COMUNICATO STAMPA N. 4 DEL 22 GIUGNO 2021

Leggendo la Risoluzione Matic “sulla situazione della salute sessuale e riproduttiva e relativi diritti nell’UE, nel quadro della salute delle donne” della Commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere, in via di presentazione al Parlamento Europeo, ci sorprende l’ossessione con cui ci si trova a leggere nelle prime 32 pagine per ben 156 volte il termine “salute sessuale e riproduttiva” e mai, ripetiamo mai, il termine concepito, embrione o figlio.

La gravidanza da sempre è definita una simbiosi armonica tra una donna (la madre) ed il prodotto del concepimento (il figlio), se le cose non sono cambiate dal punto di vista scientifico ogni aborto – volontario o spontaneo – pone fine a questa simbiosi armonica.

A nulla è valso il camuffamento linguistico operato nel 1965 dall’American College of Obstetricians and Gynecologists, ACOG, che nel suo primo Terminology Bulletin (Bollettino di terminologia) diede – sapendo di mentire – la seguente definizione: “Il concepimento è l’annidamento di un ovulo fecondato”, definizione smentita da numerosi scienziati, tra i quali citiamo R.J. Scothorne Per il nuovo individuo, la vita inizia nell’ampolla della tuba uterina con l’atto della fertilizzazione(Early Development, 1976) e R.G. Edwards, premio Nobel per la Medicina, che osservando al microscopio gli embrioni prodotti in laboratorio prima di inserirli in utero affermava “La fecondazione è il processo mediante il quale due cellule sessuali (i gameti) si fondono insieme per creare un nuovo individuo con un corredo genetico derivato da entrambi i genitori” (R.G. Edwards – P.G. Steptoe, A matter of life, London 1981, pag. 101).

È molto grave che una Commissione parlamentare europea che vuole tutelare i diritti alla salute delle donne lo faccia calpestando senza neanche menzionarli i diritti dei più deboli della terra: i concepiti! Eppure i Commissari dovrebbero sapere che nel Preambolo della Convenzione ONU sui diritti del Fanciullo (1989), ratificata in Italia con legge n. 176 del 27 maggio 1991, leggiamo quanto segue: “Tenendo presente che la necessità di concedere una protezione speciale al fanciullo è stata enunciata nella Dichiarazione di Ginevra del 1924 sui diritti del fanciullo e nella Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo adottata dall’Assemblea Generale il 20 novembre 1959 e riconosciuta nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo nel Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici – in particolare negli articoli 23 e 24 – nel Patto internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali – in particolare all’articolo 10 – e negli Statuti e strumenti pertinenti delle Istituzioni specializzate e delle Organizzazioni internazionali che si preoccupano del benessere del fanciullo, tenendo presente che, come indicato nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo il fanciullo, a causa della sua mancanza di maturità fisica ed intellettuale necessita di una protezione e di cure particolari, ivi compresa una protezione legale appropriata, sia prima che dopo la nascita.

Questa citazione non la troviamo tra le tante organizzazioni menzionate, che purtroppo sono impegnate a favorire e facilitare l’eliminazione dei concepiti non desiderati o giunti in un momento inopportuno e vorrebbero depenalizzati anche gli aborti non legali (pag.12 punto V.).

Hanno l’ardire di affermare che il Covid 19 abbia creato ostacoli al ricorso all’aborto volontario omettendo di riconoscere che in alcuni Stati come l’Italia il Ministro della Salute ha approfittato di questa situazione per modificare i protocolli sull’aborto farmacologico con la RU486 in regime anche ambulatoriale e fino a nove settimane di gravidanza, anche prima che l’AIFA con la determina del 12 agosto 2021 avesse esteso l’uso del Mifegyne 600mg (RU486) fino alla nona settimana, mantenendolo come farmaco utilizzabile esclusivamente in ambiente ospedaliero o in strutture ad esso assimilabili; tralasciano poi di menzionare che i veri penalizzati in questo periodo di pandemia sono stati i malati oncologici, diabetici gravi, e le persone affette da altre gravi patologie, alcuni dei quali sono morti perché non hanno avuto la possibilità di essere ricoverati e curati essendo le rianimazioni e le terapie intensive piene di malati Covid!.

La Risoluzione, oltre allo stile tipico dei regimi totalitari, rivela anche altri aspetti interessanti riguardo all’idea che gli estensori hanno degli obiettori di coscienza, i quali la farebbero come semplice scelta personale o perché considerano incompatibili le pratiche abortive con le proprie convinzioni religiose, morali, filosofiche o etiche. “In futuro, tale situazione dovrebbe essere affrontata come una negazione di assistenza medica, anziché essere considerata una cosiddetta obiezione di coscienza”, affermano a pagina 32, mentre a pagina 33 concludono rivelando “che le violazioni in materia di salute sessuale e riproduttiva e relativi diritti, nonché la negazione dell’accesso ad essi, costituiscono una violazione dei diritti umani e una violenza di genere”.

La tutela della “salute sessuale e riproduttiva e relativi diritti” includerebbe anche l’estensione e l’applicazione delle tecniche di riproduzione assistita anche a donne lesbiche o bisessuali e a persone transgender, proprio per “garantire che tutte le persone in età riproduttiva abbiano accesso alle terapie per la fertilità, indipendentemente dalla situazione socioeconomica, dello stato civile, dell’identità di genere o dall’orientamento sessuale” (lettere M, N, pagg.10-11; AC pagg. 13-14).

Per fortuna il ddl Zan non è stato ancora approvato e già ci rivelano spudoratamente fino a che punto pensano di poterlo utilizzare!

Ci sarebbero tante altre cose da chiarire come i dati scientifici che sostengono quanto nella Risoluzione viene affermato e l’affidabilità scientifica degli organismi presentati come autorevoli, ma che anche in occasione della pandemia Covid 19 hanno dimostrato di non esserlo.

Ci rattrista che anche componenti di Partiti più attenti al rispetto della dignità umana dal concepimento alla morte naturale abbiano sottoscritto questa assurda, antiscientifica ed illiberale Risoluzione. Ci auguriamo che i Parlamentari europei respingano con forza questo tentativo totalitario d’imporre all’Europa una cultura di morte sventolando la bandiera del rispetto dei diritti umani mentre viene calpestato il primo, fondamentale diritto alla vita dei più deboli, innocenti ed indifesi esseri umani.

PER SCARICARE IL COMUNICATO CLICCA QUIComunicato Stampa n. 4 del 22 giugno 2021-1

L’ “ORGOGLIO” MIOPE DEI GINECOLOGI ITALIANI

A 43 anni dalla promulgazione della legge 194 in Italia, con i suoi 6 milioni ed oltre di bambini soppressi in utero, con un numero notevole, anche se non puntualmente quantificabile, di donne sofferenti psichicamente a seguito dell’aborto volontario, con una pesante ricaduta culturale sulla comune mentalità anti-vita, specie se si tratta di bambini affetti da patologie genetiche o malformazioni, sorprende non poco l’autoelogio dei rappresentanti delle organizzazioni SIGO, AGUI ed AOGOI dei ginecologi italiani!

La loro riflessione sulla legge 194 prende in considerazione soltanto il dato apparente ed appariscente della riduzione del numero assoluto delle IVG dal 1982 al 2018, oltre il 60% in meno, quale risultato di una azione di informazione e prevenzione così genericamente definita.  Non tiene conto, però, di quanto – affermato dalla stessa Relazione al Parlamento – hanno inciso le “pillole del giorno dopo e dei 5 giorni dopo” (quasi 600.000 confezioni vendute nel 2018) su questa riduzione negli ultimi anni. Far credere che queste forme di abortività precoce e nascosta siano forme di prevenzione dell’aborto volontario – cosiddetta contraccezione d’emergenza – è mero inganno ideologico!

L’aver assolto alle direttive dell’OMS nel garantire l’aborto volontario “sicuro” per le donne sembra essere per i ginecologi italiani il parametro di merito più importante riguardo alla tutela della loro salute. Eppure la legge 194 non ha ancora sottratto le donne, dopo oltre 40 anni, dalla clandestinità dell’aborto, sempre presente secondo le Relazioni ministeriali. Ammesso pure che questo obiettivo della legge fosse stato raggiunto, non è scientifico ritenere che la salute della donna sia tutelata semplicemente assecondando il suo principio di autodeterminazione, a prescindere dalla sua naturale possibilità di essere anche madre.

Il concetto di salute ha una valenza ben più ampia e integrale, cioè corrispondente al pieno benessere psico-fisico della persona. Per una donna l’esperienza di abortire volontariamente, in ogni caso e in ogni modo possibile ed anche “sicuro” (chirurgico e ancor più se chimico o farmacologico), è un evento drammatico che certamente incide sul suo equilibrio psichico, divenendo così traumatico.

La grave denatalità sicuramente riconosce varie cause, ma negare che anche l’applicazione della legge 194 come “mezzo di controllo delle nascite”, così come si denota dai dati delle Relazioni ministeriali, abbia avuto e continui ad avere la sua importanza, non è onesto intellettualmente parlando: i sei milioni di aborti volontari fatti in questi anni corrispondono al 10% circa della popolazione italiana al 1 gennaio 2021.

La nostra Ginecologia ed Ostetricia meriterebbe un vero salto di qualità, integrandosi con Servizi socio-sanitari ed educativi di base, attuando quella finalità primaria di ogni società umana quale la tutela incondizionata della vita umana in ogni suo stadio di sviluppo ed in ogni età. La gravidanza dovrebbe diventare nell’immaginario comune un evento sempre positivo per ogni donna che diventa madre, favorito da una organizzazione sociale esplicitamente e decisamente a suo vantaggio, con impiego di risorse economiche e strutturali generose. Ne va la salute non solo della donna, ma dell’intera società.

Per un’analisi più approfondita sull’ultima Relazione al Parlamento del Ministero della Salute presentata nell’anno 2020, relativa ai dati sulle IVG dell’anno 2018, rimandiamo al nostro Comunicato Stampa N.4 del 24.06.2020 (vedi nel sito www.aigoc.it).

PER SCARICARE IL COMUNICATO CLICCA QUI Comunicato Stampa n. 3 del 10 giugno 2021

Torna su