Eleonora Lisi

ETEROLOGA 2016: IL FAR WEST PROCREATICO È SULLE SPALLE DEI CONTRIBUENTI

COMUNICATO A.I.G.O.C.  N. 4 DEL 1 Agosto 2018

 

         Nel precedente comunicato stampa ci siamo limitati a segnalare la carenza ed incompletezza dei dati relativi alle fecondazioni extracorporee (tecniche di II-III livello) con donazioni di gameti, in questo comunicato li analizzeremo nel dettaglio.
         Il numero delle coppie trattate erano 4.933 per un totale di 5.533 cicli in 83 centri prevalentemente privati (67), la maggior parte dei quali (49 centri) si trovano in Emilia e Romagna, Toscana, Lazio e Sicilia.
         L’età media delle donne riceventi varia notevolmente: 35,2 anni per le donazioni di seme, 40,6 anni per le donazioni di ovociti a fresco, 41,4 anni per le donazioni di ovociti crioconservati, 40,6 anni per le donazioni di embrioni crioconservati dopo una donazione (n.b.: utilizziamo la terminologia usata nella relazione ministeriale, anche se ci sono moltissimi dubbi che possa trattarsi di vere donazioni!).

 

La tabella a fianco riportata dimostra chiaramente, che più che di sterilità patologica nella maggior parte dei casi di utilizzo di ovociti e/o di embrioni si tratta di fisiologica ridotta fertilità legata all’età delle richiedenti: il 79,7% dei trasferimenti eseguiti con donazione di ovociti crioconservati ed il 70,8% di quelli con embrioni crioconservati è    utilizzato nelle donne di età  ≧ 40 anni.

 

              La carenza e l’incompletezza dei dati relativi alla fecondazione extracorporea eterologa appare chiaramente voluta, perché non troviamo un motivo che spieghi il fatto che non siano stati almeno usati gli stessi criteri – anche se più volte da noi criticati – usati da più di un decennio per l’omologa.
              Manca una figura simile alla fig. 3.4.3 di pag. 111 ed una tabella simile alla tab. 3.4.13 di pag. 112, che ci permette di conoscere quanti ovociti nei 5.533 cicli sono stati prelevati nelle coppie con donazione di seme e nelle donne che hanno fatto una donazione a fresco, scongelati provenienti dallo stesso centro od importati, quanti ovociti hanno utilizzato i centri esteri che hanno esportato in Italia embrioni utilizzando il seme inviato dai centri italiani.
Nessuna informazione ci è dato conoscere su eventuali congelamenti di ovociti prelevati a fresco o su embrioni prodotti come ad es. la tab.3.4.17 pag. 114 o la tab. 3.4.26 di pag. 123.
               Nella relazione non vi è alcun cenno sul numero degli embrioni prodotti e crioconservati regione per regione né sugli embrioni ed ovociti importati in notevole eccesso rispetto alle coppie da trattare.
               Appare molto semplicistica la procedura per le importazioni e le esportazioni di gameti e di embrioni considerato che 410 comunicazioni hanno permesso l’importazione di 3.040 criocontenitori di liquido seminale, 378 l’importazione di 6.239 criocontenitori di ovociti (provenienti per il 96,8% dalla Spagna!) e 116 per importare 2.865 criocontenitori di embrioni.
               Suscita molte perplessità il fatto che si parli di importazione di embrioni crioconservati prodotti all’estero dopo donazione prevalentemente di ovociti: come mai non sono stati importati i soli ovociti? Forse perché fecondandoli all’estero il rimborso spese per il centro poteva essere maggiore? E’ previsto per questi embrioni e per quelli dello stesso centro un test di paternità in caso di donazione di ovociti e di maternità in caso di donazione di liquido seminale?
              Più volte nella relazione (pag. 147-149, 151-153), si ripete che in 146 di questi cicli c’è stata una doppia donazione, cioè sia il liquido seminale (in tutti i cicli crioconservato) sia gli ovociti (in 145 cicli crioconservati ed in uno a fresco) non appartenevano alla coppia richiedente ed a pag. 152 si apprende che sono nati 39 bambini dai 31 parti delle donne che hanno portato in grembo uno o più figli geneticamente estranei alla coppia.
              Questi 146 cicli – e non solo questi! – sono i frutti acerbi degli interventi della Magistratura: come la sentenza della Corte Costituzionale n. 151/2009 ha dato il via libera alla massiccia e crescente crioconservazione degli embrioni, così la sentenza n. 162/2014 ha consentito di riferire dei 146 casi sopracitati e l’importazione di embrioni crioconservati presumibilmente in gran parte il risultato di fecondazioni eterologhe avvenute all’estero con seme esportato dall’Italia (pag. 14).
              Tutto questo è avvenuto ed avviene con la compiacenza del Governo e del Parlamento a guida PD allora esistente e di quelli attuali se non intervengono al più presto a livello legislativo per contenere al massimo i due fenomeni sopradescritti.

 

 

                La tab. 7 presenta in modo sintetico quello che molto verosimilmente è avvenuto nel 2016 ricostruito tenendo conto dei pochi dati offerti dalla relazione ministeriale di quest’anno e le informazioni fornite nella relazione dell’anno precedente riguardo al numero di ovociti (6-7: cfr. pag. 9 e 215 relazione 2017) e di embrioni (1-2: cfr. pag. 9 e 217 relazione 2017) presenti in ogni criocontenitore.
                Oltre l’eccessiva importazione di gameti ed embrioni crioconservati – di gran lunga superiore al fabbisogno annuo! -, che tenendo conto di quelli esportati, nel 2016 ha fatto si che nei crioconservatori dei centri si siano aggiunti almeno 3.512 criocontenitori di ovociti (22.828 ovociti) e 1.365 criocontenitori di embrioni (1.964 embrioni) segnaliamo il notevole aumento degli embrioni prodotti e crioconservati (9.799), superiore al numero degli embrioni trasferiti in utero (8.958), significativamente superiore in % (52,24) a quello del 2015 (39,54%).
La % delle coppie con uno o più figli in braccio è inferiore (23,23%) rispetto a quella del 2015 (25,54%).
                Dopo 14 anni di applicazione della legge 40/2004 abbiamo tutti gli elementi necessari per comprendere che le tecniche di fecondazione extracorporea – sia omologhe che eterologhe – non sono terapia della sterilità o della infertilità di coppia e come tali non possono essere incluse nei LEA.
                La loro efficacia (coppie con figlio/i in braccio) non ha mai superato il 16,54%.
                Le citate sentenze della Corte Costituzionale hanno permesso – in assenza di un intervento del Parlamento – di surgelare un numero spropositato di embrioni (35,3% nel 2016 vs 31% nel 2015 nelle tecniche di II e III livello omologhe) con punte ancora superiori in alcune Regioni (Calabria 58,9%, Lazio 57%, P.A. Bolzano 51,7%, Umbria 45,7%) e del 52,24% nelle fecondazioni extracorporee eterologhe.
                Le tecniche di II e III livello con donazioni di gameti, tutte vietate prima nel testo della legge 40 approvato dal Parlamento, dopo la sentenza della Corte Costituzionale sono senza regole, per cui leggiamo nella relazione dei 146 cicli nel 2016 con doppia donazione di liquido seminale e di ovociti e di importazioni di embrioni alcuni dei quali potrebbero avere la stessa origine dei 146 cicli registrati come tali!
                In che modo viene garantito il divieto di acquisto e di baratto dei gameti e degli embrioni sia in Italia che all’estero?
                Gli embrioni sono esseri umani nelle primissime fasi del loro sviluppo (Nature Genetics 49, 941-945, 2017) e non possono e non debbono mai essere trattati come oggetti!
               Ci auguriamo che al più presto il Parlamento intervenga per meglio regolamentare il ricorso a queste tecniche tenendo presente più il rispetto della dignità e della vita degli embrioni – dal 2010 la fecondazione extracorporea è la prima causa di morte certificata degli embrioni – che gli interessi dei centri di PMA, delle ditte farmaceutiche, degli altri enti e dei professionisti interessati al proliferare di queste tecniche.
               Non si può soddisfare un pur legittimo desiderio di un figlio al prezzo altissimo della morte di un numero nettamente superiore di esseri umani deboli, indifesi, innocenti.

 

FAKE NEWS E DISINFORMAZIONE SULL’ABORTO

di  Francesca Romana Poleggi

 

Sistematicamente la propaganda abortista, da più di 40 anni, propala menzogne per legit-timare moralmente, prima che legalmente, la soppressione della vita nel grembo materno, con grave detrimento anche per la salute della madre.
Per confutare alcune di queste fake news, con il professore Giuseppe Noia (direttore dell’Hospice Perinatale – Centro per le Cure Palliative Prenatali Policlinico Gemelli di Roma e presidente dell’Aigoc) e la dottoressa Marina Bellia (European Biologist del Grup-po Ricerca Biomedi@ presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum) abbiamo inviato alla rivista scientifica internazionale del Campus Biomedico Medic un corposo articolo intitolato Fake news e aborto, che sarà pubblicato nel 2019. Ad esso rimandiamo i Lettori che vorranno approfondire i temi che qui vengono accennati.

 

Nell’era di internet girano notizie di ogni tipo, anche tante bugie e mezze verità. Per difendersi da esse occorre spirito critico e senso di responsabilità. A livello nazionale ed europeo c’è chi vorrebbe istituire una sorta di “Ministero della Verità”, di orwelliana memoria. Invece, fa notare giustamente il Garante per la privacy, Antonello Soro, nella sua ultima relazione annuale: «in democrazia l’esattezza non è conseguibile altrimenti che con il pluralismo dialettico» ed «è illusorio pensare che possano esistere nuove autorità od organi certificatori della verità».

Le fake news vanno contrastate con l’educazione al pensiero critico, con la sistematica verifica delle fonti, con il senso di responsabilità di chi opera in internet e nel settore dell’informazione.

Purtroppo, poi, le notizie false, falsate o le reticenze colpevoli vengono veicolate anche dai grandi mass media e dalla letteratura ufficiale. Un esempio recente ed eclatante – teso a colpire e ad annichilire il diritto all’obiezione di coscienza del personale sanitario – è la favola della donna veneta che ha cercato di abortire in 23 ospedali, prima di riuscirci: la Cgil la ha assistita nella denuncia. La bugia è stata pubblicata anche da grandi quotidiani, come Il Corriere della Sera, ma poi la magistratura ha accertato che era tutta una bugia e che l’aborto si è svolto nei limiti di tempo previsti. Il Corriere, però, ha pubblicato la notizia sulla prima pagina dell’edizione nazionale; due volte, la smentita solo sull’edizione regionale veneta.

Le smentite – magari facili – spesso non ottengono la stessa risonanza mediatica dei falsi, soprattutto quando entra in ballo l’ideologia. Sistematicamente, infatti, da più di quarant’anni la propaganda abortista usa le menzogne per legittimare moralmente, prima che legalmente, la soppressione dell’essere umano nel grembo materno, con grave detrimento anche per la salute della madre. E purtroppo ne soffre anche la comunità scientifica: il dato reale, il dato scientifico, cede dinanzi a impostazioni ideologiche preconcette, con grave detrimento per la salute delle persone e per il benessere della collettività. Vediamo alcuni esempi.

L’embrione è solo un “grumo di cellule”?

 

I nostri Lettori sono bene informati: in diverse occasioni abbiamo illustrato le evidenze sull’umanità del bambino in grembo, sin dal momento del concepimento. Invece, ancora nel 2005, in occasione del referendum sulla legge 40/2004, i genetisti Edoardo Boncinelli e Antonino Forabosco – firmatari del documento «Ricerca e Salute», sottoscritto da più di 120 scienziati italiani tra embriologi, genetisti e biologi, tra i quali Rita Levi Montalcini, Umberto Veronesi, Renato Dulbecco, Lucio Luzzatto, Andrea Ballabio, Giulio Cossu, Alberto Piazza, e Carlo Alberto Redi – sostenevano che l’embrione è un insieme di cellule, e non un individuo: «L’evidenza scientifica è che l’embrione, un insieme di cellule, non è ancora un individuo», scrivevano i giornali (per esempio, l’8 maggio 2005, Il Piccolo di Trieste, nell’articolo La voce dei genetisti: «Un grumo di cellule non è un embrione»). Non vogliamo rischiare di annoiare, non ripeteremo in questa sede tutte le evidenze circa l’umanità del concepito. Ricordiamo solo che lo zigote si sviluppa attraverso la fase embrionale e fetale e poi attraverso l’infanzia, l’adolescenza, l’età adulta e la “terza età” senza soluzione di continuità.

L’embrione unicellulare (lo zigote) è giustamente definito dal British Medical Journal, nell’editoriale del novembre del 2000, come un soggetto autonomo, «un attivo direttore d’orchestra del suo impianto e del suo destino futuro». La “neolingua”, invece, da più di quarant’anni ha provveduto a cancellare parole come “bambino” e “figlio” sostituendole con “materiale abortivo”, “prodotto del concepimento”, o al massimo con aridi termini scientifici come “feto”. È ora di rimettere al centro il bambino. Perché se non si riconosce l’umanità del concepito, qualsiasi riflessione sull’aborto – che uccide un bambino, appunto – viene falsata.

 

L’aborto è espressione della libera scelta della donna?

 

Anche se l’aborto fosse un vero atto di autodeterminazione, l’umanità del concepito pone – a una mente razionale e priva di preconcetti – un problema insormontabile: non è più una auto-determinazione della madre il disporre a piacimento della vita del figlio. È un regresso di civiltà di 2000 anni: nell’antica Roma vigeva lo ius vitae ac necis del pater familias. A parte questo, però, bisogna rimarcare che non è vero che l’aborto è frutto di una “libera scelta” della donna. Nella maggior parte dei casi la donna è costretta dalle circostanze o dalle persone che ha intorno (a cominciare dal padre del concepito): tutte le indagini statistiche lo confermano. Su questa rivista ne abbiamo parlaro in diverse occasioni, quando abbiamo pubblicato, grazie al contributo della Comunità Papa Giovanni XXIII, una serie di testimonianze di donne costrette a “scegliere” per l’aborto.

Ma la cosa più tragica è che le istituzioni, da quarant’anni, offrono alle donne incinte in difficoltà – come unica soluzione l’aborto: solo il volontariato prospetta davvero delle alternative. La società ne risulta totalmente deresponsabilizzata: la donna che abortisce si ritrova con le stesse difficoltà economiche o sociali che aveva prima e in più madre di un figlio morto per causa sua.

Gli obiettori di coscienza impediscono alle donne di esercitare un loro “diritto”?

 

L’obiezione di coscienza è sotto attacco. All’estero, in diversi Paesi sedicenti democratici come quelli del nord Europa o il Canada, il diritto di non uccidere viene fortemente limitato, se non escluso del tutto. Qui in Italia ripetono a ogni piè sospinto che l’alta percentuale di medici obiettori impedisce alle donne di esercitare la loro “libera scelta”.

Invece, la tabella riportata a p. 51 della più recente Relazione ministeriale sull’attuazione della legge 194 (dicembre 2017), dimostra che non è affatto vero.

I ginecologi obiettori sono più del 70% del totale e i cattolici praticanti sono forse il 20% della popolazione: possibile che la percentuale di cattolici tra i ginecologi sia tanto più alta della media nazionale? Non sarà forse la ragione naturale a impedire a un medico di uccidere le persone? Rimandiamo alla suddetta Relazione ministeriale per altri dati: il carico di lavoro dei medici non obiettori è davvero irrisorio. L’11% del personale non obiettore, a livello nazionale, non è assegnato a servizi relativi all’aborto. Ciò vuol dire che i medici non obiettori sono più che sufficienti rispetto alla richiesta di aborti che c’è.

Ricordiamo infine che l’Italia non è mai stata “condannata dall’Europa” – altra bugia ricorrente – a proposito di obiezione di coscienza. Il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa si è espresso definitivamente lo scorso luglio dopo due reclami (della Ippf-En e della Cgil), riguardanti aborto e obiezione di coscienza, dando ragione agli obiettori.

 

20.000 donne morte ogni anno per aborto clandestino?

 

Sull’aborto clandestino le menzogne enormi rientrano in una strategia ben precisa, rivelata da un abortista pentito, il dottor Bernard Nathanson.

Co-fondatore della National Abortion Rights Action League, dopo la sua conversione rivelò che avevano deciso a tavolino di mentire spudoratamente, negli Stati Uniti, per ottenere la legalizzazione dell’aborto nel 1973: inventarono di sana pianta «un milione di aborti clandestini l’anno» e le «centinaia di migliaia» di donne morte in conseguenza ad esso.

In Italia, negli Settanta, chi diceva che ogni anno morivano 20.000 donne per aborto clandestino? Enrico Berlinguer, ne La legge sull’aborto, pubblicato da Editori Riuniti (e poi anche S. Luzzi, Salute e sanità nell’Italia repubblicana, pubblicato dalla Donzelli nel 2004, o G. Scirè, L’aborto in Italia. Storia di una legge per Mondadori nel 2008). Oggi rilancia le stesse menzogne il Dipartimento di storia e cultura dell’Università di Bologna (consultabile a questo link: https://storicamente.org/ perini_aborto_italia_usa_link5). Sul sito dell’Istat, invece, chiunque può controllare che, ad esempio nel 1977 (prima dell’entrata in vigore della legge 194), il totale di donne morte, tra i 15 ai 50 anni, per qualsiasi causa era di 3.348.

 

L’aborto legale è un aborto sicuro?

 

La bugia delle donne morte per aborto clandestino si accompagna a un corollario: l’aborto legale è un aborto sicuro, le conseguenze per la salute fisica e psichica delle donne sono trascurabili. Anzi, accusano noi di propalare fake news poiché chiediamo che alle donne venga fornita un’informazione veritiera e corretta sulle possibili conseguenze dell’aborto procurato.

Anche su questo tema i nostri Lettori conoscono bene la realtà, avendo avuto modo di leggere il libretto di Lorenza Perfori Per la salute delle donne. Inoltre, nelle Relazioni ministeriali degli ultimi anni è ripetuto ogni volta che «molte Regioni non hanno ancora aggiornato i loro sistemi di raccolta dati per poter riportare l’informazione in maniera completa»: ciò vuol dire che dati ufficiali circa l’incidenza reale delle conseguenze fisiche a breve termine dell’aborto sulla salute delle donne sono incompleti. Delle conseguenze a lungo termine, tipo sterilità o problemi relativi a successive gravidanze, invece, la Relazione non parla proprio. Di aborto legale, inoltre, si può anche morire (e si muore), ma non bisogna dirlo. E l’aborto con RU486 comporta un rischio di morte dieci volte maggiore rispetto all’aborto chirurgico, mentre i Radicali ne vogliono la liberalizzazione totale…

 

L’aborto legale riduce la mortalità materna?

 

E’ molto interessante, invece, a proposito di mortalità materna nel mondo, vedere i dati più recenti, del 2015, dell’Organizzazione mondiale della sanità: nei Paesi dove la legislazione dell’aborto è più restrittiva, la mortalità materna è molto bassa. Tra gli Stati “evoluti”, in USA la mortalità materna è di 14 donne su 100.000, nel Regno Unito è di 9 su 100.000, in Francia è di 8 su 100.000: tutti Paesi con legislazioni abortiste estremamente liberali. Ebbene, l’Irlanda, che fino al referendum di fine maggio non aveva l’aborto legale, presenta lo stesso tasso della Francia. Il Canada è a 7, la Norvegia a 5, la Svezia, la Germania e l’Italia a 4. Ma indovinate chi è che batte tutti questi “campioni” di aborto legale a richiesta e gratuito? La Polonia, dove la legge è molto restrittiva, che ha un tasso di mortalità materna di 3 donne su 100.000. Se poi calcoliamo la mortalità delle donne anche nel medio-lungo periodo, alcuni studi finlandesi (2015, 2016) e danesi (2012), basati su registri nazionali, mostrano che l’aborto è associato a maggiore mortalità femminile per cause indirette e che la gravidanza e il parto hanno un effetto protettivo, ad esempio rispetto al rischio di suicidio.

 

La sindrome post aborto non esiste?

 

Un altro leit motiv degli abortisti è che la sindrome post aborto non esiste. In proposito scrive il professor Noia: «Com’è possibile che tutta la dimensione simbiotica (il feto è addirittura medico della madre!), quando viene interrotta, possa non comportare conseguenze sul piano psicologico e fisico? Noi tutti sappiamo quanta solitudine del cuore abbiamo, quanta tristezza si verifica dopo un lutto. E perché la natura umana dovrebbe fare un distinguo in base ai centimetri e ai grammi del figlio che si perde? Diventa, quindi, poco credibile affermare che la perdita di un figlio, qualunque siano le sue dimensioni, sia irrilevante per la salute della donna, soprattutto se questo evento non avviene naturalmente ma come una precisa scelta volontaria della madre verso il figlio. Affermare che, sulla base di studi datati e controversi, non ci siano problematiche sulla salute psicologica delle donne dopo un aborto volontario, è quanto di più anti scientifico si possa dire».

E quando gli abortisti presentano “studi scientifici” che “dimostrano” che la sindrome post aborto non esiste, sappiate che per ognuno dei loro ce ne sono cento che affermano esattamente il contrario. Il vulnus che li accomuna è che ricercano gli stati depressivi, l’ansia, gli istinti suicidi in donne che hanno appena abortito, nel breve periodo. Invece tutti gli psicoterapeuti onesti sanno che la sindrome si manifesta in tutta la sua virulenza anche molto tempo dopo l’aborto: all’inizio molte donne fanno opera di rimozione e non elaborano il lutto. Poi dopo anni, a volte decenni, si chiedono il perché di certi disturbi. E noi ci chiediamo perché le cronache ci raccontino di tante tragedie familiari (figlicidi, omicidi-suicidi, violenze e abusi su bambini) che sembrerebbero immotivate… Un capitolo a parte, infatti, si dovrebbe aprire a proposito delle ripercussioni psicologiche che ha l’aborto sulle altre persone coinvolte, oltre alla madre: dal padre, agli altri familiari, agli operatori sanitari che vi prendono parte.

La disinformazione ha permesso la legalizzazione dell’aborto in Italia e all’estero e, da ultimo, anche in Irlanda, come potrete leggere in queste pagine, dove il professor Bottone scrive che «è impossibile combattere con un’inesorabile e continua disinformazione che per anni, decenni, ha corroso un popolo una volta cristiano». Lo sappiamo bene, perché lo abbiamo vissuto anche sulla nostra pelle. Ma non è “impossibile” cambiare rotta. E’ molto difficile, ma è una sfida che ciascuno di noi, capillarmente, nell’ambito della sua famiglia e delle sue conoscenze, con l’aiuto dei social e della “controinformazione” è chiamato ad accettare. Per salvare delle vite umane, per salvare il nostro futuro e – come dice anche Bottone, e non è poco – per salvarsi l’anima.

https://www.notizieprovita.it/aborto-cat/notizie-provita-di-luglioagosto-fake-news-sullaborto/

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ESSERE PRO LIFE OGGI

PER LA VITA SENZA COMPROMESSI

 

ALBANO LAZIALE, 26-29 LUGLIO 2018
VILLA ALTIERI

 

 

Relazione del Prof G. Noia 

Ore 11:00 – “Dove l’aborto e l’eutanasia si incontrano”

 

La cecità degli occhi del cuore non ci fa più vedere la persona umana, soprattutto quando questa realtà riguarda la persona del figlio. Quale grande tragedia per l’umanità quando una madre non riesce più a vedere il proprio figlio? L’aborto e l’eutanasia si incontrano come espressione di una sinergia di morte dove non conta più la bellezza della vita umana ma l’efficienza, l’utilità e la paura di soffrire. Tutto ciò si traduce in una perdita di speranza per il futuro.

 

VITA PROTAGONISTA 

 

Alatri, 27 giugno 2018 – ore 17:30
Piazza di Santa Maria Maggiore

 

Martedì 27 giugno, ad Alatri (FR) si è tenuto un interessante convegno, dal titolo “Vita protagonista”. Si è parlato di “vita” sotto vari aspetti e, senza quasi rendermene conto, mi son trovato a prendere appunti durante gli interventi che si sono succeduti; perché non riorganizzarli e trasmetterne quindi i contenuti anche a chi non era presente? Così cercherò qui di farne un resoconto, consapevole che gli appunti non erano pensati a tal fine; pertanto mancheranno qui alcuni temi trattati, e me ne scuso. Alla fine, ho aggiunto dei link che potranno servire per approfondimenti.
Gli interventi, moderati da Francesco Boezi de ilgiornale.it, sono stati tutti molto interessanti. Il primo è dell’onorevole Olimpia Tarzia, Consigliere Regionale per il Lazio, Presidente del movimento PER (Politica Etica Responsabilità), che promuove, con la Pontificia Università Lateranense, un corso di alta formazione politica; è anche autrice del libro CI ALZEREMO IN PIEDI – L’Italia dall’aborto alle unioni civili: il mio viaggio tra passione civile e testimonianza cristiana. Segue l’intervento del dott. Alessandro Feo, segretario nazionale dell’AIGOC (Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici). Alla fine del suo intervento giunge la notizia della decisione della CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) sul caso Charlie Gard, che viene colta con una certa delusione da relatori e platea. Prende la parola, a quel punto, la dott.ssa Maria Rachele Ruiu, referente nazionale CitizenGO Italia. Conclude i lavori il dott. Federico Iadicicco, presidente del Centro Studi Minas Tirith.
L’on. Tarzia esprime una forte critica relativa alla non corretta applicazione della L.194/78, in particolare nella parte cosiddetta “preventiva” della legge, e sulle sue conseguenze nella società.
Per quanto riguarda la prima critica, si è sottolineata la mancata applicazione della parte preventiva della legge, (art.2: “I consultori familiari … assistono la donna in stato di gravidanza: …d) contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza. I consultori … possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternita’ difficile dopo la nascita.
La somministrazione su prescrizione medica, nelle strutture sanitarie e nei consultori, dei mezzi necessari per conseguire le finalita’ liberamente scelte in ordine alla procreazione responsabile e’ consentita anche ai minori”). Ma si prova davvero a proporre l’aborto dopo aver cercato di rimuovere le cause che conducono le donne a tale scelta?
Si porta poi la riflessione sul fatto che non è vero che la legge risulta inapplicata perché manchino i medici non obiettori, come invece ci raccontano i principali mezzi di informazione. I medici non obiettori ci sono, e sono in numero più che sufficiente. Il carico di lavoro medio dei ginecologi non obiettori nel Lazio è bassissimo, (ndr: la percentuale di ginecologi non obiettori supera il 20%; ci sono da 1 a 7 interruzioni volontarie di gravidanza a settimana; basterebbe quindi anche un solo medico non obiettore a soddisfare le esigenze di tutta la regione con un carico lavorativo di un giorno a settimana).
Invece, per quanto concerne le la seconda critica, si sottolinea che, per la donna lavoratrice in attesa, l’aborto diventa la soluzione migliore per evitare i problemi connessi alla doppia attività di madre e di lavoratrice. Con l’aborto, invece di tutelare la famiglia, si banalizza l’aborto come soluzione spiccia. Altro problema di natura sociale è la denatalità legata alla condizione socio-lavorativa della donna: se ella genera figli da giovane, non riesce più ad entrare nel mondo del lavoro perché ormai non più giovanissima; quindi deve trovare prima una stabilità lavorativa, subordinando quindi ad essa la libertà personale e familiare. In pratica, la donna non è libera.
Poi interviene il dott. Feo. Interessantissimi i contributi portati all’attenzione della platea e degli altri relatori. Si parla dell’organismo vivente, si forniscono alcune definizioni scientifiche, tra cui quella di gravidanza, ecc. Si sottolinea inoltre che il Rapporto Warnock del 1984, al n.19 del cap.11, introduce una definizione (fittizia) di pre-embrione.
Si illustrano, inoltre, dei casi inequivocabili di bambini che, al momento della gestazione, erano nelle condizioni per cui (di solito) i medici suggeriscono l’aborto, ma che oggi sono cresciuti e amati, e conducono una vita più o meno normale.
Poi giunge, praticamente in diretta, la notizia chock: la CEDU ha rigettato le richieste dei genitori di Charlie Gard, dando così ragione al Regno Unito: Charlie può essere ucciso!
Con questa notizia apre il suo intervento la dott.ssa Ruiu, commentando prima, poi discutendo dell”aborto e di come è visto dalla donna. Spesso banalizzato, da parte dell’opinione pubblica, lascia sempre una traccia dolorosa in quelle donne che lo hanno scelto. Ci si pone quindi il problema delle motivazioni che la spingono ad optare per una simile soluzione. Alcune delle opzioni enumerate dalla dott. Ruiu; la donna che abortisce ha (fondamentalmente) paura.
Paura di:
  1. non essere capace di essere madre;
  2. non riuscire a gestire “un altro” figlio;
  3. non accettare le trasformazioni del proprio corpo;
  4. non aver concepito con l’uomo giusto;
  5. critiche da parte della società, nel caso in cui il bambino si a frutto di relazioni extraconiugali o tra minori;
  6. …;
Ai problemi di queste donne, la società non sa rispondere in modo efficace; riesce solo a suggerire la soluzione più drastica e banale: l’aborto.
Poi è la volta del dott. Iadicicco, che conclude parlando, tra l’altro, della finestra di Overton, e poi di Charlie Gard. Si pone il problema politico del fatto che, se è vero che tanti ginecologi, esperti quindi di quei processi che portano al parto, sono obiettori, allora il politico dovrebbe porsi il problema di come mai tanti specialisti del settore si rifiutano di praticare l’obiezione. Ma un motivo ci sarà?

 

IMPLICAZIONI OSTETRICHE E GINECOLOGICHE DEL PXE 

 

BOLOGNA 26 MAGGIO 18

 

“Implicazioni ostetriche e ginecologiche del PXE”- Relazione del Dr Alessandro Feo

Ostetrico-Ginecologo

Medico di Medicina Generale ASL SA – Segretario Nazionale AIGOC

alessandrofeo.it – alessandrofeo@aigoc.it

  COMITATO
 DIFENDIAMO I NOSTRI FIGLI

       Sezione di Salerno e Provincia

LA CRISI DELL’UMANO NELLA SOCIETA’ ATTUALE. Una visione storico-scientifica

Sabato 12 marzo 2016, ore 16:30

Salone dei Marmi – Palazzo di Città
SALERNO

 

Il Dr. Alessandro Feo  ha tenuto una relazione dal titolo: ” Alle origini della vita umana”

 

 

 

 

 

             

 

HUMANAE VITAE: UN’ENCICLICA TUTTA DA SCOPRIRE

Foligno, 22 luglio 2018 – XVI Domenica T.O.

Angelo Francesco Filardo

Direttore Centro “Amore e Vita” e V.Presidente dell’A.I.G.O.C.

L’HUMANAE VITAE è molto di più di un “no” chiaro ed esplicito senza necessità di interpretazioni alla pillola ed alla contraccezione: è prima di tutto un grandissimo “sì” alla difesa dell’amore coniugale, esplicitato molto bene nel n.12 di questa profetica e molto contrastata enciclica “Tale dottrina, più volte esposta dal magistero della chiesa, è fondata sulla connessione inscindibile, che Dio ha voluto e che l’uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due significati dell’atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo. Infatti, per la sua intima struttura, l’atto coniugale, mentre unisce con profondissimo vincolo gli sposi, li rende atti alla generazione di nuove vite, secondo leggi iscritte nell’essere stesso dell’uomo e della donna. Salvaguardando ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l’atto coniugale conserva integralmente il senso di mutuo e vero amore ed il suo ordinamento all’altissima vocazione dell’uomo alla paternità. Noi pensiamo che gli uomini del nostro tempo sono particolarmente in grado di afferrare il carattere profondamente ragionevole e umano di questo fondamentale principio.”
Dopo il diffondersi della banalizzazione della sessualità e della promiscuità tra le giovani generazioni, per celebrare il 10° anniversario dell’H.V. in Inghilterra pensarono bene di far nascere la prima bambina prodotta in provetta, Luise Brown.
Il primo passo era stato “rapporti sessuali con chi vuoi e quando vuoi senza procreazione”, il secondo “produrre la vita umana in laboratorio senza l’unione della coppia genitoriale”. Ma quando si rompe di propria iniziativa la  connessione inscindibile tra il significato unitivo e il significato procreativo dell’atto coniugale il risultato è inevitabilmente drammatico per l’umanità: l’uomo viene degradato ad oggetto e moltissime vittime innocenti vengono immolate sull’altare del piacere e dei propri desideri.
La recente pubblicazione della Relazione annuale del Ministro della Salute al Parlamento sull’applicazione della legge 40/2004 ci consente di prendere coscienza dei danni della fecondazione extracorporea: l’altissimo numero di embrioni sacrificati (nel 2016 in Italia almeno 165.700 per far nascere 11.791 bambini vivi) ed il crescente numero di bambini crioconservati (nel 2016 38.687 riportati nella relazione + almeno 6.577 nei cicli con donazione di gameti di cui non si ha menzione nella relazione), per cui dal 2005 al 2016 essendo stati crioconservati almeno 188.638 embrioni e scongelati 118.504 nei crioconservatori dei diversi centri italiani sono rimasti sospesi nel gelo a tempo indeterminato – forse per sempre! – almeno 70.134 embrioni, di cui non si prendono cura non solo i propri genitori, ma neanche il Governo ed il Parlamento che dopo la liberalizzazione da parte della Corte Costituzionale nel 2009 del numero di embrioni da produrre e da conservare non avvertono il dovere di tutelare la vita di questi microscopici esseri umani, come prevede la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo “il fanciullo, a causa della sua mancanza di maturità fisica ed intellettuale necessita di una protezione e di cure particolari, ivi compresa una protezione legale appropriata, sia prima che dopo la nascita”).
Nessun lettore ha difficoltà a considerare disumano un numero così alto di bambini sacrificati eppure in questi giorni i mezzi di comunicazione di massa non ne hanno parlato affatto! E nessun invito ad indossare magliette viola o color ghiaccio (per fermare le pratiche disumane che producono tali morti o il disumano congelamento di tanti embrioni) abbiamo ricevuto da chi per altri disumani trattamenti si è mobilitato con molta eco mediatica.
L’approvazione della legge 194 sempre nel 1978 e la mentalità contraccettiva – l’anti life mentality – instauratasi per il rifiuto e per l’ignoranza dell’insegnamento contenuto nell’H.V. ha prodotto un numero ancora maggiore di vittime innocenti ed indifese. In Italia nei primi 40 anni sono circa 6 milioni le vittime regolarmente registrate dell’aborto volontario, ma molto più grande è il numero dei cripto aborti – gli aborti occultati, non considerati tali – dovuti all’uso della spirale, della pillola ep, della minopillola e dei progestinici deposito, dedelle pillole del/i giorno/i dopo – che si aggiravano nel solo anno 2016 intorno a 1.330.061.
Ma i danni della contraccezione non si fermano alla loro occisività, ma incidono negativamente sulla salute delle donne provocandone in alcune anche la morte, sull’ecologia ambientale e sul modo di concepire la sessualità nelle giovani generazioni .
Si parla dell’aumento dell’uso di droghe e di alcool nei giovani, ma pochissimi denunciano esplicitamente che l’infelicità dei giovani è legata all’uso del sesso mordi e fuggi, che non può appagare il desiderio di essere amato e di amare che è in ognuno di noi, alla fragilità delle unioni matrimoniali, alla pornografia, alla mancanza di un’educazione affettiva.
Mentre c’è chi si da da fare per rendere accettabile in ambiente cattolico la contraccezione – nonostante la sua potenziale abortività – una sessuologa belga, non credente, che opera in Francia, Therese Hargot, nel libro “Una Gioventù sessualmente liberata (o quasi)” pag.105 oltre a denunciare il fallimento della liberazione sessuale lancia un monito ecologico  «Come posso tollerare che la donna che amo si bombi di ormoni mentre io rifiuto di mangiare un pollo che ne porti la benché minima traccia? Mangiamo bio, facciamo attenzione alla nostra salute, allora prendere la pillola è totalmente incoerente con la nostra filosofia di vita!» mi confidava un ventottenne molto motivato a formarsi, insieme alla propria compagna, ad un’alternativa da loro giudicata «più rispettosa della donna e più responsabilizzante per l’uomo».”
Il Centro “AMORE E VITA” nella ricorrenza del 50° anniversario dell’H.V. ha pubblicato il libretto L’ABORTO VOLONTARIO e la VII edizione dell’opuscolo LA FECONDITÀ UMANA per offrire a tutti le informazioni necessarie per poter fare scelte libere, consapevoli e pienamente umane. Ci auguriamo che in particolare i Giovani ne vogliano fare tesoro in preparazione al prossimo Sinodo.

Il destino degli esseri umani: nel 2016 continua a crescere il numero degli  embrioni sacrificati  e  crioconservati  e delle donne ultraquarantenni che ricorrono alla fecondazione extracorporea

26/07/2018

Segui il link per visualizzare l’articolo di PROVITA:

https://www.notizieprovita.it/filosofia-e-morale/fecondazione-artificiale-sempre-piu-embrioni-sacrificati/

La relazione annuale del Ministro della Salute al Parlamento sull’applicazione della legge 40/2004 relativa all’anno solare 2016, resa pubblica qualche giorno fa, conferma il mortifero trend, che dal 2010 la qualifica come prima causa certificata di morte degli embrioni, che ogni anno vede aumentare sempre di più il numero delle sue vittime, come è facilmente verificabile nella tabella sotto riportata.

Si registra ancora un innalzamento dell’età media delle donne, che accedono alla fecondazione extra corporea (36,8 anni) ed il numero delle ultra quarantenni, che raggiunge il 35,2% (20,7% nel 2005 e 33,7% nel 2015). Di conseguenza aumenta il numero di cicli di trattamento a fresco sospesi prima del prelievo ovocitario (9,6% vs 9,2% del 2015) e dopo il prelievo (23,6% vs 22,1% del 2015). Indici questi dell’inopportunità di sottoporre al trattamentodonne in cui già prima del suo inizio si può prevedere una riserva ovarica molto bassa ed una responsività ovarica ridotta allo stimolo ormonale!

La presenza di un’incidenza significativamente maggiore di esiti negativi della gravidanza nelle donne di età ≥ 40 anni (vedi figura prima riportata) e di una bassissima percentuale di embrioni trasferiti in utero che riescono a sopravvivere fino alla nascita (vedi tab. 3) dovrebbe far riflettere molto sia il Governo che i Parlamentari e i Responsabili Regionali sull’opportunità di continuare a sperperare il poco denaro pubblico disponibile per cicli di trattamento infruttuosi e causa di tanta sofferenza sia fisica che psicologica in queste donne/famiglie.

Anche quest’anno i dati che si riferiscono alla fecondazione extracorporea eterologa sono molto incompleti ed insufficienti per offrire a chi legge un quadro della reale situazione e seguono criteri diversi da quelli utilizzati per la fecondazione extra corporea omologa.

Si nota una notevole discrepanza tra il numero di ovociti importati, che oscilla – come si legge a pag. 7 – tra i 2.727 crioconservatori utilizzati ed i 6.239 crioconservatori importati con le 378 comunicazioni e quello degli embrioni importati, che varia  tra i 1.500 crioconservatori provenienti da banca estera ed i 2.865 crioconservatori importati con le 116 comunicazioni.

Dalla tab. 3.5.12 a pag. 154 e dalla tab. 3.5.8 di pag. 151 risulterebbero trasferiti in utero 8.958 embrioni: se i criocontenitori contengono lo stesso numero di ovociti (6-7 per contenitore) ed embrioni (1-2/contenitore) – come riportato nella relazione dell’anno scorso – dove sono andati a finire i restanti ovociti ed embrioni dal momento che nella relazione non c’è alcun cenno? Per gli embrioni importati dall’estero che si afferma siano stati prodotti con almeno una cellula germinale (nella quasi totalità il liquido seminale) della coppia è previsto il test di paternità (o maternità)?

Nessun cenno c’è nella relazione sulle modalità di acquisizione dei gameti e degli embrioni dai Centri esteri da parte delle Regioni Italiane considerato che non si possono acquistare né barattare sarebbe utile riferire!

Nel 2016 sono stati crioconservati 38.687 embrioni e ne sono stati scongelati 23.169: dalla tab. 3.4.16 pag. 113 si evince che dal 2005 al 2016 sono stati crioconservati 188.638 embrioni e ne sono stati scongelati 118.504. Poiché dal 2009 ogni anno cresce il numero totale degli embrioni crioconservati e negli ultimi tre anni in modo più evidente, ci chiediamo  che cosa pensa di fare il Governo ed il Parlamento per far prendere coscienza al momento del consenso informato che  tutti gli embrioni prodotti – anche quelli temporaneamente crioconservati – essendo loro figli come quelli già nati devono essere considerati e trattati come tali e non abbandonati a tempo indeterminato nell’azoto liquido come oggetti inutili.

Una campagna di informazione e di educazione sulla conoscenza della propria fertilità attraverso i Metodi Naturalipotrebbe portare più risultati senza spese e senza rischi per la salute della donna e della coppia.

 

 

 

 

Noia: “Il bando per non obiettori discrimina tutti i medici”

di Filippo Passantino

Avvenire Roma Sette

05 MAR 2017

“Il numero dei ginecologi che non esercita il diritto all’obiezione di coscienza è congruo al numero complessivo degli interventi di interruzzione

volontaria di gravidanza”. Il presidente dell’AIGOC (Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici) Giuseppe Noia cita l’ultima relazione

al Parlamento del minestro della Salute Beatrice Lorenzin per commentare l’assunzione a tempo indeterminato di due ginecologi non obiettori al

San Camillo, entrati in servizio il primo marzo, per praticare interruzioni volontarie delle gravidanze.

Un’affermazione che, scorrendo le tabelle redatte dal ministero, si puo tradurre anche in numeri, come indica Noia. Il carico di lavoro medio dei

ginecologi non obiettori nel Lazio è di 3.2 interruzioni volontarie di gravidanza a settimana, mentre la percentuale di ginecologi non obiettori che le

praticano è del 22%. “Sono dati che sottolineano come questi medici non siano soggetti a un sovraccarico di lavoro. Inoltre, è prevista la mobilità.

Quindi, non si può giustificare un bando discriminatorio parlando di depotenziamento e di ostruzione all’applicazione della legge”. Noia, che è anche

docente di Medicina prenatale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, parla di “bando discriminatorio sia per i medici obiettori sia per quelli che obiettori

non sono”, indicando l’impossibilità, prevista dai dirigenti del San Camillo, di recedere dalla decisione di praticare gli aborti. “Così si ingabbia con una

firma la coscienza individuale della persona che potrebbe ripensare la propria scelta, spiega. Si è detto che non si corre il rischio del licenziamento ma

il medico che dovesse rifiutarsi di continuare a praticare le interruzioni di gravidanza verrebbe messo in mobilità o in esubero, perché non più utile

al fine per il quale era stato selezionato. Questo è un ricatto morale, perché la persona, se avesse un ripensamento, verrebbe esposta a una grande

lacerazione: scegliere tra ragioni di coscienza o esigenze economiche”.

Noia pone la questione anche sul piano giuridico. “Il bando è illegale e incostituzionale, La legge 194 del ’78 non riconosce alle donne un diritto all’aborto

volontario, ma consente loro di farlo gratuitamente e legalmente nelle strutture pubbliche a certe condizioni. E’ falso e strumentale affermare che ci siano

due diritti che confliggono, perché c’è solo il diritto costituzionale del medico di obiettare, riconosciuto esplicitamente dall’articolo 9 della stessa legge 194,

che viene dispoticamente calpestato”. Secondo Noia, l’elevato numero di medici obiettori (il 78% nel Lazio) dipende dalle conoscenze scientifiche:”L’alta

percentuale di ginecologi obiettori è motivata proprio dal fatto che tutti i medici sanno bene che a essere eliminato con l’aborto volontario è un bambino.

Negli ultimi 35 anni la scienza ha dimostrato che il rapporto tra figli e madre è molto forte. Il figlio è capace di mandare cellule guaritrici alla madre. Quindi,

nel mondo medico è aumentata la consapevolezza neo confronti dell’aborto. Operazioni come quella del San Camillo invece vogliono ingabbiare la coscienza

e silenziare la conoscenza”.

CLICCA QUI per visualizzare l’Articolo RomaSette intervista 5.3.17

 

“Io Sono. Il Concepito”

 

Sabato 14 Ottobre  2017 – Ore 8:30
Sala Paolo VI – Loreto

 

Sabato 14 Ottobre 2017 a Loreto si terrà il Convegno “Io Sono. Il Concepito”, in collaborazione con l’Associazione Medici Cattolici Italiani-Sezione di Loreto , la Delegazione Pontificia Santuario della Santa Casa di Loreto e il Centro Studi Lauretani
La sede del convegno sarà a Loreto presso Sala Paolo VI  con inizio alle ore 8,30 con l’apertura del Prof. Oliviero Gorrieri Presidente AMCI Loreto e si concluderà alle ore 13,30.
Scopo del convegno è quello di richiamare i forti legami esistenti tra etica della vita ed etica sociale nella consapevolezza che non è possibile affermare valori quali la dignità della persona, la giustizia e la pace, quando si accetta e si tollera la violazione della vita umana.

 

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