La richiesta fatta dall’Associazione RU2020 pubblicata su Umbriajournal il 30 settembre 2021 e rilanciata poi su Umbria 24 News il 3 ottobre, sui motivi per cui negli Ospedali di Terni e Perugia non si fosse ancora avviata la somministrazione dei medicinali per l’aborto farmacologico, sembra prescindere dalla lettura e dall’analisi della Relazione del Ministro della Salute al Parlamento sulla applicazione della legge 194/1978 pubblicata sul sito del Ministero il 16 settembre 2021.

Infatti, mettendo a confronto le complicazioni immediate da IVG farmacologiche (979/17.799 = 5,5%) con quelle delle IVG chirurgiche (576/55.408 = 1,04%) risulta evidente che le IVG farmacologiche hanno fatto registrare nel 2019 complicazioni immediate 5,29 volte superiori a quelle chirurgiche.

Più grave risulta la situazione se mettiamo a confronto la mortalità materna registrata nelle IVG farmacologiche con quella registrata nelle IVG chirurgiche dal 1978 al 2019. Dividendo il numero delle morti fin qui conosciute in seguito ad IVG chirurgiche per il numero totale delle IVG chirurgiche dal 1978 al 2019 otteniamo il tasso di mortalità materna per le IVG chirurgiche, cioè 0,084/100.000; effettuando lo stesso calcolo per le morti da IVG farmacologiche per il numero totale di IVG farmacologiche dal 2008 al 2019 abbiamo il tasso di mortalità materna per le IVG farmacologiche 0,90/100.000, che è 10,7 volte più alto di quello delle IVG chirurgiche.

Confrontando la tabella 26 della Relazione Ministeriale del 2010 con quella della relazione del 2019 si evidenzia un incremento dei ricoveri con degenza ≥ 2 giorni (7,13%) di 2,5 volte rispetto al 2010 (2,87%), anche se le IVG nel 2019 sono state 42.774 in meno rispetto al 2010.

L’attuale organizzazione dei servizi IVG in Umbria cerca di tutelare almeno la salute fisica delle donne.

L’Umbria, dall’ultima Relazione Ministeriale, risulta essere la prima Regione in Italia per numero di ospedali in cui si effettuano IVG rispetto al totale (11/12 cioè il 91,7% versus 63,1% della media Italia) e per numero di centri IVG/100.000 donne in età fertile (6,3 versus 2,9 in Italia). Proprio un così elevato numero di ospedali in cui vengono effettuate le IVG spiega perché non è necessario – anzi potrebbe risultare addirittura pericoloso – ricorrere a strutture assimilabili agli ospedali (art. 8 della legge 194/1978) per l’aborto farmacologico.

Ci sembra utile precisare come si è mossa l’AIFA:

  • dopo la dichiarazione rilasciata dal Ministro Speranza a Repubblica il 7 agosto 2020, con la delibera n. 34 dell’11 agosto 2020 l’AIFA ha portato a 63 giorni (9 settimane) la possibilità di usare la RU486 per l’aborto farmacologico, anche se nella letteratura medica è riportato un raddoppio degli aborti incompleti che richiedono la revisione della cavità uterina dal 4-5% all’8-10% (vedi pag. 8 punto 2 del Verbale della seduta straordinaria del 4 agosto 2020 del Consiglio Superiore della Sanità Sezione V).
  • il 12 agosto 2020 con la determina numero 865/2020 l’AIFA ha mantenuto per il mifepristone (RU486) la classificazione di farmaco utilizzabile esclusivamente in ambiente ospedaliero o in strutture ad esso assimilabili identificate all’art.8 della legge 194/1978, per cui ha lasciato ad ogni singola Regione l’onere di valutare se veramente esista la necessità di individuare altre strutture in cui effettuare le IVG e la responsabilità delle conseguenze della scelta.

I ginecologi obiettori in Umbria sono poco più della metà rappresentando il 62,5% del totale (in Italia il 67%) ed effettuano una media di 0,8 IVG/settimana con punte massime di 1,3 IVG/settimana comunque al di sotto della media italiana (Cfr. pag. 60 della citata relazione).

Non si comprende come le associazioni Luca Coscioni e Amica in una lettera inviata di recente al Ministro Speranza abbiano ipotizzato che la riduzione del numero delle interruzioni volontarie di gravidanza “potrebbe anche essere il segnale invece di una difficoltà di accesso all’aborto, che in alcuni casi può tradursi nel ricorso a pratiche al di fuori della legge”.

Ci auguriamo che non si torni ad agitare lo spettro di un milione di aborti clandestini all’anno come prima dell’approvazione della legge 194/1978.

Quasi un milione e mezzo l’anno sono le reali vittime dell’aborto volontario, la cui stragrande maggioranza non viene riportata nelle relazioni ministeriali perché dovuta all’utilizzo di mezzi intercettivi farmacologici (pillole del giorno e dei 5 giorni dopo) e meccanici (spirali) nonché alle tecniche di fecondazione in vitro.

Il fatto che solo 66 su 199 donne (33,16%) cui è stato rilasciato il documento per abortire siano tornate nei Consultori Familiari per la visita di controllo è indicativo dell’urgenza con cui si debba dare piena applicazione alla legge 194/1978 soprattutto a quanto affermato dagli articoli 1, 2 e 5 affinché i Consultori Familiari, i Medici di Famiglia, gli Ostetrici Ginecologici, gli Assistenti Sociali, gli Psicologici sviluppino protocolli per individuare le difficoltà che portano le donne ad una scelta così drammatica quale quella di eliminare la vita che hanno generato e che si sviluppa nel proprio grembo al fine di aiutarle concretamente.

LA RELAZIONE ANNUALE AL PARLAMENTO SULL’ APPLICAZIONE DELLA LEGGE 194/1978 (ABORTO VOLONTARIO) È UNO STRUMENTO PER VALUTARE LA SUA CORRETTA APPLICAZIONE O UNA PURA FORMALITÁ?

 

Abstract

Esprimiamo la nostra grande insoddisfazione per la Relazione ministeriale di questo anno, forse la peggiore di tutte le altre precedenti, per le seguenti osservazioni di merito.

  • La incompletezza dei dati: moltissimi non rilevati (N.R.) rispetto all’anno precedente in riferimento a tutte le categorie di analisi o variabili prese in esame annualmente, come riportato nella tabella 1 del nostro Comunicato Stampa in forma estesa.
  • Le complicazioni immediate nelle IVG farmacologiche, riportate nella Relazione ministeriale, sono incrementate del 2% nel 2019 (979 nel 2019 vs 551 nel 2018) e risultano 10 volte superiori a quelle registrate per tutte le 73.207 IVG del 2019.
  • Il ricorso alla procedura d’urgenza appare in notevole, costante ed inspiegabile aumento rispetto agli anni precedenti. Nel 2019 sono state applicate le procedure d’urgenza nel 23,5% delle IVG e per 6,8% il dato non è stato rilevato. In alcune Regioni italiane la percentuale è ancora più alta della media nazionale: Puglia 45.1% e 44% dato N.R., Lazio 43,3%, Piemonte 42,5%, Toscana 31,9%, Emilia Romagna 28,4%, Abruzzo 28,3%.

Il testo esteso del Comunicato Stampa riporta in modo analitico i rilievi critici qui riassunti.

 

COMUNICATO COMPLETO

Dopo le tre pagine (10-11-12) dedicate a descrivere anche con grafici il sistema di raccolta dei dati relativi agli aborti volontari eseguiti nei nostri ospedali italiani con i richiami fatti alle Regioni ed alle ASL in caso di dati incompleti ci saremmo aspettati – dopo la prolungata attesa della pubblicazione della relazione relativa all’anno 2019 (ancora l’emergenza covid non era iniziata!) – dei dati più completi ed utili per capire la reale situazione italiana, purtroppo ci siamo trovati davanti a dati notevolmente più incompleti degli anni precedenti!

Un rapido sguardo alla tabella 1 ci permette di constatare come i dati offerti da quest’ultima relazione siano visibilmente peggiori di quelli dell’anno precedente: i dati non rilevati della tabella 27 sono quasi triplicati; quelli delle IVG ed urgenza ed IVG ed epoca gestazionale sono notevolmente aumentati!

Basterebbe quanto fin descritto per classificare inutile e fuorviante questa relazione ministeriale, che è una delle peggiori, se non la peggiore di quelle fin qui pubblicate, ma ci sono altri aspetti molto importanti da evidenziare:

Questa tabella 27 riportata a pag. 92 della relazione con alcune % da noi evidenziate per far comprendere al lettore i trucchi cui costantemente ricorrono gli estensori delle relazioni per nascondere la cattiva persistente rilevazione delle complicanze che si hanno nelle donne che si sottopongono ad IVG. Secondo questa tabella nell’anno 2019 ci sarebbero state in tutto 411 complicazioni su 69.059 IVG con 4.168 cartelle in cui questo dato non è stato rilevato.

A pagina 53 della relazione, però, leggiamo quanto segue:

Confrontando la precedente relazione ministeriale – sempre firmata dal ministro Speranza – a parte il fatto che appare evidente che una buona parte della relazione è fatta con un “copia e incolla”, risulta evidente che nelle IVG farmacologiche (RU486+prostaglandine; dell’altro 2,9% delle IVG farmacologiche non abbiamo alcuna notizia!) nel 2019 le complicazioni immediate sono aumentate del 2%, cioè sono state 979, mentre nel 2018 erano state 551.

Ma la cosa più sorprendente è che nella tabella 27 il numero totale delle complicazioni riportate 411, pari al 5,61/1.000 IVG è nettamente inferiore a quello registrato nelle 17.799 IVG farmacologiche 979, pari al 55,0/1.000 IVG farmacologiche, cioè le complicazioni immediate registrate in 17.799 IVG farmacologiche sarebbero 10 volte superiori a quelle registrate in tutte le 73.207 IVG fatte nel 2019!

Un po’ di attenzione e di rispetto per i destinatari ed i lettori avrebbe indotto i curatori dell’estensione della relazione per lo meno a sommare le 979 complicazioni totali delle IVG farmacologiche alle 411 complicazioni totali riportate nella tabella 27.

Un’ulteriore conferma dell’inaffidabilità dei dati contenuti nella citata tabella 27 ci viene dalla tabella di pagina 54, dalla quale si evince che 5.198 donne (7,1%) sottoposte ad IVG sono state ricoverate per 2 o più giorni e dalla tabella 26 in cui vediamo che ci sono 1.154 donne con 3 giorni di ricovero, 367 con 4 giorni, 183 con 5 giorni, 279 con ≥ 6 giorni e 1.935 con dato non rilevato.

Pur ammettendo che un ricovero più lungo sia da attribuire alle IVG fatte dalle 13 settimana in poi (3.953) restano sempre 1.245 donne ricoverate per 2 o più giorni di cui la tabella 27 non riporta la complicazione!

Quanto fin qui descritto dimostra che le basi scientifiche su cui il Ministro Speranza ha posto fiducia per emanare “Le linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza con Mifepristone e prostaglandine” non sono scientificamente fondate perché sia la mortalità materna (cfr. ns. Comunicato stampa n. 5 del 28 agosto 2020) che le complicanze immediate nelle donne che in Italia si sottopongono ad IVG farmacologiche sono almeno 10 volte più alte di quelle riscontrate nelle donne che si sottopongono ad IVG chirurgiche.

Un altro dato della relazione desta allarme e preoccupazione: l’impennata delle procedure d’urgenza.

Ci sembra molto strano che nel 2019 (tabella 18) ci sia stata un’ulteriore impennata delle procedure d’urgenza fino ad arrivare in Italia al 23,5% con un in più un 6,8% di dato non rilevato, mentre le IVG tardive dalla 13^ settimana in poi sono il 5,21% (tabella 19) e toccare punte del 45,1% e con 44,4% di dati non rilevati in Puglia (IVG tardive 5,71%), del 43,3% nel Lazio (IVG tardive 5,07%), del 42,5% in Piemonte (IVG tardive 32,15%), del 31,9% in Toscana (IVG tardive 4,31%), del 28,4% in Emilia Romagna (IVG tardive 5,05%) e del 28,3% in Abruzzo (IVG tardive 5,4%).

Trattandosi di certificazione medica ci auguriamo che i certificati regolarmente redatti, motivati e firmati siano contenuti nelle relative cartelle cliniche e che le Autorità Sanitarie Regionali e Nazionali abbiamo provveduto a verificarne la regolarità, considerato anche il maggior rischio a cui vengono esposte queste donne.

Certamente il desiderio (od il consiglio) di fare l’aborto farmacologico non può essere un motivo valido per una certificazione d’urgenza!

 

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