Mese: Gennaio 2019

DA DIECI ASSOCIAZIONI CATTOLICHE GRATITUDINE PER IL SOSTEGNO DEL PAPA.

è Vita – Bioetica e Salute

Avvenire 17 gennaio 2019

“Grati al Santo Padre per aver ribadito, in occasione della Marcia per la Vita di Parigi, che il diritto di obiezione di coscienza è fondamentale per la professione medica”. I presidenti di dieci associazioni italiane impegnate per la tutela della vita sottoscrivono un testo unitario nel quale affermano di vedere nelle parole di Francesco giunte agli animatori della Marcia, in programma domenica proprio sul tema dell’obiezione, “un incoraggiamento importante per i medici e gli operatori sanitari obiettori che quotidianamente testimoniano il valore della vita umana dal concepimento alla sua conclusione naturale e per questo sono spesso osteggiati e messi ai margini”. La nota porta la firma di Alberto Gambino (Scienza & Vita), Pino Noia (Ginecologi e Ostetrici Cattolici), Giovanni Cervellera (Associazione italiana di pastorale sanitaria), Tonino Cantelmi (Psicologi e psichiatri cattolici), Filippo Boscia (Medici cattolici italiani), Vincenzo De Filippis (Medici cattolici europei), Aldo Bova (Forum socio-sanitario). Marina Casini Bandini (Movimento per la Vita),Francesco Bellino (Società italiana per la Bioetica e i Comitati etici) e Piero Uroda (Farmacisti cattolici). «L’obiezione, si legge nel documento, non è una banale “astensione da” ma è soprattutto una “promozione di”, cioè dell’accoglienza della vita umana. Per questo contro gli obiettori è in corso un attacco antimoderno, contraddittorio e perciò irrazionale, frutto di quella “cultura dello scarto” che rifiuta lo sguardo sul concepito e sulle altre fasi fragili della vita pretendono di imporre tale rifiuto a tutta la società, fino a violare il diritto fondamentale alla libertà di coscienza e di pensiero». È per «vita nascente» che l’obiettore risulta «figura molto scomoda, perché ben conosce la verità scientifica» che porterebbe a negare ogni «presunto “diritto di aborto”» col quale si pretende di far tacere gli obiettori», portatori invece di un «diritto fondamentale alla libertà di coscienza e di pensiero». Il medico «non deve essere mai considerato mero esecutore di volontà altrui, ma soggetto il cui comportamento deve passare attraverso la valutazione delle proprie competenze, del proprio convincimento clinico, della proprie competenze, del proprio convincimento clinico, della propria coscienza». Ai marciatori il Papa ha fatto sapere tramite il nunzio a Parigi che è «animato dalla convinzione “che tutto il male operato nel mondo si riassume in questo: il disprezzo per la vita”» e che «incoraggia a testimoniare senza sosta i valori inalienabili della dignità umana e della vita». Parole che «ci confortano e ci sostengono», scrivono i firmatari della nota, convinti che «contribuiranno a consolidare nella coscienza collettiva il riconoscimento della dignità umana»di medici, nascituri, madri in attesa, malati e disabili.

QUI SOTTO L’ARTICOLO ORIGINALE SULL’INSERTO  è Vita di AVVENIRE, 19 gennaio 2019

 

CONTINUA A CRESCERE IL NUMERO DEGLI ABORTI EUGENETICI CRESCONO A DISMISURA LE CERTIFICAZIONI  URGENTI ED IL NUMERO DEI DATI NON RILEVATI L’ABORTO VOLONTARIO SI CONFERMA MEZZO DI CONTROLLO DELLE NASCITE

COMUNICATO STAMPA N. 1 DEL 24 GENNAIO 2019

 

ABORTI VOLONTARI TARDIVI (Eugenetici)

    Il dato più rilevante della relazione ministeriale al Parlamento sull’applicazione della legge 194/1978 nell’anno 2017 è la costante crescita degli aborti volontari oltre i 90 giorni, che – nonostante la modesta riduzione del numero totale degli aborti (80.733 nel 2017 vs 84.926 nel 2016) – sono diventati 4.521 (5,6% di tutti gli aborti volontari, cioè 11,2 volte superiore allo 0,5% del 1981). E’ il dato più rilevante perché è un indicatore molto attendibile – perché non può essere sostituito e nascosto da altre metodiche – della crescente, strisciante e perniciosa “cultura dello scarto”, utilitaristica e di chiusura della vita, che sempre di più si diffonde tra la nostra gente!   Cifra anche nel 2017 sicuramente sottostimata perché in 2.544 casi (3,2%) l’epoca gestazionale non è stata rilevata: in Sardegna (22%), Puglia (12,8%), Liguria (8,8%) e Toscana (6,1%) la percentuale di dato non rilevato é nettamente superiore a quella nazionale (3,2%) e dovrebbe destare in tutti viva preoccupazione.

 

Nonostante le premesse metodologiche e le ripetute rassicurazioni sulla rilevazione dei dati, a proposito degli aborti oltre la 12^ settimana abbiamo tre dati differenti nella relazione: a pag. 3 il Ministro della Salute Grillo riferisce che sono 4.521, mentre nella tabella 19 e 20 abbiamo cifre inferiori, che ci inducono a pensare che manca la volontà di avere ed offrire i dati completi e certi dopo 40 anni di aborto volontario di stato.

CERTIFICATI DI URGENZA

Anche nel 2017 il numero di aborti volontari fatti in regime di urgenza è continuato a crescere raggiungendo la cifra di 14.746 (19,2%), toccando in alcune regioni percentuali notevolmente superiori come in Puglia (38.9%), in Piemonte (34.6%), nel Lazio (34.4%), in Abruzzo (24.6%), in Emilia Romagna (24.2%) e in Toscana (22.3%),  cui si devono aggiungere i 3.952 casi in cui nella tabella 18 leggiamo  dato non rilevato (4,9%), che in Puglia raggiunge il 38,7% (2.743) ed il 5,6% (764) in Lombardia.  Questo dato – come abbiamo già segnalato negli anni precedenti è anomalo ed inaccettabile e richiede una indagine accurata da parte del Ministero della Salute e delle altre Autorità competenti!  Perché – contrariamente a quanto affermato a pagina 36 della relazione per giustificare questo dato anomalo ed in crescita, cioè problemi di liste di attesa, di servizi disponibili per l’effettuazione dell’IVG o di necessità di ricorso all’urgenza per poter svolgere l’intervento con il Mifepristone e prostaglandine entro i tempi previsti nel nostro Paese (49 giorni di gestazione) – l’urgenza in ostetricia – come in tutte le branche della medicina – non può essere giustificata da problemi organizzativi o dalle modalità di esecuzione dell’aborto volontario violando quanto previsto, dall’art. 5 della legge 194/1978, che prevede una pausa di riflessione di 7 giorni dopo il rilascio del certificato, ma da problemi di oggettivo pericolo per la salute e/o la vita della donna.  Invocare come motivo d’urgenza il poter fare l’aborto farmacologico invece di quello chirurgico non è scientificamente giustificato perché la mortalità materna registrata in Italia  è nettamente superiore a quella dell’aborto chirurgico: calcolando la sola morte di Torino su 77.139 aborti farmacologici (RU486+Prostaglandine) fatti in Italia dal 2009 al 2017 si ha una mortalità di 1,30 /100.000 donne , superiore all’1,1/100.000 donne registrata in altri lavori e 13 volte superiore a quella registrata negli aborti chirurgici.  Certamente la proposta dell’aborto farmacologico non é finalizzata al bene della donna visti i maggiori rischi cui è esposta se non resta ricoverata fino alla completa espulsione dell’embrione e degli annessi ovulari e tenendo presente il maggior trauma psicologico  vissuto dalla donna e talora anche dai familiari perché l’espulsione del bambino può avvenire a casa in qualsiasi momento ed anche al cospetto di altri figli! Il Ministro – e non solo ! – indaghi e prenda i necessari ed improcrastinabili provvedimenti!

ABORTI VOLONTARI E COMPLICANZE

La tabella 27 riferisce 192 casi di emorragia, un numero nettamente inferiore a quello atteso (756) per i soli 14.267 aborti farmacologici (RU486+Prostaglandine) secondo quanto riferito dalla relazione dell’anno scorso (pag.43) dove si legge  che nel 5,3% degli aborti farmacologici c’è stata la necessità di ricorrere a revisione della cavità uterina ed anche inferiore al minimo di emorragie (285 = 2%) negli aborti farmacologici riportato nella letteratura mondiale.

Non è vergognoso nell’era informatica leggere  dato non rilevato nella tabella 27 in 2.525 casi con punte di 438 casi (24,1%) in Sardegna, di 1081 (12,5%) nel Lazio e di 746 (5,4%) in Lombardia?

La relazione annuale è una pura formalità o deve essere uno strumento per valutare scrupolosamente la situazione ed offrire ai Parlamentari ed agli Amministratori, ma prima di tutto ai Cittadini e soprattutto alle Donne un quadro veritiero sui reali rischi che si corrono scegliendo un tipo di aborto piuttosto che un altro?  Le donne continuerebbero a firmare con tanta facilità la cartella ed andare a casa subito dopo aver assunto la prima pillola (RU486) piuttosto che rimanere ricoverata fino alla completa espulsione del bambino e degli annessi ovulari se fosse loro detto che il rischio di morte è 10 volte maggiore in questi casi e che comunque almeno il 6% di loro dovrà essere sottoposto a raschiamento della cavità uterina entro 10 giorni per emorragia?

A pag. 44 della relazione dell’anno precedente si legge che dal 2015 il modello D12/ISTAT permette di registrare più di una complicanza per ciascuna IVG e di raccogliere il dato sul mancato/incompleto aborto perché la tabella 27 di quest’anno è più carente di dati di quella degli anni precedenti?

L’ABORTO VOLONTARIO NON DIMINUISCE, SI NASCONDE !

Leggendo attentamente la relazione ci accorgiamo che la diminuzione di 4.193 aborti registrata nell’anno 2017 è solo apparente: a pag. 12 – 13 possiamo verificare che nello stesso periodo sono state vendute 155.960 confezioni di ellaOne e Norlevo in più rispetto al 2016, che con tasso di concepimento del 20% corrisponderebbero a 31.192 aborti precoci.

A pag. 15 leggiamo che l’Istituto Superiore della Sanità stima per la prima volta che tra le donne straniere ci siano tra i 3.000 ed i 5.000 aborti clandestini, che vanno a sommarsi ai 12.000-15.000 stimati tra le donne italiane: quanti farmaci con potenzialità abortive venduti senza obbligo di ricetta e quanti con obbligo di ricetta venduti senza ricetta anche on line e senza adeguati controlli!

Purtroppo l’aborto volontario – come più volte ripetuto e come si può vedere nella tabella sotto riportata – è usato come mezzo di controllo delle nascite ed assieme agli altri mezzi consigliati dai fautori  del controllo mondiale della popolazione – che vorrebbero dispensati gratuitamente dal Servizio Sanitario Nazionale – ogni anno in Italia producono la morte di più di un milione di bambini concepiti.

 

 

Leggendo i numeri riportati nella riga N. Donne per gruppi di età cominciando dal gruppo 40-44 anni possiamo farci un’idea del disastro demografico prodotto in Italia dall’aborto volontario, dalla cultura di morte (anti life mentality) e dalla mancanza di adeguate politiche a sostegno della famiglia e di una generosa apertura alla vita.

Non è mai troppo tardi per intervenire prima che la piramide rovesciata cada!

PER SCARICARE IL COMUNICATO CLICCA QUIComunicato Stampa AIGOC n. 1 del 24 gennaio 2019

 

 

 

 

 

 

La scienza prenatale ha validato inconfutabilmente che l’embrione è vita umana

Intervista al Prof Giuseppe Noia – Punto Famiglia Dic 18

Ha una serie di titoli che distinguono il suo profilo. Tra le altre cose è direttore della Hospice Perinatale del Policlinico Gemelli di Roma e docente di Medicina prenatale presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia. Soprattutto è un medico cristiano sul modello di San Giuseppe Moscati e Santa Teresa di Gesù Bambino. Intervista al professor Giuseppe Noia.

 

di Ida Giangrande

 

Professor Noia lei è un professionista affermato nel campo della ginecologia. Il suo è un mestiere delicato, a diretto contatto con la vita che sboccia. Vuole raccontarci come ha maturato la sensibilità che oggi la distingue rispetto a molti dei suoi colleghi?

La maturazione di questo approccio relazionale con il mondo della vita nascente si è creata negli anni grazie all’impatto con persone sante che mi hanno guidato spiritualmente ma grazie anche ai miei genitori che hanno istillato in me la tendenza a ricominciare sempre da capo, a risalire la corrente, ad essere ambizioso ma per fare  il bene. Ho sempre avuto il desiderio personale e profondo di fare qualcosa che mi facesse ricordare non per una gloria fondata sull’effimero ma per una fama che facesse riflettere la gente su quanto amore Dio ci ha dato incarnandosi e su quanto amore ha diffuso offrendo la Sua vita per ciascuno di noi. La mia conversione è avvenuta nel maggio 1974, a 23 anni, nella Chiesa dei Martiri Canadesi a Roma, dove il mio cambiamento interiore ebbe il suo epilogo in un lungo pianto dirotto con forti gemiti e lacrime abbondanti. Accadde dopo aver sentito una canzone già conosciuta da me e penso da tutto il popolo cristiano: “Dio si è fatto come noi per farci come Lui”. Pensare che Dio si facesse come noi era un paradosso incredibile per la mia ragione e per il mio vivere di allora. Dissi una serie di “no” ad alta voce ma poi cedetti e mi abbandonai a un fiume di lacrime, mentre una grande sensazione di dolcezza mi invadeva. Dopo questa esperienza incontrai un figlio spirituale di San Pio da Pietrelcina, don Giuseppe De Santis. Divenuto il mio padre spirituale, mi indicava sempre come modello San Giuseppe Moscati e Santa Teresina del Bambino Gesù con la sua piccola via. Il Primo perché sosteneva la fede con la preghiera e il sacrificio (la filosofia delle ginocchia); la seconda perché ci faceva vedere la grandezza di Dio nelle piccole cose quotidiane (l’umiltà di Dio).

Gli strumenti di diagnosi prenatale quanto sono utili in Medicina?

La diagnosi prenatale è una disciplina all’interno dell’ostetricia e della ginecologia che negli ultimi 40 anni è diventata un campo di inda- gini diagnostiche e terapeutiche estremamente importanti. Le tecnologie non invasive (ecografie, ecocardiografia, velocimetria doppler, cardiotocografia) e invasive eco guidate (amniocentesi, villocentesi, cordocentesi, paracentesi, torocentesi, vescicocentesi, amnio infusione e amnio riduzione, trasfusioni intrauterine intravascolari, aspirazioni di cisti ovarica fetali, trattamenti palliativi clinici e analgesici del feto) sono conoscenze incredibili che non mirano a fare accanimento terapeutico ma a supportare le capacità gestazionali compromesse di pazienti con gravi patologie fetali. Come tutte le conoscenze la dia- gnosi prenatale va analizzata nei suoi fini e nei suoi mezzi. Se il fine della diagnosi prenatale, così come si fa con l’adulto, è quello di diagnosticare una problematica per poi curarla, essa si configura come una meravigliosa attuazione della scienza prenatale e della evoluzione della ricerca clinica verso il feto considerato un paziente a tutti gli effetti. Ma se il fine è quello di vedere se il feto è malato o ha qualche anomalia per poi potergli togliere la vita, questo è assolutamente da proscrivere, da rifiutare, perché la scienza prenatale deve dare la vita, deve dare speranza, non morte e disperazione. Madre Teresa diceva: “fai il bene (l’obiettivo) e fallo bene (i mezzi)”.

Un altro esempio è quello della sterilità delle coppie che cercano giustamente di avere un figlio. Desiderare di avere un figlio è una cosa bella, umanamente piena e santa (l’obiettivo) ma se i mezzi  (le tecniche di procreazione artificiale) portano alla perdita del 91% degli embrioni concepiti in vitro (dati del Ministero della Salute), allora questo non è proponibile! Non si può ottenere un bene (il figlio) se i mezzi per ottenerlo (le tecniche) sono occisive. Come si vede  la stessa conoscenza (vedi diagnosi prenatale o tecniche di procreazione artificiale) può essere usata pro o contro la persona umana: ecco che interviene il discernimento etico (la bioetica) che ci aiuta a capire che tutto ciò che è contro la persona umana porta desolazione e morte fisica e spirituale. Non dobbiamo avere paura di Galileo (la scienza) ma come viene usato Galileo!

Alcuni di questi strumenti di diagnosi prenatale esistevano già al tempo della legge 194? Se sì, quali?

L’evoluzione storica degli strumenti di diagnosi prenatale dalla legge 194 in poi, come tutte le tecnologie scientifiche si è molto amplificata. Tuttavia, ha subito un trend sempre più sofisticato finalizzato a individuare feti malati sempre più precocemente con lo scopo di indirizzare le coppie alla interruzione volontaria. Questo trend è solcato dalla falsa idea e dalla falsa compassione che quanto più piccolo e precoce sia l’embrione e l’aborto volontario, tanto più piccolo è il trauma per le donne. C’è una grande menzogna scientifica e umana in questa tesi. Sono proprio le donne, le dirette testimoni di fortissime lacerazioni psicologiche che parlano, si raccontano e dimostrano a sé e al mondo medico che la sofferenza della perdita del figlio non è proporzionale al peso in grammi o in centimetri dell’embrione perduto ma è, in maniera esponenziale correlata alla perdita della presenza del figlio. Per cui si può illudere e ci si può illudere di anticipare l’aborto volontario quanto si vuole ma non si può essere temporalmente più precoci dell’accoglienza che la madre fa del proprio figlio sia sul piano fisico che su quello biologico, psicologico e spirituale. Quante menzogne gravitano intorno all’interruzione volontaria della gravidanza.

Un secondo aspetto è che l’evoluzione delle tecnologie della diagnosi prenatale ha fatto scelte che miravano sempre più alla tutela fisica della madre e questo è senz’altro un aspetto positivo. Infatti abbiamo osservato un aumento esponenziale delle diagnosi non invasive qua- si sempre rappresentate dagli screenings e una riduzione altrettanto grande di quelle invasive ma con una precisa idea di selezione: dia- gnosi prenatali sempre più sicure ma sempre più finalizzate a coglie- re anomalie genetiche strutturali quanto più precoci possibili, senza impegnarsi in uno sforzo scientifico e tecnico, altrettanto importante, per cercare di curare già prenatalmente queste anomalie. Per la verità una serie di approcci di terapie prenatali sono state fatte e altre sono in progress ma per le condizioni che molto precocemente individua- no dei feti, dei bambini che sono incompatibili con la vita, la scienza prenatale si è arresa. In questi casi non si fa una diagnosi ma si dà una sentenza di morte! Si crede che per quella vita fragile non ci  sia più niente da fare! Ma non è così. Da 40 anni il gruppo dell’Hospice Perinatale del Gemelli (una rete di luoghi di assistenza e di un gruppo interdisciplinare di medici altamente specializzati dove si aggrega il Telefono Rosso per la prevenzione delle malformazioni, il Day Hospital Ostetrico per l’esecuzione di terapie fetali invasive e non invasive o trattamenti palliativi prenatali o post-natali quando non è possibile fare cure definitive, il reparto di patologia ostetrica per la ospedalizzazione di casi curabili e non curabili, la sala parto e la neonatologia) dimostra con evidenza numerica e rigore scientifico un elevato successo clinico e che quindi c’è tantissimo da fare. 8.000 interventi di terapie fetali con il 60% di buona evoluzione clinica e figli in braccio, 1.200 trattamenti palliativi prenatali, affiancamento di 1000 famiglie con il proprio figlio incompatibile con la vita, consulenze scientificamente corrette che hanno cambiato il destino, dalla morte alla vita di 3.000 bambini, 73.000 consulenze telefoniche che hanno tranquillizzato il 90% delle coppie. Questi numeri, queste percentuali vengono fatte conoscere non per una esibizione trionfalistica ma per dimostrare che la scienza prenatale, se opportunamente usata, è uno strumento incredibile per dare speranza e certezza procreativa a famiglie gravate da diagnosi prenatali infauste.

Cosa hanno svelato tali strumenti sulla vita intrauterina?

Gli strumenti di conoscenza e gli studi sulla vita prenatale hanno svelato tante cose. Innanzitutto che la relazione figlio madre è precocissima, come già ho detto, è biunivoca, addirittura prima dell’impianto dell’embrione. Durante questi 8 giorni c’è un intenso colloquio tra madre e figlio (Cross Talk) che è fondamentale perché la gravidanza vada avanti e non si abbia un aborto spontaneo, né si configurino   le basi biologiche per la nascita di malattie che poi si manifestano nell’infanzia, nell’adolescenza e nella vita adulta. Quanta gente è a   conoscenza che i primi 8 giorni della nostra vita sono importantissimi per il futuro della persona umana fino all’età adulta? Silenziare o cercare di silenziare l’importanza dei primi 8 giorni è una manipolazione scientifica che tende maldestramente a sdoganare sul piano etico evidenze scientifiche ben consolidate: l’effetto abortivo della pillola del giorno dopo e dei 5 giorni dopo, la diagnosi preimpianto con la perdita del 92% degli embrioni (dati del Ministero della Sanità) e la distruzione di embrioni per l’uso di staminali embrionali ai fini di ricerche sullo stesso. Man mano che passano le settimane la relazione feto madre diventa più intensa e dimostra che il feto non è passivo ma partecipa attivamente allo svolgersi del file genetico, nella strutturazione della sensorialità, della relazione psicodinamica con la madre dalla quale riceve ossigeno e nutrizionali ma diventa esso stesso medico della madre inviando cellule staminali guaritrici di diversi processi patologici moderni come ha dimostrato Diana Bianchi negli ultimi 10 anni. Madre e figlio organizzano l’unità feto placentare che alla base del proseguo della gravidanza, si sviluppano fasi neuro-cerebrali del feto relazionale alla vita quotidiana della madre (abitudini alimentari, viaggi, emozioni, stress) per le cui condizioni tutto lo psichismo fetale ne risente. La madre riceve gratificazione psicologica per la presenza del figlio, conferme sul suo vissuto di donna e di madre mentre il figlio viene aiutato dalla madre nelle fasi del travaglio attivo perché essa produce sostanze che lo difendono da eventuali insulti ipo-ossigenativi. È una vera sinfonia di amore e attenzioni reciproche dove il protagonismo dell’embrione si esalta nel partecipare all’empatia percettiva della madre e questo avviene soprattutto quando vi sono condizioni di patologia “l’embrione è un attivo direttore di orchestra del suo impianto e del suo destino!”(Editoriale del 2000 del British Medical Journal).

Possiamo dire che le conoscenze del mondo scientifico in materia di vita embrionale erano sostanzialmente errate all’epoca della 194?

Le conoscenze sulla simbiosi materno fetale e sul protagonismo dell’embrione 40 anni fa non solo erano sicuramente errate ma soprattutto non si aveva affatto prontezza della traduzione scientifica (fatta nei decenni successivi) di ciò che l’uomo vede e di cui fa esperienza diretta sin da quando è apparso sulla terra. La realtà di figlio nella generazione umana è qualcosa di fantastico che non si basa solo sui legami di sangue ma si disvela dal particolare linguaggio relazionale tra il figlio e la madre. Esso pone le basi nei 9 mesi di gestazione ma non si cancella mai più, neanche tagliando il cordone ombelicale. È un po’ l’esemplificazione dell’indelebile memoria che ci portiamo tutti dentro, un destino all’immortalità legato alla chiamata all’esistenza in un corpo di donna che fa scrivere a Tagore: “Ogni bimbo che nasce ci ricorda che Dio non si è stancato dell’uomo”. Che fa scrivere ad Hannah Arendt: “Gli esseri umani, anche se devono morire non nascono per morire ma per incominciare” e fa scrivere a Chiara Corbella: “Siamo nati e non moriremo mai più”. Tutto questo mostra la tenerezza di Dio, la Sua umiltà: “Dio  si è fatto come noi per farci come lui”, la presenza di Dio nell’esistenza naturale e soprannaturale di ogni creatura vivente che fa dire a S. Ireneo: “La gloria di Dio è l’uomo vivente”.

Possiamo dire che le basi su cui nasceva la legge sull’aborto, oggi, non ci sono più?

Le basi culturali su cui nasceva la legge 194 non ci sono più sicuramente non sul piano scientifico ma dobbiamo ricordare che le motivazioni furono soprattutto psicosociali e politiche gravate da mistificazioni e menzogne, in particolare sui numeri dell’aborto clan- destino, enormemente amplificati per colpire l’opinione pubblica. Il caso dell’esposizione alla diossina a Seveso appesantì il problema con proiezioni su eventuali malformazioni delle donne in gravidanza e posero le basi per una giustificazione sociale della eliminazione dei bambini malformati. La diffusione della pillola contraccettiva doveva essere un freno all’aborto volontario per cui fu lanciato un programma di contraccezione a tappeto su 4 regioni: Liguria, Lazio, Umbria e Puglia

Vediamo le menzogne di questi 3 aspetti:

  1. L’aborto clandestino c’era ma a condizioni inferiori rispetto a quel- lo che si diceva e a 40 anni di distanza continua ad esserci nonostante la legge 194, assumendo contorni e applicazioni camaleontiche soprattutto per la clandestinità delle pillole abortive.
  2. Le malformazioni da diossina furono un flop amplificato dalla non conoscenza della teratologia clinica.
  3. Nelle stesse regioni dove si è lanciata la pianificazione di “più pillola meno aborti”, il tasso di aborto volontario, dopo 40 anni, è tra le più alte tra le regioni italiane.

Lo zoccolo duro, tuttavia, nonostante queste evidenze, rimane la posizione ideologica della autodeterminazione della donna, concetto per il quale la madre vede il figlio come soggetto su cui esercitare una scelta esistenziale. La regola del pollice verso di neroniana me- moria cavalcava l’idea di una frase molto usata: “L’utero è mio e ne faccio quello che voglio”, tuttavia questa affermazione esprime una grande contraddizione. Non si può accettare di equiparare l’utero (sicuramente di pertinenza anatomica della donna) a una gravidanza che esprime l’evoluzione di una presenza di un altro essere umano. Non si può accettare, quindi, che la donna abbia il potere di vita e di morte su un’altra persona che è il figlio, soprattutto quando questa decisione è gravata da motivazioni discriminatorie e eugenistiche sul concetto del diritto al figlio perfetto. Tutto questo è l’apoteosi della cultura dello scarto. Inaccettabile è ancora che l’utero possa essere un contenitore da prestare per una gravidanza in affitto. Anche qui, sotto l’apparente scelta libera c’è un’obiezione di donne che vengono schiavizzate per denaro e per il desiderio di altri. I bambini entrano in una transazione commerciale e aberrante che calpesta ogni forma di dignità della persona umana, cosificando l’uomo nel supermercato dell’esistenza. Aborto volontario e utero in affitto sono le due facce della stessa medaglia.

Possiamo dunque affermare scientificamente che l’embrione è vita umana?

Al Parlamento europeo sono stato chiamato per ben  3  volte  per parlare dei diritti dell’embrione e quindi dell’embrione come vita umana. La scienza prenatale ha validato inconfutabilmente che   l’embrione non solo è vita umana ma come vita umana è medico della madre sia sul piano biologico che psicologico. In effetti  per quanto riguarda il primo aspetto presenta 5 caratteristiche che ne fondano il protagonismo biologico. Le 5 caratteristiche sono: l’identità genetica tipica della specie umana (23 cromosomi di origine materna e 23 cromosomi di origine paterna); le sequenze di minoacidi (ALU) sono uniche e individuali per ciascuno di noi quasi delle impronte genetiche biomolecolari; ha un autonomia biologica che lo fa sopravvivere anche in assenza di ossigeno prima dell’impianto e questo è avvenuto per ciascuno di noi, quando sospesi nella tuba di nostra madre non avevamo contatti con i vasi sanguigni materni; l’embrione partecipa allo svolgersi del proprio programma genomico non in maniera passiva ma profondamente attiva e cooperando con le caratteristiche biologiche della madre; parla con la madre con un linguaggio immunologico, ormonale e genetico per farsi riconoscere, per non farsi rigettare e contribuire, insieme alla madre, al primo abbozzo della placenta.

Perché la comunità scientifica sembra far fatica ad ammetterlo apertamente?

La comunità scientifica fa fatica perché ha la superbia di fondo di non voler vedere le evidenze. Quando c’è questa cecità del pensiero non può essere effettuato il passaggio fondamentale che ogni comunità scientifica deve fare: passare da una sorta di informazione molto datata e superficiale alla conoscenza degli ultimi 30 anni che soprattutto con l’ecografia ha mostrato la meravigliosa motricità, morfologia e bellezza del feto umano e della vita relazionale con la madre che vanno a confermare la sua connotazione di figlio. Soprattutto non vuole accettare che il feto è un paziente a tutti gli effetti e può essere curato in molte condizioni patologiche. Protagonismo, relazione intima e forte con la madre ed essere un paziente come un adulto sono evidenze che la comunità scientifica si rifiuta di accettare. Tuttavia, la forza della verità di questi  3 concetti inchioda inesorabilmente chiunque voglia silenziare la stupenda esistenza prenatale. Madre Teresa diceva: “Il bambino non ancora nato è il più povero tra i poveri, se poi è malformato è ancora più povero e se ha caratteristiche di incompatibilità con la vita extra uterina è il massimo della povertà”. Ma lei al massimo della povertà ha risposto con il massimo dell’amore.

Tra le numerose mamme con cui è entrato in contatto ricorda qualche esperienza particolare che metta in evidenza il profondo, misterioso e insondabile legame tra una donna e il proprio bambino già nei primi mesi di vita?

Questa storia contiene tanti elementi di riflessione ma quello che si evince in maniera poderosa è che una bambina senza reni rifiutata e abortita dalla madre ha convertito il cuore della donna al punto tale da farla riaprire alla vita e accogliere un altro figlio senza la presenza dei reni. Claudia ha avuto due gravidanze di bambini con agenesìa renale, e mi ha pregato di parlare al posto suo.

Siamo nel 1992; una paziente, Claudia, viene da me, e dice: “Ho saputo che qui fate la diagnosi prenatale e mi dite se il bambino ha i reni oppure no”. Confermo la notizia che le è stata data, le spiego come si svolge la procedura, e iniziamo l’intervento necessario. Dopo un’ora le dico: “Signora, mi dispiace, ma ciò che le hanno anticipato sulle condizioni del bambino è vero, il bambino è senza reni”. Le spiego  la storia naturale che hanno di solito questi bambini, e cioè che alcuni muoiono in utero prima della nascita, altri subito dopo essere nati. Lei mi dice: “È una situazione che non riesco ad affrontare, scelgo di abortire”. Le propongo l’accompagnamento per dissuaderla, spiegandole anche i motivi medici, come ad esempio un rischio di tipo depressivo che potrebbe dover affrontare, ma lei è categorica e fa la sua scelta, forte, difficile, devastante.

Dopo 10 anni vedo Claudia ritornare da me. È nuovamente incinta e nuovamente di un bambino con agenesìa renale. Mi dice che 10 anni prima non ha capito il valore della consulenza che gli feci, e soprattutto era vero che le conseguenze psicologiche sarebbero state devastanti. Mi dice che aveva capito sperimentando sulla sua persona, cosa significasse perdere un figlio, e soprattutto perderlo con l’aborto terapeutico. Ci aveva messo nove anni per trovare il coraggio di tentare nuovamente una gravidanza e si trovava nelle stesse condizioni di prima. Ma stavolta aveva deciso di accompagnare questa nuova bambina fino alla fine purché io accompagnassi lei! Era convinta che nulla fosse più terribile di quello che aveva vissuto in quegli anni: il senso di colpa per aver rifiutato la sua bambina.

Così andiamo avanti, Alice nasce, e dopo 4 ore,  muore. Viene  fatto il funerale, e dopo un mese Claudia torna da me, e mi porta un regalo, che tengo sul tavolo del mio studio; è una scultura, che si chiama “L’abbraccio”, di Ottaviani. In genere si regala tra le coppie, in occasione del matrimonio. Lei mi dice: “Io amo mio marito, ma con lei sono sposata da un debito di riconoscenza, perché in nove mesi, aiutandomi, accompagnandomi, mi ha permesso di riscattare nove anni della mia vita”. Vorrei però lasciare la parola direttamente a lei e riporto qui di seguito una sua dichiarazione.

Secondo la sua esperienza di medico pensa che si possa parlare dell’aborto come di un diritto che garantisca l’emancipazione della donna?

Quando tutta questa bellezza relazionale viene distrutta con l’aborto volontario come si può dire che ci sia emancipazione? La donna si emancipa uccidendo se stessa? La donna si emancipa quando le vengono sottaciute tutte le conseguenze fisiche e psichiche che l’aborto volontario comporta? Io credo che la donna possa emanciparsi solo con una corretta informazione del fenomeno aborto. Tanti inganni psicosociali portano regressione personale, familiare, sociale perché la salute delle donne è un bene prezioso da salvaguardare così come la capacità di procreare ma espropriare le donne della verità di informazione è rubare il loro corpo, il loro futuro e, soprattutto, la loro dignità. Rubare beni materiali è grave ma rubare l’anima e la dignità è un delitto contro l’umanità. Tutta l’umanità!

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UNA NUOVA PUBBLICAZIONE A CURA DEGLI UNIVERSITARI PER LA VITA

 

Al termine di un approfondito lavoro di redazione, è finalmente disponibile un libretto che intende sottolineare, attraverso dati scientifici e testimonianze concrete, l’importanza di essere “pro vita” nella società contemporanea, con particolare, ma non esclusivo, riguardo al contesto italiano.
Tra gli autori dei contributi raccolti vi sono, infatti, personalità di assoluta rilevanza nell’ambito scientifico, accademico e giuridico nazionale ed internazionale come il Prof. Giuseppe Noia (Ginecologo e Docente Universitario), il Prof. Mario Palmaro(Giurista e Docente Universitario), il Dr. Giacomo Rocchi (Magistrato della Suprema Corte di Cassazione), il Dr. Giorgio Celsi (Infermiere) ed il Dr. Bernard Nathanson (Ginecologo ed ex attivista pro aborto). Non potevano mancare, ovviamente, gli Studenti Universitari, ai quali l’opuscolo è specialmente rivolto: tra essi spiccano Mariana, studentessa di Economia e Co-Fondatrice degli “Universitari per la Vita” di Padova, e Francesco Chilla, studente di Giurisprudenza attivo negli “Universitari per la Vita” di Roma. Il libretto si avvale, inoltre, delle belle vignette del giovane e talentuoso Giovanni Maria Verduchi, in arte GIOM, che con la sua arte ha dato un importante contributo alla causa per la vita.
Gli argomenti trattati vanno dall’umanità del concepito al valore delle adozioni come mezzo per fare del bene al prossimo e, d’altro canto, dall’aborto all’eutanasia. Sono gli studenti, universitari per la vita, che in prima persona vogliono spiegare ad altri studenti perché nel mondo di oggi è necessariopiù che mai difendere senza compromessi il diritto alla vita di ogni essere umano.    
L’opuscolo, di agile lettura e gratuito, sarà presto  diffuso digitalmente ed in forma cartacea in ogni parte d’Italia, specialmente nelle Università. Aiutaci anche tue distribuisci il libretto nella tua Università, scaricandolo al seguente link:

 

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“Se solo fossimo contenti di essere vivi”

“Se questo non è un uomo allora cos’è?”

Da Marina Casini, presidente del Movimento per la Vita a Giuseppe Noia, ginecologo del Policlinico Gemelli: anche questo mese, il dossier mensile di Punto Famiglia, assicura firme esclusive e contenuti eccezionali per un tema di frontiera di massima delicatezza. Cosa ne è della vita dei bambini a distanza di 40 anni dall’approvazione della legge 194?

a cura della Redazione

 

2 gennaio 2019

“Ha dell’incredibile, ma la legge italiana sull’aborto in vigore da quaranta anni e che sembra irremovibile, è nata in gran fretta e sotto il segno della provvisorietà”. È così che inizia l’articolo di Marina Casini per Punto Famiglia Plus di questo mese; un articolo che traccia le linee essenziali del background di una legge che ha trasformato il mondo dell’uomo e che ha posto le premesse per altri e più significativi cambiamenti.

La legge 194 infatti, è nata ben 40 anni fa. Al di là delle stime raccapriccianti che quotidianamente offriamo circa il numero bambini abortiti, c’è da considerare la genesi di questa normativa, nata di fatto, in un contesto storico culturale lontano anni luce dall’attualità. “Oltre 6 milioni sono gli aborti legali eseguiti con il finanziamento e l’incoraggiamento dello Stato che ci separano da quel 22 maggio 1978, giorno in cui la legge fu promulgata con la promessa di una sua revisione”. Prosegue così l’articolo della Casini e la domanda sorge in maniera spontanea: la revisione c’è stata oppure no? E i consultori, si limitano a fare da funzionari oppure verificano, insieme alle madri, le reali e concrete possibilità di non abortire?

Da qui il ruolo del Cav (Centri di aiuto alla vita), che negli anni svolgendo attività di supporto alle donne in difficoltà, hanno dimostrato che il “sì” alla vita è possibile e che nessuna madre abortisce il proprio figlio se ha anche solo una possibilità di non farlo. Lo dice concretamente il Cav della Mangiagalli di Milano, attraverso la voce della sua fondatrice, Paola Bonzi. Ma lo dice anche il professor Giuseppe Noia, medico specialista in ostetricia e ginecologia del Policlinico “Gemelli” nella sua appassionata intervista.

“L’evoluzione storica degli strumenti di diagnosi prenatale dalla legge 194 in poi, come tutte le tecnologie scientifiche si è molto amplificata. Tuttavia, ha subito un trend sempre più sofisticato finalizzato a individuare feti malati sempre più precocemente con lo scopo di indirizzare le coppie alla interruzione volontaria. Questo trend è solcato dalla falsa idea e dalla falsa compassione che quanto più piccolo e precoce sia l’embrione e l’aborto volontario, tanto più piccolo è il trauma per le donne. C’è una grande menzogna scientifica e umana in questa tesi. Sono proprio le donne, le dirette testimoni di fortissime lacerazioni psicologiche che parlano, si raccontano e dimostrano a sé e al mondo medico che la sofferenza della perdita del figlio non è proporzionale al peso in grammi o in centimetri dell’embrione perduto ma è, in maniera esponenziale correlata alla perdita della presenza del figlio”.

Queste alcune delle parole di Noia, che alla domanda su cosa abbiano rivelato i moderni sistemi di diagnosi prenatale, risponde: “Gli strumenti di conoscenza e gli studi sulla vita prenatale hanno svelato tante cose. Innanzitutto che la relazione figlio madre è precocissima, come già ho detto, è biunivoca, addirittura prima dell’impianto dell’embrione. Durante questi 8 giorni c’è un intenso colloquio tra madre e figlio (Cross Talk) che è fondamentale perché la gravidanza vada avanti e non si abbia un aborto spontaneo, né si configurino le basi biologiche per la nascita di malattie che poi si manifestano nell’infanzia, nell’adolescenza e nella vita adulta. Quanta gente è a conoscenza che i primi 8 giorni della nostra vita sono importantissimi per il futuro della persona umana fino all’età adulta?”.

Un’intervista appassionata e appassionante di cui consigliamo vivamente la lettura approfondita, soprattutto in previsione della Giornata per la Vita ormai alle porte.

Se la vita dei bambini è in pericolo, il futuro è definitivamente compromesso. La rivoluzione parte dalla cultura.

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