L’ABORTO FARMACOLOGICO È VERAMENTE UNA CONQUISTA DA DIFENDERE COME AFFERMA L’UAAR UMBRA?

 

Nel nostro comunicato n.5 del 28 agosto 2020 abbiamo ampiamente dimostrato con i dati offerti dalle Relazioni annuali del Ministro della Salute al Parlamento fino al 2018, che qui di seguito riportiamo:

 

che non esiste alcuna “comparabilità delle procedure medica e chirurgica in termini di efficacia e di sicurezza, né l’assenza di differenze di profilo di sicurezza tra le donne ricoverate e quelle che avevano fatto ricorso alla dimissione volontaria”! 285 emorragie su 15.750 ivg farmacologiche sono nettamente più numerose di 188 su 60.578 ivg chirurgiche, come ci sembra paradossale che siano più numerose le complicanze totali delle ivg farmacologiche (551/15.750) rispetto a quelle registrate (414) su tutte le 74.707 cartelle rilevate, perché in 1.621 cartelle questo dato non è stato rilevato. Chissà perché?!

 

Per quanto riguarda le donne morte in seguito ad aborto volontario le Relazioni Ministeriali sottostimano il dato segnalandone 2 nel 2014 ed una nel 2016, mentre nel Primo Rapporto ItOSS Sorveglianza della mortalità Materna anni 2013-2017 sono segnalate altre due morti, cui si aggiunge un’altra morte segnalata nel Rapporto Regionale Mortalità e Morbosità Materne in Emilia e Romagna.

Facendo un calcolo su questi dati certi e considerando la sola morte del Piemonte attribuibile all’aborto volontario farmacologico abbiamo una mortalità dello 0,78/100.000 ivg farmacologiche contro una mortalità dello 0,085/100.000 ivg chirurgiche, cioè la mortalità per aborto volontario farmacologico è 9,18 volte maggiore di quella per ivg chirurgiche.

È così dimostrata in modo evidente ed innegabile la falsità ingannevole dello slogan “una scoperta scientifica meravigliosa per la salute delle donne e la pericolosità della scelta fatta dal Ministro Speranza, che l’AIFA non ha totalmente sposato mantenendo il mifepristone come farmaco ospedaliero nella delibera del 12 agosto 2020, di seguito riportata.

 

 

Chi ha veramente a cuore la salute ed il benessere psicofisico delle donne si dovrebbe preoccupare di far creare condizioni ottimali perché nessuna donna sia costretta a porsi l’interrogativo “il figlio o il lavoro?”, come quasi sicuramente è accaduto per un gran numero di donne nel 2018 in

 

particolare del nord e centro Italia (vedi tabella sopra riportata) in gran parte occupate come dimostra, anche nella tabella 7, il  crescente tasso di abortività delle donne di età compresa tra 20 e 39 anni, –  predisponendo misure adeguate al fine di consentire una sempre maggiore conciliazione tra i tempi del lavoro e i tempi della relazione familiare; – favorendo la creazione di asili nido aziendali; – di bonus baby sitter; – riconoscendo il valore sociale della maternità; piuttosto che banalizzare l’aborto farmacologico rivendicandolo come una conquista da difendere ed  esponendo le donne a maggiori rischi fisici ed alla sindrome post abortiva di cui nessuno parla, ma che esiste!

 

 

Ogni donna ha il diritto di essere messa in condizione di poter accogliere ed amare ogni vita che ha inizio nel suo utero, non di essere costretta a scegliere tra il lavoro e la vita del suo piccolo figlio, che le chiede solo ospitalità e nutrimento.

Saremo una società veramente civile quando ci preoccuperemo e lotteremo non per poter abortire con più facilità ma per avere dallo Stato gli aiuti e le leggi necessarie per poter lavorare e nello stesso tempo avere e poter prendersi cura assieme al partner dei figli che ci chiedono di essere accolti ed amati.

L’obiezione di coscienza, vissuta in pienezza, è un segnale indispensabile per una società come la nostra che sta sempre più perdendo il rispetto per la sacralità di ogni vita umana dal concepimento alla morte naturale.

PER SCARICARE IL COMUNICATO CLICCA QUIComunicato Stampa n.1 del 25 febbraio 2021 testo integrale

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