso per la vita di un bambino; e tutto questo senza alcun giovamento per la salute delle donne, essendo che le conseguenze sulla salute fisica e psichica non sono peculiarità esclusive dell’aborto clandestino, ma della pratica abortiva in sé. Ma l’aborto non si è abbattuto unicamente sui nascituri e sulle madri, poiché i suoi effetti si fanno sentire anche sui familiari, in particolare i figli nati, e sui padri dei bambini abortiti. Abbiamo visto che l’aborto intacca i cinque elementi chiave della mascolinità, deresponsabilizzando e svirilizzando l’uomo.

Parallelamente all’incremento del numero degli aborti si è sviluppato un business miliardario che, mentre si arricchisce sul sangue innocente e sulla pelle delle donne – sia nell’ambito delle interruzioni legali, che clandestine (mai eliminate dalla legge) -, infligge alla vita piccola e indifesa un ulteriore ignobile affronto, arrivando – per così dire – fino ad “infierire sul cadavere”, lì dove i corpi dei bimbi abortiti sono usati come mera materia prima per la ricerca scientifica, la fabbricazione di vaccini, orride medicine “miracolose”, creme di bellezza. Mentre il disprezzo per il bimbo concepito – propriamente insito nella legge – ha permesso alla disumanità di raggiungere livelli di crudeltà estremi, lì dove i bimbi nati vivi dopo l’aborto sono sgozzati, soffocati, tritati, bruciati, decapitati… o – come avviene nelle cliniche legali americane – “abortiti a nascita parziale”.

Ora, come tutto questo possa definirsi un bene, risulta assai difficile da capire. Di fronte ad affermazioni sperticate sulla bontà delle leggi che hanno legalizzato l’aborto, affermazioni che sbeffeggiano alla grande la realtà dei fatti come, per esempio, “la legalizzazione dell’Ivg ha eliminato la piaga dell’aborto clandestino” o “la 194 è una buona legge” basta solo fare in modo che sia “applicata bene, anche nelle sue parti disattese”, non c’è che da rimanere esterrefatti.

La verità è che la legalizzazione dell’aborto (male minore) è stata una scelta sciagurata, che non solo non ha consentito di raggiungere l’obiettivo prefissato: sconfiggere l’aborto clandestino e i conseguenti pericoli per la vita della donna (male maggiore), ma ha addirittura permesso al male di espandersi oltre ogni misura e immaginazione; di diramarsi in ogni sua declinazione fisica, psicologica, spirituale, morale, sociale; di colpire tutti: donne, uomini, bambini; di fare del mondo un luogo più crudele, cinico, barbaro, inospitale, disperato, sofferente, disumano.

Questo è ciò che ha fatto la legalizzazione dell’aborto, questo è il tragico risultato di una decisione che ha alla radice la scelta del compromesso con il male. Vengono in mente le parole rivelatrici, e sempre valide, dello scrittore francese Ernest Hello (1828-1885), che nell’opera “L’homme” del 1872, così scrive: “Ogni compromesso concluso con il male somiglia non solo al suo trionfo parziale, ma al suo trionfo completo, giacché il male non chiede sempre di cacciare il bene, ma vuole il permesso di coabitare con lui. Un istinto segreto lo avverte che chiedendo qualcosa, chiede tutto. Appena non lo si odia più, esso si sente adorato”.

È proprio questo, in ultima analisi, il vero grande “successo” della legalizzazione dell’aborto: il trionfo totale del male. Finché ci si ostinerà a non riconoscere questa realtà, a non riconoscere che si è commesso un errore clamoroso, che si è preso un abbaglio colossale con la prospettiva della legalizzazione come “male minore”, finché – in sostanza – non si ricomincerà a chiamare il male per quello che è: male e basta, senza l’aggiunta di aggettivi di grado, poco o niente potrà essere fatto per invertire la rotta della disumanità e della distruzione in cui ci si è incamminati ormai da troppi anni, con il rischio aggiuntivo di continuare a perpetuare l’errore anche nelle altre pressanti questioni biopolitiche che oggi incombono.

 

Note:

[1] Xavier M.A. Dor, “Contraccezione, aborto e l’ideologia”, www.federvitapiemonte.it, Convegno “Contraccezione e aborto”, anno 2002.

[2] Antonio Socci, Il genocidio censurato, Piemme, Casale Monferrato 2006, p. 80.

[3] “Contro l’aborto servono ‘soluzioni razionali’”, www.zenit.org, 9 novembre 2009, www.zenit.org/article-20249?l=italian.

[4] F. Agnoli, “Le cifre sull’aborto: prima e dopo la legge 194”, www.marciaperlavita.it.

[5] Mario Palmaro, “Sembra che l’aborto cali. Sembra”, www.labussolaquotidiana.it, 16 dicembre 2011.

[6] Citato da A. Socci, op. cit., p. 22.

[7] Emanuela Vinai, “L’aborto ‘nascosto’ delle giovanissime”, Avvenire, 1 novembre 2012.

[8] Benedetta Frigerio, “Ivg. Il ‘diritto’ che ci ha reso barbari”, Tempi n. 24, 23 giugno 2010.

[9] Tommaso Scandroglio, “Ricerca italiana smonta i ‘miti’”, Avvenire, 1 novembre 2012

 

Il vero grande “successo” della legalizzazione dell’aborto

 

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